Ormai ho superato abbondantemente la metà de Le notti di Salem ed è il momento di prendere in considerazione il terzo romanzo pubblicato da Stephen King, Shining. Probabilmente è il suo titolo più famoso anche se la fama non è strettamente legata all’opera letteraria quanto, piuttosto, al film che ne trarrà Stanley Kubrick qualche anno dopo. E la fama del film (che è, effettivamente, un capolavoro, senza entrare nella discussione su quanto Kubrick abbia alterato e reinterpretato l’opera del Re) ha finito per offuscare l’opera letteraria su cui è basato tanto che quasi tutti hanno visto il film mentre ben pochi hanno letto il libro (me compresa e ne faccio un mea culpa!).

L’ispirazione principale del romanzo viene a King durante una breve vacanza che lui e Tabitha si concedono nell’autunno del 1974 dopo il successo della pubblicazione di Carrie. Da poco la famiglia King si è trasferita a Boulder in Colorado, potendosi, finalmente, permettere di abbandonare la roulotte nella quale vivevano e prendersi un piccolo appartamento.

Quell’autunno i King decidono di passare una notte allo Stanley Hotel di Estes Park (Colorado) che darà allo zio Stevie l’ispirazione per l’Overlook Hotel di Shining. L’albergo sta per chiudere per l’inverno e i King sono gli unici ospiti. Lo scrittore rimane affascinato dalla costruzione ma, soprattutto, dall’atmosfera dell’albergo e comincia a concepire una storia di fantasmi ambientata in un vecchio albergo isolato.

Tornato a casa King comincerà a scrivere di getto il romanzo buttando giù la prima stesura in poco più di tre mesi. Nel raccontare la vicenda di questo padre alcolizzato e violento lo scrittore ha raccontato molto del se stesso dell’epoca (quando era un forte bevitore e faceva uso di droghe) ma pare che non se ne sia reso conto subito ma solo a distanza di tempo.

King vede Jack Torrance sostanzialmente come una persona buona ma debole. Un uomo ossessionato dalle violenze subite in passato a causa del padre e talmente fragile da aver paura perfino delle proprie reazioni nei confronti del figlio. Il termine licantropo che ho utilizzato nel titolo del post deriva da una felice definizione di Ciro Ascione che parla del licantropo come uno dei cinque archetipi della letteratura horror e che descrive come una creatura mostruosa non responsabile delle proprie azioni in quanto in lui avviene una metamorfosi (non  necessariamente fisica come nel topos classico del licantropo quanto, soprattutto, psichica come nel caso di Mister Hyde, altro esempio famoso di personaggio-licantropo) che lo porta a soddisfare i suoi più bassi istinti senza esserne pienamente cosciente.

E il personaggio di Jack è proprio questo: un uomo, in fondo buono, che cerca una possibilità di riscatto con tutte le sue forze ma che è troppo debole per dominare i suoi lati oscuri dovuti, in parte, all’educazione violenta impartitagli dal padre e, in parte, da una sorta di possessione che subisce durante il soggiorno all’Overlook da parte del vecchio custode dell’albergo Grady (che si era reso responsabile dello sterminio della propria famiglia).

King dà all’opera un’impostazione teatrale tanto da dividere la prima stesura in cinque atti invece che in capitoli (l’ispirazione è allo shakespeariano Re Lear) ma questa impostazione sarà modificata nella stesura successiva così come, per volere della Doubleday, saranno rimossi prologo ed epilogo, considerati inutili ed eccessivamente prolissi dall’editore (il prologo, che conteneva una ricostruzione storica delle vicende avvenute nell’Overlook Hotel prima dell’arrivo dei Torrance sarà poi pubblicato a parte sulla rivista Whispers nel 1982). Sempre la Doubleday si rende responsabile del rifiuto del titolo originale attribuito da King al romanzo: The Shine (ispirato alla canzone Istant Karma di John Lennon). Il motivo del rifiuto è che il termine shine viene utilizzato, in maniera dispregiativa, per indicare la gente di colore mentre il termine shining, scelto come titolo definitivo del romanzo, non dà adito a fraintendimenti di sorta. E sempre a proposito di titoli è curioso notare che il titolo italiano con cui è stato pubblicato il romanzo nel 1978 è Una splendida festa di morte (sicuramente molto più evocativo del titolo attuale) a cui subentrerà il titolo con cui tutti noi lo conosciamo solo dopo l’uscita del film di Kubrick nel 1980.

A proposito, ormai saprete tutti che King sta scrivendo proprio il seguito di Shining in cui racconterà la storia del piccolo Danny ormai cresciuto. Come è nel suo stile zio Stevie ha presentato a sorpresa il libro durante una festa universitaria a cui non era stato neppure invitato e dove, invece, è salito sul palco e ha letto, ai fortunati presenti, un estratto del primo capitolo del manoscritto in corso di completamento. Davvero una bella iniziativa.

Annunci