La lettura di Shining prosegue inesorabile. Il libro è di quelli che prende e spinge ad andare avanti nonostante il poco tempo e il sonno che si fa sentire la sera. Lo credevo impossibile ma mi sono dimenticata subito del film di Kubrick. Perché il romanzo è tutta un’altra cosa. L’avevo letto ovunque ma solo la lettura effettiva del libro mi sta portando a consapevolizzarmi veramente di questo. Kubrick ha scelto di rappresentare, nel suo film, solo la superficie di un romanzo che è estremamente stratificato e complesso. Ed è per questo che King non ha mai amato il film. Perché nel film manca tutto ciò che rende il libro degno di essere letto.

Ma vorrei fugare subito tutti i dubbi. Il romanzo non è un capolavoro. Non sono neppure convinta che sia un romanzo riuscito, ma per dichiararlo devo almeno terminare la lettura. La struttura dell’opera è debole e King cede in più occasioni ad un eccesso di descrizioni che nuocciono alla storia. La trama, di per sé, non è equilibrata e non riesce completamente a mantenere alta la tensione. Anche l’incertezza di chi ne sia il vero protagonista nuoce allo sviluppo. E’ Danny il protagonista, come sembra alludere il titolo? O è Jack, come sembra preferire King (e io, oh, anche io parteggio inevitabilmente per quest’uomo rabbioso e fragile!)? O è l’Overlook Hotel il vero protagonista, personaggio a tutto tondo che è, evidentemente, vivo? Per adesso non è dato saperlo e, probabilmente, una scelta definitiva King non la farà mai.

Altro aspetto che nuoce alla vicenda, a mio parere, è la scelta di identità di tempo e di luogo secondo i dettami della tragedia classica che fa sì che la storia sia ambientata in un albergo tagliato fuori dal resto del mondo da un inverno rigido. Questo porta a concentrare l’attenzione solo sui tre componenti della famiglia Torrance e a scavare solo dentro le loro paure e il loro passato. E sebbene la cosa sia condotta dal Re egregiamente manca totalmente quella coralità che è il segno caratteristico delle storie kinghiane. Lo scrittore del Maine dà il meglio di sé nelle storie collettive, nel raccontare di piccole comunità ricche di personaggi mai banali. Il dramma da camera, se mi passate la definizione, non gli si addice.

Ma tutto ciò che ho detto sopra non mi impedisce di affermare, con la medesima convinzione, che sia descritto in questo romanzo uno dei personaggi più felici usciti dalla penna dello zio Stevie. E’ chiaro, da tutto ciò che ho detto precedentemente, che si tratta di Jack Torrance. Qui dichiaro tutto il mio amore per un uomo capace di grandi slanci nel bene e nel male. Un uomo che non nasconde la sua fragilità ma cerca in ogni modo di sconfiggerla per il profondo amore che nutre per il figlio. Un padre perfetto che riversa sul figlio tutte le sue speranze e le sue tenerezze. Un uomo che non riesce a controllare la sua rabbia e la osserva impotente deflagrare e distruggere ciò che più ama. Un uomo posseduto, prima di tutto, dal fantasma di suo padre che adora e odia nello stesso momento senza riuscire mai ad elaborare veramente il male subito.  Un uomo fallito incapace di accettare la portata del suo fallimento. Un alcolizzato che pensa che basti smettere di bere per non esserlo più. Tutto questo è descritto da King in maniera così profonda e felice da risultare commovente. E rimane impossibile non pensare che ci debba essere qualcosa di autobiografico in tutto ciò, anche se sono sempre restia a facili psicologismi.

Un’ultima osservazione per concludere questo abbozzo di analisi. Il libro approfondisce molto il rapporto tra genitori e figli. Questo sia per quanto riguarda Jack e Danny ma anche Danny e Wendy e quello dei due adulti nei confronti dei rispettivi genitori. E’ come se il leitmotiv della storia fosse la decostruzione della felicità familiare. Nessuna delle famiglie descritte nel romanzo è mai stata veramente felice. Certo Wendy e Jack si amano, nonostante tutto. Ma non riescono ad instaurare un rapporto di fiducia reciproca e, soprattutto, non riescono a dare sicurezza a Danny che vive con angoscia la possibilità che i suoi genitori divorzino. La famiglia di origine di Jack è stata distrutta da un padre violento e alcolizzato (!) che il piccolo Jack adorava ma che non è mai riuscito a tenere a freno né ad impedire che si sfogasse sui figli ma, soprattutto, sulla moglie. Da parte sua Wendy, ancora da adulta, deve fare i conti con l’ingombrante figura della madre che la considera una buona a nulla e non perde occasione per ricordarglielo.

Il sogno della famiglia quale rifugio e luogo di crescita serena si rompe definitivamente. E, in questo contesto catastrofico, l’infanzia non può essere felice. E Danny, infatti, è un bambino già adulto, sia per il potere che possiede sia, a maggior ragione, perché è costretto a vivere cose che nessun bambino dovrebbe vivere. E questo King sembra saperlo molto bene.