Archive for ottobre, 2011


I padri di King

La lettura di Shining prosegue inesorabile. Il libro è di quelli che prende e spinge ad andare avanti nonostante il poco tempo e il sonno che si fa sentire la sera. Lo credevo impossibile ma mi sono dimenticata subito del film di Kubrick. Perché il romanzo è tutta un’altra cosa. L’avevo letto ovunque ma solo la lettura effettiva del libro mi sta portando a consapevolizzarmi veramente di questo. Kubrick ha scelto di rappresentare, nel suo film, solo la superficie di un romanzo che è estremamente stratificato e complesso. Ed è per questo che King non ha mai amato il film. Perché nel film manca tutto ciò che rende il libro degno di essere letto.

Ma vorrei fugare subito tutti i dubbi. Il romanzo non è un capolavoro. Non sono neppure convinta che sia un romanzo riuscito, ma per dichiararlo devo almeno terminare la lettura. La struttura dell’opera è debole e King cede in più occasioni ad un eccesso di descrizioni che nuocciono alla storia. La trama, di per sé, non è equilibrata e non riesce completamente a mantenere alta la tensione. Anche l’incertezza di chi ne sia il vero protagonista nuoce allo sviluppo. E’ Danny il protagonista, come sembra alludere il titolo? O è Jack, come sembra preferire King (e io, oh, anche io parteggio inevitabilmente per quest’uomo rabbioso e fragile!)? O è l’Overlook Hotel il vero protagonista, personaggio a tutto tondo che è, evidentemente, vivo? Per adesso non è dato saperlo e, probabilmente, una scelta definitiva King non la farà mai.

Altro aspetto che nuoce alla vicenda, a mio parere, è la scelta di identità di tempo e di luogo secondo i dettami della tragedia classica che fa sì che la storia sia ambientata in un albergo tagliato fuori dal resto del mondo da un inverno rigido. Questo porta a concentrare l’attenzione solo sui tre componenti della famiglia Torrance e a scavare solo dentro le loro paure e il loro passato. E sebbene la cosa sia condotta dal Re egregiamente manca totalmente quella coralità che è il segno caratteristico delle storie kinghiane. Lo scrittore del Maine dà il meglio di sé nelle storie collettive, nel raccontare di piccole comunità ricche di personaggi mai banali. Il dramma da camera, se mi passate la definizione, non gli si addice.

Ma tutto ciò che ho detto sopra non mi impedisce di affermare, con la medesima convinzione, che sia descritto in questo romanzo uno dei personaggi più felici usciti dalla penna dello zio Stevie. E’ chiaro, da tutto ciò che ho detto precedentemente, che si tratta di Jack Torrance. Qui dichiaro tutto il mio amore per un uomo capace di grandi slanci nel bene e nel male. Un uomo che non nasconde la sua fragilità ma cerca in ogni modo di sconfiggerla per il profondo amore che nutre per il figlio. Un padre perfetto che riversa sul figlio tutte le sue speranze e le sue tenerezze. Un uomo che non riesce a controllare la sua rabbia e la osserva impotente deflagrare e distruggere ciò che più ama. Un uomo posseduto, prima di tutto, dal fantasma di suo padre che adora e odia nello stesso momento senza riuscire mai ad elaborare veramente il male subito.  Un uomo fallito incapace di accettare la portata del suo fallimento. Un alcolizzato che pensa che basti smettere di bere per non esserlo più. Tutto questo è descritto da King in maniera così profonda e felice da risultare commovente. E rimane impossibile non pensare che ci debba essere qualcosa di autobiografico in tutto ciò, anche se sono sempre restia a facili psicologismi.

Un’ultima osservazione per concludere questo abbozzo di analisi. Il libro approfondisce molto il rapporto tra genitori e figli. Questo sia per quanto riguarda Jack e Danny ma anche Danny e Wendy e quello dei due adulti nei confronti dei rispettivi genitori. E’ come se il leitmotiv della storia fosse la decostruzione della felicità familiare. Nessuna delle famiglie descritte nel romanzo è mai stata veramente felice. Certo Wendy e Jack si amano, nonostante tutto. Ma non riescono ad instaurare un rapporto di fiducia reciproca e, soprattutto, non riescono a dare sicurezza a Danny che vive con angoscia la possibilità che i suoi genitori divorzino. La famiglia di origine di Jack è stata distrutta da un padre violento e alcolizzato (!) che il piccolo Jack adorava ma che non è mai riuscito a tenere a freno né ad impedire che si sfogasse sui figli ma, soprattutto, sulla moglie. Da parte sua Wendy, ancora da adulta, deve fare i conti con l’ingombrante figura della madre che la considera una buona a nulla e non perde occasione per ricordarglielo.

Il sogno della famiglia quale rifugio e luogo di crescita serena si rompe definitivamente. E, in questo contesto catastrofico, l’infanzia non può essere felice. E Danny, infatti, è un bambino già adulto, sia per il potere che possiede sia, a maggior ragione, perché è costretto a vivere cose che nessun bambino dovrebbe vivere. E questo King sembra saperlo molto bene.

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Anche su Shining ho superato il giro di boa di metà lettura (applausi!). E, come di consueto, dedico un post al prossimo libro da affrontare.

Si tratta di Ossessione, il primo romanzo di Richard Bachman, lo pseudonimo che il Re ha utilizzato, fin dagli esordi, per sperimentare un tipo di scrittura diverso da quello a cui ha abituato i suoi fan. Sicuramente vale la pena dedicare un post a Bachman e al suo stile ma ne riparleremo in maniera più approfondita quando mi sarò riletta un po’ dei suoi romanzi.

Accenno brevemente alla trama del romanzo perché è sicuramente uno dei meno noti del Re e alcuni di voi, forse, non lo conoscono. Il racconto narra di uno studente delle superiori che uccide due insegnanti e tiene in ostaggio i suoi compagni di classe costringendoli, in una specie di terapia di gruppo, a tirare fuori i lati più oscuri ed aberranti del loro carattere e a raccontare gli episodi della loro vita di cui più si vergognano. Naturalmente non vi rivelo il finale ma potete immaginare che non sarà certo positivo…

Ossessione è, a tutti gli effetti, il primo romanzo scritto da King attualmente pubblicato. La prima stesura, infatti, risale al 1966 e vede la luce, nella sua forma più o meno definitiva, nel 1968 quando lo sottopone, per un’esercitazione di scrittura creativa, al giudizio del suo insegnante, durante una lezione universitaria (per inciso il primo titolo dell’opera era Getting It on e l’insegnante lodò molto il lavoro di King spingendolo a proseguire sulla strada della scrittura). Ma è soltanto nel 1977 che il romanzo viene pubblicato, lo stesso anno in cui viene dato alle stampe Shining. La scelta di pubblicare il testo con lo pseudonimo di Richard Bachman (che accompagnerà la vita editoriale di King fino al 1984, anno in cui verrà smascherato da un lettore) è dovuta essenzialmente a due motivi, uno di natura stilistica e l’altro di immagine, se così possiamo dire.

Il romanzo è scritto in uno stile tagliente ed essenziale ed è quasi brutale nella scelta di non voler conquistare il lettore ma di volergli sbattere in faccia la violenza. Nelle opere di Bachman c’è molta meno psicologia rispetto alle opere di King. Bachman non tenta più di tanto di capire i suoi personaggi né di renderli accattivanti per i suoi lettori. I protagonisti dei romanzi dell’alter ego di King sono quasi tutti antipatici o, per lo meno, quasi mai suscitano empatia. Lo stesso non si può dire di King che, alla fine dei conti, ama sempre i suoi perdenti, i personaggi più deboli e, in qualche modo, cerca di far affezionare a loro anche il lettore.

Il secondo motivo che spinge King a creare Bachman è di natura essenzialmente psicologica. Lo scrittore del Maine è curioso di vedere se le sue opere vendono per motivi di qualità di scrittura o, almeno in parte, perché sono romanzi di Stephen King. E, in effetti, i libri di Bachman conosceranno veramente il successo solo quando l’alter ego del Re sarà rivelato. Fino a quel momento erano un oggetto di nicchia, amato da una fetta marginale di pubblico.

E’ interessante notare (ma ci ritorneremo) come i primi romanzi di King trattino spesso della rabbia e dell’incapacità di gestirla (Carrie compie la sua vendetta in preda all’ira, in Ossessione il movente di tutto il romanzo è la rabbia repressa che poi deflagra e anche in Shining, alla fine, il tema centrale è proprio l’incapacità di Jack Torrance di convivere con le sue pulsioni di rabbia)

Voglio concludere questa breve introduzione al libro citando un brano di un’intervista allo zio Stevie del 1999. Il testo integrale lo trovate qui, l’estratto che vi riporto è una mia libera traduzione dall’inglese quindi perdonate la forma non proprio oxfordiana 😉

Simpatizzo con i perdenti del mondo e, in qualche modo, comprendo la cieca rabbia adolescenziale e il panico da topo in trappola che caratterizza la scelta obbligata di crescere, fino al punto in cui la violenza sembra essere l’unica risposta possibile alla sofferenza. E anche se compatisco i ragazzi che hanno sparato a Columbine mi piace pensare che, se fossi stato nella posizione di farlo, li avrei uccisi io stesso, se non ci fosse stata scelta, che li avrei abbattuti come un animale selvatico che non si riesce a far smettere di mordere. Arriva un momento in cui gli Harris e i Klebold diventano impossibili da salvare, quando hanno superato quel confine invisibile e sono entrati in quella terra in cui ogni impulso violento è lasciato libero di sfogarsi. A questo punto le regole sociali non contano più e rimane solo il dovere di salvare quante più persone possibile da quello che mi sembra essere il male del secolo attuale, nel senso che questo termine assume nel Vecchio Testamento. E anche se esperti, politici e psicologi esitano ad utilizzare questa parola -e io stesso, in effetti, esito ad usarla- nessun’altra mi sembra più calzante per indicare queste azioni e le rovine che si lasciano alle spalle. E in presenza del male tutta la pietà o la compassione che possiamo provare deve essere messa da parte e conservata solo per le vittime.

E proprio in seguito agli episodi avvenuti nella scuola superiore di Columbine, dopo che altri fatti analoghi erano accaduti anche in altre scuole americane, che King decide di ritirare dal commercio Ossessione dichiarando che sebbene secondo lui non ci sia nessun collegamento diretto tra libri o film violenti e simili stragi è pur vero che un romanzo simile, in una mente già deviata, può provocare la scintilla che innescherà l’esplosione di violenza.

Resta da dire che non sono completamente d’accordo con il Re e con la sua teoria perché la trovo abbastanza esplicativa del modo di pensare americano che ritiene che, spesso, non ci siano alternative a punizioni esemplari e che preferisce, in molti casi, uccidere i suoi assassini con la pena di morte piuttosto che impedirgli di uccidere rendendogli meno facile l’accesso alle armi. Ma sarebbe una lunga discussione che andrebbe argomentata un po’ meglio di così e questo post non è il luogo adatto dato che l’ho scritto, semplicemente, per presentare uno dei migliori libri di King Bachman, almeno a mio parere.

Spettatore inconsapevole

Una doverosa premessa che è anche un ringraziamento a Man from Mars per aver condiviso con me le idee scaturite dalla visione di questo film. La stesura è mia ma i contenuti sono, per gran parte, suoi.

Carrie, lo sguardo di Satana (1976)

[Carrie, USA 1976, Horror, durata 95′]   Regia di Brian De Palma
Con Sissy Spacek, William Katt, Piper Laurie, Amy Irving, John Travolta

Attenzione! Contiene spoiler

Dopo aver finito di leggere Carrie ho avuto voglia di rivedermi anche il film di Brian De Palma tratto dal romanzo del Re. Lo ricordavo piuttosto bene, nonostante fosse passato molto tempo dalla prima visione. E questo fa capire quanto la pellicola  sia efficace.

Come avevo già avuto modo di sottolineare i film tratti da romanzi di King e diretti da grandi registi tendono a dare un’interpretazione della storia da cui prendono spunto. Tale interpretazione non si misura nelle differenze che corrono tra la pellicola e il testo (che pure ci sono anche se, in questo caso, non sono numerose, ma le vedremo in seguito) ma da un particolare sguardo, quello del regista, che finisce per mettere in secondo piano la storia. Perché i registi dalla forte personalità hanno un timbro registico perfettamente riconoscibile e tale timbro finisce per influenzare tutta la visione. Nel caso di Carrie, lo sguardo di Satana il modo di creare tensione tipico delle pellicole di De Palma (da Vestito per uccidere a Femme fatale) è evidente ed è qualcosa che non è presente nel romanzo o, meglio, non è connaturato al romanzo per quanto il romanzo si presti a suscitare questo tipo di tensione.

La scelta più originale di Brian De palma consiste nel presentare la sua storia ad uno spettatore inconsapevole a differenza del lettore di King che, come abbiamo detto, viene informato fin dall’inizio sugli sviluppi della vicenda. Questo serve al regista proprio per alimentare la tensione, per creare quella suspance che  nel romanzo di King manca. Il potere di Carrie, ad esempio, non è subito chiaro ed evidente. Si capisce che c’è qualcosa che non va ma non si sa cosa esattamente (si vedono fulminare le lampadine durante la scena della doccia o cadere il portacenere quando Carrie è nell’ufficio del preside ma nessuno ci dice esplicitamente che è lei a farlo). Inoltre lo scherzo del ballo viene preparato senza rivelarlo. Piano piano gli indizi si accumulano e, ad un certo punto della visione,  appare evidente cosa sta per accadere, ma il regista evita accuratamente di comunicarcelo.

Ma la differenza più evidente si registra nella scena della morte della madre di Carrie. Quella descritta da King nel romanzo è, secondo me, bellissima ed originale (Carrie ferma, semplicemente, il cuore della madre grazie al suo potere) ma davvero poco cinematografica. De Palma realizza una morte molto più spettacolare e fa morire Piper Laurie crocifissa allo stipite della porta della cucina per mezzo di coltelli e altri utensili lanciati da Carrie grazie al suo potere telecinetico. E’ una scena dal forte impatto visivo e dal chiaro intento simbolico: è come se la madre fosse uccisa direttamente dalle sue ossessioni religiose (altro particolare degno di nota è che, nel morire, la signora White ansima e grida come in preda ad un orgasmo più che dell’agonia della morte). Inoltre l’efficace scelta del piano sequenza che abbraccia in un solo sguardo il corpo della madre trafitta ed una statua del Cristo crocifisso e trapassato in più punti dalle punte di lancia dei soldati romani tende a sottolineare maggiormente questa valenza simbolica.

Ancora di più che il libro di King il film di De Palma narra della fine dell’innocenza. Lo spunto è l’ingresso nell’adolescenza, simboleggiato in Carrie dal menarca, quindi la fine dell’infanzia, periodo di inconsapevolezza ma anche di purezza (King ha sottolineato più volte nelle interviste e nelle sue storie quanto l’infanzia sia il periodo della salvezza per l’uomo, quanto i bambini siano puri ed innocenti). Ma De Palma fa di più e paragona questo passaggio alla perdita dell’innocenza per antonomasia: la caduta di Lucifero (e, per una volta, il titolo italiano del film ci viene in aiuto per comprendere questa interpretazione, in quanto in inglese il titolo della pellicola è, semplicemente, Carrie). Come è noto Lucifero (dal latino portatore di luce) era, in origine, un angelo che, divenuto invidioso della gloria divina, volle elevarsi a Dio, per questo fu punito e precipitato giù dal Paradiso e, nella caduta, aprì la voragine dell’Inferno.

Il regista assimila la figura di Carrie a quella di Lucifero e il potere che la ragazza scatena è, evidentemente, scaturito dalla perdita di quell’innocenza tipica dell’infanzia e dal desiderio di essere, per una volta, al centro dell’attenzione di tutti. Carrie usa il suo potere per vendicarsi di chi le ha fatto del male (la madre, i compagni, gli insegnanti, fino ad arrivare a tutta la cittadina) ma, ancora di più, per dimostrare, a se stessa e agli altri, che è in grado di farlo, per affermare la sua personalità. E cancellare definitivamente la sua innocenza. Perché se essere innocenti significa essere deboli Carrie decide di non esserlo più. La scena del ballo, in quest’ottica, è paradigmatica.

All’inizio tutto è bello e a Carrie sembra di stare in un sogno. Tutti l’ammirano veramente per la prima volta nella sua vita. Per un attimo si illude di aver finalmente raggiunto la grazia (nel senso di grazia divina ma anche di grazia femminile) semplicemente mettendo da parte il suo potere e trovando il riscatto nella normalità. Ma al momento del crudele scherzo del sangue di maiale Carrie si consapevolizza in maniera definitiva della sua natura, dell’ineluttabilità del suo potere e dell’origine malvagia delle sue pulsioni. Anche il suo sguardo cambia, a questo punto, non è più smarrito ma diviene folle, allucinato. La natura distruttiva di Carrie non può più essere trattenuta ma colpirà tutto e tutti senza scampo. E l’epilogo con la mano di Carrie che spunta dalla terra ad afferrare Sue è il più chiaro simbolo della discesa agli inferi della ragazza, dell’angelo caduto per aver osato credersi simile a Dio.

Concludo con un’ultima osservazione sulla scena iniziale del film, la scena delle docce e dell’arrivo delle prime mestruazioni di Carrie. La descrizione fatta da King già si presta a sviluppare fantasie sessuali ma la scena di De Palma è addirittura softcore con i primi piani di Sissy Spacek che si insapona sotto la doccia molto arditi per il 1976, anno in cui il film è stato girato. E a proposito della Spacek ci tengo a sottolineare quanto la sua interpretazione sia intensa e convincente, sia quando è timida e smarrita, quasi fragile, sia quando sviluppa tutta la sua furia distruttiva. Come Jack Torrance in Shining avrà sempre, nella mia memoria, il volto allucinato di Jack Nicholson anche Carrie White avrà sempre il volto turbato di Sissy Spacek.

Il male ha il volto di un innocente

E così ho concluso anche la lettura de Le notti di Salem. Sono molto felice di aver riscoperto un capolavoro con maggiore consapevolezza della prima volta che lo lessi. Adesso sono più consapevole non soltanto dell’evoluzione dello stile di King ma anche dello scrivere in genere, avendo letto, banalmente, molti più libri di quando avevo 16 anni. E, nonostante questo, sono consapevole di aver letto un capolavoro, un libro che ha rivoluzionato un genere senza scardinarne i presupposti.

Le notti di Salem di Stephen King (1975)

I vampiri di King sono i più pericolosi che tu possa immaginare.

Perché sono tua madre, tuo padre, il tuo fratellino o hanno il volto di quel ragazzo che conosci da poco ma che già ti piace da morire.

Ma non sono loro.

Sono involucri privi della loro anima. Ma non c’è verso di ricordarselo quando stai per conficcargli un paletto nel cuore. Pensi che, in fondo, qualcosa di loro in quel mostro che ti trovi davanti potrebbe essere rimasto. Esiti. E loro vincono.
I vampiri di King sono spesso bambini.

Hanno una risata infernale e ti supplicano di farli entrare. E difficilmente riesci a dire di no. E, quando li fai entrare, è ormai troppo tardi.
Gli unici che si salvano sono coloro che vivono soli, che non conoscono nessuno, che non hanno parenti né amici.

La solitudine è l’unica arma contro i vampiri di King. Perché i primi da cui tornano sono quelli che più li amano.

E’ con l’amore che ti sconfiggono, i vampiri di King.

3. Shining

Ci siamo. Complice un freddo sabato pomeriggio di fine ottobre ho terminato Le notti di Salem! Nei prossimi giorni posterò la recensione ma, per adesso, volevo rimarcare la bellezza di questo libro. Se non lo avete letto correte a farlo, se lo avete già letto vi assicuro che la rilettura dà ancora più soddisfazione della scoperta di questo romanzo.

Ma lasciamo da parte Le notti di Salem.

E’ il momento di buttarsi a capofitto in Shining, sperando che i prossimi giorni mi lascino un po’ più di tempo libero per dedicarmi alla lettura. Nel caso di Shinig, come ho già avuto modo di dire, si tratta per me della prima volta.
Ho visto spesso il bellissimo film di Kubrick ma non avevo mai sentito la necessità di leggere il libro da cui è tratto. Anche perché in molti non lo amano particolarmente e anche questo, forse, mi aveva tolto la voglia di leggerlo. Adesso, invece, sono contentissima di farlo e sono proprio curiosa di vedere tutte le differenze col film (che si dice siano numerose) ma, soprattutto, sono curiosa di conoscere il personaggio di Jack così come lo ha tratteggiato lo zio Stevie.

Come al solito di seguito trovate i dati relativi all’edizione che leggerò:

Brossura 429 Pagine

ISBN-10: 8845215598

ISBN-13: 9788845215599

Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 132)

Data di pubblicazione: Jan 01, 1990

Traduzione: Adriana Dell’Orto

E ora scusate ma ho un impegno. Con Jack

Lontananze

Il lavoro mi sta risucchiando completamente in questo periodo e sto arrancando per cercare di portare avanti, faticosamente, tutte le cose che per me contano e, tra queste, anche l’impresa 1. Spero che vengano tempi migliori e di poter riuscire, nei prossimi giorni, a postare con più regolarità. Va a rilento anche la rilettura di Le notti di Salem anche se ogni sera sono lì a fare il conto alla rovescia sulle pagine che mi mancano alla fine. Ma, immancabilmente, mi addormento sulla pagina

Intanto, se siete passati in questi giorni, avrete notato che ho inserito un nuovo widget sotto la casella di ricerca. Nelle mie intenzioni dovrebbe svolgere la funzione di microblogging, per dare rapidi aggiornamenti su notizie inerenti al blog ma non abbastanza ampie da necessitare dello spazio di un post. Mi sembrava una buona idea per la rapida condivisione, che ne dite?

Infine vi lascio la recensione di un piccolo film che, credo, abbiano visto in pochi data la scarsa distribuzione. Vale la pena recuperarlo per le atmosfere e il paesaggio, raramente ripreso così nel cinema italiano recente. Ma se non siete appassionati lasciate perdere perché, in quel caso, non vi lascerà molto altro.

Io sono Li

[ Italia, Francia 2011, Drammatico, durata 96′]   Regia di Andrea Segre
Con Zhao Tao, Rade Serbedzija, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston

Un esordio intensamente poetico quello del giovane documentarista Andrea Segre. Il film sa essere delicato ed intenso e trascina lo spettatore in un mondo sconosciuto fatto di persone semplici sfruttate dagli uomini o dalla vita. Tanto non fa differenza. Ed in questo mondo, sempre bagnato da un acqua che da elemento fisico si fa spesso simbolo, galleggiano due solitudini che si riconoscono, si scelgono e si aggrappano l’una all’altra.  La poesia (quella del poeta cinese che Li celebra facendo galleggiare candele colorate e quella di Bepi, poeta per vocazione perché abile nel creare rime) e la luce (quella abbagliante e quella soffusa, fotografate entrambe in maniera perfetta da Luca Bigazzi) sono gli elementi che connaturano questa pellicola intensa dove, purtroppo, c’è qualcosa che non funziona fino in fondo. Forse il motivo è che questo film è un esordio e, come tutte le opere prime, risulta ancora acerbo, non perfettamente consapevole dei suoi mezzi. In effetti il lirismo della storia rischia di rendere il film molto bello da certi punti di vista ma facilmente dimenticabile poco dopo la visione. Come questo ci sono decine di altri bei film di cui, spesso, non ricordiamo neppure il titolo. Quello che manca è, forse, una personalità che lo renda diverso da tutti gli altri film uguali: grandi qualità ma niente per cui valga la pena esser ricordato.

Ingiustizie

Attenzione! Contiene sfogo assolutamente gratuito

Ma vi sembra giusto che io debba scoprire solo oggi, dopo essere giunta praticamente alla fine della rilettura di Le notti di Salem, che è uscita da pochi mesi una riedizione proprio di questo libro ad opera della Sperling & Kupfer e che, per di più, tale edizione contiene le parti eliminate dalla Doubleday di cui parlavo, per l’appunto, qui? E non è tutto c’è pure un’introduzione che aiuta alla comprensione del romanzo e ben due (e sottolineo due!) racconti inediti! E, tanto per non farsi mancare nulla, è pure illustrata! Il mondo è profondamente ingiusto. Ecco.

La premessa alla recensione di questo libro è che sono un’appassionata dei romanzi vittoriani (a parte Jane Austen, sì, lo ammetto, proprio non mi va giù… colpa mia sicuramente) et similia (grandi storie d’amore tormentate con donne forti e caparbie per protagoniste spesso alle prese con misteri ed intrighi più grandi di loro).
Amo all’inverosimile Jane Eyre, La donna in bianco, Uccelli di rovo e la maggior parte dei libri di Daphne Du Maurier. Su Anobii non si fa che parlare bene di questo romanzo ed era diventato una specie di caso editoriale un po’ di tempo fa. E così, complice l’avvento del Natale, me lo feci regalare.

Non è un brutto romanzo, intendiamoci. Ma sicuramente non merita di essere incensato come chissà che. Una lettura piacevole. Estiva. Da ombrellone.

A volte questo è più che sufficiente.

I giorni del tè e delle rose di Jennifer Donnelly 2004

More about I giorni del tè e delle roseE’ questo l’effetto che mi ha fatto questo romanzo. Ho avuto bisogno di farlo decantare come una buona tazza di tè. Ho avuto bisogno di tempo per capire cosa non mi convinceva del tutto. E non che non sia stata una lettura appassionante o che la storia non mi abbia preso, non è stato questo il problema. Ma al di là dell’accuratezza dell’ambientazione e della ricostruzione storica, al di là della piacevolezza della scrittura, ho avvertito, fin da subito, la sensazione che ci fosse qualcosa che non tornava. E alla fine ho capito. Questo romanzo è anacronistico.

L’Ottocento che descrive, sebbene accurato, non è vivo e vibrante.

L’autrice sembra voler attuare una specie di operazione nostalgica che, alla fine, si rivela solamente un’imitazione, una copia. C’è qualcosa che suona stonato nella resa finale del romanzo. E’ come se Jennifer Donnelly volesse ricreareun mondo che non esiste più. Non riesce mai a far immergere il lettore in quel mondo ma lo trattiene sulla soglia come se fosse uno spettatore e non partecipasse della vita che gli scorre davanti. E il lettore rimane per tutto il tempo sulla porta, come un ospite inatteso che non sa se sarà ben accolto dal padrone di casa.


Jack Torrance il licantropo

Ormai ho superato abbondantemente la metà de Le notti di Salem ed è il momento di prendere in considerazione il terzo romanzo pubblicato da Stephen King, Shining. Probabilmente è il suo titolo più famoso anche se la fama non è strettamente legata all’opera letteraria quanto, piuttosto, al film che ne trarrà Stanley Kubrick qualche anno dopo. E la fama del film (che è, effettivamente, un capolavoro, senza entrare nella discussione su quanto Kubrick abbia alterato e reinterpretato l’opera del Re) ha finito per offuscare l’opera letteraria su cui è basato tanto che quasi tutti hanno visto il film mentre ben pochi hanno letto il libro (me compresa e ne faccio un mea culpa!).

L’ispirazione principale del romanzo viene a King durante una breve vacanza che lui e Tabitha si concedono nell’autunno del 1974 dopo il successo della pubblicazione di Carrie. Da poco la famiglia King si è trasferita a Boulder in Colorado, potendosi, finalmente, permettere di abbandonare la roulotte nella quale vivevano e prendersi un piccolo appartamento.

Quell’autunno i King decidono di passare una notte allo Stanley Hotel di Estes Park (Colorado) che darà allo zio Stevie l’ispirazione per l’Overlook Hotel di Shining. L’albergo sta per chiudere per l’inverno e i King sono gli unici ospiti. Lo scrittore rimane affascinato dalla costruzione ma, soprattutto, dall’atmosfera dell’albergo e comincia a concepire una storia di fantasmi ambientata in un vecchio albergo isolato.

Tornato a casa King comincerà a scrivere di getto il romanzo buttando giù la prima stesura in poco più di tre mesi. Nel raccontare la vicenda di questo padre alcolizzato e violento lo scrittore ha raccontato molto del se stesso dell’epoca (quando era un forte bevitore e faceva uso di droghe) ma pare che non se ne sia reso conto subito ma solo a distanza di tempo.

King vede Jack Torrance sostanzialmente come una persona buona ma debole. Un uomo ossessionato dalle violenze subite in passato a causa del padre e talmente fragile da aver paura perfino delle proprie reazioni nei confronti del figlio. Il termine licantropo che ho utilizzato nel titolo del post deriva da una felice definizione di Ciro Ascione che parla del licantropo come uno dei cinque archetipi della letteratura horror e che descrive come una creatura mostruosa non responsabile delle proprie azioni in quanto in lui avviene una metamorfosi (non  necessariamente fisica come nel topos classico del licantropo quanto, soprattutto, psichica come nel caso di Mister Hyde, altro esempio famoso di personaggio-licantropo) che lo porta a soddisfare i suoi più bassi istinti senza esserne pienamente cosciente.

E il personaggio di Jack è proprio questo: un uomo, in fondo buono, che cerca una possibilità di riscatto con tutte le sue forze ma che è troppo debole per dominare i suoi lati oscuri dovuti, in parte, all’educazione violenta impartitagli dal padre e, in parte, da una sorta di possessione che subisce durante il soggiorno all’Overlook da parte del vecchio custode dell’albergo Grady (che si era reso responsabile dello sterminio della propria famiglia).

King dà all’opera un’impostazione teatrale tanto da dividere la prima stesura in cinque atti invece che in capitoli (l’ispirazione è allo shakespeariano Re Lear) ma questa impostazione sarà modificata nella stesura successiva così come, per volere della Doubleday, saranno rimossi prologo ed epilogo, considerati inutili ed eccessivamente prolissi dall’editore (il prologo, che conteneva una ricostruzione storica delle vicende avvenute nell’Overlook Hotel prima dell’arrivo dei Torrance sarà poi pubblicato a parte sulla rivista Whispers nel 1982). Sempre la Doubleday si rende responsabile del rifiuto del titolo originale attribuito da King al romanzo: The Shine (ispirato alla canzone Istant Karma di John Lennon). Il motivo del rifiuto è che il termine shine viene utilizzato, in maniera dispregiativa, per indicare la gente di colore mentre il termine shining, scelto come titolo definitivo del romanzo, non dà adito a fraintendimenti di sorta. E sempre a proposito di titoli è curioso notare che il titolo italiano con cui è stato pubblicato il romanzo nel 1978 è Una splendida festa di morte (sicuramente molto più evocativo del titolo attuale) a cui subentrerà il titolo con cui tutti noi lo conosciamo solo dopo l’uscita del film di Kubrick nel 1980.

A proposito, ormai saprete tutti che King sta scrivendo proprio il seguito di Shining in cui racconterà la storia del piccolo Danny ormai cresciuto. Come è nel suo stile zio Stevie ha presentato a sorpresa il libro durante una festa universitaria a cui non era stato neppure invitato e dove, invece, è salito sul palco e ha letto, ai fortunati presenti, un estratto del primo capitolo del manoscritto in corso di completamento. Davvero una bella iniziativa.

Azione lirica ed iperviolenta

Capita. Raramente ma capita. Ogni tanto vai al cinema preparata a vedere un film che tutti decantano senza esserne per niente convinta e ti trovi davanti un capolavoro. E neanche te lo aspettavi! E, forse, è proprio per questo che lo apprezzi anche di più.

Un consiglio: se potete non perdetevi questo film. Anche se non è un film per tutti.

Drive

[Drive, USA 2011, Azione, durata 95′]   Regia di Nicolas Winding Refn
Con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Ron Perlman, Oscar Isaac, Christina Hendricks, Bryan Cranston,Albert Brooks, Tina Huang, Joe Pingue, Tiara Parker

Nessuno meglio di Nicolas Widing Refn era mai riuscito a sintetizzare lo stile lirico di John Woo con l’asciutta malinconia di Michael Mann. E già questo sarebbe un buon motivo per gridare al capolavoro. Ma c’è di più. Widing Refn è, evidentemente, cresciuto guardando i film di Tarantino e non gli deve dispiacere neppure la violenza delle pellicole di Park Chan-Wook. La violenza di cui è intriso Drive porta a distogliere lo sguardo dalla pellicola in più di un’occasione. Qualcuno ha detto che c’è più violenza in questo film che in tutte le pellicole di Scorsese e non aveva tutti i torti. Ma non si tratta mai di violenza gratuita ma funzionale, non tanto alla storia, ma a delineare un personaggio, il protagonista mirabilmente interpretato da Ryan Gosling, ormai sempre di più sulla breccia dell’onda (niente da dire, se lo merita).  Un film non per tutti, perché la lentezza e il silenzio con cui si svolge tutta la prima parte della storia deluderanno chi si aspetta un film d’azione pura, così come la delicata storia d’amore mai consumata che è tratteggiata in maniera talmente disperata da sfiorare, in più punti, il melò più puro. Allo stesso modo la spirale di violenza nella quale si consuma la vendetta del protagonista è difficile da sopportare.  Ma per chi si avvicinerà a questo film senza pregiudizi, lasciandosi guidare dalla mano sicura del regista avrà la fortuna di trovarsi davanti ad una manifestazione di grande cinema. Dimenticavo. Una menzione speciale alla stupenda colonna sonora e alla sublime fotografia che ci regala una luce calda che non lascia indifferenti.