Approfondire è deleterio. Man mano che approfondisco tutto ciò che sta intorno a Stephen King e la sua opera mi scoraggio, inevitabilmente. L’approfondimento è così: più lo fai e più ti rendi conto che ce ne sarebbe da fare. La completezza non esiste. E’ solo un anelito dell’uomo coscienzioso. Qualcosa diviene completo ed assume senso solo quando decidiamo noi che è finito. Quando mettiamo il punto alla fine della frase. Diversamente il lavoro di approfondimento sarebbe infinito. Perché c’è sempre qualcosa in più da sapere. Ed è questo che mi sta succedendo in questo momento.

L’idea di questo post mi è venuta nell’approfondire la figura di Tullio Dobner, il maggior traduttore italiano di King (anche se ultimamente Wu Ming pare volerne prendere il posto. Ma questa è un altra storia…). Leggendo alcune sue interviste ed approfondendo il modo in cui Dobner svolge il suo lavoro mi sono trovata a riflettere su quella che è l’attività del traduttore. E sulla traduzione in generale. E la conclusione è che la traduzione è un male necessario. Tradurre non è un’operazione meccanica, scientifica. Per tradurre bisogna, innanzi tutto, capire. Capire il significato globale del testo al di là delle singole parole che lo compongono. E’ per questo che è necessario conoscere ed approfondire anche la cultura che circonda lo scrittore, l’ambiente in cui vive e di cui è, inevitabilmente, impregnato. E anche così c’è qualcosa che si perde. Perché ogni lingua è un mondo a sé stante e non in tutte le lingue esistono le stesse parole. Ciò che in italiano diciamo utilizzando una frase o, comunque, più parole in olandese, ad esempio, viene detto con una sola parola, in giapponese semplicemente con un tono diverso nel pronunciare la stessa parola.

Ma il male necessario della traduzione nasce dal fatto che è impossibile conoscere così bene tutte le lingue in cui è scritto ciò che leggiamo da poter apprezzare l’opera in lingua originale. E allora bisogna rassegnarsi. O quasi. Sarebbe bello, infatti, se tutti i libri fossero pubblicati con il testo originale a fronte in modo da poter fare dei confronti anche se non si conosce bene la lingua in cui è scritto o in modo da apprezzarne la semplice musicalità se non la si conosce per nulla. Oddio, nel caso di King che, di solito, non pubblica tomi di meno di 800 pagine il testo originale dovrebbe essere venduto in un volume a parte! A parte gli scherzi e l’apparente follia della proposta ritengo che davvero questo sarebbe l’unico modo per permettere a tutti di conoscere il più possibile l’originale che stanno leggendo e di poterne dare una propria interpretazione al di là della traduzione. E’ un po’ lo stesso concetto dei film proiettati in lingua originale con i sottotitoli. Secondo me tutti i film andrebbero proiettati in lingua originale per apprezzarli veramente fino in fondo. In Italia la questione del doppiaggio cinematografico è annosa e non voglio entrare nel merito; voglio solo dire che quello che ti dà un film ascoltato in lingua originale si perde totalmente col doppiaggio. Ho partecipato a diversi festival cinematografici dove mi è capitato di vedere film non doppiati; ebbene quando torno poi in sala e vedo il film doppiato provo sempre una grande delusione. Il caso più eclatante è stato Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino. C’è una scena in cui i bastardi del titolo si devono infiltrare ad una festa di nazisti ma non parlano bene il tedesco. Allora, per non farsi scoprire, fingono di essere degli stranieri per giustificare di non parlare la lingua. Nella versione originale fingono di essere italiani ed è esilarante sentire Brad Pitt e compagni parlare in un italiano stentoreo con un fortissimo accento americano! Nella versione italiana era impossibile rendere questo paradosso. Allora il doppiaggio ha scelto di far parlare i bastardi in… siciliano! E ha così sconvolto completamente il senso e la comicità della scena.

Una traduzione sarà sempre un’interpretazione. E, quindi, sempre opinabile e soggetta a critiche.

Da questo punto di vista è molto interessate seguire il ragionamento che fa Dobner riguardo ad una frase di The Dome e come ha scelto di tradurla. Vi riporto un estratto mentre il testo integrale lo potete trovare qui.

Ho un capitolo che si intitola FRAMED. Teniamo presente che stiamo parlando di un titolo.
Ebbene a me piacerebbe tradurlo con INCORNICIATO.
Stiamo entrando in una disquisizione interessante, credo, su come usare un’espressione di più o meno slang anglosassone utilizzandola per associazione con una di slang italiano. Non è propriamente la stessa cosa, ma quasi (Umberto Eco) quella cosa.
[…]
“framed” è un termine consolidato e significa proprio incastrato in senso poliziesco. Dunque, se mi affidassi alla regola corrente (e banale) il titolino deve essere per forza INCASTRATO.
Se invece volessi giocare metterei INCORNICIATO, cioè la traduzione letterale.
Dopodiché laddove c’è scritto:
In the frame, he thought. You are in the fucking frame
che mi riesce difficile mettere bene in italiano, perché sarebbe: ti abbiamo incastrato, pensò, ti abbiamo ficcato in un cazzo di incastro…
io posso mettere (grazie al titolino): Incastrato, pensò, fotografato e incorniciato.
[…]
Fotografato, nel gergo del gioco delle carte […] significa appunto chiuso in mano. Ti ho seccato. Ti ho incastrato con le tue carte in mano mentre io ho chiuso.
Il problema, secondo me, è saperlo. Se io scrivo INCORNICIATO nel titolo (come estensione di fotografato in questo senso: ti ho preso, congelato e appeso al muro), credo di aver ottemperato anche all’aspetto filologico del significato di framed in questo contesto (kinghiano: non lo farei mai in nessun’altra traduzione, dove tradurrei incastrato e basta, è solo perché King merita di più e vale di più), molti – troppi – mi accuserebbero di non sapere cosa vuole dire framed.
Senza sapere però cosa vuol dire fotografato nel gergo italiano.
Bah, la vita è rischio e chi non risica non rosica, o no?
Credo che la traduzione giusta per l’ultima frase sia: Ti ho incastrato, pensò. Te l’ho messo nel culo.
Ma va a farsi benedire il filologico “incorniciato” del titolo con il riferimento intrinseco al fotografato gergale.
Sono rogne, vero?
Sai quante volte in un romanzo? Mettiamo un milione, per stare scarsi?
[…]
Non è un problema, ma una questione di rapporto con i lettori (riguardo Under The Dome, certo).
Cioè: se scelgo il titolo INCORNICIATO, centomila lettori non si pongono il problema, specie quando poi troveranno dentro il capitolo “Incastrato, pensò, fotografato e incorniciato.”
Che spiega il titolo anche per chi non conosce il gergo del gioco delle carte. Perché diventa tutto intuitivo.
Quanti filologi però mi piomberebbero addosso perché ho tradotto framed con incorniciato?
Il più delle volte non so nemmeno io cosa fare. Quand’ero giovane facevo a modo mio, non c’era il web, facevo cappellate spaventose proprio perché non c’era, però c’era il vantaggio dello spirito libero. E credo ancora che tradurre debba essere fondamentalmente ispirazione e ardimento.

E’ davvero interessante vedere quali sono le miriadi di domande generate dalla traduzione di una singola parola. Dobner è amato da molti e criticato da altri ma non ci sono dubbi sul fatto che sia un professionista che svolge un lavoro accurato, come dimostra quello che racconta nella citazione precedente.

Per tornare alle considerazioni che aprono questo post la riflessione scaturita dal lavoro di approfondimento che sto svolgendo mi ha portata alla conclusione che i libri di King andrebbero letti in lingua originale per essere apprezzati fino in fondo. Purtroppo decidere di fare una cosa del genere sarebbe un’impresa nell’impresa per me! La mia conoscenza dell’inglese non mi permetterebbe di godere della lettura come mi succede se li leggo in italiano. Forse, in futuro, proverò anche a leggerne qualcuno in lingua originale (magari dei racconti o qualcosa di brave, comunque); d’altra parte quando arriverò alla fine del percorso che mi sono prefissata conoscerò così bene la scrittura del Re che forse non si rivelerà un impresa poi così ardua!

Annunci