Archive for novembre, 2011


Il vero Ben Mears

Alla fine, spinta soprattutto dalla curiosità per un cast che, mi pareva, di tutto rispetto, sono riuscita a recuperare la visione della miniserie del 2004 tratta da Le notti di Salem. E non me ne sono affatto dovuta pentire, anzi, è stata una bella sorpresa.

Salem’s Lot (2004)

[Salem’s Lot, USA 2004, Horror, durata 174′]   Regia di Mikael Salomon
Con Rob Lowe, Andre Braugher, Donald Sutherland, Samantha Mathis, Robert Mammone, Dan Byrd,Rutger Hauer, James Cromwell, Andy Anderson, Robert Grubb

Attenzione! Contiene spoiler

Partiamo subito dal presupposto che stiamo parlando di un tipico prodotto televisivo, intendendo l’accezione più deteriore del termine, vale a dire regia piatta e didascalica, priva di slanci di qualsivoglia tipo, eccessiva dilatazione dei tempi con conseguente perdita della tensione ed una certa attenzione per il politically correct che rifugge ogni intenzione di analisi sui meccanismi dell’orrore. Detto questo mi sono trovata di fronte un prodotto che non è assolutamente da buttare ma che, al contrario, presenta piacevoli sorprese.

Innanzitutto va detto che il cast è davvero il punto di forza di questa trasposizione perché gli attori non si limitano ad offrirci interpretazioni al minimo sindacale (come spesso avviene in questi casi) ma cercano di creare dei personaggi a tutto tondo che restino impressi nella memoria dello spettatore. E va anche detto che dopo aver visto Rob Lowe (che sia bello, va detto, aiuta…) nel ruolo di Ben Mears mi riesce difficile immaginarlo con un’altra faccia o un’altra espressività. In più Lowe riesce ad infondere al personaggio dello scrittore una dolcezza ed una fragilità che nelle pagine di King sono solamente accennate, e spicca per completezza. E fa subito dimenticare l’interpretazione di David Soul in Le notti di Salem di Hooper che torna ad essere solo Kenneth Hutchinson, come è giusto che sia, del resto (perché da bambina lo adoravo e posso tornare a provare questa passione senza confonderlo con Ben Mears che -ora è appurato- è un’altra cosa).

E poi c’è l’interpretazione di James Cromwell che è un altro attore poco sfruttato ma che è sempre convincente in tutti i ruoli che gli vengono affidati (come non ricordarlo in Babe maialino coraggioso? Il suo personaggio, silenzioso per buona parte del film, è bellissimo). Il suo è un Padre Callahan ombroso e sfiduciato che riesce ad accendersi di passione solo quando capisce di avere ancora una missione da compiere. E anche se, alla fine, perderà la lotta con il Male ne uscirà vittorioso perché, come vampiro, troverà una nuova spinta per vivere, poco importa se è quella sbagliata.

Anche Rutger Hauer, con il suo sorriso sornione e gli occhi di ghiaccio, se la cava egregiamente anche se non riesce a dare nuovo spessore al personaggio di Barlow che, del resto, non ha molto da dire neppure nel romanzo del Re.

Unica nota negativa, a livello recitativo, un Donald Sutherland che si limita ad interpretare un Babbo Natale mefistofelico, più ridicolo che pauroso, assolutamente non in linea con il personaggio di Straker sia del romanzo che della precedente trasposizione di Hooper dove, invece, acquistava un certo spessore dato, soprattutto, dall’ambiguità che riesce a trasmettergli James Mason.

Altra nota di merito del film è da attribuirsi all’impostazione scelta che mette in risalto, proprio come il romanzo, l’ambiguità di Jerusalem’s Lot e dei suoi abitanti, con i segreti che conservano e si premuniscono di nascondere, e la sensazione di malvagità che permea le case, le strade e i volti dei cittadini. Peccato che tutto questo sia stato relegato alla voce off di Ben Mears che, a lungo andare, risulta un po’ troppo didascalica, per cui fastidiosa.

E veniamo ai difetti, oltre a quello, già segnalato, della regia di stampo prettamente televisivo. Il difetto principale di questo film è che non riesce a spaventare. E non è un difetto da poco, visto anche che Le notti di Salem è uno dei romanzi più spaventosi di Stephen King. Qui i vampiri non riescono mai a fare veramente paura né ad inquietare. L’unica scena riuscita, da questo punto di vista, è quella dello scuolabus nel quale bambini-vampiro spuntano ovunque. La scena è molto fedele a quella descritta da King e ne conserva tutta la forza, bisogna ammetterlo. Ma, a parte questo, non c’è molto altro. I vampiri rappresentati da Salomon sono uomini con gli occhi bianchi e dei canini che si allungano a comando. Niente più di questo. Nessuna inquietudine. Nessuno spavento.

Alla fine restano molto più sotto pelle le visioni dell’impresa di Ben da ragazzino quando entra per la prima volta a Casa Marsten e trova i cadaveri di Hubie Marsten, della moglie e del figlioletto. Tra l’altro è interessante la scelta di fotografia che vira sui toni del rosso tutti i ricordi. Quelle visioni, in termini di paura, sono sicuramente le più riuscite del film.

Donnine putride

Perché, a volte, ciò che minaccio lo realizzo. Purtroppo

Come si può facilmente evincere dal titolo il tema di questo post sono i personaggi femminili ormai annegati da un po’ di tempo che decidono di ripresentarsi anche se nessuno li ha invitati. Nel cinema, ma questo non si poteva evincere.

Il personaggio, da me personalmente ribattezzato donnina putrida (perché fa simpatia), non è dei più frequenti e non credo che possa assurgere a topos cinematografico a tutti gli effetti come il vampiro, lo zombi o il licantropo ma si è ritagliato comunque un suo ruolo di nicchia piuttosto interessante.

Non credo che ci sia un archetipo codificato e riconosciuto ma mi pare abbastanza evidente che il tutto possa essere fatto risalire ad Ofelia. La vicenda di Ofelia è abbastanza nota in quanto uno dei personaggi più belli dell’Amleto di Shakespeare. Ne riassumo brevemente la storia. La giovane Ofelia, figlia del consigliere del re di Danimarca, è innamorata ricambiata di Amleto, principe di Danimarca. I due giovani si sono promessi amore eterno e fedeltà ma le cose non andranno come entrambi auspicavano. Amleto finge la pazzia per vendicare la morte del padre e la sua messinscena comporta anche di tenere all’oscuro Ofelia del suo piano. La ragazza, inizialmente, non si rassegna al cambiamento avvenuto nell’innamorato e non si arrende di fronte al suo atteggiamento ostile né di fronte ai suoi rifiuti che la costringono ad allontanarsi, ma dovrà ricredersi quando Amleto ucciderà suo padre scambiandolo per l’assassino del re. A questo punto Ofelia impazzisce e comincia a vagare per il palazzo come un fantasma, perdendosi in un mondo di fantasie costruite dalla sua mente ormai vacillante. Ed è proprio un uno dei suoi vagabondaggi, mentre raccoglie dei fiori sulla riva del fiume, che la ragazza incontra la morte. Sarà una morte dolce che la vedrà sprofondare nell’acqua avvolta dai fiori senza che lei neppure se ne renda conto (e, infatti, se ne andrà sussurrando canzoni a mezza voce) fino a quando i suoi abiti, ormai zuppi, non la trascineranno a fondo.

Il personaggio di Ofelia risulta amatissimo anche nell’ambito delle arti figurative, soprattutto dai Preraffaeliti e, in generale, nella pittura vittoriana. Ed è facile anche capirne il motivo perché è una figura che simboleggia l’innocenza e la purezza, caratteristiche idolatrate da questi pittori. Inoltre, per quanto riguarda in particolare i Preraffaeliti, l’elemento naturalistico dei fiori di cui è cosparsa la fanciulla mentre annega e l’effetto dell’acqua sulle vesti bagnate sono due elementi ulteriori che hanno contribuito alla diffusione di questo soggetto nella loro produzione. Va detto che anche l’arte contemporanea non ha disdegnato il soggetto spesso attualizzandolo inserendolo in un contesto di vita quotidiana (come nel caso di Karin Andersen che sostituisce al fiume la vasca da bagno come luogo dell’annegamento della fanciulla) e traghettandolo direttamente al contesto cinematografico.

Ed è proprio al cinema che volevo arrivare.

Attenzione! Contiene spoiler

1. Shining di Stanley Kubrick

Ne abbiamo già parlato a lungo e non credo che ci sia bisogno di tornare sull’argomento. In questo contesto mi interessa solo dare un’occhiata alla donnina putrida della stanza 237 (non me ne faccio una ragione del fatto che Kubrick abbia voluto cambiare il numero della stanza rispetto al romanzo di King…). L’efficacia di questa figura, al di là della realizzazione in termini di trucco ed effetti speciali, è dovuta al fatto che Kubrick ce la presenta inizialmente come una bellissima e giovane donna che attrae Jack all’interno della stanza lusingandolo con chiare profferte sessuali salvo poi rivelarsi per quello che è nel momento in cui l’uomo si troverà avvinghiato a lei. Il contrasto tra il corpo perfetto della giovane donna che esce dalla vasca da bagno e si offre impudica a Jack e il corpo corroso dal tempo e dall’umidità della vecchia è la carta vincente di questa scena e Kubrick riesce, in questo modo, a disgustare e spaventare lo spettatore in maniera eccelsa. E fa riflettere che ancora una volta una delle scene più riuscite del film non sia affatto presente nel libro di King. Ma questa è un’altra storia.

2. Le verità nascoste di Robert Zemeckis

Anche uno dei più innocui registi hollywoodiani ha riesumato (!) il personaggio della donnina putrida, inserendolo in uno dei suoi film migliori che risulta essere anche uno di quelli più atipici della sua produzione. Vien fatto di ricordare Robert Zemeckis per la serie di Ritorno al futuro, per la riuscitissima commistione di animazione ed attori in carne ed ossa di Chi ha incastrato Roger Rabbit? o per la favola ingenua e commovente di Forrest Gump ma si tende a dimenticare questa pellicola del 2001 che, pur non essendo originalissima, riesce a trasmettere la giusta dose di tensione nello spettatore.

La trama ci offre una classica storia di fantasmi che cominciano a manifestarsi in una casa al lago dove una coppia di coniugi passa le proprie vacanze. Queste presenze si cominciano ad avvertire con rumori improvvisi ed immotivati (il lavoro del dipartimento fonico è veramente eccezionale), con lo spostamento di oggetti ma, soprattutto, quando i protagonisti si trovano in prossimità della vasca da bagno. Ben presto si capisce che questa presenza misteriosa (chiunque essa sia) è indissolubilmente legata all’acqua. Qui l’apparizione della donnina putrida è abbastanza fugace e neppure tanto impressionante. Molto più interessante è il meccanismo psicologico dell’attesa messo in scena da Zemeckis che porta lo spettatore a prefigurare la scoperta del cadavere annegato tenendo sempre alta la tensione.

3. Dark Water di Hideo Nakata

Hideo Nakata è noto ai più come regista di The Ring (la versione originale giapponese del 1998 e non l’omonimo remake americano con Naomi Watts, per intenderci) e basterebbe questo particolare per concludere che le donnine putride devono essere proprio una delle sue ossessioni. Dark Water (anche questo con un remake americano dignitoso datato 2005 che vede protagonista Jennifer Connelly) è un horror genuino di quelli che spaventano davvero e ti si insinuano nella mente tanto che non puoi fare a meno di pensarci anche giorni dopo la visione. La donnina putrida che ne è protagonista è, in realtà, una bambina e questo porta lo spettatore ad immedesimarsi con la terribile storia della sua vita e della sua morte a mano a mano che questa viene fuori. Ma è un errore imperdonabile perché come quasi tutte le donnine putride che si rispettino neppure lei cerca la pace dell’eterno riposo ma, semplicemente, è in cerca di una mamma che le faccia compagnia nel buio in cui vive. E anche se si finisce per provare pena per lei non si può fare a meno di volerla vedere definitivamente annegata nella cisterna dal quale è emersa.

4. The Ring di Gore Verbinski

Con questa pellicola il topos della donnina putrida entra direttamente nell’immaginario collettivo. Samara è veramente un personaggio a tutto tondo e non un semplice espediente orrorifico messo lì per spaventare lo spettatore. Dietro questa donnina putrida c’è una storia ed è di quelle che non possono lasciare indifferenti. E’ di quelle che spaventano e commuovono allo stesso tempo. Samara si impossessa delle persone attraverso un video allucinato in cui, tra le altre immagini, la si vede uscire dal pozzo (il ring del titolo è proprio l’anello del pozzo) in cui è stata scaraventata ad annegare. Samara entra così nel mondo reale facendo letteralmente morire di paura chiunque entri in contatto con lei. Anche dietro la terribile furia di Samara, come in Dark Water, c’è una terribile storia di abbandono ma quasi mai si riesce a provare pena per lei nonostante tutto. Nella versione di Verbinski (che prediligo rispetto a quella di Nakata) sono magnifici i colori lividi e freddi che accomunano i palazzi e la natura così come i volti delle persone tanto da dare l’impressione che l’intera pellicola sia girata proprio sott’acqua, in un mondo sommerso distante dal reale benché fatto a sua immagine e somiglianza.

Nel confessionale

Man mano che vado avanti nella lettura di Ossessione mi sembra sempre più incredibile che un libro del genere sia stato scritto da un King uscito da poco dall’adolescenza. Perché implica una visione lucida e distaccata di una fase della vita e di un sistema di relazioni che è difficile avere a così poca distanza temporale.

E si nota bene, fin da questa sua prima opera, quale sia lo stile di Richard Bachman e quanto sia distante da quello di Stephen King. Bachman non lascia spazio alla comprensione e all’empatia, in nessun modo. Il suo stile è freddo e distaccato e penetra dentro come una lama affilata. Non capita mai che si identifichi con i suoi personaggi e ti aspetti che, da un momento all’altro, possa decidere di farli fuori e di liberarsene senza nessuna giustificazione apparente. Bachman è un magnifico architetto della tensione. Riesce a tenere il lettore col fiato sospeso, pronto a tutto quello che potrebbe accadere. Non si dilunga mai su descrizioni inutili e non gli interessa approfondire le motivazioni dei personaggi. Bachman è uno scienziato che osserva le sue creature letterarie al microscopio senza partecipare della loro vita più di quanto non lo farebbe un tecnico di laboratorio che osservi un mucchietto di globuli rossi su un vetrino.

Si resta allibiti a pensare che in realtà è lo stesso autore che ama i suoi personaggi e che partecipa delle loro sofferenze in tanti bellissimi romanzi. King non è mai distaccato dalle sue creature ma è coinvolto emotivamente in tutte le loro gioie e i loro dolori. Ed è proprio quello che, in definitiva, rende le sue creature letterarie così belle e vere.

In Ossessione si ha l’impressione di stare nel confessionale del Grande Fratello, laddove un pubblico di voyeurs se ne sta a guardare persone che mettono in piazza i loro sentimenti e i loro segreti più intimi. È proprio questo che fa Charlie Decker, il protagonista del romanzo, spinge i suoi compagni di classe a tirare fuori ciò che di più nascosto ed intimo hanno dentro. E genera, in questo modo, un gioco al massacro che contribuisce a rendere tutti vulnerabili. E la cosa pazzesca è che sembra che i compagni di Decker coinvolti nella vicenda desiderino che questo accada, che non aspettino altro. È come se ci fosse qualcosa troppo a lungo trattenuto che finisce per esplodere e così le confessioni si susseguono come un fiume in piena, portando a galla segreti sempre più intimi ed inconfessabili. Tutto il racconto precipita, inevitabilmente, verso un finale che sai già non potrà essere edificante perché è come se Bachman ti sussurrasse che non ci può essere riscatto se non quello apparente, e che ognuno di noi vive per precipitare nell’abisso, in un modo o nell’altro.

Questo pessimismo cosmico che trapela dalle pagine di Ossessione ha un potenziale distruttivo notevole e si capisce che King stesso ne sia rimasto spaventato, facendo, infine, ritirare il libro dal commercio. Perché questo suo lato duro e cattivo, nonostante tutto, affascina ed attrae.

Ci sono cose che non si dimenticano

A Sonja, naturalmente. Che lo ha amato al di sopra di tutti.

Non sempre riesco a vedere tutti i film che vorrei. Oltretutto i distributori italiani pare che si divertano ad accavallare le uscite delle pellicole interessanti e ancora non ho capito il perché. In ogni modo, alla fine, sono riuscita a recuperare anche l’ultimo film di Sorrentino in una delle ultime sale in cui è rimasto. Ed è stata proprio una fortuna perché è un film che merita sicuramente la visione sul grande schermo.

This must be the place (2011)

[This Must Be the Place, Italia, Francia, Irlanda 2011, Drammatico, durata 118′]   Regia di Paolo Sorrentino
Con Sean Penn, Eve Hewson, Frances McDormand, Judd Hirsch, Harry Dean Stanton, Heinz Lieven, Kerry Condon, Olwen Fouere, Simon Delaney, Joyce Van Patten, Liron Levo, David Byrne, Shea Whigham

Attenzione! Contiene spoiler

È incredibile constatare quanto il nostro Sorrentino abbia dentro di sé l’ampio respiro del modo di fare cinema americano. Ha in sé quel senso della grandiosità che manca a quasi tutti i nostri registi (forse Tornatore è l’unico a cui appartiene). E in questo film si nota particolarmente perché è evidente che si trova perfettamente a suo agio nel riprendere quei paesaggi tendenti all’infinito, quelle strade perennemente indirizzate verso il nulla, quelle case isolate, perdute, apparentemente inospitali di cui una certa America rurale è piena. E non posso fare a meno, in questo contesto, di citare il mio amato David Lynch e, in particolar modo, Una storia vera che sta a pieno diritto nel mio Olimpo cinematografico personale (e il parallelo è ancora più calzante se pensiamo che la figura di Harry Dean Stanton è presente in entrambi i film, come se Sorrentino avesse voluto fare un diretto omaggio proprio alla pellicola di Lynch). Durante la visione di questo film ho colto continui rimandi a quella pellicola e, in generale, alla produzione lynchana per quel senso di surrealismo onirico di cui è pervasa. E sono convintissima che il film di Sorrentino piacerebbe molto a Lynch. Chissà se ha avuto occasione di vederlo.

L’intento di Sorrentino non è tanto quello di raccontarci una storia anche se, alla fine, fa anche quello, ma di raccontarci un personaggio, quello della ex rock star Cheyenne, una sorta di Peter Pan depresso, un bambino nel corpo di un adulto. Lasciando un attimo da parte l’interpretazione di Sean Penn che affronterò più avanti mi sembra interessante fare un altro parallelo che mi è sorto istintivamente durante la visione del film. La figura di Cheyenne sembra mutuata da quella di Edward mani di forbice, protagonista dell’omonimo film di Tim Burton. La figura dark e näif di Edward, magnificamente interpretata da Johnny Depp, pare adesso cresciuta, invecchiata ma solo fisicamente perché, nello sguardo, conserva la capacità di guardare il mondo con gli occhi incantati di un bambino. Questo è Cheyenne, un bambino nel corpo di un adulto che non smette di truccarsi e mascherarsi come un bambino ma senza la stessa spensieratezza. Perché Cheyenne si porta dietro un lutto enorme, quello di aver provocato la morte di due ragazzi a causa dei messaggi contenuti nelle sue canzoni. Questa tremenda responsabilità è un fardello che, inevitabilmente, si trascina, che lo attanaglia e lo imprigiona impedendogli di vivere quella che potrebbe essere una vita felice, pur nella sua assenza di canoni (in fondo ha una moglie che lo ama e amici che lo accettano per quello che è). Ma gli occhi azzurrissimi di Cheyenne sono spenti, privi di uno scopo. Il suo sorriso, nascosto da strati di cerone, non si vede mai ed è sostituito da una risatina sarcastica priva di qualsiasi connotazione gioiosa.

Solo affrontando il proprio passato Cheyenne imparerà a fare i conti con il proprio presente e ad accettarlo, finalmente, per quello che è. In una seconda parte della pellicola che è un on the road dell’anima il protagonista riesce ad affrontare l’oscurità che si porta dentro e a liberarsene grazie al contatto con persone apparentemente distanti da lui ma che lui, con la sua connaturata purezza ed innocenza, è disposto ad accogliere. Ci sono tanti piccoli episodi raccontati da Sorrentino che costellano questo viaggio, tanti incontri che, come tanti tasselli di un puzzle, contribuiscono a ricostruire l’anima ferita di Cheyenne. Inutile citarli perché vanno visti. No, anzi, vanno sentitiabbandonando la razionalità e lasciandosi guidare dalla poesia.

Potrei dire molto altro. Sulla bellissima fotografia di Luca Bigazzi che riesce ad infondere una luce particolare tanto ai paesaggi sterminati che fotografa quanto ai volti, ad ogni singola ruga che sembra scolpita. Sulla colonna sonora, magnifica, di David Byrne (che compare anche nella pellicola nelle vesti di se stesso) che riesce, da sola, a costruire un’atmosfera. Sulla regia che riprende con la stessa maestria l’infinitamente grande degli spazi aperti e l’infinitamente piccolo di una lacrima sul volto di una ragazza che guarda il figlio cantare. Ma non lo farò. Non lo farò perché non ci sono le parole giuste per farlo o, comunque, io non sono in grado di trovarle. Ma vi dirò, invece, di Sean Penn. La sua interpretazione è quanto di più bello si possa vedere perché sarebbe facilissimo, con un personaggio così, creare una macchietta, una figura grottesca ed esagerata, ed invece lui riesce a regalarci un’interpretazione di una sensibilità straordinaria che pochi altri sarebbero riusciti ad ottenere. E perché in tutto il film, dopo che ci ha abituati a vederlo truccato, spaurito, triste, depresso, abbigliato come un emo, con i capelli cotonati e le unghie laccate, il momento in cui riesce a farci veramente piangere è quello in cui, alla fine, tornato uomo comune, si volta e ci regala il più stupendo dei sorrisi. Questo solo un grande attore riesce a farlo.

Un mondo nuovo, pulsioni antiche

E’ con immane fatica che ho superato la metà di Ossessione, anche se non so perché. Adoro quel libro ma, alla fine, non mi fa mai voglia di leggerlo. Non deve essere il periodo più opportuno. Per fortuna che ne leggo sempre tre o quattro insieme così posso alternare.

Ma intanto ho cominciato a documentarmi sul prossimo libro del Re, L’ombra dello scorpione. E non stiamo parlando di un libricino poco impegnativo ma di un tomo che, in origine, doveva essere di 1400 pagine e che è riconosciuto universalmente come uno dei suoi libri migliori. Diciamolo subito a scanso d’equivoci, è così anche per me che non mi so mai decidere se nel profondo del mio cuore ci sia L’ombra dello scorpione o It.

King comincia a maturare l’idea di fondo del libro (le vicende di un’umanità post apocalittica quasi completamente sterminata da un potente virus influenzale) ai tempi dell’Università quando elabora e pubblica il racconto Risacca notturna (ripubblicato poi e compreso all’interno della raccolta A volte ritornano del 1978) che parla per la prima volta di Captain Trips, il terribile virus influenzale costruito in laboratorio che provocherà la fine dell’umanità e della civiltà per come noi la conosciamo. Il presupposto non è dei più originali e deriva da influenze letterarie molteplici e più o meno dirette. Mi preme citare soprattutto Io sono leggenda di Richard Matheson, autore molto amato da King per sua stessa ammissione. Anche nel romanzo di Matheson si parla di un’umanità decimata da un’epidemia solamente che in questo caso gli effetti del virus sono la trasformazione degli umani in vampiri assetati di sangue. Nel caso di King la virata horror è molto meno presente (anche se sembra strano affermarlo ma per chi conosce il Re non lo è poi così tanto, dato che ha sempre affermato che il male vero, quello più terribile, è dentro ognuno di noi, dentro l’uomo che ha la capacità di compierlo, e non viene dall’esterno, da un mostro incomprensibile che ci minaccia e che non sappiamo come combattere) e la narrazione si concentra sull’analisi delle reazioni dei superstiti a questo nuovo mondo in cui si trovano a vivere. Nel caso di Risacca notturna si tratta di un gruppo di adolescenti mentre per L’ombra dello scorpione King sceglie di concentrarsi su due gruppi distinti di adulti che, semplificando la complessità della trama, incarnano il Bene e il Male in perenne lotta tra loro per affermarsi e sopraffarsi a vicenda. Come sempre le implicazioni psicologiche e i riferimenti culturali del romanzo li analizzeremo durante e dopo la lettura (l’ennesima lettura, direi, dato che l’ho già letto ben tre volte. Ve l’avevo detto che è uno dei miei preferiti? Sì, mi sa che l’ho già detto 😉 ), in questo post mi interessa raccontarne la genesi e la storia editoriale.

Ripartiamo da Risacca notturna. Dopo la pubblicazione del racconto King continua a pensare al tema affrontato e comincia ad elaborare l’idea di renderlo l’argomento centrale di un nuovo romanzo. L’idea è quella di scrivere un fantasy di ampio respiro che affronti la dicotomia Bene/Male creando un universo parallelo ispirato al mondo de Il Signore degli Anelli ma scegliendo di collocarlo in una realtà nota ai suoi lettori in modo da incanalare la riflessione sui grandi temi in luoghi ed ambientazioni familiari. E’ per questo che sceglie l’America a lui contemporanea perché chiunque legga il romanzo si possa identificare completamente con i suoi personaggi partecipando emotivamente ai loro dubbi e  alle loro scelte (qualcosa di simile avverrà in The Dome, circa trent’anni dopo, a mio parere il romanzo di King più vicino, come impostazione e tematica, a L’ombra dello scorpione).

La genesi del romanzo è lunghissima e per la prima stesura lo zio Stevie impiega ben 16 mesi. Questo avviene anche perché una volta arrivato a scrivere 500 pagine King entra in crisi e ha un blocco creativo. Ritiene che tutti i personaggi, buoni e cattivi, abbiano finito per assomigliarsi e non riesce più a sciogliere certi nodi della trama in modo da poter continuare la narrazione. Più tardi ammetterà che tale impasse si è potuto sciogliere solo grazie all’improvvisa comprensione che la natura violenta è parte di ogni uomo e che solamente ammettendo la facilità con cui il male può influenzare ogni uomo si può scegliere di compiere il bene.

Il romanzo viene pubblicato nel 1978 sempre dalla Doubleday anche se, come già per Shining, King sarà costretto ad effettuare drastici tagli per ridurre il libro a non più di 1000 pagine. L’editore teme che l’eccessiva lunghezza del romanzo ed il conseguente aumento del prezzo di copertina potrebbero comportare un calo nelle vendite e sceglie di sacrificare parti della storia giudicate poco importanti per rientrare negli standard editoriali. I tagli saranno effettuati, a malincuore, dallo stesso King che, però, comincerà a pensare di rivolgersi ad un altro editore per le pubblicazioni future. Per fortuna nel 1990 lo zio Stevie è riuscito a ripubblicare il romanzo integrandolo delle parti decurtate nella prima versione ed operando alcune modifiche ed integrazioni alla storia. Nella versione integrale la storia è stata posticipata di una decina di anni per renderla più attuale (nuova ambientazione negli anni 90 al posto degli 80) ma questo ha comportato la presenza di diversi refusi che rendono anacronistica la vicenda (soprattutto per quanto riguarda i prezzi che appaiono paradossalmente bassi). Oltre a questo sono state inserite una nuova introduzione sulla fuga di Captain Trips dal laboratorio e un epilogo che chiude il cerchio della vicenda e le sorti dei vari personaggi.

Concludo con la dedica del romanzo che è, ancora una volta, per Tabitha

A Tabby questo cupo scrigno di prodigi

E con una curiosità. Il nome Captain Trips dato da King alla super influenza de L’ombra dello scorpione è mutuato dallo stesso soprannome attribuito a Jerry Garcia, membro della rock band Grateful Dead e motivato dalla sua dipendenza dall’Lsd. Oltretutto sono proprio i numerosissimi tour della band su e giù per l’America che hanno ispirato King per il modo in cui il virus si diffonderà, di persona in persona, all’interno del romanzo.

Il realismo magico di Pupi Avati

A volte vedi una cosa e la tua mente comincia subito a focalizzarsi su un’altra cosa, apparentemente non collegata alla prima. Ma, spesso, è semplicemente perché questo collegamento non è evidente che sembra che non ci sia. E, invece, c’è. Eccome.

Il cuore grande delle ragazze (2011)

[ Italia 2011, Commedia, durata 85′]   Regia di Pupi Avati
Con Micaela Ramazzotti, Cesare Cremonini, Gianni Cavina, Andrea Roncato, Erika Blanc, Sydne Rome,Patrizio Pelizzi, Gisella Sofio, Manuela Morabito, Massimo Bonetti, Alessandro Haber, Stefania Barca, Sara Pastore, Rita Carlini

Il Realismo Magico è una corrente pittorica che si inserisce nell’ambito del cosiddetto Ritorno all’ordine. Con Ritorno all’ordine si intende una tendenza sviluppatasi sulla scena artistica italiana a partire all’incirca dagli anni 20 del Novecento. Non è un movimento perché raggruppa in sé più correnti ma tutte caratterizzate da uno sguardo rivolto al passato, in particolar modo rinascimentale, delle arti figurative del nostro Paese. All’interno di questo contesto si inserisce anche il Realismo Magico che utilizza una tecnica artistica di minuziosa e puntuale raffigurazione del reale ma inserisce le sue rappresentazioni in un contesto di sospensione e astrazione tale da provocare una sensazione di straniamento nell’osservatore.

Oggetti reali, raffigurati con precisione da miniaturista, vengono collocati in un contesto altro a cui non appartengono facendo sorgere, in questo modo, una serie di domande nello spettatore che non conosceranno mai risposta.

Tutto questo preambolo per dire che è questa l’esatta sensazione che ho provato alla visione dell’ultima pellicola di Pupi Avati.

La descrizione delle tradizioni, dei costumi e delle abitudini della terra cara al regista è effettuata in maniera minuziosa e dettagliata, fin nei minimi particolari ma, in questo contesto, sono inseriti personaggi ed episodi quasi surreali che contribuiscono a dare quella sensazione di straniamento di cui parlavo poco sopra.

Va detto poi che ogni regista ha le sue ossessioni, più o meno manifeste, ma sempre presenti, pellicola dopo pellicola, come se rappresentarle fosse un modo per esorcizzarle una volta per tutte. Nel caso di Pupi Avati questa ossessione è, evidentemente, il ricordo. In ognuno dei suoi film narra della memoria, del ricordo di un passato, quasi sempre felice e spensierato, che non ritorna più perché il mondo intorno ai suoi personaggi è irrimediabilmente cambiato.

Anche nel caso di Il cuore grande delle ragazze il tema del ricordo è presente sia sotto forma della storia personale dei protagonisti sia, soprattutto, dal punto di vista della storia di un luogo geografico ben preciso, quell’Emilia Romagna tanto amata dal regista in un’epoca, gli anni Trenta, a lui naturalmente più congeniale dell’attuale.

Come accennavo la storia narrata è una mera scusa per raccontare la Storia (con la esse maiuscola) di uomini e donne comuni con i loro riti e le loro tradizioni, per narrare di un’Italia contadina alle prese con le difficoltà quotidiane e alla ricerca di un riscatto che permetta di affrontare la vita con dignità. I personaggi di Avati sono sempre dei diversi perché incompresi, particolarmente sensibili e fragili oppure ingenui al limite del disagio mentale (penso a Neri Marcorè protagonista del bellissimo Il cuore altrove, o Alba Rorwacher ne Il papà di Giovanna o, ancora, Nicola Nocella nel non riuscitissimo Il figlio più piccolo) e, quasi sempre, sono costretti dall’uomo o dagli eventi a subire una realtà a cui non sono preparati. Ed è proprio questo che li rende commoventi perché la loro inadeguatezza ci ricorda anche la nostra personale fragilità di fronte a situazioni che ci mettono in difficoltà o ci imbarazzano o, comunque, non riusciamo a gestire. E’ l’empatia verso i deboli di Avati che ce li fa irrimediabilmente amare. E qui il personaggio a cui, inevitabilmente, ci si affeziona è quello interpretato da Micaela Ramazzotti che diventa ogni giorno più brava e consapevole dei propri mezzi espressivi. La scena ambientata in treno in cui racconta alle suore del suo amore e di come l’ha perduto è emotivamente molto intensa ed è giocata tutta sulle espressioni del volto dell’attrice. Ma non delude nessuno degli attori scelti dal regista, da Cesare Cremonini alla bravissima Manuela Morabito che si conferma interprete di grande dignità e levatura, sicuramente da tenere d’occhio.

Insomma, dopo il brutto Gli amici del bar Margherita, il non del tutto riuscito Una sconfinata giovinezza e il deludente Il figlio più piccolo Avati sembra tornato all’epoca dei felicissimi Il cuore altrove e La seconda notte di nozze. Speriamo, per il futuro, che prosegua su questa strada a lui così congeniale e a me così gradita.

La Lettura

Si intitola così il nuovo inserto domenicale del Corriere della Sera. Oggi è uscito il primo numero e l’ho preso. Non compro un quotidiano da anni, ormai l’informazione per me passa solo attraverso internet. Un quotidiano significa impegno di lettura e quasi mai riesco a trovare il tempo che vorrei per concedermelo.

Anni fa era diverso. Ricordo che quando andavo all’Università consideravo mio dovere leggere i quotidiani per informarmi su cosa succedeva in Italia e nel mondo. Va detto che allora internet era meno diffuso e, comunque, io non l’avevo. Ricordo che mi ero presa l’impegno di comprarmi il Corriere almeno tre volte a settimana e leggermelo tutto (no, in realtà, alla fine, avevo optato per almeno un articolo a pagina ;-)). Scelsi il Corriere perché era il giornale che aveva sempre letto mio nonno materno. Mi sembrava, così, di onorare la sua memoria, di averlo vicino anche se non c’era più. Gli altri leggevano Repubblica, i più arditi il Manifesto. Io il Corriere della Sera. Mi sentivo grande. No, meglio, mi sentivo di giocare a fare la grande. Come quando da bambina giocavo a mamme con le mie amiche. Leggere il giornale mi faceva un po’ lo stesso effetto.

Oggi ho ripreso in mano quello stesso giornale e mi sono tornate in mente queste sensazioni. Ma, in realtà, non è di questo che volevo parlare. Volevo parlare del nuovo inserto dedicato alla lettura e consigliarlo caldamente a tutti. Non solo è ben realizzato, ricco di contenuti e di spunti ma contiene articoli o trafiletti di firme importanti del panorama culturale soprattutto italiano. Ci sono pure poche preziosissime righe di Vivian Lamarque, una delle mie poetesse preferite. Parlano di una nuova raccolta di poesie di Wystan Hugh Auden che dovrò procurarmi solo perché lo dice lei! E poi c’è un articolo di Erri De Luca che parla delle raccoglitrici di alghe africane. E siccome io De Luca devo rivalutarlo mi sono messa a leggerlo (tra l’altro è illustrato da bellissime foto in bianco e nero di Danilo De Marco che sono un piacere per gli occhi) ed ho trovato questo bellissimo passaggio:

Allora era al governo della vita il verbo condividere, che non arriva a fare parti uguali, ma vuole avvicinarsi a quel traguardo estremo. Perciò stanno piantate sotto la superficie dei miei sensi, le risate delle donne dei villaggi al pozzo, i loro denti musicali più dei tasti del pianoforte. Nel bagagliaio delle felicità ritrovo l’eleganza pura dell’anfora che ondeggia al ritmo di milonga sopra i corpi delle donne, come un loro leggero copricapo. Ritorna mentre scrivo, la grazia del loro portamento che nessuna indossatrice al mondo potrà pareggiare.

Davvero bellissime parole, nevvero?

E poi ci sono le pagine centrali dell’inserto che si intitolano Sguardi e sono dedicate ad arte, fotografia, architettura e design quindi, per me, assolutamente imperdibili.

Anche la parte delle classifiche è fatta molto bene sia a livello grafico (chiara e lineare) che di scelta editoriale (classifica generale e classifiche per generi, più uno sguardo sugli altri Paesi con le prime tre posizioni delle classifiche di USA, Inghilterra, Francia e Spagna. Da segnalare che la biografia di Steve Jobs è l’unico libro presente in tutte le classifiche. E poi qualcuno continua a negare che Jobs abbia cambiato il nostro mondo…).

Ma tutto questo era praticamente per segnalare il trafiletto intitolato La pagella e firmato Antonio D’Orrico. Si intitola King <<divorzia>> e torna Re. Ve lo riporto integralmente (l’amanuense che è in me ringrazia…). Dimenticavo, parla di 22/11/’63. E il voto è 10.

Da tempo Stephen King non era più lui. I fan non lo avrebbero ammesso nemmeno sotto tortura (se no che fan sarebbero?), ma i suoi libri non erano più belli come una volta.

Secondo alcuni, la crisi dello scrittore risaliva al 1999 quando fu investito, durante la quotidiana passeggiata della salute, da un furgoncino guidato da uno schizzato. L’incidente fu interpretato dallo scrittore come un avvenimento del destino e gli ingenerò grande inquietudine. Secondo me, la crisi preesisteva. Sui motivi c’era solo da sbizzarrirsi. C’è chi diceva: <<Troppi soldi, troppo successo>>. Vale a dire (secondo l’abbastanza spregevole motto di Steve Jobs) che King non aveva più fame. Altri sostenevano che non aveva più sete (nel senso che aveva smesso di bere e gli si era prosciugata l’ispirazione).

Personalmente propendo per la pista coniugale. La moglie di King, Tabhita, ha sempre preteso di essere scrittrice anche lei. In nome delle pari opportunità e delle quote rosa letterarie, deve avere talmente stressato il povero Stephen da fargli venire un paralizzante senso di colpa in merito al portentoso talento di cui madre natura lo ha dotato. Insomma, sembravano ormai al game over. E, invece, no. Qualsiasi cosa sia accaduta in questi anni di crisi ha smesso di accadere nel momento in cui King, ripescando un’idea di quando era sconosciuto, ha scritto 22-11-1963, il giorno in cui Lee Osvald uccise John Fitzgerald Kennedy a Dallas, la data spartiacque dopo la quale l’America non è stata più la stessa. King immagina che un tranquillo professore di letteratura scopra, per caso, la possibilità di viaggiare nel tempo e decida di impedire l’attentato. Sarà l’inizio di un incubo. Quello che lo apetta è una ri-creazione del mondo.

Dopo tante stupende storie diaboliche, Stephen King ha scritto il più divino dei suoi romanzi.

Un incubo geometrico

Ad imperitura memoria di una serata a tre di condivisione a distanza del film di Kubrick

E veniamo a parlare di quello che è considerato da molti un capolavoro. Me compresa, sia chiaro. L’ho ribadito più volte su queste pagine e mi preme sottolinearlo nuovamente. Benché il film e il libro differiscano sotto molti punti di vista alla fine lo Shining di Kubrick è un capolavoro mentre quello di King è un buon romanzo ma con qualche riserva, come abbiamo già visto.

Shining

[The Shining, USA, Gran Bretagna 1980, Horror, durata 119′]   Regia di Stanley Kubrick Con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers

Attenzione! Contiene spoiler.

In questa recensione non vorrei stare a spulciare le differenze tra film e romanzo, in parte l’ho già fatto e, comunque, è un’operazione che mi interessa relativamente. Come ho già avuto occasione di dire quanto più forte è la personalità del regista che dirige tanto maggiore è l’apporto che questo darà alla storia che sta raccontando. E in Shining delle ossessioni personali di Kubrick se ne trovano parecchie.

1. La geometria

Kubrick adorava la matematica e tutto ciò che ad essa è collegato come, ad esempio, la musica. O la geometria, che altro non è che la traduzione in immagini di principi matematici (perdonate la mancanza di scientificità di tale definizione ma mi serve per esprimere il concetto). Semplificando la geometria è la matematica del regista, che utilizza lo sguardo come tramite per esprimere i concetti che vuole trasmettere allo spettatore. E Shining è pieno zeppo di geometrie. E’ decorata da disegni geometrici la moquette dell’Overlook Hotel, specialmente i corridoi su cui si affacciano le camere dove con bellissimi dolly che si allontanano Kubrick evidenzia la presenza di esagoni sui toni del rosso e del marrone. E’ necessariamente geometrico il labirinto adiacente all’albergo in cui si svolge l’inseguimento finale tra la neve. E tale geometria è sottolineata da Kubrick da splendidi movimenti di macchina come quello con cui riprende Jack che contempla il modellino del labirinto da diverse angolature (salvo poi farci capire che il labirinto osservato da Jack è, in realtà, quello vero quando, riprendendolo dall’alto, vediamo Wendy e Danny che lo percorrono) oppure quello in cui pedina madre e figlio mentre passeggiano per il labirinto inquadrandoli a distanza ravvicinata e ad altezza d’uomo. Sono geometriche le due bambine che appaiono a Danny che si muovono sempre come se fossero due metà speculari di un unico corpo. E, ancora, sono geometrici i bagni degli uomini dove Jack e Grady si confrontano sulla necessità di sterminare la famiglia, come sottolinea l’alternarsi di elementi rossi e bianchi e la ripetitività degli arredi.

2. La musica

Come ricordato prima la musica è un’altra delle fissazione di Kubrick e in Shining è utilizzata in maniera extradiegetica per sottolineare i momenti di suspance e di orrore. La musica in Shining ha esattamente la funzione dell’architettura: riflette gli stati d’animo degli attori. Come tutta la scenografia dell’Overlook diventa personaggio del film, in quanto interagisce direttamente con i personaggi stessi influenzando i loro comportamenti (e questo è ciò che avviene esattamente anche nel romanzo dove l’Overlook diventa anche esso protagonista), così anche la musica si sostituisce al pensiero dei personaggi sottolineando il mutare dei loro stati d’animo (memorabile la scena in cui Jack Nicholson in piedi a lato della sua scrivania fissa lo sguardo davanti a sé e viene posseduto dall’albergo e dai suoi fantasmi attraverso un bellissimo commento musicale capace di produrre ansia in chi lo osserva).

Tutte le visioni di Danny e di Jack all’Overlook sono sempre accompagnate da un commento musicale che contribuisce ad aumentare la tensione e ad incanalare lo sguardo dello spettatore su quello che il regista vuole mostrargli.

3. La filosofia (o, meglio, la psicologia in questo caso)

Questo è l’elemento più complesso da analizzare anche se è immancabile nelle pellicole del regista. L’universo cinematografico di Kubrick è costellato di simboli, metafore e rimandi che possono essere colti a più livelli di penetrazione a seconda della propria sensibilità e preparazione. I film di Kubrick, oltre che visti, vanno anche un po’ studiati per poterne cogliere la complessità. Nel caso di Shining è evidente che ciò che gli interessa è riflettere sul meccanismo della paura e su come questa si impossessa dei suoi personaggi e, nello stesso tempo, su come trasmetterla allo spettatore. Uno degli espedienti utilizzati per ottenere questo effetto è quello della musica, come già accennato. Un altro espediente è la scelta delle inquadrature. Kubrick quasi sempre pedina i suoi personaggi (l’esempio più evidente sono le corse in triciclo di Danny per i corridoi dell’Overlook), li inquadra ad altezza d’uomo e a distanza ravvicinata in modo da coinvolgere lo spettatore completamente ed immergerlo dentro ciò che sta per accadere creando quell’aspettativa necessaria all’imminente manifestazione dell’orrore. Una delle scene più belle, da questo punto di vista, è il piano lungo con cui il regista riprende Danny sul triciclo che corre per i corridoi dell’albergo fino a quando non si ferma improvvisamente all’apparizione delle bambine che gli chiedo “Vieni a giocare con noi?”. Stacco ed inquadratura delle stesse bambine trucidate nel medesimo corridoio. Altro stacco ed una serie di inquadrature alternate del primo piano terrorizzato di Danny, delle bambine in piedi nel corridoio riprese a distanza sempre più ravvicinata e delle stesse bambine morte ricoperte di sangue. E’ una scena ad effetto costruita in maniera perfetta che ha il potere di inquietare e terrorizzare al tempo stesso. L’orrore, in questo caso, ma anche in quasi tutti gli altri momenti del film, è generato anche da un senso di spaesamento che coglie lo spettatore che si trova costretto a collocare fisicamente personaggi in luoghi dove non dovrebbero essere. Le presenze che dimorano nell’Overlook spaventano proprio perché sono fuori posto (meccanismo ricorrente un po’ in tutti gli horror ma portato da Kubrick alla sua massima potenzialità espressiva) perché non sai spiegarti il motivo per cui si trovano dove il regista te le sta mostrando.

Da quanto detto fino ad adesso non ci si capacita delle ragioni per cui Stephen King abbia sempre osteggiato il film di Kubrick; non l’ha apprezzato al momento dell’uscita nelle sale e non ha mai mostrato di aver cambiato idea successivamente. In realtà la ragione è abbastanza evidente (e ne abbiamo già parlato): dalla pellicola di Kubrick vengono eliminati completamente tutti gli elementi di approfondimento psicologico tanto centrali nel libro di King. Il posto è lasciato alle ossessioni personali del regista ed alla sua necessità di indagare nei meccanismi dell’orrore. E questo proprio non poteva piacere al Re che ha scritto un romanzo imperfetto ma molto genuino dal punto di vista dei sentimenti raccontati. La freddezza intellettuale di Kubrick è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto al modo di approcciarsi allo stesso tema da parte dello zio Stevie. E questa divergenza è, necessariamente, incolmabile.

A questo punto sono curiosa di vedere la realizzazione di Shining curata dallo stesso King nel 1997 e capire quanto del suo romanzo è invece presente lì e, parallelamente, quanta parte dell’immaginario creato dalla pellicola di Kubrick abbia influenzato la realizzazione kinghiana.

P. s. Per stemperare l’apparente serietà di questa analisi vi consiglio caldamente la visione dei due doppiaggi del Nido del Cuculo tratti da due scene del film che trovate di seguito. E poi fatemi sapere se riuscirete ancora a guardare Shining seriamente la prossima volta 😉

Chi ha paura dei Vampiri?

Con un po’ di ritardo sulla lettura del romanzo sono riuscita a recuperare anche la visione del film di Le notti di Salem diretto da Tobe Hooper (Il regista di Non aprite quella porta, non so se rendo…). Recentemente ne è stata tratta anche una miniserie tv (2004) che ancora non ho visto ma di cui non si sente parlare molto bene (degno di nota solo il cast che vanta, tra le altre, la presenza di Rob Lowe, Donald Sutherland e Rutger Hauer).

Le notti di Salem (1979)

[Salem’s Lot: the Movie, USA 1979, Horror, durata 112′]   Regia di Tobe Hooper
Con David Soul, James Mason, Bonnie Bedelia

Attenzione! Contiene spoiler

Il film di Hooper, al di là delle buone intenzioni del regista, appare subito piuttosto datato nella realizzazione. La fortuna è che Hooper non ha voluto abbondare in effetti speciali che si rivelano la parte più debole della pellicola. La resa del romanzo dello zio Stevie è abbastanza fedele (escludendo i necessari tagli alla sceneggiatura dovuti alla durata del film) ma non si capisce proprio perché siano stati variati quasi tutti i nomi dei personaggi (per lo meno nella versione italiana che è quella che ho visto io); mi sfugge proprio la logica di una scelta del genere. Sono presenti, inoltre, delle ellissi di sceneggiatura abbastanza brusche che portano alla scomparsa di alcuni protagonisti senza che sia fornita alcuna spiegazione (come nel caso del professor Burke che scompare nel nulla dopo l’incontro con Mike o, ancora peggio, Susan che, dopo essere penetrata a casa Marsten con Mark sparisce e nessuno la cerca salvo un’allusione nel finale da parte di Ben nel momento in cui la casa sta bruciando), ma credo che questo lo noti soprattutto chi ha letto il libro e conosce le sorti dei vari personaggi del romanzo.

Sgombrato il campo ai difetti veniamo ai pregi della pellicola che, indubbiamente, ci sono. Hooper sceglie di concentrare la sua attenzione sul senso di estraneità che prova lo spettatore che assiste al suo film. I vampiri di Hooper sono degli esseri malvagi e freddi, privi di coscienza e di legami con l’umanità di cui non fanno più parte. Davanti a loro si prova una sensazione di straniamento notevole perché la loro apparenza umana contrasta con la malvagità che emana alla loro vista. Hooper abbandona la componente fisica e splatter con cui ci aveva deliziato in Non aprite quella porta a favore di una realizzazione quasi metafisica, se mi passate il termine, ultraterrena. Quello che maggiormente inquieta nei vampiri de Le notti di Salem è la freddezza con cui ti guardano negli occhi. Una delle scene migliori del film è quella in cui il professor Burke trova Mike il becchino sulla sedia a dondolo in camera.
La scena è tutta impostata su campo e controcampo di Burke e Mike in piani sempre più ravvicinati fino a che quest’ultimo non spalanca gli occhi improvvisamente bianchi e vuoti. Ed è proprio attraverso lo sguardo che i vampiri di Salem riescono ad impossessarsi della mente delle loro vittime e a convincerle a farli entrare in casa o a lasciarli avvicinare.

Un’attenzione particolare merita rivolgerla alla figura di Barlow che è disegnato sul modello del Nosferatu di Murnau (calvo, con lunghi artigli e colorito terreo)  dimostrando scarsa originalità nel creare un diverso tipo di icona che si distaccasse da quello che possiamo a tutti gli effetti considerare l’archetipo del vampiro. Ma il Barlow di Hooper è privo del fascino che emana dal personaggio incarnato da Max Schreck il quale era capace di ispirare, oltre che l’orrore, anche una sorta di malinconia e compassione per la sua natura non umana. Qui, invece, il vampiro è effettivamente solo un mostro apparentemente privo di volontà ma dotato solamente di istinto animale (è sempre Straker a parlare al suo posto e ad esprimere i voleri del suo padrone) e, anche per questo motivo, non riesce a farci appassionare al suo personaggio né a spaventare mai fino in fondo.

In conclusione il difetto maggiore del film è che i vampiri di Hooper destabilizzano lo spettatore ma non riescono a spaventarlo veramente. Alla fine tutto più o meno si risolve con un paletto piantato nel cuore senza troppi problemi. Hooper non riesce a trasmettere quel clima malsano che trasuda dalle pagine di King per il quale i vampiri non sono altro che la personificazione di un male che scorre sotterraneo a Salem, come se la città stessa fosse maledetta e destinata, inevitabilmente, ad essere sacrificata. Perché nel libro del Re è proprio la città la vera protagonista e non i vampiri. Hooper rende i vampiri i protagonisti della sua pellicola ma commette l’imperdonabile errore di non farli diventare né personaggi romantici né esseri spaventosi.

Esperienza näif

Ci son giornate che partono così e così, senza grosse aspettative, magari con un’indefinita sensazione di fastidio ma poi, improvvisamente, si illuminano e diventano tutt’altro. Basta poco. A volte, semplicemente, un film.

L’amore all’improvviso – Larry Crowne (2011)

[Larry Crowne, USA 2011, Commedia, durata 98′]   Regia di Tom Hanks
Con Tom Hanks, Julia Roberts, Wilmer Valderrama, Taraji P. Henson, Bryan Cranston, Pam Grier, Nia Vardalos, Rami Malek, Maria Canals-Barrera, Jon Seda

Ci sono dei film che ti piacciono contro ogni ragionamento razionale. Dei film che, se ci pensi, ti accorgi che sono totalmente imperfetti, addirittura imbarazzanti. Eppure riescono a farti uscire dalla sala cinematografica con un sorriso da guancia a guancia stampato sulla faccia. Come un’idiota. E non ti interessa neppure capirla la ragione, in fondo. Ti basta continuare a sorridere.

Ecco Larry Crowne è tutto questo. E’, fondamentalmente, un film stupido. La storia è improbabile e melensa. Gli attori ci concedono interpretazioni da minimo sindacale (tranne la piacevolissima eccezione di Taraji P. Henson che ci regala un personaggio a tutto tondo caparbio e dolcissimo). La regia è prettamente scolastica. E il messaggio che lancia (stile new hippy, per intenderci) quasi disarmante nella sua retorica.

Però… Sì, perché c’è un però, altrimenti non starei qui a scriverne (non mi diverto molto a stroncare i film tranne quando se lo meritano per eccessiva presunzione). Tutta la pellicola è impregnata di un’ingenuità talmente disarmante che lo fa diventare un perfetto simbolo näif che riesce ad incantarti per il suo infantilismo e la tenerezza della sua assoluta imperfezione. Ed è come ascoltare di nuovo il racconto di una bella fiaba con l’immancabile lieto fine del “e vissero tutti felici e contenti” che quando sei bambina ci credi, eccome! Che tanto lo sai benissimo, da adulta, che è altamente improbabile se non impossibile che accada nella realtà ma ti piace tanto poterlo credere per i 98 minuti di durata del film!

E c’è un altro motivo per cui questo film è più corroborante di una tisana calda in una fredda sera invernale: Tom Hanks e Julia Roberts sono tremendamente invecchiati. Riesci persino a contar loro le rughe e a vedere chiaramente gli inevitabili segni del tempo. E questo rende ancora più tenera l’ingenuità della pellicola perché ti dà l’impressione che due bambini ormai invecchiati si siano messi a giocare davanti a te solo per la gioia di suscitarti un’emozione sincera.