Con un po’ di ritardo sulla lettura del romanzo sono riuscita a recuperare anche la visione del film di Le notti di Salem diretto da Tobe Hooper (Il regista di Non aprite quella porta, non so se rendo…). Recentemente ne è stata tratta anche una miniserie tv (2004) che ancora non ho visto ma di cui non si sente parlare molto bene (degno di nota solo il cast che vanta, tra le altre, la presenza di Rob Lowe, Donald Sutherland e Rutger Hauer).

Le notti di Salem (1979)

[Salem’s Lot: the Movie, USA 1979, Horror, durata 112′]   Regia di Tobe Hooper
Con David Soul, James Mason, Bonnie Bedelia

Attenzione! Contiene spoiler

Il film di Hooper, al di là delle buone intenzioni del regista, appare subito piuttosto datato nella realizzazione. La fortuna è che Hooper non ha voluto abbondare in effetti speciali che si rivelano la parte più debole della pellicola. La resa del romanzo dello zio Stevie è abbastanza fedele (escludendo i necessari tagli alla sceneggiatura dovuti alla durata del film) ma non si capisce proprio perché siano stati variati quasi tutti i nomi dei personaggi (per lo meno nella versione italiana che è quella che ho visto io); mi sfugge proprio la logica di una scelta del genere. Sono presenti, inoltre, delle ellissi di sceneggiatura abbastanza brusche che portano alla scomparsa di alcuni protagonisti senza che sia fornita alcuna spiegazione (come nel caso del professor Burke che scompare nel nulla dopo l’incontro con Mike o, ancora peggio, Susan che, dopo essere penetrata a casa Marsten con Mark sparisce e nessuno la cerca salvo un’allusione nel finale da parte di Ben nel momento in cui la casa sta bruciando), ma credo che questo lo noti soprattutto chi ha letto il libro e conosce le sorti dei vari personaggi del romanzo.

Sgombrato il campo ai difetti veniamo ai pregi della pellicola che, indubbiamente, ci sono. Hooper sceglie di concentrare la sua attenzione sul senso di estraneità che prova lo spettatore che assiste al suo film. I vampiri di Hooper sono degli esseri malvagi e freddi, privi di coscienza e di legami con l’umanità di cui non fanno più parte. Davanti a loro si prova una sensazione di straniamento notevole perché la loro apparenza umana contrasta con la malvagità che emana alla loro vista. Hooper abbandona la componente fisica e splatter con cui ci aveva deliziato in Non aprite quella porta a favore di una realizzazione quasi metafisica, se mi passate il termine, ultraterrena. Quello che maggiormente inquieta nei vampiri de Le notti di Salem è la freddezza con cui ti guardano negli occhi. Una delle scene migliori del film è quella in cui il professor Burke trova Mike il becchino sulla sedia a dondolo in camera.
La scena è tutta impostata su campo e controcampo di Burke e Mike in piani sempre più ravvicinati fino a che quest’ultimo non spalanca gli occhi improvvisamente bianchi e vuoti. Ed è proprio attraverso lo sguardo che i vampiri di Salem riescono ad impossessarsi della mente delle loro vittime e a convincerle a farli entrare in casa o a lasciarli avvicinare.

Un’attenzione particolare merita rivolgerla alla figura di Barlow che è disegnato sul modello del Nosferatu di Murnau (calvo, con lunghi artigli e colorito terreo)  dimostrando scarsa originalità nel creare un diverso tipo di icona che si distaccasse da quello che possiamo a tutti gli effetti considerare l’archetipo del vampiro. Ma il Barlow di Hooper è privo del fascino che emana dal personaggio incarnato da Max Schreck il quale era capace di ispirare, oltre che l’orrore, anche una sorta di malinconia e compassione per la sua natura non umana. Qui, invece, il vampiro è effettivamente solo un mostro apparentemente privo di volontà ma dotato solamente di istinto animale (è sempre Straker a parlare al suo posto e ad esprimere i voleri del suo padrone) e, anche per questo motivo, non riesce a farci appassionare al suo personaggio né a spaventare mai fino in fondo.

In conclusione il difetto maggiore del film è che i vampiri di Hooper destabilizzano lo spettatore ma non riescono a spaventarlo veramente. Alla fine tutto più o meno si risolve con un paletto piantato nel cuore senza troppi problemi. Hooper non riesce a trasmettere quel clima malsano che trasuda dalle pagine di King per il quale i vampiri non sono altro che la personificazione di un male che scorre sotterraneo a Salem, come se la città stessa fosse maledetta e destinata, inevitabilmente, ad essere sacrificata. Perché nel libro del Re è proprio la città la vera protagonista e non i vampiri. Hooper rende i vampiri i protagonisti della sua pellicola ma commette l’imperdonabile errore di non farli diventare né personaggi romantici né esseri spaventosi.