No, non sono i miei i 38 anni (ancora non li ho) ma quelli trascorsi da quando Stephen King scrisse Carrie, nel 1973. Le riflessioni che dovevo fare sul libro le ho già fatte qui, adesso non mi rimane che lasciarvi la breve recensione del romanzo.

Nel frattempo vi comunico che sono già a buon punto della lettura de Le notti di Salem e che qui King si rivela già per lo scrittore maturo che apprezziamo. Ma non vi anticipo nulla. In uno dei prossimi post farò un’analisi un po’ più dettagliata.

Carrie di Stephen King 1974

La rilettura di Carrie è stata estremamente soddisfacente. Non solo perché mi ha permesso di scoprire particolari che nella prima lettura mi erano sfuggiti o elementi che non avevo notato ma, ancora di più, perché mi ha permesso di assaporare lo stile del King esordiente.

Carrie è stato il mio primo approccio all’opera di questo scrittore e lo lessi nell’adolescenza. In pratica ho esordito nella lettura di King parallelamente al momento in cui lui ha esordito nella scrittura. La rilettura mi ha fatto capire che lo stile particolare dello scrittore del Maine era già presente agli albori della sua produzione, mancava solamente la consapevolezza dei suoi mezzi, per il resto era già perfettamente formato.

Ma la vera sorpresa consiste nel constatare che questo romanzo è invecchiato benissimo. Ancora riesce a spaventare e ad inorridire con certe descrizioni pur essendo passati quasi 40 anni e centinaia di film horror che hanno contribuito a cambiare l’immaginario collettivo e ci hanno abituati a ben maggiori efferatezze. E’ inutile dirlo, è questo che distingue un grande scrittore da un fenomeno mediatico, questa capacità di penetrare nell’immaginario del lettore a tal punto da risvegliare in lui le emozioni più ataviche e primitive. E’ questo carattere di universalità che fa di Carrie inevitabilmente un classico.