E così ho concluso anche la lettura de Le notti di Salem. Sono molto felice di aver riscoperto un capolavoro con maggiore consapevolezza della prima volta che lo lessi. Adesso sono più consapevole non soltanto dell’evoluzione dello stile di King ma anche dello scrivere in genere, avendo letto, banalmente, molti più libri di quando avevo 16 anni. E, nonostante questo, sono consapevole di aver letto un capolavoro, un libro che ha rivoluzionato un genere senza scardinarne i presupposti.

Le notti di Salem di Stephen King (1975)

I vampiri di King sono i più pericolosi che tu possa immaginare.

Perché sono tua madre, tuo padre, il tuo fratellino o hanno il volto di quel ragazzo che conosci da poco ma che già ti piace da morire.

Ma non sono loro.

Sono involucri privi della loro anima. Ma non c’è verso di ricordarselo quando stai per conficcargli un paletto nel cuore. Pensi che, in fondo, qualcosa di loro in quel mostro che ti trovi davanti potrebbe essere rimasto. Esiti. E loro vincono.
I vampiri di King sono spesso bambini.

Hanno una risata infernale e ti supplicano di farli entrare. E difficilmente riesci a dire di no. E, quando li fai entrare, è ormai troppo tardi.
Gli unici che si salvano sono coloro che vivono soli, che non conoscono nessuno, che non hanno parenti né amici.

La solitudine è l’unica arma contro i vampiri di King. Perché i primi da cui tornano sono quelli che più li amano.

E’ con l’amore che ti sconfiggono, i vampiri di King.

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