A Sonja, naturalmente. Che lo ha amato al di sopra di tutti.

Non sempre riesco a vedere tutti i film che vorrei. Oltretutto i distributori italiani pare che si divertano ad accavallare le uscite delle pellicole interessanti e ancora non ho capito il perché. In ogni modo, alla fine, sono riuscita a recuperare anche l’ultimo film di Sorrentino in una delle ultime sale in cui è rimasto. Ed è stata proprio una fortuna perché è un film che merita sicuramente la visione sul grande schermo.

This must be the place (2011)

[This Must Be the Place, Italia, Francia, Irlanda 2011, Drammatico, durata 118′]   Regia di Paolo Sorrentino
Con Sean Penn, Eve Hewson, Frances McDormand, Judd Hirsch, Harry Dean Stanton, Heinz Lieven, Kerry Condon, Olwen Fouere, Simon Delaney, Joyce Van Patten, Liron Levo, David Byrne, Shea Whigham

Attenzione! Contiene spoiler

È incredibile constatare quanto il nostro Sorrentino abbia dentro di sé l’ampio respiro del modo di fare cinema americano. Ha in sé quel senso della grandiosità che manca a quasi tutti i nostri registi (forse Tornatore è l’unico a cui appartiene). E in questo film si nota particolarmente perché è evidente che si trova perfettamente a suo agio nel riprendere quei paesaggi tendenti all’infinito, quelle strade perennemente indirizzate verso il nulla, quelle case isolate, perdute, apparentemente inospitali di cui una certa America rurale è piena. E non posso fare a meno, in questo contesto, di citare il mio amato David Lynch e, in particolar modo, Una storia vera che sta a pieno diritto nel mio Olimpo cinematografico personale (e il parallelo è ancora più calzante se pensiamo che la figura di Harry Dean Stanton è presente in entrambi i film, come se Sorrentino avesse voluto fare un diretto omaggio proprio alla pellicola di Lynch). Durante la visione di questo film ho colto continui rimandi a quella pellicola e, in generale, alla produzione lynchana per quel senso di surrealismo onirico di cui è pervasa. E sono convintissima che il film di Sorrentino piacerebbe molto a Lynch. Chissà se ha avuto occasione di vederlo.

L’intento di Sorrentino non è tanto quello di raccontarci una storia anche se, alla fine, fa anche quello, ma di raccontarci un personaggio, quello della ex rock star Cheyenne, una sorta di Peter Pan depresso, un bambino nel corpo di un adulto. Lasciando un attimo da parte l’interpretazione di Sean Penn che affronterò più avanti mi sembra interessante fare un altro parallelo che mi è sorto istintivamente durante la visione del film. La figura di Cheyenne sembra mutuata da quella di Edward mani di forbice, protagonista dell’omonimo film di Tim Burton. La figura dark e näif di Edward, magnificamente interpretata da Johnny Depp, pare adesso cresciuta, invecchiata ma solo fisicamente perché, nello sguardo, conserva la capacità di guardare il mondo con gli occhi incantati di un bambino. Questo è Cheyenne, un bambino nel corpo di un adulto che non smette di truccarsi e mascherarsi come un bambino ma senza la stessa spensieratezza. Perché Cheyenne si porta dietro un lutto enorme, quello di aver provocato la morte di due ragazzi a causa dei messaggi contenuti nelle sue canzoni. Questa tremenda responsabilità è un fardello che, inevitabilmente, si trascina, che lo attanaglia e lo imprigiona impedendogli di vivere quella che potrebbe essere una vita felice, pur nella sua assenza di canoni (in fondo ha una moglie che lo ama e amici che lo accettano per quello che è). Ma gli occhi azzurrissimi di Cheyenne sono spenti, privi di uno scopo. Il suo sorriso, nascosto da strati di cerone, non si vede mai ed è sostituito da una risatina sarcastica priva di qualsiasi connotazione gioiosa.

Solo affrontando il proprio passato Cheyenne imparerà a fare i conti con il proprio presente e ad accettarlo, finalmente, per quello che è. In una seconda parte della pellicola che è un on the road dell’anima il protagonista riesce ad affrontare l’oscurità che si porta dentro e a liberarsene grazie al contatto con persone apparentemente distanti da lui ma che lui, con la sua connaturata purezza ed innocenza, è disposto ad accogliere. Ci sono tanti piccoli episodi raccontati da Sorrentino che costellano questo viaggio, tanti incontri che, come tanti tasselli di un puzzle, contribuiscono a ricostruire l’anima ferita di Cheyenne. Inutile citarli perché vanno visti. No, anzi, vanno sentitiabbandonando la razionalità e lasciandosi guidare dalla poesia.

Potrei dire molto altro. Sulla bellissima fotografia di Luca Bigazzi che riesce ad infondere una luce particolare tanto ai paesaggi sterminati che fotografa quanto ai volti, ad ogni singola ruga che sembra scolpita. Sulla colonna sonora, magnifica, di David Byrne (che compare anche nella pellicola nelle vesti di se stesso) che riesce, da sola, a costruire un’atmosfera. Sulla regia che riprende con la stessa maestria l’infinitamente grande degli spazi aperti e l’infinitamente piccolo di una lacrima sul volto di una ragazza che guarda il figlio cantare. Ma non lo farò. Non lo farò perché non ci sono le parole giuste per farlo o, comunque, io non sono in grado di trovarle. Ma vi dirò, invece, di Sean Penn. La sua interpretazione è quanto di più bello si possa vedere perché sarebbe facilissimo, con un personaggio così, creare una macchietta, una figura grottesca ed esagerata, ed invece lui riesce a regalarci un’interpretazione di una sensibilità straordinaria che pochi altri sarebbero riusciti ad ottenere. E perché in tutto il film, dopo che ci ha abituati a vederlo truccato, spaurito, triste, depresso, abbigliato come un emo, con i capelli cotonati e le unghie laccate, il momento in cui riesce a farci veramente piangere è quello in cui, alla fine, tornato uomo comune, si volta e ci regala il più stupendo dei sorrisi. Questo solo un grande attore riesce a farlo.

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