Archive for agosto, 2011


Sul verosimile. Da Aristotele a King

In numerose interviste Stephen King ha affermato che l’unico modo per scrivere bene ed avere successo è scrivere di qualcosa che si conosce, scrivere il vero.

E’ interessante che a fare un’affermazione del genere sia chi, per decenni, ha deliziato migliaia di lettori con libri che parlano di vampiri, fantasmi, telecinesi, possessioni e mostri in genere. E’ interessante -si diceva- ma non stupisce affatto. Perché ciò che appassiona nelle opere di King è proprio la verosimiglianza  del comportamento dei personaggi. Nella maggior parte dei casi il Re non fa altro che collocare persone normali in situazioni eccezionali studiandone, poi, le reazioni. Da bravo entomologo zio Stevie analizza quelli che sono i comportamenti dei suoi personaggi chiedendosi, di volta in volta, se tale reazione sia plausibile in quella determinata situazione o meno. Non importa quanto assurda sia la situazione in cui i personaggi sono coinvolti, quello che conta è la verosimiglianza delle reazioni che tali personaggi manifestano. Perché King ha capito una cosa fondamentale (e assolutamente non banale): sentimenti, sensazioni ed emozioni sono universali. Ogni uomo è in grado di riconoscerli, se li ha provati almeno una volta nella vita.

E, guarda caso, questa è un po’ la stessa cosa che afferma Aristotele (paragone azzardato? non credo proprio) quando parla della tragedia e del potere catartico che la connatura. Aristotele afferma, infatti, che il vedere rappresentate sulla scena vicende umane di fantasia ma trattate in maniera verosimile suscita nello spettatore un’empatia tale che, grazie all’immedesimazione, riesce in qualche modo a purificarsi (ed è proprio questa la famosa catarsi). Nella Poetica Aristotele afferma che “quelle cose che ci fanno soffrire quando le vediamo nella realtà, ci recano piacere se le osserviamo in immagini che siano il più possibile fedeli, come i disegni delle bestie più sordide o dei cadaveri”. E questo è esattamente l’effetto prodotto dai romanzi di Stephen King grazie all’abilità dello scrittore del Maine di rendere verosimili eventi di fantasia attraverso la rappresentazione di emozioni, sentimenti e reazioni aderenti al vero. Ed è ancora questo il motivo per cui i personaggi di King restano impressi nel cuore dei lettori, anche i malvagi, anche quelli che muoiono dopo due minuti che sono entrati in scena (soprattutto quelli! Ne farò una lista poi…) perché sono, semplicemente, UMANI.

Un Moccia partenopeo

Capita che ci siano libri che tutti ti consigliano e che tu non hai mai letto. Capita anche che di quegli stessi libri senti parlare bene in giro per il web. Capita che te li trovi tra le mani in libreria e decidi di acquistarli. E poi, un giorno, decidi di leggerli per rilassarti (viste le esigue dimensioni) tra altre letture. E poi, magari, sei al mare, sei dell’umore giusto per una storia d’amore, hai tutto il tempo a disposizione e lo spazio libero in borsa.

Ecco. Forse è meglio se ci pensate bene e vi andate a prendere il tomo di Guerra e pace che da anni vi attende sullo scaffale della libreria. Sicuramente ci avrete guadagnato.

Tu, mio di Federico Moccia Erri De Luca, 2003

Attenzione! Contiene spoiler

Scusate ma non ho letto nulla di Moccia. E, fino ad oggi, non avevo letto nulla neppure di De Luca. Ma oggi, dopo averlo letto, mi viene automatico accostare il suo nome a quello di Moccia. O, meglio, a ciò che Moccia rappresenta nell’immaginario collettivo. Dato che non ho letto nulla di Moccia.
In verità credo che non leggerò neppure altro di De Luca (ma, forse, una seconda possibilità non si nega a nessuno…).
Venendo alle critiche costruttive ho trovato questo libro misero più che superficiale. Non è solo il fatto che non vengono veramente approfonditi i sentimenti narrati ma che, alla fine, questi sentimenti sono ben poca cosa. Sono miseri perché non permettono ai protagonisti di evolversi e di crescere anche se l’autore vorrebbe far passare la storia come un romanzo di formazione. In realtà tutti restano quello che sono o, addirittura, peggiorano.
Caia sembra regredire ad una condizione infantile che non serve a farle elaborare il lutto della perdita della figura paterna ma solo ad aumentarne la malinconia. Il protagonista, invece, compie un gesto finale insensato e fuori luogo solo perché non riesce a capire veramente il senso di ciò che gli è successo e crede, in questo modo, di ristabilire una giustizia che sa molto di più di vendetta, una vendetta per qualcosa che altri hanno vissuto e per cui lui prova attrazione e curiosità solo perché ignota.
Nessuna critica alla guerra o al nazismo, quindi, e neppure un accenno di romanzo di formazione. Solo un esercizio di stile fatto da chi stile non ne ha. Ma è solo una mia opinione personale.

L’esordio: Carrie

Il primo scritto kinghiano che dovrò affrontare è Carrie, romanzo breve pubblicato nel 1974. Potete dare un’occhiata alla pagina di Wikipedia dedicata al libro per la trama e la genesi del romanzo.

L’aneddoto che sempre si racconta quando si parla di Carrie è quello in cui la moglie di Stephen, Tabitha, recuperò il romanzo gettato nel cestino dallo scrittore ed insistette perché lo portasse a termine. L’episodio è suggestivo, soprattutto se si lega la contesto in cui è avvenuto.

King non se la passa bene agli inizi degli anni 70. Dopo essersi laureato si sposa con Tabitha e nasce dopo poco il primo figlio (una bambina Naomi Rachel). La famiglia King vive in una roulotte e Stephen lavora come insegnante per uno stipendio molto misero (allora come ora e in ogni parte del mondo gli insegnanti sono bistrattati…).

Nel poco tempo lasciato libero da impegni familiari e lavorativi King si rinchiude nel locale caldaie vicino al luogo in cui è parcheggiata la sua roulotte e scrive. Le difficoltà economiche e la voglia di cambiare vita lo portano a proporre i suoi scritti a vari editori che, però, lo rifiuteranno sempre. Durante la stesura di Carrie King si trova in un impasse. Gli sembra che la storia non funzioni e che nessuno possa essere interessato ad i turbamenti di un’adolescente goffa ed emarginata. Inoltre è anche incerto sull’estensione dell’opera avendola pensata, in origine, come un racconto ma più adatta, man mano che scrive, al respiro di un romanzo. Alla fine, in un momento di sconforto, getta il romanzo nel cestino decidendo di abbandonarlo per sempre. Solo le insistenze della moglie e la sua convinzione che l’opera sia buona lo spingono a proseguire ed a concluderlo tentando, nuovamente, di proporlo per la pubblicazione (e proprio alla moglie, la prima ad aver creduto nel successo di King come scrittore, il Re dedica l’opera: A Tabby, che mi ha fatto entrare in questo incubo, e poi me ne ha fatto uscire). E questa volta sarà quella buona! La Dubleday, una delle maggiorni case editrici dell’epoca che vantava tra le sue pubblicazioni romanzi di Kypling e Conrad, accetta il romanzo e paga a King 2500 $ per la pubblicazione e 200.000 $ dopo aver venduto i diritti alla New American Library. Inoltre la Dubleday concede allo scrittore una percentuale sulla vendita dell’edizione paperback. Le cose andranno poi nel migliore dei modi, dato che la vendita dell’edizione economica supererà ogni aspettativa e raggiungerà oltre il milione di copie (l’edizione rilegata ne aveva vendute appena 13.000). Sarà l’occasione per King e famiglia di cambiare radicalmente vita e di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.

(to be continued…)

Gioco di ruolo

Molto spesso leggendo i libri di Stephen King mi capita di fare paragoni con altre forme d’arte come cinema, musica e pittura. Quando leggo mi viene automatico percepire determinate influenze perché ognuno di noi è lo specchio del mondo che lo circonda ed echi di ciò che ama e ammira si riflettono, inevitabilmente, in ciò che fa.

Ci sono diverse dichiarazioni di King medesimo riguardo ai suoi gusti musicali o cinematografici ma vorrei ignorarle, per il momento. In questo post mi interessa di più approfondire quella che è la mia personale percezione delle passioni del Re.

Musica → A mio parere la musica che più si avvicina al modo di scrivere di King, ai suoi personaggi, alle sue descrizioni è il folk, principalmente nell’interpretazione che ne dà Leonard Cohen.

Lo scrittore ha dichiarato, in più occasioni, il suo amore per il rock ma io lo associo molto più volentieri al folk di Cohen. La voce roca e la musica estremamente lirica ed incalzante mi fanno pensare ai personaggi di King, costretti ad agire in una quotidianità stravolta e ad affrontare i loro limiti e le loro paure.

Non posso fare a meno di associare Waiting for a Miracle a Il miglio verde. Sicuramente per il tema trattato (parlano entrambi della pena di morte) ma, soprattutto, per l’atmosfera che creano.

Pensandoci bene il rock è più affine al lato horror di King (che, paradossalmente, è quello che amo di meno pur adorandolo) mentre il folk mi sembra più affine al suo lato umano, se mi passate la definizione.

Arte → A livello di arti figurative, invece, l’associazione che mi viene più spontanea pensando alla scrittura di Stephen King e al suo modo di raccontare è con Hieronymus Bosch. Il pittore olandese de Il giardino delle delizie

Hieronymus Bosch Trittico del Giardino delle delizie, 1480-1490 circa, olio su tavola, 220x195 cm, Madrid, Museo del Prado

e de Le tentazioni di Sant’Antonio

Hieronymus Bosch Tentazioni di Sant'Antonio, 1500-1525 circa, olio su tavola, 70x51 cm, Madrid, Museo del Prado

con il suo mondo immaginifico popolato di personaggi fantastici e, talvolta, raccapriccianti mi ricorda molto il lato horror di King e le descrizioni degli incubi dei suoi personaggi (Penso ad Insomnia, Cose preziose o Duma Key). Il lato fantastico dello scrittore del Maine ben si sposa con la miriade di personaggi curiosi ed inquietanti che animano i bellissimi quadri di Bosch.

Ecco, nel caso dell’arte è proprio il lato horror quello che prevale, se ci penso. Se dovessi associarlo ad un pittore per le atmosfere di provincia che descrive tanto bene, invece, farei subito il parallelo con Grant Wood, soprattutto per il suo celeberrimo Gotico Americano

Grant Wood Gotico Americano 1930

ma anche per quadri come Il maglione scozzese

Grant Wood Il maglione scozzese 1931

, così ieratici nella loro immobilità ma che paiono nascondere sotto la superficie inquietanti segreti (come la Derry di It…).

Cinema → Sarebbe banale ricondurre il modo di scrivere di King al cinema horror. E’ indubbio che horror e fantascienza sono dei generi cinematografici che lo hanno influenzato fin dall’infanzia (e basta leggere un po’ della sua biografia per questo) ma questa non è l’associazione immediata che viene a me pensando ai suoi libri e a ciò che trasmettono.

Se penso alle atmosfere create da King nei suoi romanzi non posso far altro che collegarle a Una storia vera di David Lynch. Se non lo avete visto ve lo consiglio vivamente perché è un film che ti porta a scoprire personaggi della realtà di provincia americana così simili a tanti che si trovano nei libri del Re. Il Maine, tanto ben caratterizzato nelle descrizioni dei suoi romanzi, potrebbe essere benissimo il paese che Alvin Straight attraversa a bordo del suo tagliaerba. Il film di Lynch è un elogio alla lentezza e alla scoperta delle cose genuine della vita. E’ anche la riscoperta della centralità della persona perché è un film costellato di persone semplici e buone che imparano a conoscersi e, in qualche caso, a ritrovarsi.

E’ questa l’America vera e genuina che King celebra con i suoi personaggi la cui psicologia è sempre così ben descritta da farti capire immediatamente che lui, quella gente, la conosce da vicino.

Ecco, questo è ciò a cui mi fanno pensare i romanzi ed i racconti del Re. Queste sono le immagini ed i suoni che mi accompagnano spesso durante la lettura delle sue pagine.

Cogitando sulle ragioni…

In questi giorni, oltre ad essere completamente assorbita dallo studio intenso su King, mi sono messa anche a pensare alle ragioni del portare avanti una tale impresa e al perché mi è venuto in mente di dedicargli un blog. Qualcosa ho accennato nel primo post ma, magari, vale la pena di approfondire.

Non tanto tempo fa ho letto un articolo su Mark Zuckerberg (per chi non lo sapesse è il fondatore di Facebook. Ne approfitto anche per consigliarvi la visione del film di David Fincher The Social Network che parla proprio di Zuckerberg e di come gli sia venuta l’idea di Facebook) in cui si raccontava che il giovane miliardario si prefigge ogni anno un obiettivo, una specie di sfida da portare avanti per la durata di dodici mesi.  L’anno scorso, per esempio, ha deciso di imparare il cinese (io sono anni che ho voglia di mettermi a studiare il coreano…) mentre quest’anno si è prefissato di avvicinarsi al vegetarianesimo ma di farlo a modo suo. La sfida, infatti, consiste nel non mangiare altri animali se non quelli uccisi con le sue mani. Sì, lo so, di primo acchito può sembrare folle (l’ho pensato anche io quando l’ho sentito) ma la motivazione ha un suo senso. Zuckerberg ha dichiarato che non ci rendiamo mai conto, ogni volta che mangiamo carne, che un animale è dovuto morire per noi perché noi potessimo gustare quel piatto. Il fatto di mangiare solo animali da lui uccisi è un modo per interiorizzare questo concetto.

Non ho idea dei risultati che stia dando questa sfida ma il presupposto di base non è totalmente da buttare. Nella vita di tutti i giorni capita molto spesso di fare azioni con leggerezza e senza pensare, e non ci rendiamo conto che le nostre azioni hanno, in realtà, delle conseguenze, sugli altri o nel modificare certi eventi. Cercare di consapevolizzarsi di questo è sicuramente un modo per essere più responsabili.

E’ un po’ lo stesso percorso che fa Jonathan Safran Foer nel suo libro Se niente importa perché mangiamo gli animali? (che è nella mia wishlist e, prima o poi, andrà letto…). Al di là dell’apparente estremismo della scelta è importante farsi delle domande ed essere veramente responsabili di ciò che si sceglie.

Io sono assolutamente convinta che, se vivessimo in una società primitiva e dovessi procurarmi il cibo cacciando o allevando animali per poi mangiarli, sarei vegetariana. Non credo che avrei il coraggio di uccidere un animale per nutrirmene (ma, del resto, neppure avrei il coraggio di amputare una gamba in cancrena o domare un incendio… Deo gratias che esiste la società!)

Ma sono andata un po’ fuori argomento. Il punto è che leggere delle sfide di Zuckerberg mi ha dato l’idea di crearmi una mia sfida personale, di affrontare finalmente qualcosa che avevo sempre avuto voglia di fare ma a cui, per paura di non avere la costanza di portarla avanti, avevo sempre rinunciato. E così nasce l’impresa 1, la sua idea di base.

A condividerla in un blog che ne documentasse la genesi l’ho invece pensato grazie alla visione del film di Nora Ephron Julie & Julia, in cui una giovane moglie, stufa della sua solita vita e desiderosa di avere un obiettivo, decide di realizzare tutte le ricette raccolte nel manuale di cucina francese di Julia Child, famosa cuoca americana ma residente per anni a Parigi a seguito del marito che lavora in ambasciata. Julie decide di aprire un blog personale in cui descrivere la realizzazione di tutte le ricette.

Al di là del valore del film (non molto alto, a mio avviso…) mi è piaciuta molto l’idea della condivisione attraverso il blog. E’ un modo per non perdere di vista l’obiettivo prefissato e per costringersi ad arrivare fino in fondo. E la condivisione con gli altri fa il resto! A quel punto è una specie di impegno ufficiale che ti sei presa e tornare indietro sarebbe un po’ come fallire.

Ecco, era questo lo stimolo che cercavo. Ero pronta a partire. Il resto ce lo racconterà solo il tempo…

Fauna cittadina

Metti che da diverse settimane frequenti gli svariati ettari del tuo parco cittadino. E che da un po’ di tempo ti sei messa ad osservare con interesse la fauna locale, che poi è sempre la stessa. Più o meno ne viene fuori una classificazione simile:

  • I ciclisti. Divisi a loro volta in ciclisti professionisti e ciclisti della domenica.
  • I podisti (o corridori). Divisi in scattisti e marciatori
  • Gli osservatori. Divisi in osservatori indifferenti ed osservatori dedicati.
I ciclisti professionisti sono una specie che si presenta munita di bici da corsa professionale o mountain bike super accessoriata, vestiti con pantaloncini attillati imbottiti sul sedere (ma quanto saranno scomodi questi sellini!), improbabili maglie in fibra sintetica tappezzate di sponsor (!) ed immancabile caschetto. Pedalano come se fossero in autostrada incuranti di tutto e tutti.
I ciclisti della domenica sono quelli che se la prendono comoda. Procedono ora a pedalata sostenuta ora a pedalata rilassata, senza fretta, con aria indifferente e, spesso, iPod nelle orecchie. Il loro abbigliamento è assolutamente vario e di difficile classificazione e va dal mini vestitino simil seta svolazzante (ma, dico io, come si fa???) ai pantaloni a vita bassa con maglia corta (nessuno ha spiegato loro che l’abbinamento di questi due capi di abbigliamento indossati in posizione seduta con la schiena spesso arcuata in avanti provoca, inevitabilmente, l’esposizione di mutande/sedere al pubblico sguardo?) fino a quelli che indossano un semplice abbigliamento sportivo (ma va? Geni!).
Gli scattisti non si possono proprio vedere! Grondano sudore da ogni poro e la loro espressione sembra annunciare la loro imminente morte per infarto. Sfrecciano spesso a torso nudo rendendo lo spettacolo ancora più raccapricciante.
I marciatori, invece, sono dei filosofi della corsa. Mettono alla prova la loro resistenza e proseguono dritti alla meta con lo sguardo fiero di chi proclama “Ci riuscirò!”. Spesso sono muniti di iPod per far credere che, in fondo, non è tanto importante ciò che stanno facendo e che, in realtà, non stanno correndo, semplicemente ascoltano musica (!). Altri sono muniti di cardiofrequenzimetro segno che loro quella cosa lì la prendono proprio sul serio!
Gli osservatori indifferenti fingono di essere venuti nel parco a passeggio. Perché lì c’è l’aria bona! In realtà guardano chi passa (soprattutto il sedere delle ragazze!) e lo fanno come se non importasse loro granché. La maggior parte sono esemplari anziani della specie che pare non sappiano in che altro modo trascorrere il tempo libero.
Gli osservatori dedicati, invece, si appostano, di norma, sulle panchine. Scelgono accuratamente il miglior punto strategico, quello che dà sul percorso più frequentato e, di solito, sono degli abitudinari: occupano sempre la stessa panchina. Secondo me c’hanno pure scritto il nome sopra…
E poi qualche giorno fa ho notato un’altra specie locale molto rara e difficile da osservare. Trattasi del pisciatore. Esso si pone sul ciglio del fiume e, con fare circospetto, si guarda alle spalle per accertarsi di non essere osservato. Infine, con mossa rapida e furtiva tira fuori il suo gingillo e si libera – finalmente! – la vescica soddisfatto.
Insomma, se con avete di meglio da fare, potete dedicarvi anche voi al people watching. Basta raggiungere il parco più vicino e mettersi a camminare. Son cose che danno soddisfazione!

Uno sguardo d’insieme

Devo fare ammenda a proposito della prima impressione sul libro di Bev Vincent che ho acquistato. Contrariamente a quella che era la mia idea iniziale Vincent non sottace i particolari poco edificanti della biografia kinghiana. Parla sia dell’abuso di alcool che della dipendenza dalle droghe. Non lo fa diffusamente ma perché più interessato ad analizzare la genesi delle opere dell’autore piuttosto che la mera biografia.

Sono arrivata alla fine della lettura (anche se ho saltato le parti relative ai romanzi che non ho letto perché mi sono accorta che Vincent rivela anche parti essenziali della trama dando per scontata la conoscenza dell’opera da parte del lettore) e ammetto che non mi è dispiaciuta. Ha aggiunto ben poco a quello che già sapevo di King ma ha contribuito a farmi sorgere delle curiosità da approfondire, soprattutto riguardo alle sue opere. E devo dire che le parti in assoluto più interessanti sono costituite dalle riproduzioni di appunti originali e dattiloscritti dello scrittore.  E’ interessante vedere la genesi dell’opera, osservare le note a margine, analizzare i refusi e le correzioni apportate a mano dallo stesso King. E’ un po’ come entrare nel suo processo creativo.

Ribadisco, come già accennato nell’altro post, che è un libro che consiglierei solo agli appassionati e che, alla fine, si tratta effettivamente di una riuscita operazione d’immagine che non aggiunge nulla di sostanziale a cose già ampiamente conosciute e sviscerate. Nonostante questo sono contenta dell’acquisto e sarà interessante, al momento in cui comincerò a leggere i romanzi, fare confronti con la prima stesura revisionata da King.

Magari è superfluo ma vi aggiungo lo stesso anche la recensione.

Tutto su Stephen King. Alla scoperta di un genio di Bev Vincent 2010

Un libro di curiosità e memorabilia più che una biografia. Un’opera che soddisferà i fan del Re presentando la genesi delle maggiori opere dello scrittore del Maine e alcuni aneddoti sulla sua vita. Chi si aspetta la completezza di una biografia o un’analisi critica dell’opera di King rimarrà deluso. E’ più un’operazione di marketing di alto livello che un testo che si pone come approccio critico ad una delle figure portanti della letteratura horror.
La cosa più ‘succosa’ del libro sono le riproduzioni di documenti originali dello scrittore (bozze, revisioni, articoli, lettere) tutti racchiusi in buste trasparenti e sparsi tra le pagine del libro.
Due parole sull’autore. Bev Vincent viene spesso definito kingologo (neologismo che evidenzia bene l’approccio dell’autore alla figura del suo beniamino. L’intento di quest’opera, infatti, è quello di esaltare la figura di King, come lascia presagire anche la parola genio inserita nel titolo) in quanto nella sua decennale carriera di giornalista e scrittore si è occupato a più riprese del Re del brivido arrivando a conoscerne esaurientemente vita ed opere.

Lost in Translation

Approfondire è deleterio. Man mano che approfondisco tutto ciò che sta intorno a Stephen King e la sua opera mi scoraggio, inevitabilmente. L’approfondimento è così: più lo fai e più ti rendi conto che ce ne sarebbe da fare. La completezza non esiste. E’ solo un anelito dell’uomo coscienzioso. Qualcosa diviene completo ed assume senso solo quando decidiamo noi che è finito. Quando mettiamo il punto alla fine della frase. Diversamente il lavoro di approfondimento sarebbe infinito. Perché c’è sempre qualcosa in più da sapere. Ed è questo che mi sta succedendo in questo momento.

L’idea di questo post mi è venuta nell’approfondire la figura di Tullio Dobner, il maggior traduttore italiano di King (anche se ultimamente Wu Ming pare volerne prendere il posto. Ma questa è un altra storia…). Leggendo alcune sue interviste ed approfondendo il modo in cui Dobner svolge il suo lavoro mi sono trovata a riflettere su quella che è l’attività del traduttore. E sulla traduzione in generale. E la conclusione è che la traduzione è un male necessario. Tradurre non è un’operazione meccanica, scientifica. Per tradurre bisogna, innanzi tutto, capire. Capire il significato globale del testo al di là delle singole parole che lo compongono. E’ per questo che è necessario conoscere ed approfondire anche la cultura che circonda lo scrittore, l’ambiente in cui vive e di cui è, inevitabilmente, impregnato. E anche così c’è qualcosa che si perde. Perché ogni lingua è un mondo a sé stante e non in tutte le lingue esistono le stesse parole. Ciò che in italiano diciamo utilizzando una frase o, comunque, più parole in olandese, ad esempio, viene detto con una sola parola, in giapponese semplicemente con un tono diverso nel pronunciare la stessa parola.

Ma il male necessario della traduzione nasce dal fatto che è impossibile conoscere così bene tutte le lingue in cui è scritto ciò che leggiamo da poter apprezzare l’opera in lingua originale. E allora bisogna rassegnarsi. O quasi. Sarebbe bello, infatti, se tutti i libri fossero pubblicati con il testo originale a fronte in modo da poter fare dei confronti anche se non si conosce bene la lingua in cui è scritto o in modo da apprezzarne la semplice musicalità se non la si conosce per nulla. Oddio, nel caso di King che, di solito, non pubblica tomi di meno di 800 pagine il testo originale dovrebbe essere venduto in un volume a parte! A parte gli scherzi e l’apparente follia della proposta ritengo che davvero questo sarebbe l’unico modo per permettere a tutti di conoscere il più possibile l’originale che stanno leggendo e di poterne dare una propria interpretazione al di là della traduzione. E’ un po’ lo stesso concetto dei film proiettati in lingua originale con i sottotitoli. Secondo me tutti i film andrebbero proiettati in lingua originale per apprezzarli veramente fino in fondo. In Italia la questione del doppiaggio cinematografico è annosa e non voglio entrare nel merito; voglio solo dire che quello che ti dà un film ascoltato in lingua originale si perde totalmente col doppiaggio. Ho partecipato a diversi festival cinematografici dove mi è capitato di vedere film non doppiati; ebbene quando torno poi in sala e vedo il film doppiato provo sempre una grande delusione. Il caso più eclatante è stato Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. C’è una scena in cui i bastardi del titolo si devono infiltrare ad una festa di nazisti ma non parlano bene il tedesco. Allora, per non farsi scoprire, fingono di essere degli stranieri per giustificare di non parlare la lingua. Nella versione originale fingono di essere italiani ed è esilarante sentire Brad Pitt e compagni parlare in un italiano stentoreo con un fortissimo accento americano! Nella versione italiana era impossibile rendere questo paradosso. Allora il doppiaggio ha scelto di far parlare i bastardi in… siciliano! E ha così sconvolto completamente il senso e la comicità della scena.

Una traduzione sarà sempre un’interpretazione. E, quindi, sempre opinabile e soggetta a critiche.

Da questo punto di vista è molto interessate seguire il ragionamento che fa Dobner riguardo ad una frase di The Dome e come ha scelto di tradurla. Vi riporto un estratto mentre il testo integrale lo potete trovare qui.

Ho un capitolo che si intitola FRAMED. Teniamo presente che stiamo parlando di un titolo.
Ebbene a me piacerebbe tradurlo con INCORNICIATO.
Stiamo entrando in una disquisizione interessante, credo, su come usare un’espressione di più o meno slang anglosassone utilizzandola per associazione con una di slang italiano. Non è propriamente la stessa cosa, ma quasi (Umberto Eco) quella cosa.
[…]
“framed” è un termine consolidato e significa proprio incastrato in senso poliziesco. Dunque, se mi affidassi alla regola corrente (e banale) il titolino deve essere per forza INCASTRATO.
Se invece volessi giocare metterei INCORNICIATO, cioè la traduzione letterale.
Dopodiché laddove c’è scritto:
In the frame, he thought. You are in the fucking frame
che mi riesce difficile mettere bene in italiano, perché sarebbe: ti abbiamo incastrato, pensò, ti abbiamo ficcato in un cazzo di incastro…
io posso mettere (grazie al titolino): Incastrato, pensò, fotografato e incorniciato.
[…]
Fotografato, nel gergo del gioco delle carte […] significa appunto chiuso in mano. Ti ho seccato. Ti ho incastrato con le tue carte in mano mentre io ho chiuso.
Il problema, secondo me, è saperlo. Se io scrivo INCORNICIATO nel titolo (come estensione di fotografato in questo senso: ti ho preso, congelato e appeso al muro), credo di aver ottemperato anche all’aspetto filologico del significato di framed in questo contesto (kinghiano: non lo farei mai in nessun’altra traduzione, dove tradurrei incastrato e basta, è solo perché King merita di più e vale di più), molti – troppi – mi accuserebbero di non sapere cosa vuole dire framed.
Senza sapere però cosa vuol dire fotografato nel gergo italiano.
Bah, la vita è rischio e chi non risica non rosica, o no?
Credo che la traduzione giusta per l’ultima frase sia: Ti ho incastrato, pensò. Te l’ho messo nel culo.
Ma va a farsi benedire il filologico “incorniciato” del titolo con il riferimento intrinseco al fotografato gergale.
Sono rogne, vero?
Sai quante volte in un romanzo? Mettiamo un milione, per stare scarsi?
[…]
Non è un problema, ma una questione di rapporto con i lettori (riguardo Under The Dome, certo).
Cioè: se scelgo il titolo INCORNICIATO, centomila lettori non si pongono il problema, specie quando poi troveranno dentro il capitolo “Incastrato, pensò, fotografato e incorniciato.”
Che spiega il titolo anche per chi non conosce il gergo del gioco delle carte. Perché diventa tutto intuitivo.
Quanti filologi però mi piomberebbero addosso perché ho tradotto framed con incorniciato?
Il più delle volte non so nemmeno io cosa fare. Quand’ero giovane facevo a modo mio, non c’era il web, facevo cappellate spaventose proprio perché non c’era, però c’era il vantaggio dello spirito libero. E credo ancora che tradurre debba essere fondamentalmente ispirazione e ardimento.

E’ davvero interessante vedere quali sono le miriadi di domande generate dalla traduzione di una singola parola. Dobner è amato da molti e criticato da altri ma non ci sono dubbi sul fatto che sia un professionista che svolge un lavoro accurato, come dimostra quello che racconta nella citazione precedente.

Per tornare alle considerazioni che aprono questo post la riflessione scaturita dal lavoro di approfondimento che sto svolgendo mi ha portata alla conclusione che i libri di King andrebbero letti in lingua originale per essere apprezzati fino in fondo. Purtroppo decidere di fare una cosa del genere sarebbe un’impresa nell’impresa per me! La mia conoscenza dell’inglese non mi permetterebbe di godere della lettura come mi succede se li leggo in italiano. Forse, in futuro, proverò anche a leggerne qualcuno in lingua originale (magari dei racconti o qualcosa di brave, comunque); d’altra parte quando arriverò alla fine del percorso che mi sono prefissata conoscerò così bene la scrittura del Re che forse non si rivelerà un impresa poi così ardua!

Una ferita insanabile

Ancora riflessioni suscitate dalla visione di una pellicola che ho recuperato grazie al cinema all’aperto. La visione è di qualche giorno fa ma, come sottolineo nella recensione, non mi era possibile scriverne a ridosso della visione stessa. Ci sono film che hanno bisogno di essere assimilati. Alcuni più a lungo. Altri meno. E, di solito, sono quei film che, in un modo o nell’altro, ti rimangono nel cuore. Su un film brutto o insignificante il giudizio è quasi immediato perché, quando lo vedi, c’è qualcosa che da subito ti infastidisce. E sai esattamente di cosa si tratta. Poi ci sono film come La donna che canta. Che ti passano sopra come un carro armato e ti svuotano. Per farti risvegliare arricchita e con uno sguardo nuovo sul mondo che ti circonda. Ecco, quelli sono i film che vorrei sempre vedere.

La donna che canta

[Incendies , 2009, durata 130′]   Regia di Denis Villeneuve
Con Lubna Azabal, Mélissa Désormeaux-Poulin, Maxim Gaudette, Rémy Girard, Abdelghafour Elaaziz, Allen Altman

Attenzione! Contiene spoiler.

E’ passato qualche giorno dalla visione di questo film senza che riuscissi a scriverne. Ho avuto bisogno di assimilare tante cose prima di poter esprimere un giudizio. E non sono sicura di riuscire a farlo in maniera compiuta neppure adesso che mi accingo a compilare questa recensione. Sembrerà fuori luogo ed un paragone azzardato ma, a me, questo film ha fatto pensare a I Ponti di Madison County. E non perché gli somigli in alcun modo né come tema né come narrazione ma perché in entrambe le pellicole ci troviamo di fronte alla presa di coscienza di due figli nei confronti della vita della propria madre (anche se nel caso di La donna che canta, in realtà, i figli sono tre). Ed è interessante notare come in entrambi i film sia la sorella quella che vuole andare più a fondo, quella che vuole scoprire la verità, che non accetta di rimanere all’oscuro. Il fratello, invece, tenta di rifiutare ciò che ritiene sgradevole. Preferisce continuare a mentire a se stesso piuttosto che decidere di fare i conti con un passato scomodo. In entrambi i film i maschi saranno trascinati dalle sorelle che, caparbie, si ostineranno a voler capire.

La donna che canta è, evidentemente, un capolavoro. Un film sull’odio che sconvolge ed annienta. E’ un lavoro di scavo nella realtà drammatica di un popolo che da secoli non sa cosa sia la pace. Uno scavo che lo spettatore compie di pari passo con i protagonisti, inconsapevole come loro degli eventi a cui sta assistendo.

Ma nei giorni successivi alla visione mi sorge un’altra riflessione che intacca la bellezza assoluta del film. Nessuno sembra preoccuparsi del fatto che la madre fosse, a tutti gli effetti, una fondamentalista e un’assassina. Né l’avvocato che continua a stimarla fino in fondo né, tanto meno, i figli. Tutta la rabbia ed il raccapriccio sono riservati alla figura del padre-fratello senza considerare che, alla fine, i due gemelli scoprono che la propria madre era coinvolta nella spirale d’odio e di violenza che accomuna tutto il suo popolo. E che i 15 anni passati in prigione erano dovuti ai delitti da lei compiuti in nome di una guerra santa che ancora adesso provoca centinai di morti e non, come viene da pensare all’inizio, causati da un errore o da un’ingiusta persecuzione. E a tutto questo non sembra pensare mai nessuno. Né i protagonisti né il pubblico in sala. E mi chiedo: si può provare disgusto verso un uomo cresciuto nell’odio e che quello stesso odio impara a perpetrarlo su chi è più debole di lui e, nello stesso momento, provare pietà verso una donna che con le sue azioni ha contribuito consapevolmente e caparbiamente a diffondere lo stesso odio? Forse una seconda visione mi permetterà di rispondere a questa domanda.

Il nome delle cose

Per adesso di post off-topic ne ho prodotto solo uno, quello contenente la mia opinione su Moby Dick di Melville. Ma come ho anticipato qui questo blog, benché incentrato sul resoconto delle imprese che affronterò man mano, deve diventare anche uno spazio che parli di me e dei miei interessi (cinema e libri su tutti, ma non disdegno neppure la musica, l’arte, il teatro e altre cose che, spero, scoprirete).

E, quindi, eccovi la mia opinione sul film che ho avuto modo di vedere ieri sera al cinema all’aperto  (poi vi racconterò anche cosa significa per me il cinema e perché, quando posso scegliere, prediligo sempre la visione in sala rispetto a quella domestica)

Poetry 

[Poetry, Corea del Sud 2010, Drammatico, durata 139′]   Regia di Chang-dong Lee
Con Jeong-hie Yun, Nae-sang Ahn, Da-wit Lee, Hira Kim, Yong-taek Kim

Attenzione! Contiene spoiler

Controcorrente con le opinioni dei più a me Poetry non è piaciuto. Lo dico subito a scanso di equivoci. Eppure amo il cinema sud coreano (ed orientale, in genere). Ho molto apprezzato l’opera più nota di questo regista (l’ottimo e disturbante Oasis). Ho ammirato la toccante interpretazione della protagonista (una Yun Junghee convincente e tenera). Allora cosa c’è che non va? Non so se sono in grado di definirlo esattamente. Nel film, però, c’è qualcosa che non funziona. Ci sono bellissimi spunti ma sono del tutto irrisolti. Prendiamo ad esempio l’espediente narrativo delle lezioni di poesia. La protagonista, seguendo le lezioni di poesia per reimparare a trovare le parole (colpita da Alzheimer allo stadio iniziale stenta, spesso, a dare i nomi agli oggetti quotidiani), comincia ad osservare le cose in modo diverso; impara a vederle veramente quando prima si era limitata solamente a guardarle (bellissima la scena in cui, seduta sotto un grande albero, ne osserva le fronde che si stagliano nel cielo e, rispondendo alla domanda di una vicina di casa, afferma di ascoltare cosa l’albero ha da dirle). Ma tutto questo non è mai davvero approfondito. Rimane quasi sempre in superficie ed è un peccato perché resta lo spunto più bello di tutto il film. Che dire poi degli altri due argomenti scottanti affrontati dalla pellicola (mi riferisco alla violenza di branco su un’adolescente fino a spingerla al suicidio e al sesso senile, argomento delicato che avrebbe meritato ben altra attenzione)? Anche di questi si parla ma senza vera partecipazione. Senza orrore nel primo caso. Senza amore nel secondo. E anche questo è un peccato mortale perché ci sarebbero stati tanti modi di affrontare questi temi e di suscitare non banali riflessioni nello spettatore.

Ecco, l’impressione è che Lee Chang-dong abbia voluto mettere un po’ troppa carne al fuoco e non sia riuscito a focalizzarsi veramente su nessuno dei temi trattati. Probabilmente da questi argomenti avrebbe potuto trarre tre film diversi e molto più efficaci di questa pellicola personale ma priva della necessaria intensità.