Un po’ di tempo fa mi sono capitati tra le mani un paio di libri di Daniel Pennac e, precisamente, due della cosiddetta saga dei Malaussène. Li avevo letti la prima volta quando furono pubblicati in Italia e me ne ero appassionata. Poi non avevo più avuto occasione di rileggerli. E così, quando mi sono capitati in mano, ho deciso di leggerli nuovamente in ordine cronologico (a differenza della prima volta in cui non avevo rispettato l’ordine). Sì, lo so, deve essere una malattia… forse sono una lettrice seriale!

La fata carabina di Daniel Pennac 1987

Attenzione! Contiene spoiler

Come si fa a descrivere la perfezione? Impossibile, soprattutto se si tratta di una perfezione fatta di tanti piccoli particolari. Una perfezione fatta di dettagli e descrizioni e di personaggi che ti restano nel cuore.
Dirò solo che voglio vivere in quella ex ferramenta in mezzo a Benjamin e famiglia. Nonostante siano difficili, complessi, tremendi e affatto normali non c’è nessun altro posto al mondo in cui starei più volentieri.
Rileggere La fata carabina mi ha fatto concludere che tra questo e Il Paradiso degli orchi c’è un abisso. Il primo libro della saga è servito a Pennac per introdurre i personaggi, per presentarceli e, soprattutto, per farci entrare nel suo modo di scrivere, così particolare ed efficace. In questo secondo volume, ormai, l’autore dà per scontato che il lettore sappia già cosa lo aspetta e scrive come se anche il lettore stesso facesse parte del mondo di Bellville e, proprio per questo, si lascia andare maggiormente, senza frenarsi. Sparisce l’incredulità che si prova la prima volta nell’avvicinarsi alla tribù Malaussène e rimane solamente il piacere di farsi coinvolgere dal racconto e dai personaggi.
E come non amare immediatamente i nuovi protagonisti che Pennac ci presenta? Lo sbirro Pastor, perso nella malinconia dei suoi ricordi, nell’amore per il Consigliere e Gabrielle e nell’impotenza per non averli potuti ripagare per tutto l’affetto che gli hanno dato, lo sbirro Pastor avvolto in quei suoi maglioni di lana grezza, sferruzzati dalla mano amorevole del Consigliere, ed indossati come una seconda pelle, lo sbirro Pastor capace di trasformare tizi in fiori con una freddezza ed una naturalezza sconcertanti ma capace anche di mollare tutto perché si è innamorato di un angelo. E l’ispettore Van Thian? Il piccolo tochinese ancora legato al ricordo della sua Janine la Gigantessa, Van Thian che si porta addosso il suo lutto personale come gli altri portano un vestito, Van Thian, infine, così immedesimato nella parte della vedova Ho da arrivare ad odiarla e a perdere quasi il senno a causa sua. E poi il vecchio Stojil. Non è un nuovo personaggio dato che già ci viene presentato ne Il Paradiso degli orchi ma qui viene tratteggiato ancora meglio e diventa un personaggio a tutto tondo. Stojilkovicz che allena le vecchiette all’uso delle armi per impedire che vengano massacrate, Stojil che si scarrozza le solite vecchiette su e giù per Parigi trattandole come principesse e regalando loro momenti di autentica felicità, Stoljikovicz, reduce da una sanguinosa guerra fratricida in cui si è macchiato di efferati delitti ma convinto di poter scontare, almeno in parte, le sue colpe traducendo Virgilio in serbo croato.
Tutto questo è la saga dei Malaussène. E se non l’avete letta non potete capire.

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