Anche su Shining ho superato il giro di boa di metà lettura (applausi!). E, come di consueto, dedico un post al prossimo libro da affrontare.

Si tratta di Ossessione, il primo romanzo di Richard Bachman, lo pseudonimo che il Re ha utilizzato, fin dagli esordi, per sperimentare un tipo di scrittura diverso da quello a cui ha abituato i suoi fan. Sicuramente vale la pena dedicare un post a Bachman e al suo stile ma ne riparleremo in maniera più approfondita quando mi sarò riletta un po’ dei suoi romanzi.

Accenno brevemente alla trama del romanzo perché è sicuramente uno dei meno noti del Re e alcuni di voi, forse, non lo conoscono. Il racconto narra di uno studente delle superiori che uccide due insegnanti e tiene in ostaggio i suoi compagni di classe costringendoli, in una specie di terapia di gruppo, a tirare fuori i lati più oscuri ed aberranti del loro carattere e a raccontare gli episodi della loro vita di cui più si vergognano. Naturalmente non vi rivelo il finale ma potete immaginare che non sarà certo positivo…

Ossessione è, a tutti gli effetti, il primo romanzo scritto da King attualmente pubblicato. La prima stesura, infatti, risale al 1966 e vede la luce, nella sua forma più o meno definitiva, nel 1968 quando lo sottopone, per un’esercitazione di scrittura creativa, al giudizio del suo insegnante, durante una lezione universitaria (per inciso il primo titolo dell’opera era Getting It on e l’insegnante lodò molto il lavoro di King spingendolo a proseguire sulla strada della scrittura). Ma è soltanto nel 1977 che il romanzo viene pubblicato, lo stesso anno in cui viene dato alle stampe Shining. La scelta di pubblicare il testo con lo pseudonimo di Richard Bachman (che accompagnerà la vita editoriale di King fino al 1984, anno in cui verrà smascherato da un lettore) è dovuta essenzialmente a due motivi, uno di natura stilistica e l’altro di immagine, se così possiamo dire.

Il romanzo è scritto in uno stile tagliente ed essenziale ed è quasi brutale nella scelta di non voler conquistare il lettore ma di volergli sbattere in faccia la violenza. Nelle opere di Bachman c’è molta meno psicologia rispetto alle opere di King. Bachman non tenta più di tanto di capire i suoi personaggi né di renderli accattivanti per i suoi lettori. I protagonisti dei romanzi dell’alter ego di King sono quasi tutti antipatici o, per lo meno, quasi mai suscitano empatia. Lo stesso non si può dire di King che, alla fine dei conti, ama sempre i suoi perdenti, i personaggi più deboli e, in qualche modo, cerca di far affezionare a loro anche il lettore.

Il secondo motivo che spinge King a creare Bachman è di natura essenzialmente psicologica. Lo scrittore del Maine è curioso di vedere se le sue opere vendono per motivi di qualità di scrittura o, almeno in parte, perché sono romanzi di Stephen King. E, in effetti, i libri di Bachman conosceranno veramente il successo solo quando l’alter ego del Re sarà rivelato. Fino a quel momento erano un oggetto di nicchia, amato da una fetta marginale di pubblico.

E’ interessante notare (ma ci ritorneremo) come i primi romanzi di King trattino spesso della rabbia e dell’incapacità di gestirla (Carrie compie la sua vendetta in preda all’ira, in Ossessione il movente di tutto il romanzo è la rabbia repressa che poi deflagra e anche in Shining, alla fine, il tema centrale è proprio l’incapacità di Jack Torrance di convivere con le sue pulsioni di rabbia)

Voglio concludere questa breve introduzione al libro citando un brano di un’intervista allo zio Stevie del 1999. Il testo integrale lo trovate qui, l’estratto che vi riporto è una mia libera traduzione dall’inglese quindi perdonate la forma non proprio oxfordiana 😉

Simpatizzo con i perdenti del mondo e, in qualche modo, comprendo la cieca rabbia adolescenziale e il panico da topo in trappola che caratterizza la scelta obbligata di crescere, fino al punto in cui la violenza sembra essere l’unica risposta possibile alla sofferenza. E anche se compatisco i ragazzi che hanno sparato a Columbine mi piace pensare che, se fossi stato nella posizione di farlo, li avrei uccisi io stesso, se non ci fosse stata scelta, che li avrei abbattuti come un animale selvatico che non si riesce a far smettere di mordere. Arriva un momento in cui gli Harris e i Klebold diventano impossibili da salvare, quando hanno superato quel confine invisibile e sono entrati in quella terra in cui ogni impulso violento è lasciato libero di sfogarsi. A questo punto le regole sociali non contano più e rimane solo il dovere di salvare quante più persone possibile da quello che mi sembra essere il male del secolo attuale, nel senso che questo termine assume nel Vecchio Testamento. E anche se esperti, politici e psicologi esitano ad utilizzare questa parola -e io stesso, in effetti, esito ad usarla- nessun’altra mi sembra più calzante per indicare queste azioni e le rovine che si lasciano alle spalle. E in presenza del male tutta la pietà o la compassione che possiamo provare deve essere messa da parte e conservata solo per le vittime.

E proprio in seguito agli episodi avvenuti nella scuola superiore di Columbine, dopo che altri fatti analoghi erano accaduti anche in altre scuole americane, che King decide di ritirare dal commercio Ossessione dichiarando che sebbene secondo lui non ci sia nessun collegamento diretto tra libri o film violenti e simili stragi è pur vero che un romanzo simile, in una mente già deviata, può provocare la scintilla che innescherà l’esplosione di violenza.

Resta da dire che non sono completamente d’accordo con il Re e con la sua teoria perché la trovo abbastanza esplicativa del modo di pensare americano che ritiene che, spesso, non ci siano alternative a punizioni esemplari e che preferisce, in molti casi, uccidere i suoi assassini con la pena di morte piuttosto che impedirgli di uccidere rendendogli meno facile l’accesso alle armi. Ma sarebbe una lunga discussione che andrebbe argomentata un po’ meglio di così e questo post non è il luogo adatto dato che l’ho scritto, semplicemente, per presentare uno dei migliori libri di King Bachman, almeno a mio parere.

Annunci