Lo ammetto. Ci sono pellicole che vado a vedere carica di aspettative, con la testa infarcita di sogni. E poi, spesso (per fortuna non sempre), ne rimango delusa. So che non ci si dovrebbe mai aspettare troppo da un film (o da un libro, è lo stesso) perché è l’aspettativa quella che ti frega. Ma per quanto mi sforzi non ci riesco. Ci sono registi che amo e di cui apprezzo quasi la totalità dell’opera che non riesco ad affrontare con sguardo vergine. E Almodóvar è uno di questi.

La pelle che abito

[La piel que habito, Spagna 2011, Drammatico, durata nd’]   Regia di Pedro Almodóvar
Con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Blanca Suárez, Eduard Fernández, Fernando Cayo,José Luis Gomez, Jan Cornet, Bárbara Lennie, Isabel Blanco

Dopo il deludente Gli abbracci spezzati un altro passo falso per Almodòvar che pare aver perso irrimediabilmente il suo talento nel raccontare storie in bilico tra il grottesco ed il melò. Cosa c’è che non funziona in questo film? Innanzitutto l’assenza totale delle doti sopra citate. La trama è talmente assurda da sfiorare il grottesco senza avere il coraggio di sprofondarci dentro. Almodòvar sembra troppo intento a fare un film d’autore (e forse questo è ciò che il pubblico ormai si aspetta da lui) da aver perso completamente il senso dell’umorismo. D’altra parte non ha neppure il coraggio di virare totalmente al melò, restando freddo, distante dai suoi personaggi. Allo stesso modo in cui Banderas osserva la sua vittima/creatura attraverso lo schermo del televisore (metafora fin troppo esplicita dello spettatore/voyeur) Almodòvar osserva i suoi attori/personaggi senza lasciarsi coinvolgere dalle loro vicende. Ed è proprio questa mancanza di partecipazione, di compassione (nel senso etimologico di partecipare delle sofferenze altrui) che rende antipatici i suoi personaggi, buoni e cattivi indifferentemente. E forse è per questo che la tragedia vissuta da Vincente (un Frankenstein privo di cuore e umanità) non coinvolge minimamente chi la guarda e lascia indifferenti. Ma la freddezza di Almodòvar non riesce neppure ad essere la freddezza clinica di Cronenberg e si configura solamente come inaridimento di una vena poetica che, fino a poco tempo fa, ci aveva abituati ad autentici capolavori.
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