Perché, a volte, ciò che minaccio lo realizzo. Purtroppo

Come si può facilmente evincere dal titolo il tema di questo post sono i personaggi femminili ormai annegati da un po’ di tempo che decidono di ripresentarsi anche se nessuno li ha invitati. Nel cinema, ma questo non si poteva evincere.

Il personaggio, da me personalmente ribattezzato donnina putrida (perché fa simpatia), non è dei più frequenti e non credo che possa assurgere a topos cinematografico a tutti gli effetti come il vampiro, lo zombi o il licantropo ma si è ritagliato comunque un suo ruolo di nicchia piuttosto interessante.

Non credo che ci sia un archetipo codificato e riconosciuto ma mi pare abbastanza evidente che il tutto possa essere fatto risalire ad Ofelia. La vicenda di Ofelia è abbastanza nota in quanto uno dei personaggi più belli dell’Amleto di Shakespeare. Ne riassumo brevemente la storia. La giovane Ofelia, figlia del consigliere del re di Danimarca, è innamorata ricambiata di Amleto, principe di Danimarca. I due giovani si sono promessi amore eterno e fedeltà ma le cose non andranno come entrambi auspicavano. Amleto finge la pazzia per vendicare la morte del padre e la sua messinscena comporta anche di tenere all’oscuro Ofelia del suo piano. La ragazza, inizialmente, non si rassegna al cambiamento avvenuto nell’innamorato e non si arrende di fronte al suo atteggiamento ostile né di fronte ai suoi rifiuti che la costringono ad allontanarsi, ma dovrà ricredersi quando Amleto ucciderà suo padre scambiandolo per l’assassino del re. A questo punto Ofelia impazzisce e comincia a vagare per il palazzo come un fantasma, perdendosi in un mondo di fantasie costruite dalla sua mente ormai vacillante. Ed è proprio un uno dei suoi vagabondaggi, mentre raccoglie dei fiori sulla riva del fiume, che la ragazza incontra la morte. Sarà una morte dolce che la vedrà sprofondare nell’acqua avvolta dai fiori senza che lei neppure se ne renda conto (e, infatti, se ne andrà sussurrando canzoni a mezza voce) fino a quando i suoi abiti, ormai zuppi, non la trascineranno a fondo.

Il personaggio di Ofelia risulta amatissimo anche nell’ambito delle arti figurative, soprattutto dai Preraffaeliti e, in generale, nella pittura vittoriana. Ed è facile anche capirne il motivo perché è una figura che simboleggia l’innocenza e la purezza, caratteristiche idolatrate da questi pittori. Inoltre, per quanto riguarda in particolare i Preraffaeliti, l’elemento naturalistico dei fiori di cui è cosparsa la fanciulla mentre annega e l’effetto dell’acqua sulle vesti bagnate sono due elementi ulteriori che hanno contribuito alla diffusione di questo soggetto nella loro produzione. Va detto che anche l’arte contemporanea non ha disdegnato il soggetto spesso attualizzandolo inserendolo in un contesto di vita quotidiana (come nel caso di Karin Andersen che sostituisce al fiume la vasca da bagno come luogo dell’annegamento della fanciulla) e traghettandolo direttamente al contesto cinematografico.

Ed è proprio al cinema che volevo arrivare.

Attenzione! Contiene spoiler

1. Shining di Stanley Kubrick

Ne abbiamo già parlato a lungo e non credo che ci sia bisogno di tornare sull’argomento. In questo contesto mi interessa solo dare un’occhiata alla donnina putrida della stanza 237 (non me ne faccio una ragione del fatto che Kubrick abbia voluto cambiare il numero della stanza rispetto al romanzo di King…). L’efficacia di questa figura, al di là della realizzazione in termini di trucco ed effetti speciali, è dovuta al fatto che Kubrick ce la presenta inizialmente come una bellissima e giovane donna che attrae Jack all’interno della stanza lusingandolo con chiare profferte sessuali salvo poi rivelarsi per quello che è nel momento in cui l’uomo si troverà avvinghiato a lei. Il contrasto tra il corpo perfetto della giovane donna che esce dalla vasca da bagno e si offre impudica a Jack e il corpo corroso dal tempo e dall’umidità della vecchia è la carta vincente di questa scena e Kubrick riesce, in questo modo, a disgustare e spaventare lo spettatore in maniera eccelsa. E fa riflettere che ancora una volta una delle scene più riuscite del film non sia affatto presente nel libro di King. Ma questa è un’altra storia.

2. Le verità nascoste di Robert Zemeckis

Anche uno dei più innocui registi hollywoodiani ha riesumato (!) il personaggio della donnina putrida, inserendolo in uno dei suoi film migliori che risulta essere anche uno di quelli più atipici della sua produzione. Vien fatto di ricordare Robert Zemeckis per la serie di Ritorno al futuro, per la riuscitissima commistione di animazione ed attori in carne ed ossa di Chi ha incastrato Roger Rabbit? o per la favola ingenua e commovente di Forrest Gump ma si tende a dimenticare questa pellicola del 2001 che, pur non essendo originalissima, riesce a trasmettere la giusta dose di tensione nello spettatore.

La trama ci offre una classica storia di fantasmi che cominciano a manifestarsi in una casa al lago dove una coppia di coniugi passa le proprie vacanze. Queste presenze si cominciano ad avvertire con rumori improvvisi ed immotivati (il lavoro del dipartimento fonico è veramente eccezionale), con lo spostamento di oggetti ma, soprattutto, quando i protagonisti si trovano in prossimità della vasca da bagno. Ben presto si capisce che questa presenza misteriosa (chiunque essa sia) è indissolubilmente legata all’acqua. Qui l’apparizione della donnina putrida è abbastanza fugace e neppure tanto impressionante. Molto più interessante è il meccanismo psicologico dell’attesa messo in scena da Zemeckis che porta lo spettatore a prefigurare la scoperta del cadavere annegato tenendo sempre alta la tensione.

3. Dark Water di Hideo Nakata

Hideo Nakata è noto ai più come regista di The Ring (la versione originale giapponese del 1998 e non l’omonimo remake americano con Naomi Watts, per intenderci) e basterebbe questo particolare per concludere che le donnine putride devono essere proprio una delle sue ossessioni. Dark Water (anche questo con un remake americano dignitoso datato 2005 che vede protagonista Jennifer Connelly) è un horror genuino di quelli che spaventano davvero e ti si insinuano nella mente tanto che non puoi fare a meno di pensarci anche giorni dopo la visione. La donnina putrida che ne è protagonista è, in realtà, una bambina e questo porta lo spettatore ad immedesimarsi con la terribile storia della sua vita e della sua morte a mano a mano che questa viene fuori. Ma è un errore imperdonabile perché come quasi tutte le donnine putride che si rispettino neppure lei cerca la pace dell’eterno riposo ma, semplicemente, è in cerca di una mamma che le faccia compagnia nel buio in cui vive. E anche se si finisce per provare pena per lei non si può fare a meno di volerla vedere definitivamente annegata nella cisterna dal quale è emersa.

4. The Ring di Gore Verbinski

Con questa pellicola il topos della donnina putrida entra direttamente nell’immaginario collettivo. Samara è veramente un personaggio a tutto tondo e non un semplice espediente orrorifico messo lì per spaventare lo spettatore. Dietro questa donnina putrida c’è una storia ed è di quelle che non possono lasciare indifferenti. E’ di quelle che spaventano e commuovono allo stesso tempo. Samara si impossessa delle persone attraverso un video allucinato in cui, tra le altre immagini, la si vede uscire dal pozzo (il ring del titolo è proprio l’anello del pozzo) in cui è stata scaraventata ad annegare. Samara entra così nel mondo reale facendo letteralmente morire di paura chiunque entri in contatto con lei. Anche dietro la terribile furia di Samara, come in Dark Water, c’è una terribile storia di abbandono ma quasi mai si riesce a provare pena per lei nonostante tutto. Nella versione di Verbinski (che prediligo rispetto a quella di Nakata) sono magnifici i colori lividi e freddi che accomunano i palazzi e la natura così come i volti delle persone tanto da dare l’impressione che l’intera pellicola sia girata proprio sott’acqua, in un mondo sommerso distante dal reale benché fatto a sua immagine e somiglianza.