Archive for settembre, 2011


Viaggio sentimentale con Virzì

N.d.A. Per mantenere una promessa.

Seguo con entusiasmo Paolo Virzì dagli inizi della sua carriera. Un po’ per senso di appartenenza perché, essendo originaria della costa labronica, il regista livornese ha il potere di farmi sentire a casa. Un po’ perché il genere della commedia dolceamara è nelle mie corde da sempre, fin da Compagni di scuola di Verdone.
La bella vita

Virzì mi colpì subito girando quel piccolo film perfetto che è La bella vita (1994).
Mi colpì la recitazione sottotono di tutti gli attori, trasformati veramente in persone comuni, gente che potevi incontrare ogni giorno per strada. Mi colpì la storia semplice e quasi banale (una storia di corna, tanto per sintetizzare) ma affrontata con delicatezza e profondo rispetto. Non ci sono buoni e cattivi in questo film di Virzì; il regista non si schiera con uno dei suoi personaggi facendolo diventare l’eroe, il protagonista. Virzì si schiera con tutti e tutti li ama allo stesso modo, come un padre comprensivo, consapevole di non poter cambiare la natura dei propri figli. Fu questa impostazione quasi tenera che contribuì subito a farmi amare il film e il regista.

Vidi Ovosodo (1997) parecchio tempo dopo la sua uscita cinematografica e quasi inconsapevole del successo che aveva raccolto.  Lo guardai senza neppure sapere che fosse dello stesso regista di La bella vita che tanto mi era piaciuto. E ancora una volta rimasi colpita dalla naturalezza con cui gli attori riuscivano a vestire i panni dei loro personaggi.
Ovosodo In seguito ho capito che questo è uno dei meriti maggiori del regista livornese: Virzì ha la straordinaria capacità (che solo pochi registi hanno) di far comprendere profondamente agli attori il personaggio che interpretano; riesce a favorire il miracolo della mimesi totale. Da quella prima volta ho riguardato questo film decine di altre volte e ognuna di queste ho colto aspetti e particolari diversi. Sicuramente Ovosodo è un’opera stratificata che, come tutti i romanzi di formazione (perché questo è, indubbiamente), stimola lo spettatore a riflettere su un percorso di vita che anche lui ha vissuto, in maniera simile o antitetica, poco importa, insieme al protagonista della pellicola.

Successivamente recuperai anche Ferie d’Agosto (1996) che, però, non è mai riuscito ad appassionarmi eccessivamente. In questa pellicola ho trovato un po’ troppo accentuata quella divisione manichea tra bene e male che non c’è quasi mai nei film di Virzì. Il giudizio in questa sua seconda opera è proprio dietro l’angolo e, anche se non è mai realmente espresso, rimane minaccioso ed in sordina per tutta la durata della storia.
Ferie d'agostoIn questo film sembra che Virzì non sia realmente interessato ad indagare e capire le ragioni dell’uno o dell’altro personaggio ma solamente a rappresentarle. E la mera rappresentazione disgiunta dalla profonda comprensione rende il film troppo semplicistico anche se la bravura del regista lo salva dal diventare superficiale.

Baci e abbracci (1999) segnò per me la chiave di volta. Per la prima volta mi trovai ad attendere l’uscita nelle sale di un film di Virzì. Per la prima volta volli esserci il primo giorno di uscita nelle sale. Per la prima volta fui io ad averlo visto prima di molti altri. Forse tutto questo contribuì a farmelo amare da subito tanto che a lungo questo è stato il mio film preferito di Virzì. Qui, ancora una volta, si ritrovano tutte le caratteristiche peculiari del regista al servizio di una storia che parla di solitudine e rinascita. Baci e abbracciFrancesco Paolantoni è semplicemente perfetto nel ruolo dell’ingenuo stralunato che, all’occasione, è capace di tirare fuori forza e carattere al punto di cambiare la vita di alcuni dei protagonisti. La scena del pranzo di Natale cucinato da Paolantoni si trasforma in una specie di rito catartico in cui emergono tutti i sentimenti, le paure e le ansie tenute fino a quel momento represse. E la tensione si scioglie nella celebrazione del rito conviviale per antonomasia.

Dopo la svolta segnata da Baci e abbracci ho sempre atteso con entusiasmo l’uscita in sala dei nuovi film di Virzì. Così è stato anche per My Name is Tanino(2002) forse l’opera meno convincente del regista ma anche la più spassosa, se così possiamo definirla. Tutta la parte girata in USA con l’inglese ‘à la Benigni’ di Corrado Fortuna e la sua accettazione quasi naif di tutto ciò che gli capita è, a tratti, esilarante.

Forse il film più sopravvalutato di Virzì è, a mio parere, Caterina va in città (2003). Nel parlare con molte persone viene indicato come uno dei film più riusciti del regista. Ma, ancora una volta, io ravvedo in questa pellicola un’impostazione eccessivamente descrittiva che non riesce mai davvero a comprendere i personaggi che mette in scena ma che si limita a rappresentarli in maniera un po’ troppo esteriore. E i gruppi dei pottini e dei fricchettoni dei quali una stralunata Caterina entra, di volta in volta, a far parte sono proprio lo specchio di quanto detto sopra. Ma ciò che resta più impresso in questo film è la bravura con cui Margherita Buy e Sergio Castellitto portano sullo schermo i loro personaggi. Benché entrambi non appaiano più di tanto nella pellicola riescono ad incarnare dei personaggi dolenti così convincenti nella loro miseria quotidiana da strappare l’applauso. Viene quasi da rimpiangere che non abbiano avuto più spazio all’interno del film.

Con N — Io e Napoleone (2006) Virzì si cimenta per la prima e, per adesso, unica volta nella sua carriera in un film in costume. E qui, diciamolo subito, succede il miracolo: riesce a far recitare (bene) Monica Bellucci. E inaspettatamente scopriamo una donna che non è solo tette e culo ma è autoironica, semplice, tenera. E’ questo il miracolo. Virzì è riuscito a tirare fuori dalla Bellucci qualcosa che altri registi, probabilmente, si erano premurati di nascondere per farle rappresentare solo ciò che la sua appariscente esteriorità faceva presupporre che le fosse congeniale. Ma Virzì ha osato tirare fuori altro, forse ciò che nessuno si aspettava ed ha vinto la sua scommessa. E da quel giorno anche Monica Bellucci mi sta un po’ più simpatica.

Ma non è la Bellucci l’unica rivelazione di N — Io e Napoleone. E neppure la più importante. Virzì ci regala pure Elio Germano. Non che non avesse fatto film fino a quel momento ma questa pellicola è sicuramente il suo trampolino di lancio definitivo che, attraverso Mio fratello è figlio unicoNessuna qualità per gli eroiIl passato è una terra straniera, lo porterà fino a La nostra vita e la meritatissima Palma per la migliore interpretazione maschile a Cannes 2010.

N — Io e Napoleone è anche la prima volta con Virzì di Valerio Mastandrea che, da questo momento, sarà presente in tutti i film del regista livornese diventando protagonista della sua opera più recente.

Insomma questa pellicola può davvero essere considerata centrale nella produzione del regista: è il suo passaporto verso una consapevolezza espressiva ed una maturità che, fino a questo momento, ancora non aveva raggiunto.

Che dire di Tutta la vita davanti (2008)? Se questo è un viaggio sentimentale non posso astenermi dal dire che questo è il film a cui sono sentimentalmente più legata di tutti. Sono riuscita a vederlo ben 8 volte al cinema e non so quante altre in dvd. E ogni volta che lo vedo rimango stupita, commossa, quasi sconvolta da questa storia che riesce ad essere così profondamente amara e, nello stesso tempo, così estremamente vitale. Pur conoscendolo ormai a memoria non riesco a trattenere le lacrime nel finale in cui Isabella Ragonese restituisce i soldi della pensione alla vecchina e, finalmente, riesce a lasciarsi andare in un pianto liberatorio. E’ una delle scene più commoventi che abbia mai visto proprio perché non è ricattatoria, non vuole necessariamente commuovere ma, nonostante questo, non può fare a meno di farlo. E’ come se per tutto il film ci fosse qualcosa che tentiamo di reprimere, una sorta di rabbia per le vicende di questi personaggi che, anche quando sono carnefici, sono sempre, allo stesso tempo, vittime di loro stessi e delle proprie azioni. E queste emozioni represse non possono fare a meno di sgorgare ed esplodere nel finale.

Infine, nell’attesa della prossima opera del regista, non ci resta che riguardare La prima cosa bella (2009) anche se si tratta di una visione tutt’altro che edificante. Perché questo film è forse il più cupo di Virzì anche se tratteggia un personaggio dall’indubbia forza vitale. E’ un film che parla di fallimenti e di morte anche se, ancora una volta, riesce a farlo sotto forma di commedia. E qui vale la pena di spendere un po’ di parole per parlare di Michaela Ramazzotti e della sua interpretazione. La Ramazzotti riesce a fare un lavoro fenomenale per somigliare quanto più possibile a Stefania Sandrelli (di cui interpreta lo stesso personaggio da giovane). E, guardandola attentamente, è incredibile quanto sia riuscita a fare sue le espressioni, gli atteggiamenti e le minime sfumature della Sandrelli. È incredibile quanto le due attrici finiscano per somigliarsi. Ed è innegabile che tutto il film sia un omaggio alla Sandrelli stessa, attrice considerata da molti poco convincente ma che io ho sempre amato molto e che Virzì ha sempre apprezzato. Per rendersene conto basta notare che in Tutta la vita davanti Isabella Ragonese, quando è in ospedale a fare compagnia alla madre, guarda in televisione C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, capolavoro cinematografico molto vicino all’idea di cinema di Virzì (e questo confronto meriterebbe una trattazione a parte), di cui proprio Stefania Sandrelli è una dei protagonisti.

Termino questo viaggio sentimentale con un ultimo accenno ad un documentario girato da Virzì tra Tutta la vita davanti e La prima cosa bella ed uscito direttamente in dvd. Si tratta di L’uomo che aveva picchiato la testa (2009) che racconta la carriera del cantautore livornese Bobo Rondelli. Ma, in realtà, la biografia dell’amico è solo una scusa che Virzì utilizza per parlare di quella che potremmo definire la livornesità.
Il regista, analizzando luoghi comuni e pregiudizi diffusi riesce ad offrirci il ritratto di una città che diventa quasi una condanna per i suoi abitanti, per coloro che non hanno abbastanza coraggio di staccarsene e si trascinano la vita tra il porto e il Cisternone senza mai riuscire a combinare veramente nulla di buono.

E mi piace terminare il viaggio proprio con un’immagine di Livorno a cui, malgrado tutto, Virzì resta indissolubilmente legato. E’ una poesia di un conterraneo del regista che ha con lui la capacità di dire molto con un linguaggio semplice e di immediata comprensione.

Anima mia, fa’ in fretta.

ti presto la bicicletta,

ma corri. E con la gente

(ti prego, sii prudente)

non ti fermare a parlare

smettendo di pedalare.

Arriverai a Livorno,

vedrai, prima di giorno.

Non ci sarà nessuno

ancora, ma uno

per uno guarda chi esce

da ogni portone, e aspetta

(mentre odora di pesce

e di notte il selciato)

la figurina netta,

nel buio, volta al mercato.

Io so che non potrà tardare

oltre quel primo albeggiare.

Pedala, vola. E bada

(un nulla potrebbe bastare)

di non lasciarti sviare

da un’altra, sulla stessa strada.

Livorno, come aggiorna,

col vento una torma

popola di ragazze

aperte come le sue piazze.

Ragazze grandi e vive

ma, attenta!, così sensitive

di reni (ragazze che hanno,

si dice, una dolcezza

tale nel petto, e tale

energia nella stretta)

che, se dovessi arrivare

col bianco vento che fanno,

so bene che andrebbe a finire

che ti lasceresti rapire.

Mia anima, non aspettare,

no, il loro apparire

Faresti così fallire

con dolore il mio piano,

ed io un’altra volta Annina,

di tutte la più mattutina,

vedrei anche a te sfuggita,

ahimè, come già alla vita.

Ricordati perché ti mando;

altro non ti raccomando.

Ricordati che ti dovrà apparire

prima di giorno, e spia

(giacché, non so più come,

ho scordato il portone)

da un capo all’altro della via,

da Cors’Amedeo al Cisternone.

Porterà uno scialletto

nero, e una gonna verde.

Terrà stretto sul petto

il borsellino, e d’erbe

già sapendo e di mare

rinfrescato il mattino,

non ti potrai sbagliare

vedendola attraversare.

Seguila prudentemente,

allora, e con la mente

all’erta. E, circospetta,

buttata la sigaretta,

accostati a lei soltanto,

anima, quando il mio pianto

sentirai che di piombo

è diventato in fondo

al mio cuore lontano.

Anche se io, così vecchio,

non potrò darti mano,

tu mormorale all’orecchio

(più lieve del mio sospiro,

messole un braccio in giro

alla vita) in un soffio

ciò ch’io e il mio rimorso,

pur parlassimo piano,

non le potremmo mai dire

senza vederla arrossire.

Dille chi ti ha mandato:

suo figlio, il suo fidanzato.

D’altro non ti richiedo.

Poi va’ pure in congedo

Giorgio Caproni, Ultima Preghiera

E siamo al secondo…

Le notti di Salem

Come già preannunciato ho finito Carrie. A breve ne pubblicherò la recensione che, comunque non aggiungerà molto alle riflessioni che abbiamo già fatto. Adesso è la volta di Le notti di Salem, secondo romanzo di King e primo confronto con l’horror puro per lo srittore del Maine.

Anche in questo caso vi riporto i dati dell’edizione che andrò ad affrontare.

Paperback 441 Pagine

ISBN-10: 8845202291

ISBN-13: 9788845202292

Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 64)

Data di pubblicazione: Jan 01, 1987

Traduttore: Carlo Brera

Come per Carrie anche con questo romanzo mi accingo ad una rilettura. Non ricordo quasi nulla della trama (a parte le cose di base che tutti sappiamo) ma ricordo una scena particolarmente impressionante (che non vi anticipo) che me lo fece decretare, all’epoca, come il romanzo più pauroso del Re. Chissà se ancora oggi, quando ci arriverò, mi farà lo stesso effetto? A breve lo scopriremo insieme.

Stephen King è sempre stato al passo con i tempi. Anzi, in diverse occasioni si è dimostrato pure troppo avanti sui tempi. Di lui non si può dire che non sia coraggioso o, se non altro, che non sappia affrontare le sue paure. Forse lo scriverne tanto è servito, col tempo, ad esorcizzarle ma, di fatto, è una persona che non si ferma di fronte alle difficoltà o alle imprese apparentemente fallimentari. Durante la sua vita, da quando le sue risorse economiche glielo hanno permesso, ha sempre preferito seguire le sue idee piuttosto che il facile successo. A questo proposito mi torna in mente di aver letto che pare che la madre abbia detto del giovane King che “era talmente forte il suo bisogno di piacere alla gente che, se fosse stato una ragazza, sarebbe stato sempre incinta“. Se questo è vero possiamo affermare che il Re è cresciuto. Ha imparato a camminare con le sue gambe, a credere maggiormente in se stesso e a seguire solo i consigli di chi gli sta vicino e del cui affetto è sicuro (la vita familiare di King, al di là della parentesi dell’abuso di alcool e della dipendenza da droghe, pare essere perfetta).

Sono molti gli esempi dell’intraprendenza dello zio Stevie. Il primo che mi viene in mente è costituito da romanzo incompiuto The Plant. Siccome King ha sempre amato scrivere, anche al di là del lavoro, ha spesso intrattenuto fitte corrispondenze con i suoi amici. Ed è proprio per loro che nel 1982 ha cominciato a scrivere un romanzo sperimentale da spedire insieme agli auguri di Natale. Il romanzo in questione è, appunto The Plant, pubblicato dalla casa editrice da lui fondata, la Philtrum Press, e rilegato in un’edizione preziosa. Si tratta, appunto, di un romanzo sperimentale in quanto il Re si lascia andare ad uno stile più leggero rispetto alla produzione ufficiale e prettamente umoristico. Il romanzo è narrato in forma epistolare da vari personaggi e prende il titolo dalla pianta che ne è la protagonista (addirittura, in certi momenti, è proprio lei che narra in prima persona). La scrittura dell’opera si interrompe nel momento in cui l’autore si rende conto che ci sono un po’ troppe assonanze tra il suo romanzo e il film La piccola bottega degli orrori di Frank Oz, un piccolo cult la cui protagonista è una pianta carnivora. Nel 1986, quindi, si interrompe la scrittura del libro. La stesura viene poi ripresa nel 2000 quando a King viene l’idea di pubblicare il romanzo solo su web permettendo agli utenti di scaricarlo a puntate al costo simbolico di 1 dollaro. Lo scrittore dichiara che se lo avessero acquistato almeno il 75% di coloro che lo avrebbero scaricato si sarebbe impegnato a continuare a scriverlo e a pubblicare altre puntate fino a completarlo. Ma se le cose sono andate bene all’inizio non è stato così per le successive puntate e King ha deciso di abbandonare alla sesta puntata. Almeno per ora.

Altro esempio significativo dell’intraprendenza dello scrittore del Maine è il One Dollar Deal, un’iniziativa dei primi anni 80 per la quale King ha messo a disposizione gli adattamenti cinematografici di tutti i racconti da lui pubblicati per giovani studenti che volessero realizzarne un cortometraggio, anche questa volta al costo di 1 dollaro. Stessa cosa farà poi successivamente per gli adattamenti dalla saga de  La Torre Nera creando il Dark Tower Contest. I cortometraggi da 1 dollaro (Dollar Babies, come li chiama affettuosamente King) sono quasi sempre degli esordi, alcuni interessanti ed altri meno, ma sono significativi dell’approccio all’universo kinghiano.

Come altri esempi di sperimentazione si potrebbero citare anche Riding The Bullett, un racconto multimediale messo a disposizione per il download gratuito e, successivamente, pubblicato in versione cartacea, o Il miglio verde, uscito inizialmente a puntate come i romanzi di Dickens, autore a cui King deve molto.

Ma la sostanza è che King, in fondo, non ha mai smesso di divertirsi nel fare ciò che fa; è curioso, incline alla sperimentazione e disposto a correre dei rischi per portare avanti ciò in cui crede. Proprio come un bambino (lo so che sembra un controsenso rispetto alla dichiarazione di apertura di questo post ma, a ben guardare non è affatto così). E siccome, come ha dichiarato lo stesso King, “il percorso di crescita, da bambini ad adulti, porta a fare progressivamente a meno della nostra immaginazione” forse è proprio per questo motivo che lui è rimasto in larga misura bambino. D’altra parte lo si potrà accusare di tutto ma non certo di essere privo di immaginazione!

(to be continued…)

E’ questa la curiosa domanda che ha dato lo spunto a Stephen King per elaborare la storia de Le notti di Salem.

La genesi dell’opera è interessante e, tra l’altro, è molto significativa in relazione al modo di scrivere e di raccontare di King, per cui vale la pena riportarla.

Il Re legge, per  la prima volta, il romanzo di Bram Stoker da bambino e ne rimane subito entusiasta. Successivamente riprende in mano l’opera in occasione di un corso su Fantasy e Fantascienza tenuto durante il suo periodo di insegnamento. E’ in quest’occasione che riscopre la bellezza dell’opera e il fascino della figura del vampiro. Lo spunto per scrivere un’opera con un vampiro per protagonista, però, gli viene da una conversazione tenutasi durante una cena con Tabitha e l’amico Chris Chesley durante la quale si apre una discussione sul mito del vampiro in relazione all’opera di Stoker. Ed è in quel momento che uno dei commensali si domanda come si sarebbe comportato Dracula se fosse vissuto in America negli anni 70. La cosa parte come uno scherzo, tanto che King ipotizza che sarebbe stato sicuramente investito da un taxi newyorkese ma Tabby la prende molto sul serio e avanza l’ipotesi di una venuta di Dracula negli anni 70 in un paesino nelle campagne del Maine: la storia si sarebbe ripetuta uguale o sarebbe andata in un altro modo? Ed è da questo momento che lo scrittore comincia a figurarsi la sua personalissima interpretazione del mito di Dracula.

Alla base del romanzo ci sono due racconti, entrambi inseriti nella raccolta A volte ritornano, Jerusalem’s Lot (che, in un primo momento, doveva anche essere il titolo del romanzo, poi abbreviato dalla casa editrice Dubleday in Salem’s Lot) e Il bicchiere della staffa. Non è raro che King sviluppi lo spunto di un racconto fino a farlo diventare un romanzo, in fondo è quello che è accaduto anche con Carrie e che accadrà, ad esempio, con L’ombra dello scorpione, il cui tema centrale era già stato trattato in Risacca notturna (anche esso contenuto in A volte ritornano). Lo scrittore ha dichiarato in più occasioni che i suoi racconti ama definirli le sue storie della buonanotte perché le elabora la notte quando non riesce a prendere sonno e si rigira nel letto. A volte sono storie che non vale la pena portare avanti e vengono abbandonate non appena il sonno ha la meglio, altre volte continuano, si sviluppano, vogliono sopravvivere. E allora diventano racconti o, nel migliore dei casi, crescono fino a prendere la consistenza del romanzo. Questo mi fa venire in mente il compagno di studi di King, all’epoca in cui lo scrittore pubblicava articoli sul giornale della scuola. Questo ragazzo notava che lo zio Stevie era estremamente prolifico e riusciva a scrivere un articolo in dieci minuti prima che il giornale venisse mandato in stampa, ed asseriva che Stephen pareva portarsi le storie in testa come gli altri si portano gli spiccioli in tasca. E, probabilmente, è proprio così che avviene.

Ma torniamo a Le notti di Salem dato che la lettura incombe, in quanto alla fine di Carrie mi mancano solo una ventina di pagine. Oltre che da Dracula King viene influenzato da altri due romanzi, I peccati di Peyton Place di Marie Grace Metalious e Piccola città di Thornton Wilder. Questi due spunti sono interessanti perché ci fanno capire che, in fondo, quello che effettivamente interessa indagare a King è ciò che si nasconde sotto la superficie di una piccola cittadina del Maine e dietro alla vita apparentemente tranquilla dei suoi abitanti. E questo è un tema ricorrente nella bibliografia del Re del brivido che ritorna in molti dei suoi romanzi migliori (pensiamo a It, a Cose preziose, a Desperation e I vendicatori, tanto per citare i primi titoli che mi sono venuti in mente). L’elemento horror, pur essendo essenziale per lo sviluppo del racconto, è il detonatore che fa scatenare le reazioni dei personaggi descritti nel romanzo. E sarà sempre così. Perché, in definitiva, King non scrive romanzi horror, ma romanzi sulle reazioni delle persone comuni davanti ad eventi imprevisti, inspiegabili e paurosi (e, chiaramente, nella parola horror si riassume e si comprende tutto questo). E’ questo ciò che interessa indagare allo zio Stevie, più di ogni altra cosa. Ma me ne guardo bene dal dire che Stephen King non è uno scrittore di genere perché lui stesso ha dichiarato:

Mi piace il genere e anche se capita di allontanarsi è sempre lì che ritorno. […] Scrivo ciò che mi sembra giusto, ciò di cui sento la necessità.

E la necessità, per lui, è l’orrore.

La scrittura dell’opera impegna il giovane Stephen per otto mesi di cui quattro per la prima stesura, altrettanti per la seconda e due per la stesura definitiva.  Nonostante tutto questo lavoro di limatura la Dubleday interviene pesantemente sul manoscritto che, a loro avviso, contiene parti troppo cruente. All’epoca King non può opporsi perché il suo potere contrattuale è molto basso e, quindi, è costretto ad accettare tagli e rimaneggiamenti. Tra l’altro non ho notizia di un’edizione integrale dell’opera con il reintegro delle parti tagliate come, successivamente, accadrà invece con L’ombra dello scorpione che viene ripubblicato in versione integrale nel 1990.

Il secondo romanzo di King venderà molto bene, anche in confronto al precedente risultato di Carrie che era già ottimo per uno scrittore esordiente. La versione rilegata vende 19.000 copie mentre il paperback si attesta sui 3.000.000 di copie vendute. A questo punto lo scrittore è ormai lanciato verso una promettente carriera che continua ancora da più di 35 anni con standard sempre molto alti, al di là del giudizio dei numerosi detrattori.

Dimenticavo. Un’ultima curiosità. King dedica il romanzo alla figlia, Naomi Rachel, con la frase “…promesse da mantenere”. E se pensiamo che all’epoca della pubblicazione de Le notti di Salem, nel 1975, Naomi aveva solo 4 anni le promesse da mantenere sarebbero state ancora tante.

Senza compassione

Lo ammetto. Ci sono pellicole che vado a vedere carica di aspettative, con la testa infarcita di sogni. E poi, spesso (per fortuna non sempre), ne rimango delusa. So che non ci si dovrebbe mai aspettare troppo da un film (o da un libro, è lo stesso) perché è l’aspettativa quella che ti frega. Ma per quanto mi sforzi non ci riesco. Ci sono registi che amo e di cui apprezzo quasi la totalità dell’opera che non riesco ad affrontare con sguardo vergine. E Almodóvar è uno di questi.

La pelle che abito

[La piel que habito, Spagna 2011, Drammatico, durata nd’]   Regia di Pedro Almodóvar
Con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Blanca Suárez, Eduard Fernández, Fernando Cayo,José Luis Gomez, Jan Cornet, Bárbara Lennie, Isabel Blanco

Dopo il deludente Gli abbracci spezzati un altro passo falso per Almodòvar che pare aver perso irrimediabilmente il suo talento nel raccontare storie in bilico tra il grottesco ed il melò. Cosa c’è che non funziona in questo film? Innanzitutto l’assenza totale delle doti sopra citate. La trama è talmente assurda da sfiorare il grottesco senza avere il coraggio di sprofondarci dentro. Almodòvar sembra troppo intento a fare un film d’autore (e forse questo è ciò che il pubblico ormai si aspetta da lui) da aver perso completamente il senso dell’umorismo. D’altra parte non ha neppure il coraggio di virare totalmente al melò, restando freddo, distante dai suoi personaggi. Allo stesso modo in cui Banderas osserva la sua vittima/creatura attraverso lo schermo del televisore (metafora fin troppo esplicita dello spettatore/voyeur) Almodòvar osserva i suoi attori/personaggi senza lasciarsi coinvolgere dalle loro vicende. Ed è proprio questa mancanza di partecipazione, di compassione (nel senso etimologico di partecipare delle sofferenze altrui) che rende antipatici i suoi personaggi, buoni e cattivi indifferentemente. E forse è per questo che la tragedia vissuta da Vincente (un Frankenstein privo di cuore e umanità) non coinvolge minimamente chi la guarda e lascia indifferenti. Ma la freddezza di Almodòvar non riesce neppure ad essere la freddezza clinica di Cronenberg e si configura solamente come inaridimento di una vena poetica che, fino a poco tempo fa, ci aveva abituati ad autentici capolavori.

Abbozzo di un’analisi

Attenzione! Contiene spoiler

Sto proseguendo con grande soddisfazione la lettura di Carrie. Con grande soddisfazione perché, sebbene allo stato embrionale, lo stile di King è già riconoscibile. Ancora non è consapevole di quanto si possa spingere avanti nel sovvertire il modo di scrivere classico. Ancora non sa di poter fare molto più di così, di poter osare e creare quello stile così personale a cui, negli anni, ha abituato i suoi lettori. Ma gli elementi ci sono tutti ed è un piacere ritrovarli.

La prima considerazione che vorrei fare riguarda l’ambientazione del romanzo. E non tanto il luogo (Chamberlain nel Maine) di cui abbiamo già parlato ma il tempo in cui si svolge la storia. Carrie è ambientato nel 1979, quindi nel futuro. Nel futuro rispetto al momento in cui King lo scrive (il romanzo è del 1973, del 1974 la pubblicazione). Ma non si tratta di un futuro remoto come avviene in molti romanzi di fantascienza ma di un futuro prossimo, addirittura imminente. La narrazione, in pratica, è spostata in avanti di 6 anni rispetto al presente dello scrittore. Ecco, questa mi sembra una scelta molto particolare e difficile da interpretare. Perché King avrà voluto posticipare gli eventi narrati? Non ho trovato una risposta a questo quesito. Fino ad adesso non ho neppure trovato nessuno che ne parli e, forse, non è neppure così importante, ma la cosa mi incuriosisce. L’unica spiegazione che mi sembra plausibile è che lo scrittore abbia voluto allontanare da se stesso la distruttività che deriva dalle vicende narrate nel romanzo, come se un allontanamento temporale potesse, in qualche modo, tenerlo al riparo dalla forza distruttrice generata dalla rabbia di Carrie. E’ un po’ come mettersi al sicuro sulla collina e guardare l’incendio che brucia in lontananza. Questa è, chiaramente, solo un’idea che mi è venuta per cercare di spiegare questo elemento così particolare, non c’è nulla di avvalorato da prove e testimonianze in ciò che sto dicendo. Ma mi piace pensare che possa essere così. Quasi come se King stesso avesse paura della sua creatura, come se temesse che il terribile potere di Carrie potesse, in qualche modo, colpire anche lui.

Al di là di questa osservazione l’altro elemento che emerge dalla lettura del romanzo è la scelta, da parte del Re, di rendere il lettore omniscente e di rivelare da subito la natura del potere latente in Carrie. Fin dalle prime pagine del romanzo ci parla di telecinesi e ne determina il significato medico/scientifico (lo fa attraverso l’inserzione di brani tratti da una relazione intitolata L’ombra che esplose che analizza i fatti di Chamberlain e il caso White) e associa le diverse manifestazioni del potere latente di Carrie a questo fenomeno. Devo ammettere che questa scelta non mi ha convinta completamente. L’omniscenza del lettore è, sicuramente, azzeccata per quanto concerne l’evento centrale del romanzo ovvero il momento in cui Carrie compirà la sua vendetta (il lettore sa che succederà qualcosa, qualcosa di brutto, ma, fino alle ultime pagine, non sa cosa e questo lo incuriosisce, lo spinge a d andare avanti nella lettura) mentre sarebbe stato bello se il lettore avesse potuto scoprire la natura del potere della protagonista insieme agli altri personaggi, mano a mano che gli episodi in cui si manifesta si verificano. King è bravissimo nel seminare gli indizi di tale facoltà nella prima parte del romanzo (un portacene che cade pur essendo troppo lontano dal bordo della scrivania, una lampadina che si fulmina senza apparente motivo, un bambino che cade di bicicletta pur avendo ancora le ruotine) ed il lettore, poco a poco, si rende conto di questi particolari. Solo che fa l’errore di dare già la soluzione del mistero in mano a chi legge: Carrie è telecinetica. Quanto sarebbe stato bello se tale parola fosse potuta balenare nella mente del lettore ancora prima di trovare conferma delle sue supposizioni vedendola scritta sulla carta!

L’ultima osservazione rilevante riguarda la decisione di interrompere la narrazione della vicenda di Carrie White disseminando il romanzo di (finti) articoli di giornale, atti processuali, relazioni, interviste, interrogatori e molte altre fonti create ad hoc dallo zio Stevie. Sappiamo che King lo fece, in parte, per allungare il racconto che costituirà la base dell’attuale romanzo ma, sicuramente, non fu una scelta casuale (avrebbe potuto benissimo inserire altri episodi narrativi, come sappiamo la fantasia non gli difetta, da questo punto di vista!). La presenza di queste fonti dà alla storia narrata un sapore di verità, contribuisce a rendere più reale una storia che ha elementi molto forti di fantasia. E’ come se King ribadisse (come poi farà spesso in seguito) che quello che il lettore sta leggendo potrebbe essere accaduto. E’ il famoso verosimile di cui abbiamo già parlato. Ma, nonostante l’intento sia chiaro, come notato già da molti altri prima di me, non si può fare a meno di osservare che questi inserti contribuiscono a frammentare troppo la struttura narrativa ed a spezzare la linearità di una storia che, altrimenti, sarebbe stato un crescendo mirabile di orrore fino al liberatorio e crudele finale. La tensione del racconto è sicuramente penalizzata in questo modo e questa struttura non permette al lettore di assaporare veramente l’abilità dello scrittore di imbastire una perfetta partitura letteraria.

Concludo con tre curiosità. Uno degli insegnanti delle medie di Carrie (non a caso quello di letteratura) si chiama Edwin King (!) mentre uno dei pub di Chamberlain (che ritorna più volte nel romanzo) si chiama Cavalier, proprio come la rivista per uomini su cui il giovane King pubblicò alcuni dei suoi racconti. E’ come se lo scrittore avesse voluto ringraziare, in questo modo, chi, per primo, aveva creduto in lui. Ah, dimenticavo, Carrie White è nata il 21 settembre. Non è che, per caso, questo vi ricorda qualcosa?

Un dramma da camera

Da anni considero Polanski un regista capace di grandi slanci che, spesso, generano piccoli capolavori (Il pianista, La morte e la fanciulla, L’inquilino del terzo piano) ma altrettanto portato a deludere con film appena decenti (La nona porta, Luna di fiele). Ma è innegabile che sia un grande regista e, ogni volta che se lo ricorda e trova la vena, riesce a deliziare con prodotti come la sua ultima pellicola. Che, tra parentesi, è ancora nelle sale e vale veramente la pena vederla.

Carnage

[God of Carnage, Francia, Germania, Polonia 2011, Commedia, durata 79′]   Regia di Roman Polanski
Con Christoph Waltz, Kate Winslet, Jodie Foster, John C. Reilly

 

E’ passato qualche giorno dalla visione di Carnage e, forse, ce n’era bisogno per lasciar sedimentare l’impressione che mi ha fatto e trovare il modo più appropriato per esprimerla.  A differenza di alcune recensioni che ho letto io trovo che la derivazione teatrale di questo film si noti molto e anche che sia il suo maggior difetto. Questo non solo per l’unità di tempo e di luogo (la storia si svolge in poco più di un’ora e tutto all’interno di un solo appartamento) ma anche, e soprattutto, per le prove attoriali. Gli eccellenti protagonisti ci regalano delle prove recitative di tutto rispetto (in particolare Christoph Waltz che trovo sempre più degno di attenzione ogni volta che lo osservo recitare) facendo quasi a gara per manifestare ed esprimere tutta la gamma di emozioni possibili o quasi. Ma anche queste prove mi sembrano un po’ troppo di impostazione teatrale, un po’ troppo sopra le righe, quasi urlate. E credo che questo effetto sia voluto da Polanski in realtà. Credo che l’impostazione teatrale che io ho percepito come unico difetto di un film quasi perfetto sia una precisa scelta registica. Del resto Polanski ci aveva già abituati a qualcosa del genere con La morte e la fanciulla che resta, a mio parere, uno dei suoi migliori film e forse anche uno dei più sottovalutati. L’unica perplessità che mi rimane è quella di essere stata circondata da un pubblico che si sbellicava dalle risate durante la visione di questo film, quando, per me, non c’era assolutamente niente da ridere. Ma anche il web lo definisce commedia (mentre secondo me è assolutamente un film drammatico) quindi, evidentemente, sono io che ho una visione tutta mia.

Che l’impresa abbia inizio!

Carrie

Ci siamo. Oggi è il 23 settembre 2011. Si comincia. Negli ultimi tempi non vedevo l’ora che venisse questo momento. A forza di leggere e di parlare di Stephen King avevo la sensazione di perdere il contatto con il King scrittore, con il piacere che deriva dalla lettura delle sue opere, che poi è il motivo principale per il quale mi sono dedicata a questa impresa. Ma, a questo punto, credo che recupererò in fretta questo piacere.

Ma veniamo a Carrie. Del libro ho già parlato e non voglio ripetermi, basta che andiate a rileggervi questo post. Mi rimane da parlare dell’edizione che leggerò. Si tratta dell’ultima edizione di Bompiani, comprata per l’occasione. Di seguito vi riporto i dettagli:

Brossura 174 Pagine

ISBN-10: 8845246086

ISBN-13: 9788845246081

Editore: Bompiani

Data di pubblicazione: Jan 01, 2000

Traduttore: Brunella Gasperini

Carrie è anche il primo libro di King che ho letto in vita mia. Non ricordo a che età ma sicuramente durante i primi anni di Liceo. Quindi, per essere precisi, l’attuale è una rilettura. Beh, non mi resta altro da dire, per il momento. Lasciatemi andare a principiare…

Il compleanno del Re

Beh, questo è un post assolutamente futile e privo di interesse alcuno. Lo scrivo solo per ricordare che oggi, 21 settembre 2011, si festeggia il sessantaquattresimo compleanno di Stephen King. E allora quale modo migliore di fargli gli auguri che offrirgli una bella torta come quella qui riprodotta?Personalmente non l’assaggerei neppure se mi costringessero! Quella gelatina di fragole sembra troppo sangue rappreso per poter essere gustata senza provare neppure un po’ di schifo. Comunque qualcuno, evidentemente, l’ha mangiata e questo testimonia che i gusti sono gusti!

Tantissimi auguri a Stephen King. Cento di questi giorni. E ancora centinaia di romanzi, naturalmente.

Leggendo “Jane Eyre” nella brughiera

Mi capita spesso di farmi fregare dai best sellers. Faccio un giro in libreria e trovo un titolo nei primi posti della classifica dei più venduti. Non conosco l’autore. Leggo la terza di copertina e la trama mi sembra ok. Penso che se ha venduto tante copie dovrà esserci un motivo. Certo. Sicuramente ci sarà. Ma spesso non ha niente a che fare con la qualità del libro in questione.

E invece stavolta -come dire?- sono stata smentita. E ho capito che anche tra i best sellers possono nascondersi dei piccoli capolavori. Nonostante le apparenze.

La tredicesima storia di Diane Setterfield 2006

Attenzione! Contiene spoiler

Questo libro mi ha catturata piano piano e non mi ha mollata più. Qualcuno, in una recensione che ho letto, l’ha definito ipnotico ed è, sicuramente, una definizione calzante. E’ un libro dal gusto persistente che non svanisce alla fine della lettura ma che ti rimane appiccicato addosso come la nebbia della brughiera di cui è intriso, come le pagine indimenticabili di Jane Eyre di cui anche l’autrice (come me!) è innamorata, come il profumo della cioccolata calda che la protagonista sorseggia quasi in ogni pagina.
E’ un romanzo difficile da definire perché non è mai ciò che sembra. Per quasi tre quarti sembra essere una storia di fantasmi, quasi un racconto gotico, per ambientazione e descrizioni. Ma poi capisci che di fantasmi non ce n’è nemmeno l’ombra. Forse i vivi, in questo libro, sono i veri fantasmi. Sono persone che hanno una storia da raccontare ma non hanno nessuno disposto ad ascoltarle.
Ma il lieto fine c’è, ed è dietro l’angolo. Un lieto fine pieno di morti che, finalmente, possono andarsene in pace, finalmente sereni. E la morte non è mai stata descritta in maniera più dolce.
E poi quel modo di scrivere! E’ quello che, di sicuro, ha contribuito a conquistarmi. L’autrice ha uno stile particolarissimo, talmente dolce e compassionevole che ti arriva dritto al cuore.
L’unico rammarico è che sia un’opera prima e che non ci sia traccia di un secondo romanzo, almeno per il momento.