A volte vedi una cosa e la tua mente comincia subito a focalizzarsi su un’altra cosa, apparentemente non collegata alla prima. Ma, spesso, è semplicemente perché questo collegamento non è evidente che sembra che non ci sia. E, invece, c’è. Eccome.

Il cuore grande delle ragazze (2011)

[ Italia 2011, Commedia, durata 85′]   Regia di Pupi Avati
Con Micaela Ramazzotti, Cesare Cremonini, Gianni Cavina, Andrea Roncato, Erika Blanc, Sydne Rome,Patrizio Pelizzi, Gisella Sofio, Manuela Morabito, Massimo Bonetti, Alessandro Haber, Stefania Barca, Sara Pastore, Rita Carlini

Il Realismo Magico è una corrente pittorica che si inserisce nell’ambito del cosiddetto Ritorno all’ordine. Con Ritorno all’ordine si intende una tendenza sviluppatasi sulla scena artistica italiana a partire all’incirca dagli anni 20 del Novecento. Non è un movimento perché raggruppa in sé più correnti ma tutte caratterizzate da uno sguardo rivolto al passato, in particolar modo rinascimentale, delle arti figurative del nostro Paese. All’interno di questo contesto si inserisce anche il Realismo Magico che utilizza una tecnica artistica di minuziosa e puntuale raffigurazione del reale ma inserisce le sue rappresentazioni in un contesto di sospensione e astrazione tale da provocare una sensazione di straniamento nell’osservatore.

Oggetti reali, raffigurati con precisione da miniaturista, vengono collocati in un contesto altro a cui non appartengono facendo sorgere, in questo modo, una serie di domande nello spettatore che non conosceranno mai risposta.

Tutto questo preambolo per dire che è questa l’esatta sensazione che ho provato alla visione dell’ultima pellicola di Pupi Avati.

La descrizione delle tradizioni, dei costumi e delle abitudini della terra cara al regista è effettuata in maniera minuziosa e dettagliata, fin nei minimi particolari ma, in questo contesto, sono inseriti personaggi ed episodi quasi surreali che contribuiscono a dare quella sensazione di straniamento di cui parlavo poco sopra.

Va detto poi che ogni regista ha le sue ossessioni, più o meno manifeste, ma sempre presenti, pellicola dopo pellicola, come se rappresentarle fosse un modo per esorcizzarle una volta per tutte. Nel caso di Pupi Avati questa ossessione è, evidentemente, il ricordo. In ognuno dei suoi film narra della memoria, del ricordo di un passato, quasi sempre felice e spensierato, che non ritorna più perché il mondo intorno ai suoi personaggi è irrimediabilmente cambiato.

Anche nel caso di Il cuore grande delle ragazze il tema del ricordo è presente sia sotto forma della storia personale dei protagonisti sia, soprattutto, dal punto di vista della storia di un luogo geografico ben preciso, quell’Emilia Romagna tanto amata dal regista in un’epoca, gli anni Trenta, a lui naturalmente più congeniale dell’attuale.

Come accennavo la storia narrata è una mera scusa per raccontare la Storia (con la esse maiuscola) di uomini e donne comuni con i loro riti e le loro tradizioni, per narrare di un’Italia contadina alle prese con le difficoltà quotidiane e alla ricerca di un riscatto che permetta di affrontare la vita con dignità. I personaggi di Avati sono sempre dei diversi perché incompresi, particolarmente sensibili e fragili oppure ingenui al limite del disagio mentale (penso a Neri Marcorè protagonista del bellissimo Il cuore altrove, o Alba Rorwacher ne Il papà di Giovanna o, ancora, Nicola Nocella nel non riuscitissimo Il figlio più piccolo) e, quasi sempre, sono costretti dall’uomo o dagli eventi a subire una realtà a cui non sono preparati. Ed è proprio questo che li rende commoventi perché la loro inadeguatezza ci ricorda anche la nostra personale fragilità di fronte a situazioni che ci mettono in difficoltà o ci imbarazzano o, comunque, non riusciamo a gestire. E’ l’empatia verso i deboli di Avati che ce li fa irrimediabilmente amare. E qui il personaggio a cui, inevitabilmente, ci si affeziona è quello interpretato da Micaela Ramazzotti che diventa ogni giorno più brava e consapevole dei propri mezzi espressivi. La scena ambientata in treno in cui racconta alle suore del suo amore e di come l’ha perduto è emotivamente molto intensa ed è giocata tutta sulle espressioni del volto dell’attrice. Ma non delude nessuno degli attori scelti dal regista, da Cesare Cremonini alla bravissima Manuela Morabito che si conferma interprete di grande dignità e levatura, sicuramente da tenere d’occhio.

Insomma, dopo il brutto Gli amici del bar Margherita, il non del tutto riuscito Una sconfinata giovinezza e il deludente Il figlio più piccolo Avati sembra tornato all’epoca dei felicissimi Il cuore altrove e La seconda notte di nozze. Speriamo, per il futuro, che prosegua su questa strada a lui così congeniale e a me così gradita.