Parliamo di Shining. Il libro, perché il film sarà oggetto di un post a parte.

Shining di Stephen King (1977)

Attenzione! Contiene spoiler

Il titolo di questo post è una frase tratta direttamente dal romanzo e mi ha colpita decisamente perché me la sono trovata davanti quando già da qualche giorno stavo elaborando un mio personalissimo confronto tra Shining e Alice nel Paese delle Meraviglie. Leggere quella frase mi ha fatto capire che l’idea che mi era venuta non era così campata in aria ma che, al contrario, era frutto di una scelta voluta dallo stesso King. Gli elementi di raffronto ci sono e alcuni sono anche abbastanza evidenti. Quando la famiglia Torrance si trasferisce all’Overlook per trascorrervi l’inverno entra decisamente in un mondo parallelo che, inizialmente, li affascina (la bellezza dell’edificio e degli arredi, la vastità del giardino e del parco, la perfezione del giardino figurato), quasi subito li inquieta (le prime visioni di Danny, il pericolo costituito dalla possibile esplosione della caldaia se non ne viene frequentemente monitorata la pressione, l’isolamento) ed, infine, li terrorizza (l’apparizione della donna nella camera 217, la comparsa dell’uomo-cane e degli altri personaggi della festa in maschera, il bambino nel tubo di cemento, le siepi a forma di animali che cominciano a muoversi). Questo mondo parallelo è una specie di Paese delle Meraviglie dove la malvagità è manifesta (mentre nel romanzo di Lewis Carroll prevale il lato estraniante su quello inquietante -che è, comunque, presente-  nel romanzo di King accade esattamente il contrario), dove tutti i sentimenti e le pulsioni positive si trasformano in negative e dove l’influenza del male che dimora nell’albergo, piano piano, ha la meglio sui suoi occupanti. Nel romanzo di King i personaggi assurdi che popolano il romanzo di Carroll (dal Brucaliffo al Gatto del Cheshire, dal Cappellaio matto al ghiro fino alla malvagia Regina di Cuori) sono rappresentati dai fantasmi che infestano l’albergo e che, in maniera più o meno intensa, vengono percepiti da tutti e tre i componenti della famiglia Torrance. Come nel romanzo di Carroll il Paese delle Meraviglie vuole Alice e cerca in tutti i modi di trattenerla, allo stesso modo l’Overlook vuole Danny ed agisce su di lui per farlo restare attraverso la figura di Jack.

Jack diviene uno strumento nelle mani dell’albergo, uno strumento da utilizzare per arrivare al figlio, attraverso false promesse di successo (l’Overlook fa credere a Jack che è lui il destinatario delle sue attenzioni, che è lui che vuole trattenere affinché diventi il direttore dell’albergo, un uomo di potere e di successo, aspirazione irrealizzata di tutta la sua vita personale e professionale) e facendo leva sulla sua rabbia che è il suo punto debole. L’arma che tenta di usare l’albergo contro Danny è, in pratica, l’amore profondo che il bambino nutre per la figura paterna e che King ci descrive in maniera perfetta.

Altro elemento che rimanda ad Alice nel Paese delle Meraviglie è il gioco del roque che appare come un fil rouge lungo tutto il romanzo con citazioni più o meno dirette. Il roque non è altro che la variazione americana del croquet inglese e proprio una partita a croquet è quella giocata dalla Regina di Cuori con Alice nella parte finale del romanzo di Carroll. L’Overlook Hotel possiede un bellissimo campo da roque e, fin dalle prime pagine del romanzo, si percepisce una sensazione inquietante riguardo a questo sport.

Danny sentirà spesso nella sua mente il rumore ritmico di una mazza da roque battuta sulle pareti dell’albergo e proprio la mazza da roque sarà l’arma imbracciata da Jack per eliminare la sua famiglia. E il contatto con le mazze da roque provocherà un attimo di smarrimento anche in Dick Halloran, il cuoco dell’Overlook dotato di poteri simili a quelli di Danny,  inducendogli la tentazione di far del male a Danny e a Wendy dopo che Jack perirà nell’incendio dell’albergo.

Infine l’ultimo elemento che ricorda Alice nel Paese delle Meraviglie è il giardino figurato con le siepi a forma di animali (non a caso una di queste rappresenta un coniglio!). Non è certamente una citazione diretta ma il giardino della Regina di Cuori dove si gioca la partita a croquet e dove le carte di fiori dipingono le rose della Regina è immaginabile come un giardino figurato (e nel film della Disney tratto dal libro di Carroll, infatti, la scena si svolge in un giardino-labirinto, cosa che collega Alice nel Paese delle Meraviglie anche alla versione cinematografica di Shining in cui il giardino-labirinto prende il posto del giardino figurato del romanzo).

Concludo l’analisi del libro argomentando il motivo per cui, secondo me, il romanzo non è del tutto riuscito. Come ho già accennato ritengo che la forza del libro sia l’approfondimento psicologico dei personaggi unito alla descrizione efficace dei rapporti genitori figli e, soprattutto, del legame d’amore tra Danny e Jack. La parte debole, a mio parere, è proprio la storia che risulta non molto incisiva perché King si sofferma spesso su descrizioni poco funzionali alla trama disperdendo la tensione e allentandola nel momento in cui sarebbe necessario intensificarla. La scrittura stessa non è bellissima ed è inferiore agli standard dello zio Stevie che, in altre occasioni, riesce ad essere poetico ed essenziale mentre in questo romanzo non sorprende mai il lettore ma lo accompagna con una narrazione piuttosto convenzionale.

P.s. I disegni che illustrano il post sono presi da qui e sono, a mio parere, bellissimi🙂