Attenzione! Contiene spoiler

Sto proseguendo con grande soddisfazione la lettura di Carrie. Con grande soddisfazione perché, sebbene allo stato embrionale, lo stile di King è già riconoscibile. Ancora non è consapevole di quanto si possa spingere avanti nel sovvertire il modo di scrivere classico. Ancora non sa di poter fare molto più di così, di poter osare e creare quello stile così personale a cui, negli anni, ha abituato i suoi lettori. Ma gli elementi ci sono tutti ed è un piacere ritrovarli.

La prima considerazione che vorrei fare riguarda l’ambientazione del romanzo. E non tanto il luogo (Chamberlain nel Maine) di cui abbiamo già parlato ma il tempo in cui si svolge la storia. Carrie è ambientato nel 1979, quindi nel futuro. Nel futuro rispetto al momento in cui King lo scrive (il romanzo è del 1973, del 1974 la pubblicazione). Ma non si tratta di un futuro remoto come avviene in molti romanzi di fantascienza ma di un futuro prossimo, addirittura imminente. La narrazione, in pratica, è spostata in avanti di 6 anni rispetto al presente dello scrittore. Ecco, questa mi sembra una scelta molto particolare e difficile da interpretare. Perché King avrà voluto posticipare gli eventi narrati? Non ho trovato una risposta a questo quesito. Fino ad adesso non ho neppure trovato nessuno che ne parli e, forse, non è neppure così importante, ma la cosa mi incuriosisce. L’unica spiegazione che mi sembra plausibile è che lo scrittore abbia voluto allontanare da se stesso la distruttività che deriva dalle vicende narrate nel romanzo, come se un allontanamento temporale potesse, in qualche modo, tenerlo al riparo dalla forza distruttrice generata dalla rabbia di Carrie. E’ un po’ come mettersi al sicuro sulla collina e guardare l’incendio che brucia in lontananza. Questa è, chiaramente, solo un’idea che mi è venuta per cercare di spiegare questo elemento così particolare, non c’è nulla di avvalorato da prove e testimonianze in ciò che sto dicendo. Ma mi piace pensare che possa essere così. Quasi come se King stesso avesse paura della sua creatura, come se temesse che il terribile potere di Carrie potesse, in qualche modo, colpire anche lui.

Al di là di questa osservazione l’altro elemento che emerge dalla lettura del romanzo è la scelta, da parte del Re, di rendere il lettore omniscente e di rivelare da subito la natura del potere latente in Carrie. Fin dalle prime pagine del romanzo ci parla di telecinesi e ne determina il significato medico/scientifico (lo fa attraverso l’inserzione di brani tratti da una relazione intitolata L’ombra che esplose che analizza i fatti di Chamberlain e il caso White) e associa le diverse manifestazioni del potere latente di Carrie a questo fenomeno. Devo ammettere che questa scelta non mi ha convinta completamente. L’omniscenza del lettore è, sicuramente, azzeccata per quanto concerne l’evento centrale del romanzo ovvero il momento in cui Carrie compirà la sua vendetta (il lettore sa che succederà qualcosa, qualcosa di brutto, ma, fino alle ultime pagine, non sa cosa e questo lo incuriosisce, lo spinge a d andare avanti nella lettura) mentre sarebbe stato bello se il lettore avesse potuto scoprire la natura del potere della protagonista insieme agli altri personaggi, mano a mano che gli episodi in cui si manifesta si verificano. King è bravissimo nel seminare gli indizi di tale facoltà nella prima parte del romanzo (un portacene che cade pur essendo troppo lontano dal bordo della scrivania, una lampadina che si fulmina senza apparente motivo, un bambino che cade di bicicletta pur avendo ancora le ruotine) ed il lettore, poco a poco, si rende conto di questi particolari. Solo che fa l’errore di dare già la soluzione del mistero in mano a chi legge: Carrie è telecinetica. Quanto sarebbe stato bello se tale parola fosse potuta balenare nella mente del lettore ancora prima di trovare conferma delle sue supposizioni vedendola scritta sulla carta!

L’ultima osservazione rilevante riguarda la decisione di interrompere la narrazione della vicenda di Carrie White disseminando il romanzo di (finti) articoli di giornale, atti processuali, relazioni, interviste, interrogatori e molte altre fonti create ad hoc dallo zio Stevie. Sappiamo che King lo fece, in parte, per allungare il racconto che costituirà la base dell’attuale romanzo ma, sicuramente, non fu una scelta casuale (avrebbe potuto benissimo inserire altri episodi narrativi, come sappiamo la fantasia non gli difetta, da questo punto di vista!). La presenza di queste fonti dà alla storia narrata un sapore di verità, contribuisce a rendere più reale una storia che ha elementi molto forti di fantasia. E’ come se King ribadisse (come poi farà spesso in seguito) che quello che il lettore sta leggendo potrebbe essere accaduto. E’ il famoso verosimile di cui abbiamo già parlato. Ma, nonostante l’intento sia chiaro, come notato già da molti altri prima di me, non si può fare a meno di osservare che questi inserti contribuiscono a frammentare troppo la struttura narrativa ed a spezzare la linearità di una storia che, altrimenti, sarebbe stato un crescendo mirabile di orrore fino al liberatorio e crudele finale. La tensione del racconto è sicuramente penalizzata in questo modo e questa struttura non permette al lettore di assaporare veramente l’abilità dello scrittore di imbastire una perfetta partitura letteraria.

Concludo con tre curiosità. Uno degli insegnanti delle medie di Carrie (non a caso quello di letteratura) si chiama Edwin King (!) mentre uno dei pub di Chamberlain (che ritorna più volte nel romanzo) si chiama Cavalier, proprio come la rivista per uomini su cui il giovane King pubblicò alcuni dei suoi racconti. E’ come se lo scrittore avesse voluto ringraziare, in questo modo, chi, per primo, aveva creduto in lui. Ah, dimenticavo, Carrie White è nata il 21 settembre. Non è che, per caso, questo vi ricorda qualcosa?