Alla fine, seguendo l’esempio di qwertyminus,  ho deciso di postare anche io il racconto (o, meglio, l’incipit, dato che si tratta di appena 513 parole) per il miniconcorso promosso da mcnab75. Citando il post di presentazione vi aggiungo i dettagli. Magari qualcun altro potrebbe esserne incuriosito e decidere di partecipare.
[…] Leggendo le prime pagine di Malapunta, il nuovo romanzo di Morgan Perdinka/Danilo Arona, mi sono imbattuto in una delle scene più riuscite degli ultimi tempi: un uomo riceve una misteriosa telefonata nel cuore della notte. Dapprima pensa a un errore o a uno scherzo, poi un dubbio filtra tra queste banali spiegazioni razionali: colui che chiama è il suo doppio di un’altra dimensione. […]
La sfida: riproporre qualcosa di simile scrivendo in prima persona e variando in base al vostro gusto, al vostro stile etc etc.
La missione: inquietare il lettore.
Immaginate il contesto.
Tre del mattino, siete in casa (o anche altrove, spaziamo pure). Il telefono squilla. Numero sconosciuto. Rispondete. Dopo qualche scambio di battute, contenuto a vostra scelta, vi accorgete che state parlando col vostro doppio di un’altra dimensione.
Che avrà da dirvi? Quale sarà la vostra reazione?
Contenuto del dialogo telefonico: libero.
Lunghezza massima del pezzo: 500 parole.
Niente racconti prettamente umoristici, please.
Inviare in formato .Doc, .Rtf oppure .Odt a: mcnab75@gmail.com Con soggetto: Uno squillo da lontano. Oppure pubblicatelo sul vostro blog e segnalatemi il link.
Tempo massimo di consegna: 30 settembre. […]
Ecco il mio racconto.

Uno squillo nel buio

<<Pronto? Pronto!>>
Nessuno. L’orologio da tavolo mi ricorda impietosamente che sono le tre. Le tre di notte, per la precisione. Mi sono precipitata giù dal letto e poi di corsa per le scale, rischiando di cadere e rompermi l’osso del collo, per rispondere a questo maledetto telefono. E lui smette di squillare.
Sto per spengere la luce e risalire quando ricomincia. Stavolta sono rapida; la distanza me lo consente.
<<Pronto?>>
Quello che mi colpisce subito è il rumore di sottofondo, una specie di fruscio metallico, quello che una volta, quando ero piccola, accompagnava le telefonate internazionali (Anit!). La voce, invece, non la riconosco subito (Anit! E’ Anit!). E’ una voce femminile piuttosto agitata e parla in maniera svelta, mangiandosi le parole (Anit! Come è possibile?). Mi chiama per nome come se mi conoscesse bene. In effetti c’è qualcosa di familiare nel suo tono (Anit! Anit! Quanto tempo…).
<<…devi venire subito.>> sta dicendo <<Non so quanto ma sono vicini. Solo te (noto quel te che, anche io uso sempre al posto del tu. Oh, Anit…) puoi aiutarmi. E devi farlo alla svelta (Anit che succede? Sei in pericolo?). Segnati questo indirizzo, è qui che mi troverai: largo Wislawa Szymborska 9.>>
Non faccio in tempo ad appuntarmi l’indirizzo che (Anit) ha riattaccato. La cornetta nella mia mano e nessuno dall’altra parte.
Non ho più dubbi. E’ sicuramente Anit.
Non posso fare a meno di ripensare alla mia infanzia, a tutte le volte che abbiamo giocato insieme, nei prati dietro casa, alle corse sfrenate in bici su per le colline. E quante cose ci raccontavamo! Come ho potuto dimenticarla per tanto tempo?
Da dove mi stai chiamando Anit? Osservo l’indirizzo sul foglietto. Largo Szymborska. Deve esserci un errore. Non può esistere un largo Szymborska dato che la poetessa è a vivente e, per legge, non è consentito attribuire alle strade nomi di personalità ancora in vita. Ma allora dove sei Anit? (In un luogo in cui Wislawa Szymborska non è più in vita…)
Sento un brivido ghiacciarmi la schiena. Istintivamente mi rendo conto che è Anit la chiave di tutto (la sua voce mi suona sempre più familiare nel ricordo). Apro l’armadio e mi metto a cercare le foto di quando eravamo piccole, ne scattavamo a decine in quei pomeriggi assolati. Trovo la scatola (non aprirla!). Ignoro il cuore che batte come impazzito. Ignoro il sudore freddo che mi bagna la fronte. Sollevo il coperchio.
Tutte le foto ritraggono una bambina di 5-6 anni (io) sorridente, con le guance rosse, le ginocchia sbucciate e le braccia abbronzate (dove è Anit?). Una sola bambina. Sempre una bambina. In tutte le foto (Anit…).
<<Non è possibile!>> Mi rendo conto di urlare <<Dove è Anit? Perché non è in nessuna foto? Eppure lei era sempre con me in quel periodo…>> (o no?) Comincio a tremare. Mi accorgo che non riesco a reggermi in piedi, le gambe mi cedono.
Poi, in fondo alla scatola ormai vuota, trovo una busta bianca. Sopra una scritta: Tina e Anit estate 1982. La apro.
Sono io.
Io che mi rifletto in uno specchio.
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