Recentemente ho rivisto il bellissimo film di Haneke che ha vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 2009.

Ci sono dei film che, quando vedi la prima volta, ti sconvolgono per l’impatto emotivo che suscitano. E allora non hai per niente voglia di riguardarteli. Preferisci dimenticarli. Far finta che certe cose non te le abbiano dette.

Ma, anche se tenti di rimuovere, non puoi più farlo. Una volta che hai appreso la verità, pur in tutta la sua insostenibilità, non puoi farne più a meno.

Il nastro bianco

[Das weiße Band, Austria 2009, Drammatico, durata 145′, b/n]   Regia di Michael Haneke
Con Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner, Josef Bierbichler, Marisa Growaldt, Janina Fautz,Michael Kranz, Jadea Mercedes Diaz, Steffi Kühnert, Sebastian Hülk

Attenzione! Contiene spoiler

Quante cose si possono nascondere? Fino a che punto può spingersi l’omertà per amore del quieto vivere? Quanto a lungo si può sopportare la violenza e la sopraffazione prima di vendicarsi? Cosa è l’innocenza?

Queste sono le domande che mi frullano in testa durante la visione di questo film.

Il bianco e nero inquietante che accompagna lo scorrere delle scene sullo schermo pare simboleggiare una divisione manichea tra bene e male, tra cosa è giusto e cosa è aberrante. Eppure nel film di Haneke giustizia ed aberrazione sono solo due facce della solita medaglia, due espressioni dello stesso disagio. Perché vittime e carnefici condividono l’orrore. Alla fine nessuno è veramente innocente e tutti sono un po’ colpevoli. Anche il maestro, narratore apparentemente estraneo alla storia, è colpevole perché, pur avendo intuito la verità, non ha il coraggio di denunciarla, di renderla pubblica. Anche in lui l’amore per il quieto vivere ha la meglio sull’amore per la verità. Ma la figura più imbarazzante nella sua disperazione è quella del pastore che non esita ad infliggere punizioni corporali terribili ai propri figli ma, di fronte alla scoperta della violenza di cui sono capaci, preferisce nascondere la testa sotto la sabbia e difendere l’onore e la rispettabilità della propria famiglia.

E’ facile trovare in questo film di Haneke tanti allarmanti indizi di quella che sarà, dopo pochi anni, la Germania nazista. E sono proprio questi concetti di repressione, di cieca obbedienza, di vendetta che contribuiranno a rendere una nazione succube di un regime capace di alcune delle più terribili e distruttive azioni che la storia ricordi.

Lavare i panni sporchi in casa propria non ha mai portato a nulla di buono per nessuno. E Haneke sembra saperlo molto bene.