Archive for dicembre, 2011


Finalmente per la seconda tappa dell’impresa 2 sono riuscita a fare le cose per bene. Sono riuscita a documentarmi prima di andare a vedere ciò che ho scelto e pure a fare questo post prima della visita.

La scelta di visitare il MNAF non è del tutto casuale ma l’ho fatta per riuscire a recuperare anche una mostra a cui tenevo molto ma che, fino ad ora non sono riuscita a vedere (e dato che si conclude l’8 gennaio non c’è più molto tempo). Si tratta della mostra Through My Window. Fotografie di Ahae, esposizione itinerante per la prima volta in Italia ma che sta toccando varie città del mondo; ma ne parleremo tra un istante.

Concentriamoci, prima di tutto, sul Museo nazionale Alinari della fotografia.

Il MNAF viene istituito nel 1985 inizialmente con sede in Palazzo Rucellai, poco distante dall’attuale collocazione. È intitolato alla prestigiosa famiglia fiorentina degli Alinariche dal 1852 si occupa di fotografia. Il Museo, al quale sono collegati anche una Fondazione che opera nel campo della storia e della conservazione della fotografia ed una Biblioteca specializzata in testi di storia della fotografia, offre un percorso espositivo completo per comprendere l’arte fotografica da diversi punti di vista. Infatti, oltre ad esporre una vasta collezione di fotografie di fotografi italiani ed internazionali dalle origini ai giorni nostri, offre anche una cospicua collezione di strumenti fotografici e tutto ciò che concerne il mondo della fotografia (pellicole, accessori, cornici, album etc.).

Attualmente il MNAF è ospitato nei locali dell’edificio delle Scuole Leopoldine, sul lato sud di piazza Santa Maria Novella. L’edificio in cui ha sede viene costruito nel XIII secolo e nasce come convento e ricovero di pellegrini. Ma già dal 1208 viene adibito ad ospedale ed intitolato a San Paolo. Nel 1403 il Comune di Firenze affida la gestione dell’ospedale all’Arte dei Giudici e dei Notai, cancellando, di fatto la gestione religiosa della struttura. In questo periodo cominciano i lavori di ampliamento e di rifacimento che conferiranno all’edificio pressappoco la struttura attuale. Tali lavori sono attribuiti a Michelozzo che progetta il loggiato esterno e la sistemazione interna con la creazione del chiostro e del giardino tra il 1451 e il 1495. Per secoli l’opera è stata attribuita a Brunelleschi per via della struttura del portico antistante l’ingresso che si presenta molto simile a quella brunelleschiana dello Spedale degli Innocenti.

Il loggiato è costituito da dieci arcate sostenute da nove colonne e due pilastri e decorate nei punti di congiunzione da medaglioni in terracotta di Andrea Della Robbia e da due mezzi tondi raffiguranti Benino Benini, direttore dell’ospedale dal 1451. Andrea Della Robbia esegue le opere tra il 1489 e il 1496. Sempre a questi anni risale anche la lunetta in terracotta invetriata sovrastante l’ingresso alla chiesa del complesso collocato all’estremità occidentale del loggiato. La lunetta raffigura quello che, leggendariamente, è considerato il primo incontro tra San Francesco e San Domenico che si sarebbe svolto proprio all’interno dei locali dell’Ospedale di San Paolo.

Nei secoli successivi le modifiche architettoniche all’edificio sono trascurabili mentre è importante ricordare che nel 1780 l’ospedale viene soppresso e il complesso diventa la sede delle Scuole Leopoldine.

E veniamo adesso alla mostra che è il vero motivo per cui ho optato per questa come seconda tappa dell’impresa 2.

La mostra è dedicata al fotografo coreano Ahae che per ben due anni si è dedicato completamente a catturare scatti della natura osservata attraverso la finestra del proprio studio coreano (e da lì il titolo Trough My Window). Ahae, classe 1941, è un ecologista convinto fin dagli anni Settanta e questa mostra ben rappresenta la sua concezione di natura. Basti pensare che ha realizzato più di un milione di scatti esclusivamente dalla finestra di cui sopra (in media dai duemila ai quattromila al giorno, una media impressionante se ci pensate bene!) e lo ha fatto senza utilizzare ulteriori strumenti oltre al suo sguardo e alle sue macchine fotografiche digitali. Nessun ritocco in fase di sviluppo e nessuna illuminazione artificiale. Solo una finestra aperta e tanta pazienza. Le sue foto, quindi, sono una testimonianza diretta del trascorrere delle stagioni, dei cambiamenti di luce dall’alba al tramonto e delle diverse specie animali e vegetali dell’ambiente in cui il fotografo vive e lavora.

La mostra è curata da Keith H. Yoo, figlio di Ahae e raccoglie in tutto 40 scatti.

Un solido film americano

Le Idi di Marzo - George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Ryan Gosling

Avevo già espresso tutta la mia stima ed ammirazione per Ryan Gosling ma l’ultimo film di Clooney è la conferma definitiva del suo talento. Gosling è uno di quegli attori che, inizialmente, non amavo, non so perché. Era più una sensazione a pelle che una reale valutazione delle sue doti recitative. Fatto sta che dopo Drive mi è penetrato nel cuore e non credo che lo abbandonerà tanto facilmente.

Le Idi di Marzo (2011)

[The Ides of March, USA 2011, Drammatico, durata 98′]   Regia di George Clooney

Con Ryan Gosling, George Clooney, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Paul Giamatti, Philip Seymour Hoffman, Max Minghella, Jeffrey Wright, Danny Mooney, Lauren Mae Shafer

Le Idi di Marzo - Locandina

Alla sua quarta regia Clooney si attesta ormai come un solido rappresentante di un certo modo di fare cinema che potremmo definire classico ma di un classicismo molto diverso da quello, ad esempio, di un Eastwood. Eastwood è il rappresentante di un cinema più dolente, intriso di epica mentre Clooney riesce a fare un cinema solido, fortemente improntato sull’impegno civile. L’apice di questa concezione di cinema resta Good Night, and Good Luck (merito anche dello strepitoso David Strathairn) che rimane, ad oggi, il suo film più riuscito. Ma anche Le Idi di Marzo è una pellicola con innegabili qualità.

Innanzitutto una sceneggiatura estremamente curata e coerente che non lascia nulla al caso ma guida gli attori in un percorso ben preciso lasciando poco spazio all’improvvisazione ma permettendo di tirare fuori le loro doti interpretative. E anche da questo punto di vista Clooney non rischia nulla affidandosi ad un cast di tutto rispetto dove l’unico elemento debole potrebbe essere Evan Rachel Wood che, comunque, se la cava con una recitazione piuttosto scolastica. Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman fanno a gara per rubarsi la scena senza mai strafare ma restando sempre fedeli ai personaggi che rappresentano. Clooney, dal canto suo, interpreta il personaggio di Morris con convinzione aiutato da un physique du rôle che ben si adatta al carattere che porta sullo schermo.

Le Idi di Marzo - Philip Seymour Hoffman, Marisa Tomei, Ryan Gosling

Per il resto la pellicola è dominata dal personaggio di Ryan Gosling che riesce a regalarci il ritratto di un uomo idealista e combattivo che si trova ad affrontare un qualcosa che non comprende fino in fondo ma che decide comunque di rimanere in gioco e di cambiare le regole del gioco stesso a suo vantaggio. Inutile dire che Gosling è perfettamente a suo agio nell’interpretare un personaggio combattuto, calpestato, vendicativo ma, in fondo, giusto e lo fa da par suo anche in questo caso.

Per il resto l’impostazione della pellicola è impeccabile e la regia invisibile e mai invadente di Clooney riesce nell’intento di raccontare una storia attuale e, nello stesso tempo, eterna.

(Quasi) un miracolo di Natale

Il Natale si avvicina e non so se è il clima natalizio che mi porta a vedere le cose sotto una luce diversa oppure se quello che mi è capitato è davvero un colpo di fortuna più unico che raro (è che non ci sono abituata! Di solito sono molto più incline a comprovare la prima Legge di Murphy piuttosto che ad avvalorare l’esistenza della fortuna…).

Ma cominciamo dall’inizio. Quando ho iniziato a pensare all’impresa 2 e ho cominciato a guardarmi in giro per decidere quale sarebbe stato il primo luogo da visitare mi sono resa conto che i lavori di costruzione del Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze erano quasi ultimati. Cercando notizie in rete ho anche scoperto che l’inaugurazione si sarebbe tenuta il 21 dicembre e che il 22 (sì, proprio il giorno d’inizio dell’impresa 2!) si sarebbe tenuto lì il concerto del Trio Bollani. Siccome Bollani mi piace molto e nessuno dei suoi concerti a cui ho assistito mi ha mai deluso ho pensato di cogliere l’occasione al volo e di andare al suo concerto e, contestualmente, visitare anche il teatro. E così ho tentato di acquistare i biglietti on-line. Dico tentato perché non ci sono riuscita! Nel senso che, in un primo tempo, il sito dava problemi e non mi permetteva l’acquisto poi, quando la cosa si è sbloccata, non sono riuscita a comprarli perché mi dava un errore sconosciuto con la carta di credito. Per farla breve è andata a finire che i biglietti sono terminati e io sono rimasta con le cosiddette pive nel sacco.

Estrema delusione per il progetto andato a monte e piccolo lutto nel mio cuoricino per la rinuncia al concerto di Bollani. Ma me ne sono fatta una ragione sebbene non facessi salti di gioia. E poi cosa va a succedere? Il giorno stesso del concerto apprendo tramite amici di amici che erano disponibili due biglietti che due ragazzi avevano acquistato ma che, per un imprevisto, dovevano rinunciare ad utilizzare. Improvvisamente la giornata si è illuminata! E anche se ho dovuto scapicollarmi tra un regalo di Natale e l’altro, attraversare l’intera città per andare a prendere il biglietto, precipitarmi a teatro con lo stesso vestito che indossavo dalla mattina perché non sono riuscita a passare da casa, saltare a piè pari la cena sono riuscita ad andare e pure a tornare, sfatta ma viva per raccontarvelo!

Nuovo Teatro dell’Opera

I viali di circonvallazione e le espansioni ottocentesche

Avvertenza. Perdonate la scarsissima qualità delle foto ma mi sono dovuta arrangiare col cellulare perché la mia macchina fotografica mi ha definitivamente abbandonata e, fino a che non procederò all’acquisto della nuova, dovrò arrangiarmi alla meno peggio. Oltretutto ho dovuto fare le foto di notte senza che la fotocamera del cellulare fosse fornita di modalità notturna. Spero che, comunque, servano a rendere l’idea della struttura. Spero anche di poterci ritornare e poter sostituire queste foto con altre migliori.

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Partiamo col dire che non era mia intenzione organizzare così la condivisione dell’impresa 2 ma che non potevo lasciarmi sfuggire quest’occasione per cui, per questa volta, lasciamo correre. Nelle mie intenzioni c’è di documentarmi prima della visita e farla precedere da un post che spieghi ciò che sto per vedere e, solo in un secondo tempo, fare un altro post con quelle che sono le mie impressioni e le mie osservazioni, un po’ come per l’impresa 1 che è strutturata, grossomodo, in questi termini. In questo caso farò un mescolone delle due cose sperando che ci si capisca qualcosa.

Il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze è stato edificato in una vasta area in disuso da anni adiacente alla struttura della Stazione Leopolda (che, in realtà, non è più una stazione da secoli ma è stata trasformata in uno spazio espositivo molto bello alternativo rispetto alla Fortezza da Basso, area espositiva per eccellenza dove si tengono tutte le principali mostre mercato ed eventi di Firenze) ed esteso in profondità fino a penetrare l’area del Parco delle Cascine.

Il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze è solo il primo passo per la realizzazione del Parco della Musica e della Cultura, un ambizioso progetto che, sulla carta, dovrebbe diventare qualcosa di simile all’area dell’Auditorium Parco della Musica di Roma progettato da Renzo Piano. In realtà, al momento, i lavori non sono ancora completati e l’area si presenta attualmente come un cantiere in cui c’è ancora molto da fare.

Il progetto del teatro è stato affidato allo Studio ABDR (il nome è formato dalle iniziali dei quattro architetti che lo hanno fondato: Maria Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri e Filippo Raimondo) molto attivo soprattutto a Roma. La filosofia che sta alla base dell’opera è descritta dallo studio nei seguenti termini:

L’ intervento è chiamato a dare risposta a un programma funzionale e simbolico complesso, applicato a una parte della città di Firenze, chiamata oggi ad ospitare importanti e prestigiose istituzioni pubbliche. L’area in cui è prevista la costruzione del Nuovo Auditorium gioca infatti un delicato ruolo di integrazione tra le diverse parti della città. A questo problema il progetto risponde con gli strumenti della progettazione urbana e della forma architettonica.
L’insieme degli spazi e dei luoghi espressamente dedicati alla musica descrive un luogo di grande valore urbano e paesaggistico, un sistema di terrazze e di spazi aperti schiettamente toscano, destinato a raccordarsi sul piano urbanistico, architettonico e visivo con l’immediato intorno costruito e con l’intera città di Firenze.

In effetti la prima impressione che si ha varcando i cancelli che permettono di accedere al teatro è quella di uno spazio lineare organizzato secondo i dettami prospettici rinascimentali, una specie di città ideale che sarebbe piaciuta a Piero della Francesca. La linearità dei piani è scandita da una serie di scalinate che affiancano il corpo principale del teatro dai due lati mitigando la pesantezza della mole della struttura principale che con la sua monumentale regolarità avrebbe rischiato di incombere sull’osservatore generando una sensazione di oppressione. In questo modo, invece, lo sguardo ha la possibilità di trovare delle vie di fuga laterali che gli permettono di spaziare e di percepire il teatro in maniera più armoniosa.

Attualmente l’accesso alle scalinate è precluso, da un certo punto in poi, di conseguenza non è possibile raggiungere né l’arena all’aperto né il corpo di fabbrica della seconda sala (quella più piccola che dovrebbe essere dedicata alla lirica  e permettere una capienza di un migliaio di spettatori) che, tuttavia, è visibile piuttosto bene sia da questo punto che dal Parco delle Cascine in quanto si presenta sopraelevato rispetto al livello della prima sala che sovrasta in altezza di parecchi metri.

E devo dire che questa seconda sala, per lo meno per quanto riguarda l’esterno, è la cosa più bella dell’intera costruzione. Si presenta come un cubo ricoperto di fessure di diverse dimensioni e distribuite in maniera longitudinale lungo tutto il perimetro esterno. Tali feritoie sono illuminate dall’interno e creano un suggestivo gioco di luci al quale fa da contraltare il riflesso dell’illuminazione  sul primo edificio che, invece, è punteggiato, internamente e lungo i muretti che lo separano dalle scalinate laterali, di innumerevoli piccole borchie metalliche che creano un effetto che ricorda le stelle.

L’interno del primo edificio è anche esso estremamente lineare e razionale; l’unica concessione al lusso è data dalle borchie metalliche già descritte e dal rivestimento dorato della parte esterna della platea che si presenta come un corpo convesso con una superficie di intonaco dorato scabro ed irregolare. Il contrasto tra questa superficie e le gradazioni di bianco e grigio di pavimento, pareti e soffitto producono una sensazione di lusso non ostentato che ben si addice alla funzione teatrale dell’edificio.

Il foyer e i corridoi sono estremamente scarni e lineari, in armonia con la razionalità della struttura architettonica. Purtroppo c’è da dire che il fatto che i lavori non siano ancora completamente terminati non giova alla visione d’insieme e, in certi casi, non si riesce a capire se alcuni elementi siano volutamente grezzi oppure se sia una situazione provvisoria.

Concludo con la sala vera e propria che, a mio parere, è l’elemento dolente dell’intera costruzione. Niente da dire dal punto di vista dell’acustica che ho trovato eccellente da vari punti di vista in quanto riesce a produrre un suono caldo ed avvolgente e perfettamente udibile da qualsiasi posizione. Ciò che non mi è piaciuto, invece, è il disegno della sala che è molto simile a quella del Teatro Comunale e non brilla, quindi, per innovazione. Anche in questo caso la provvisorietà della sistemazione non giova all’impressione generale. Il palco non ha ancora il corpo retrostante e questo rende difficile poterlo smontare per cui ieri sera, ad esempio, erano ancora presenti tutte le sedie che ospitavano l’orchestra di Mehta la sera dell’inaugurazione, relegando Bollani e gli altri due musicisti in uno spazio angusto del palco disperdendo così anche lo sguardo degli spettatori che viene distratto nonostante l’illuminazione tendesse ad evidenziare i componenti del Trio. Inoltre lungo tutto il perimetro della platea sono presenti fasci di cavi elettrici che, seppur messi in sicurezza, non si può dire che facciano una bella impressione. Per il resto la sala è completamente rivestita di pannelli di legno convesso sovrapposti mentre la parte della galleria è ricoperta di una specie di maglia metallica color bronzo lavorata in modo da dare l’idea di un tessuto drappeggiato. Il soffitto è l’unico elemento che non mi è dispiaciuto perché è disegnato in maniera molto simile alla superficie esterna del secondo edificio essendo ricoperto di fessure rettangolari disposte in maniera irregolare seppure parallele tra loro entro cui sono alloggiate le luci. Questo particolare è degno di nota perché crea una sorta di continuità ideale tra i due edifici, non immediatamente percepibile ma che rimane, comunque, come sensazione visiva senza che se ne debba necessariamente analizzare la funzione.

Una citazione a parte merita l’opinione di Vittorio Sgarbi, espressa durante la serata inaugurale. Il critico ha definito la struttura del Nuovo Teatro dell’Opera una scatola da scarpe. È evidente l’intento provocatorio di chi, come Sgarbi, è abituato al dibattito televisivo e prendere questa sua frase come un’affermazione con basi di critica artistica significherebbe trascenderne il senso. Ma la definizione adottata ha dei fondamenti reali perché la linearità che ho descritto e che si può trarre dalle foto può dare adito ad un paragone del genere. Detto questo è senz’altro riduttivo liquidare questa struttura con una definizione simile. Ma, si sa, se Sgarbi non provoca non è contento.

E il concerto, direte voi? Il concerto è stato davvero notevole. Ma Bollani non delude mai, come ho anticipato. Hanno suonato due ore piene coinvolgendo, appassionando e facendo divertire il pubblico presente. Bollani, a mio parere, ha una personalità esuberante ma mai invadente, lascia spazio a chi lo accompagna pur riuscendo, inevitabilmente, ad accentrare l’attenzione su di sé. Il repertorio eseguito (tutto jazz di diverse origini tra cui anche pezzi di Bollani stesso ed altri tradizionali di diversi Paesi) non era eccelso come qualità, secondo me, ma il virtuosismo esecutivo dei tre musicisti ha fatto in modo da rendere la cosa praticamente indifferente.

La porti un bacione a Firenze

Avvertenza. Post noiosissimo ma necessario ad alto contenuto nozionistico. Insomma, per me potete pure evitare di leggerlo tanto è piuttosto inutile, ma una premessa a come intendo affrontare l’impresa 2 andava pur fatta e meglio di così proprio non c’era verso di esporla. O, almeno, io non ci sono riuscita 😉 Ma prometto che poi non ci sarà niente di così noioso nell’impresa vera e propria. Parola di lupetto!

Mi rendo conto in questi giorni che il periodo per affrontare l’impresa 2 non è proprio dei migliori per me. Il periodo natalizio con le mille cose da fare, la fine dell’anno che è sempre un po’ destabilizzante, il lavoro che di questi tempi si intensifica e, infine, una stanchezza che rischia di diventare cronica poco si coniugano con la voglia di concentrarsi su una nuova impresa. Ma senza fatica non avrebbe neppure senso definirla impresa per cui mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato (finalmente!) a studiare come affrontare l’organizzazione di questa nuova avventura.

Partiamo dal presupposto che da anni esiste una guida che è imprescindibile per chiunque voglia imparare a conoscere una città in maniera approfondita e critica. Si tratta della cosiddetta Guida Rossa del Touring Club Italiano (per il colore della copertina e per distinguerla dalla Guida Verde, pubblicata sempre dal Touring Club ma molto più sintetica e meno approfondita per quanto riguarda la trattazione del patrimonio artistico). Ho dichiarato che è imprescindibile proprio perché è lo strumento più completo per chi voglia conoscere la storia, le tradizioni e l’arte di una determinata città italiana. E’ chiaro che siamo ben lontani da un approfondimento critico che può essere fatto solo con l’utilizzo di testi specifici ma è uno strumento utilissimo per un approccio turistico alla città che si sta visitando.

Questo noioso preambolo per dire che proprio dalla Guida Rossa di Firenze e provincia ho deciso di riprendere la suddivisione degli itinerari che affronterò nel corso dell’impresa 2. È un modo sistematico che, secondo me, risulterà molto utile per farsi un’idea della struttura della città e della collocazione di ciò che vale la pena di vedere.

Di seguito l’elenco della suddivisione delle zone di Firenze. Anche in questo caso, come nel caso della bibliografia e della filmografia per l’impresa 1, si tratta di un work in progress, nel senso che mano a mano che porterò avanti l’impresa modificherò questa tabella inserendo le specifiche delle cose che ho visto in modo che, alla fine, questo post verrà a costituire una specie di indice di tutto ciò che avrò visto e condiviso con voi. Quindi non fatevi ingannare dall’aspetto scarno che ha oggi; conto di rimpinguarlo nel minor tempo possibile!

Firenze

Il centro religioso
La zona di Piazza della Signoria
Gli Uffizi
La zona di piazza della Repubblica
Il quartiere di Santa Maria Novella  MNAF
Il quartiere di San Giovanni Galleria dell’Accademia
Il quartiere di Santa Croce
I lungarni
L’Oltrarno
I viali di circonvallazione e le espansioni ottocentesche Nuovo Teatro dell’Opera
La città oltre le mura Centro urbano di San Donato

E tanto per rendere un’idea della topografia della città vi aggiungo anche la mappa che comprende tutte le zone riportate nella tabella precedente. Nei vari post sull’impresa 2 inserirò anche delle mappe più dettagliate dato che questa visione aerea serve solo a dare un’idea approssimativa della struttura della città e della conformazione del territorio.

Detto questo non rimane che partire e cominciare a guardarsi in giro alla ricerca del bello o, semplicemente, di ciò che ha da raccontare una storia che vale la pena stare ad ascoltare.

Quando le parole non servono

Questo è Cinema. Quello che nel 2011 ti permette di non accorgerti che stai guardando un film muto (!).
Quello che non ha bisogno di parole per raccontare una storia universale (fama, successo, declino, disperazione e amore, un sacco di amore senza neppure un bacio, ed ecco un’altra rivoluzione!). Quello che ti riappacifica col mondo che ti circonda.

Questo è il vero film di Natale. Lasciate perdere tutto il resto ed andatevi a vedere questo sotto le feste! Sono sicura che non ve ne pentirete.

The Artist (2011)

[The Artist, Francia 2011, Drammatico, durata 100′, b/n]   Regia di Michel Hazanavicius
Con John Goodman, Missi Pyle, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Beth Grant, Joel Murray, Beau Nelson, Jen Lilley, Jean Dujardin, Ben Kurlandx

Il nuovo film di Hazanavicius è un piccolo capolavoro. Uno di quei film che ti fa amare ancora di più il cinema.

Un film pieno di citazioni e riferimenti cinefili ma che possiede il tocco leggero della poesia. E’ una pellicola che riesce ad affascinare con la semplicità di una trama fin troppo prevedibile ma che sta in piedi grazie alle interpretazioni magnifiche di tutti gli attori coinvolti, in particolar modo i due protagonisti. Con la loro espressività riescono a caratterizzare i personaggi a cui danno vita senza bisogno di parlare. Neppure un istante si sente il bisogno di sapere che cosa dicano perché è sempre evidente dalle espressioni facciali e dai gesti che le accompagnano.

La regia è perfetta sotto tutti i punti di vista perché riesce ad essere invisibile quando è necessario non sopraffare il lavoro degli attori ed evidente nei momenti in cui se lo può permettere. Hazanavicius riesce ad adeguare il modo di fare cinema contemporaneo ad un tipo di cinema che non si fa più. Perché la sua, pur essendo un’operazione nostalgica, non è mero scimmiottamento degli stilemi del cinema muto ma una reinterpretazione di quegli stilemi con un linguaggio cinematografico contemporaneo. Quindi non di mimesi si tratta ma di interpretazione. Ed è una differenza non da poco.

Tra i molteplici omaggi cinematografici della pellicola e le molte citazioni non si può fare a meno di ricordare Giorni perduti di Wilder per la discesa del protagonista nel tunnel dell’alcoolismo. Soprattutto nel momento in cui, in preda al delirium tremens si vede attaccato da un se stesso formato mignon spalleggiato da un cospicuo numero di cannibali in assetto di guerra.

Ma  sono gli interpreti il vero punto di forza di questa pellicola.

Ci sono un po’ di Charlot e un po’ di Buster Keaton nella gestualità di Jean Dejardin, l’eccellente protagonista del film. E lo sguardo sornione alla Clark Gable di Via col vento (e pure le orecchie a sventola, a ben guardare!). Ma anche una sorta di romantica ostinazione che gli fa preferire la rovina annunciata piuttosto che piegarsi ad un modo di fare cinema che non sente appartenergli.

Vale la pena menzionare anche il sempre eccelso James Cromwell (l’ho già detto quanto mi piace questo attore? Mi sa di sì…) che si trova perfettamente a suo agio nel ruolo del fedele autista tuttofare del protagonista riuscendo ad infondere la sua grazia ad un personaggio che, altrimenti, sarebbe stato di mero contorno.

Ma la vera rivelazione è Bérénice Bejo, moglie del regista e attrice che, personalmente, non conoscevo. Con l’espressione del viso e la gestualità del corpo riesce ad essere sensuale e, allo stesso tempo, spensierata come una bambina. E con la caparbietà che contraddistingue il suo personaggio riesce, infine, a far innamorare il protagonista e a salvargli vita e carriera da una sicura rovina.

Dal punto di vista tecnico il film è impeccabile. La fotografia ci regala un bianco e nero saturo e corposo che è una delizia per gli occhi dello spettatore. La colonna sonora (essenziale in un film muto!) è forse l’unico elemento su cui si poteva osare un pochino di più in quanto appare assai prevedibile e non regala emozioni ulteriori.

Oggi mi sono imbattuta in questo brano. So che è lungo ma se avrete la pazienza di leggerlo la riflessione che ne scaturisce è interessante. Non riporto l’autore per non condizionare ben sapendo che in molti (non io!) lo odiano.

Scusate se uso ancora la musica classica, ma aiuta a capire: pensate come, in quella musica, il fatto che essa sia, in qualche modo, difficile è la garanzia del suo essere viatico per qualche posto nobile, elevato. Vi ricordate la Nona [n.d.a. di Beethoven], vero confine di ingresso alla civiltà di monsieur Bertin? Be’, quando la ascoltarono, i critici, per la prima volta, dico la prima, iniziarono a dire che forse, per capirla bene, si sarebbe dovuto risentirla. Adesso ci sembra normale, ma per i tempi era una bizzarria assoluta. A un ascoltatore di Vivaldi l’idea di risentire Le quattro stagioni per capirle doveva sembrare come la pretesa di rivedere dei fuochi d’artificio per capire se erano stati belli. Ma la Nona pretendeva questo: il gesto della mente che ritorna sul suo oggetto di studio e fatica, e accumula nozioni, e scende in profondità, e alla fine comprende. Ancora l’altro ieri, i nostri nonni faticavano dietro a Wagner, tornando ad ascoltarlo per innumerevoli volte, fino a quando non riuscivano a stare svegli fino alla fine, e a capire: e quindi, finalmente, a godere. Bisogna comprendere che questo genere di tour de force piaceva a monsieur Bertin, gli era assolutamente congeniale, e questo è facilmente spiegabile: la volontà e l’applicazione erano proprio le sue armi migliori, e, se vogliamo, erano ciò che faceva difetto a un’aristocrazia rammollita e stanca: se accedere al senso più nobile delle cose era una faccenda di determinazione, allora accedere al senso delle cose diventava quasi un privilegio riservato alla borghesia. Perfetto.
L’applicazione su larga scala – e in un certo modo la degenerazione – di questo principio (la fatica come lasciapassare per il senso più alto delle cose), ha prodotto il paesaggio in cui ci troviamo oggi. La mappa che noi tramandiamo dei luoghi in cui è depositato il senso, è una collezione di giacimenti sotterranei raggiungibili solo con chilometri di cunicoli faticosi e selettivi. Il semplice gesto originario del fermarsi a studiare con attenzione, si è ormai affinato a vera e propria disciplina, impervia e articolatissima. Nel 1824 potevi ancora pensare che per capire la Nona dovessi sentirla un’altra volta. Ma oggi? Avete in mente le ore di studio e di ascolto necessarie per creare quello che Adorno chiamava un “ascoltatore avveduto”, cioè l’unico in grado di apprezzare veramente il capolavoro? E avete in mente con quanta costanza si sia demonizzato qualsiasi altro modo di accostarsi al sommo capolavoro, magari cercandovi con semplicità il crepitio di una vita immediatamente percepibile, e dimenticando il resto? Come insegna la musica classica, senza fatica non c’è premio, e senza profondità non c’è anima.
Andrebbe anche bene così, ma il fatto è che ormai la sproporzione fra il livello di profondità da attingere e la quantità di senso raggiungibile è diventata clamorosamente assurda. Se vogliamo, la mutazione barbara scocca nell’istante di lucidità in cui qualcuno si è accorto di questo: se effettivamente scelgo di dedicare tutto il tempo necessario a scendere fino al cuore della Nona, è difficile che mi resti del tempo per qualsiasi altra cosa: e, per quanto la Nona sia un giacimento immenso di senso, da sola non ne produce la quantità sufficiente alla sopravvivenza dell’individuo. E’ il paradosso che possiamo incontrare in molti studi accademici: il massimo della concentrazione su uno spigolo del mondo ottiene di chiarirlo, ma ritagliandolo via da tutto il resto: in definitiva, un risultato mediocre (che te ne fai di aver capito la Nona, se non vai al cinema e non sai cosa sono i videogames?). E’ il paradosso che denunciano gli sguardi smarriti dei ragazzi, a scuola: hanno bisogno di senso, di semplice senso della vita, e sono anche disposti ad ammettere che Dante, per dire, glielo fornirebbe: ma se il cammino da fare è così lungo, e così faticoso, e così poco congeniale alle loro abilità, chi gli assicura che non moriranno per strada, senza mai arrivare alla meta, vittime di una presunzione che è nostra, non loro? Perché non dovrebbero cercarsi un sistema per trovare l’ossigeno prima e in modo a loro più congeniale?
Guardate, non è un problema di fatica, di paura della fatica, di rammollimento. Ve lo ripeto: per monsieur Bertin quella fatica era un piacere. Aveva bisogno di sentirsi stanco, quel tour de force lo rendeva grande, sicuro di sé. Ma chi ha detto che debba essere lo stesso per noi? E poi, sentire la Nona un paio di volte o Wagner una dozzina, è una cosa: leggere Adorno per andare al concerto, un’altra. Questa fatica è diventata un totem e una micidiale forca caudina da cui è necessario passare. Ma perché? Non va smarrita, in questa liturgia borghese, la semplice intuizione originaria per cui l’accesso al cuore delle cose era una questione di piacere, di intensità di vita, di emozione? Non sarebbe lecito pretendere che fosse di nuovo così? Non sarebbe giusto rivendicare un tipo di fatica che fosse dilettevole, per noi, come quella fatica era dilettevole per monsieur Bertin?
Così i barbari si sono inventati l’uomo orizzontale. Gli dev’essere venuta in mente un’idea del genere: ma se io impiegassi tutto quel tempo, quell’intelligenza, quell’applicazione a viaggiare in superficie, sulla pelle del mondo, invece di dannarmi a scendere in profondità? Non sarà che il senso custodito dalla Nona non diventerebbe visibile nel lasciarlo libero di vagare nel sistema sanguigno del sapere? Non è possibile che quanto di vivo c’è là dentro sia ciò che è in grado di viaggiare orizzontalmente, in superficie, e non ciò che, immobile, giace in profondità? Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sul libro, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse e le pareti imbottite: l’hanno sostituito, istintivamente, con il surfer.

Ecco, era proprio su questo che stavo riflettendo ultimamente. E come sempre le cose sono incredibilmente concatenate. Lo stavo pensando prima di leggerlo, prima di trovarmelo davanti descritto molto meglio di come avrei saputo fare io. Alla base di questo ragionamento c’è un assunto fondamentale: il fatale, socratico, inevitabile so di non sapere. Perché questo è il concetto basilare che connatura ogni processo di crescita. Perché solo la consapevolezza della propria ignoranza può spingerci a cercare, a studiare, ad essere curiosi, ad approfondire. Senza questa pulsione resteremmo nell’immobilismo compiaciuto della nostra ignoranza. Naturalmente senza esserne coscienti.

Ma torniamo alla riflessione. Nel brano che ho riportato (a proposito, l’amanuense, come sempre, ringrazia) si dice una cosa fondamentale: si parla del piacere dell’apprendimento. Ed è un fattore essenziale. Per anni, a scuola, ci è stato talmente inculcato il concetto che lo studio è un nostro dovere che molti di noi hanno finito per perdere di vista che l’acquisizione del sapere, la cultura, è, innanzitutto, un piacere. Se non è un piacere non ha nessun senso. Resta solo un vuoto involucro di erudizione che non ci serve a nulla, che non ci fa veramente crescere.

Ma quando ci rendiamo conto che scoprire cose nuove, apprendere, sapere, imparare sono tutti mezzi per farci provare, in qualche modo, piacere allora il gioco è fatto. E a questo punto non conta nulla se questo piacere lo si provi studiando per tutta la vita la Nona di Beethoven o spaziando dal cinema ai videogiochi. L’importante è che quello che facciamo ci faccia divertire aprendoci la mente. Poi ognuno si diverte a modo suo 😉

Solo una Parigi da cartolina

Pensavo di non aver nulla da dire su questo film e se Ralph non me lo avesse chiesto, probabilmente, questo post non lo avrei scritto. Quindi prendetevela con lui.

Fughiamo subito ogni dubbio: non sono una fan di Allen. Dirò di più, non sono mai riuscita ad apprezzarlo veramente, neppure nelle vecchie pellicole, nei suoi classici. Questo non significa che mi accosti al suo cinema prevenuta (come, ammetto, mi accade con altri autori) ma ogni volta che scelgo di andare a vedere un suo film lo faccio con tutte le migliori intenzioni. Soprattutto da quando ha cominciato a fare solamente il regista. Perché, lo devo ammettere, è anche la sua presenza che un po’ mi infastidisce in un film. Non riesco a trovarlo simpatico e vederlo sullo schermo mi suscita sempre un certo fastidio. Per fortuna negli ultimi tempi si limita quasi esclusivamente alla regia. E’ un po’ la stessa cosa che mi succede con Clint Eastwood. Lo giudico uno dei migliori registi che ci siano in circolazione ma come attore… ecco, come attore, è un’altra storia. E purtroppo lui non ha la saggezza di Allen e compare un po’ troppo spesso, per i miei gusti, nelle sue pellicole.

Midnight in Paris (2011)

[Midnight in Paris, Spagna, USA 2011, Commedia, durata 100′]   Regia di Woody Allen
Con Rachel McAdams, Marion Cotillard, Michael Sheen, Owen Wilson, Kathy Bates, Alison Pill, Adrien Brody, Tom Hiddleston, Léa Seydoux, Kurt Fuller, Mimi Kennedy, Carla Bruni, Nina Arianda, Corey Stoll

Attenzione! Contiene spoiler

Lo ammetto. Mi basta vedere Parigi per essere subito ben disposta. E una pellicola che ha Parigi nel titolo e un pezzo di Parigi quasi in ogni inquadratura non può proprio lasciarmi indifferente. E va detto anche che Allen è bravissimo a cogliere la magia ed il romanticismo di questa città. Un po’ meno bravo a costruirci una storia intorno.

Perché penso che sia questo il difetto principale del film. Se Allen fosse stato un pittore ne sarebbe venuto fuori un quadro meraviglioso, affascinante e travolgente. O un musicista. Sarebbe stato capace di tirare fuori una sinfonia magnifica e romantica da quelle strade e da quei palazzi. Ma come regista pare che si sia sentito quasi costretto a raccontare qualcosa (e non è affatto un assunto implicito del mestiere di regista. Assolutamente. Si può benissimo dirigere un capolavoro senza raccontare nulla, o quasi. Ma non è da tutti riuscire a farlo) ed è proprio questo che rende debole il film.

Al di là dell’innesto del fantastico sul reale che avviene senza fornire nessuna spiegazione allo spettatore, cosa che può, legittimamente, destabilizzare, il problema della pellicola è quanto questo elemento fantastico sia condivisibile con chi lo guarda. E, lasciatemelo dire, Woody Allen in questo è stato piuttosto snob. Lungi da me pensare che si debbano a tutti i costi soddisfare i gusti, spesso beceri, degli spettatori o creare solo aspettative che si sia in grado di soddisfare, ma neppure si può pensare che promettere un film leggero e romantico ad un pubblico pagante e propinargli una galleria dei propri personali miti letterari, artistici e musicali di inizio Novecento possa essere sufficiente a soddisfarli. Finisce, inevitabilmente, con uno scollamento tra tu che racconti la storia e lo spettatore che la subisce. Perché penso che chiunque abbia fatto fatica ad identificare tutti i fantasmi che Allen riesuma nel corso della pellicola, soprattutto quelli secondari e, alla fine, la fuga dalla realtà del protagonista del film finisce per diventare un bel giochino citazionistico di miti del passato e niente più.

Pure il protagonista, uno scrittore frustrato costretto a scrivere sceneggiature invece di romanzi, perennemente tirannizzato da una futura moglie anaffettiva, finisce per sembrare ridicolo e posticcio e a stento si capisce come possa aver affascinato la dolcissima Marion Cotillard (lei sì la vera rivelazione del film).

Cosa resta dunque dalla visione di questa pellicola? Delle bellissime immagini di Parigi, descritta davvero bene nelle atmosfere, e lo stimolo ad una riflessione non banale come potrebbe sembrare: saremmo veramente più felici in un altro tempo, in un’altra epoca, se davvero avessimo potuto scegliere quando vivere la nostra vita? Il protagonista del film pensa, evidentemente, di no.
Ritiene che l’esperienza notturna a Parigi sia un qualcosa che può migliorare il suo presente e spingerlo a fare delle scelte diverse per la sua vita (e, infatti, lascia la fidanzata e decide di trasferirsi proprio a Parigi dove ricominciare a lavorare al suo romanzo a tempo pieno).
Il personaggio interpretato da Marion Cotillard, invece, sceglie di perdersi in un’epoca passata con la quale ritiene di sentirsi più in sintonia, dove può essere finalmente se stessa e non più, semplicemente, l’amante di qualcuno.

Si tratta di scelte, in fondo. Ma la cosa più interessante del film è proprio il fatto che uno, alla fine, si ponga questa domanda.

A chi non credeva potessi esserne capace…

Ossessione di Richard Bachman (1978)

Attenzione! Contiene spoiler

E dunque ho potuto riporre sullo scaffale della libreria anche il primo romanzo scritto da Richard Bachman. Nel farlo ho pensato, inevitabilmente, a quanto sarà sempre più difficile leggere questo romanzo per chi non ha la fortuna di possederne già una copia. E questo perché, come già ricordato, King stesso ha deciso di toglierlo dal commercio in seguito alla diffusione delle stragi nelle scuole degli Stati Uniti. È una decisione che mi ha dato molto da pensare perché, istintivamente, non l’ho trovata giusta, mi è sembrata una specie di ammissione di colpa.

Non avete idea di quante volte mi sia trovata a discutere sul collegamento tra libri, film, fumetti horror e stragi e omicidi. E mi sono sempre schierata dalla parte di chi pensa che non ci siano collegamenti diretti tra le due cose. E anche se sono d’accordo con chi dice che in una mente deviata basta una scintilla per far scattare la violenza ritengo che eliminare quella scintilla non sia possibile. Sarebbe come dire di tenere i bambini chiusi in casa perché la fuori c’è un mondo di pedofili pronti a ghermirli. È vero, ci sono persone così, persone apparentemente innocue (ma anche su questo avrei da ridire perché non credo affatto nella pazzia improvvisa ma ritengo che il male sia un qualcosa che scava dentro le persone poco a poco e progressivamente e anche se la manifestazione è, apparentemente, immotivata non è quasi mai così, in realtà) a cui verrebbe impedito di fare del male se si allontanasse da loro il pretesto per farlo ma credo che non sia in potere di nessuno allontanare questo pretesto per sempre. Prima o poi l’imprevisto ci mette lo zampino e in meno di un secondo fa deflagrare quello che noi, con tanti sforzi, ci siamo premuniti di allontanare.

Proprio perché la penso così ci sono rimasta un po’ male quando ho saputo che lo zio Stevie aveva deciso di ritirare Ossessione dal commercio, come se, nel farlo, avesse voluto ammettere, almeno in parte, la responsabilità del romanzo (e, per esteso, del genere) nei tristi fatti di cronaca noti a tutti. La mia perplessità è durata tutta (l’interminabile) lettura del romanzo. Perché volevo capire quale fosse questo potere eversivo di un libro del genere. E, alla fine, ho dovuto concludere che non ne ha. Perché, in fondo, la trama di Ossessione racconta ben altro che la pazzia di un ragazzo che, stanco dei soprusi degli adulti, uccide delle persone. Ossessione racconta quanto tutti noi siamo quel ragazzo. In ognuno di noi c’è un po’ di Charlie Decker. Perché non esiste al mondo persona che non si sia sentita ingabbiata in una vita e in un ruolo che non gli appartiene, che non abbia sognato, almeno una volta, di mollare tutto e di fuggire da queste costrizioni. Quello che fa Charlie nel romanzo è proprio questo, spinge i suoi compagni a guardarsi dentro e a tirare fuori le loro angosce, le loro paure, le loro insicurezze. E non è avventato il paragone che avevo fatto con il confessionale de Il Grande Fratello perché, in fondo, è proprio quello che la gente crede di trovare all’interno della Casa: la vita, le passioni e i problemi delle persone comuni. E poco importa se sono costruiti ad arte da degli sceneggiatori. L’importante è che siano verosimili. Ciò che spinge noi lettori di Ossessione ad assistere alle confessioni reciproche dei compagni di scuola di Charlie e gli spettatori del famoso reality ad osservare i loro beniamini nel confessionale è esattamente lo stesso tipo di pulsione. Tutto questo purché si resti nel verosimile. Ed è proprio questo il motivo per cui le ultime edizioni del Grande Fratello stanno perdendo grosse fette di pubblico, proprio perché si è voluto spingere troppo su un copione evidentemente scritto a tavolino ed esagerato, tanto che di verosimiglianza non ce n’è neppure l’ombra. Il pubblico non riesce più ad identificarsi con i personaggi sullo schermo e li abbandona. Sono finiti i tempi in cui le ragazze si dividevano equamente tra chi amava Cristina e tifava per la storia con Pietro e chi, invece, non la sopportava e la considerava noiosa. Allora i personaggi del reality erano archetipi facilmente riconducibili alla realtà quotidiana degli spettatori, adesso sono solamente macchiette, espressioni di ciò che qualcuno, a tavolino,  pensa che gli italiani siano, ma non è così. Non è più così. E questo darebbe il la ad un mucchio di altre considerazioni ma questo non è né il momento né il luogo adatto per farlo.

È osservando le diverse reazioni dei compagni di scuola di Charlie che ritroviamo anche un po’ delle nostre reazioni di fronte alla messa a nudo dei nostri sentimenti. Charlie, in fondo, non è il risultato degli omicidi che compie ma è il motore delle reazioni dei suoi compagni.

Mi spiego meglio. Quello che interessa a King osservare è proprio come ognuno si pone di fronte al gesto estremo compiuto da Charlie e non tanto, o non solamente, descrivere quello che Charlie fa.  E questo si capisce chiaramente dall’impostazione del romanzo in quanto tutto si compie all’inizio della storia mentre per la maggior parte del libro non succede nulla di concreto, nessuna azione. Neppure nel finale succede nulla e la storia si conclude quasi per inerzia, all’opposto di come era iniziata. In pratica tutto il libro è un’aspettativa delusa. Visto quello che King ci mostra all’inizio (il sequestro, gli omicidi) ti aspetti che non ci possa essere lieto fine e che o Charlie o qualcuno dei suoi compagni debba necessariamente morire. Ma questo non succede. Ed è questa la vera forza del romanzo. È questo che sembra dire Bachman/King al lettore: ti aspetti che quello che ti ho mostrato sia solo l’inizio di una catastrofe? E invece no. La vera catastrofe si è già consumata. Il resto è quello che ognuno di noi può trarre da questi avvenimenti. Il resto sono le nostre reazioni di fronte alla violenza, repressa o meno, poco importa.

E vai con la 2!

Eh lo so che è prematuro. Sono consapevole di aver or ora iniziato l’impresa 1 e già sono qui a rendere pubblica quella che sarà l’impresa 2, e allora? Come si dice in questi casi il blog è mio e me lo gestisco io ;-). Tornando per un attimo seri è tanto che ho pensato anche a questa seconda impresa (del resto la prima l’avevo pensata già a metà luglio con l’idea di cominciarla il 23 settembre… fate un po’ voi il conto!) che comincerà il 22 dicembre 2011, giorno del solstizio d’inverno (ormai avrete capito quali sono le date cruciali…).

L’impresa 2 sarà di tutt’altro genere rispetto all’impresa 1. Avevo pensato ancora una volta ad un’impresa letteraria ma poi ho ritenuto più giusto rimandarla per non farla accavallare troppo con la lettura di King. Alla fine mi sono buttata su un’impresa artistica. L’idea mi è venuta riflettendo sul fatto che spesso ci spostiamo per chilometri per visitare posti lontani ed esotici, in giro per l’Europa o ancora più in là, e, magari, non ci rendiamo neppure conto delle bellezze e delle ricchezze che abbiamo sotto casa. Nel mio caso in maniera particolare dato che abito a Firenze, una delle città più ricche d’arte e di storia del mondo. Ma quanto posso dire di conoscerla veramente? Quante persone vengono quotidianamente a visitarla, magari dall’altro capo del mondo, e vedono cose che io, pur vivendoci tutti i giorni, non ho mai visto? E allora ho deciso che non sarà più così. Ho deciso che l’impresa 2 consisterà nel visitare e conoscere ogni metro quadrato di questa bellissima città. Visiterò ogni piazza, ogni strada, ogni museo, dal più famoso al più sconosciuto.

Come nel caso dei libri di King che avevo, in gran parte, letto, anche in questo caso molte delle visite che programmerò le ho già fatte, ma questo vorrà dire, semplicemente, che avrò l’occasione di vedere di nuovo cose che conosco con occhi diversi.

E anche in questo caso condividerò questa esperienza, raccontando passo passo quello che vedrò. Nei prossimi giorni posterò la lista dei luoghi e dei monumenti da visitare. In questo caso non seguirò nessun ordine, né cronologico né di altro genere. In parte perché le stratificazioni storiche rendono difficile seguire un ordine preciso che non comporti contaminazioni e sovrapposizioni, in parte perché ho intenzione di seguire l’ispirazione del momento. Vedremo cosa ne verrà fuori.

5. L’ombra dello scorpione

Eccoci qua. Ieri sera, nonostante la febbre e il delirio (non esageriamo… però se non mi decido a restarmene a casa questa maledetta febbre non mi passerà mai!), sono riuscita a finire Ossessione, prima che diventasse per me quello che recita il suo titolo.
Ho trovato il finale un po’ debole, non lo ricordavo affatto (la prima cosa che, generalmente, dimentico di libri che leggo e film che vedo è proprio la trama) ma mi è sembrato piuttosto posticcio, come se King non se la sentisse di interrompere bruscamente la vicenda con la liberazione degli ostaggi da parte di Charlie e avesse, in qualche modo, bisogno di trovare una spiegazione a questa follia collettiva. E questo indebolisce la storia, a mio avviso. E’ come se, per le pagine finali, Bachman avesse lasciato il posto a King, ritirandosi in bell’ordine nell’antro dell’alter ego. Questa è l’impressione che ho avuto realmente.

Ma ora mi aspetta L’ombra dello scorpione. E riflettevo sul fatto che è proprio il romanzo perfetto da leggere nel periodo natalizio. In questi giorni, di solito, capita di riflettere sui grandi temi della propria vita, l’approssimarsi di un  nuovo anno genera inevitabilmente tali pensieri. E quale modo migliore che farlo riflettendo sul Bene e sul Male, le pulsioni primigenie che animano tutte le nostre azioni e scelte, e farlo insieme alle più belle parole scritte dallo zio Stevie? E, quindi, andiamo a cominciare. Vi riporto i dettagli della mia edizione.

  • Traduzione: Adriana Dell’Orto e Bruno Amato
  • Paperback 929 Pagine
  • ISBN-10: 8845246000
  • ISBN-13: 9788845246005
  • Editore: Bompiani (Best seller / Tascabili / Narrativa)
  • Data di pubblicazione: May 01, 2001