Il Natale si avvicina e non so se è il clima natalizio che mi porta a vedere le cose sotto una luce diversa oppure se quello che mi è capitato è davvero un colpo di fortuna più unico che raro (è che non ci sono abituata! Di solito sono molto più incline a comprovare la prima Legge di Murphy piuttosto che ad avvalorare l’esistenza della fortuna…).

Ma cominciamo dall’inizio. Quando ho iniziato a pensare all’impresa 2 e ho cominciato a guardarmi in giro per decidere quale sarebbe stato il primo luogo da visitare mi sono resa conto che i lavori di costruzione del Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze erano quasi ultimati. Cercando notizie in rete ho anche scoperto che l’inaugurazione si sarebbe tenuta il 21 dicembre e che il 22 (sì, proprio il giorno d’inizio dell’impresa 2!) si sarebbe tenuto lì il concerto del Trio Bollani. Siccome Bollani mi piace molto e nessuno dei suoi concerti a cui ho assistito mi ha mai deluso ho pensato di cogliere l’occasione al volo e di andare al suo concerto e, contestualmente, visitare anche il teatro. E così ho tentato di acquistare i biglietti on-line. Dico tentato perché non ci sono riuscita! Nel senso che, in un primo tempo, il sito dava problemi e non mi permetteva l’acquisto poi, quando la cosa si è sbloccata, non sono riuscita a comprarli perché mi dava un errore sconosciuto con la carta di credito. Per farla breve è andata a finire che i biglietti sono terminati e io sono rimasta con le cosiddette pive nel sacco.

Estrema delusione per il progetto andato a monte e piccolo lutto nel mio cuoricino per la rinuncia al concerto di Bollani. Ma me ne sono fatta una ragione sebbene non facessi salti di gioia. E poi cosa va a succedere? Il giorno stesso del concerto apprendo tramite amici di amici che erano disponibili due biglietti che due ragazzi avevano acquistato ma che, per un imprevisto, dovevano rinunciare ad utilizzare. Improvvisamente la giornata si è illuminata! E anche se ho dovuto scapicollarmi tra un regalo di Natale e l’altro, attraversare l’intera città per andare a prendere il biglietto, precipitarmi a teatro con lo stesso vestito che indossavo dalla mattina perché non sono riuscita a passare da casa, saltare a piè pari la cena sono riuscita ad andare e pure a tornare, sfatta ma viva per raccontarvelo!

Nuovo Teatro dell’Opera

I viali di circonvallazione e le espansioni ottocentesche

Avvertenza. Perdonate la scarsissima qualità delle foto ma mi sono dovuta arrangiare col cellulare perché la mia macchina fotografica mi ha definitivamente abbandonata e, fino a che non procederò all’acquisto della nuova, dovrò arrangiarmi alla meno peggio. Oltretutto ho dovuto fare le foto di notte senza che la fotocamera del cellulare fosse fornita di modalità notturna. Spero che, comunque, servano a rendere l’idea della struttura. Spero anche di poterci ritornare e poter sostituire queste foto con altre migliori.

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Partiamo col dire che non era mia intenzione organizzare così la condivisione dell’impresa 2 ma che non potevo lasciarmi sfuggire quest’occasione per cui, per questa volta, lasciamo correre. Nelle mie intenzioni c’è di documentarmi prima della visita e farla precedere da un post che spieghi ciò che sto per vedere e, solo in un secondo tempo, fare un altro post con quelle che sono le mie impressioni e le mie osservazioni, un po’ come per l’impresa 1 che è strutturata, grossomodo, in questi termini. In questo caso farò un mescolone delle due cose sperando che ci si capisca qualcosa.

Il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze è stato edificato in una vasta area in disuso da anni adiacente alla struttura della Stazione Leopolda (che, in realtà, non è più una stazione da secoli ma è stata trasformata in uno spazio espositivo molto bello alternativo rispetto alla Fortezza da Basso, area espositiva per eccellenza dove si tengono tutte le principali mostre mercato ed eventi di Firenze) ed esteso in profondità fino a penetrare l’area del Parco delle Cascine.

Il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze è solo il primo passo per la realizzazione del Parco della Musica e della Cultura, un ambizioso progetto che, sulla carta, dovrebbe diventare qualcosa di simile all’area dell’Auditorium Parco della Musica di Roma progettato da Renzo Piano. In realtà, al momento, i lavori non sono ancora completati e l’area si presenta attualmente come un cantiere in cui c’è ancora molto da fare.

Il progetto del teatro è stato affidato allo Studio ABDR (il nome è formato dalle iniziali dei quattro architetti che lo hanno fondato: Maria Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri e Filippo Raimondo) molto attivo soprattutto a Roma. La filosofia che sta alla base dell’opera è descritta dallo studio nei seguenti termini:

L’ intervento è chiamato a dare risposta a un programma funzionale e simbolico complesso, applicato a una parte della città di Firenze, chiamata oggi ad ospitare importanti e prestigiose istituzioni pubbliche. L’area in cui è prevista la costruzione del Nuovo Auditorium gioca infatti un delicato ruolo di integrazione tra le diverse parti della città. A questo problema il progetto risponde con gli strumenti della progettazione urbana e della forma architettonica.
L’insieme degli spazi e dei luoghi espressamente dedicati alla musica descrive un luogo di grande valore urbano e paesaggistico, un sistema di terrazze e di spazi aperti schiettamente toscano, destinato a raccordarsi sul piano urbanistico, architettonico e visivo con l’immediato intorno costruito e con l’intera città di Firenze.

In effetti la prima impressione che si ha varcando i cancelli che permettono di accedere al teatro è quella di uno spazio lineare organizzato secondo i dettami prospettici rinascimentali, una specie di città ideale che sarebbe piaciuta a Piero della Francesca. La linearità dei piani è scandita da una serie di scalinate che affiancano il corpo principale del teatro dai due lati mitigando la pesantezza della mole della struttura principale che con la sua monumentale regolarità avrebbe rischiato di incombere sull’osservatore generando una sensazione di oppressione. In questo modo, invece, lo sguardo ha la possibilità di trovare delle vie di fuga laterali che gli permettono di spaziare e di percepire il teatro in maniera più armoniosa.

Attualmente l’accesso alle scalinate è precluso, da un certo punto in poi, di conseguenza non è possibile raggiungere né l’arena all’aperto né il corpo di fabbrica della seconda sala (quella più piccola che dovrebbe essere dedicata alla lirica  e permettere una capienza di un migliaio di spettatori) che, tuttavia, è visibile piuttosto bene sia da questo punto che dal Parco delle Cascine in quanto si presenta sopraelevato rispetto al livello della prima sala che sovrasta in altezza di parecchi metri.

E devo dire che questa seconda sala, per lo meno per quanto riguarda l’esterno, è la cosa più bella dell’intera costruzione. Si presenta come un cubo ricoperto di fessure di diverse dimensioni e distribuite in maniera longitudinale lungo tutto il perimetro esterno. Tali feritoie sono illuminate dall’interno e creano un suggestivo gioco di luci al quale fa da contraltare il riflesso dell’illuminazione  sul primo edificio che, invece, è punteggiato, internamente e lungo i muretti che lo separano dalle scalinate laterali, di innumerevoli piccole borchie metalliche che creano un effetto che ricorda le stelle.

L’interno del primo edificio è anche esso estremamente lineare e razionale; l’unica concessione al lusso è data dalle borchie metalliche già descritte e dal rivestimento dorato della parte esterna della platea che si presenta come un corpo convesso con una superficie di intonaco dorato scabro ed irregolare. Il contrasto tra questa superficie e le gradazioni di bianco e grigio di pavimento, pareti e soffitto producono una sensazione di lusso non ostentato che ben si addice alla funzione teatrale dell’edificio.

Il foyer e i corridoi sono estremamente scarni e lineari, in armonia con la razionalità della struttura architettonica. Purtroppo c’è da dire che il fatto che i lavori non siano ancora completamente terminati non giova alla visione d’insieme e, in certi casi, non si riesce a capire se alcuni elementi siano volutamente grezzi oppure se sia una situazione provvisoria.

Concludo con la sala vera e propria che, a mio parere, è l’elemento dolente dell’intera costruzione. Niente da dire dal punto di vista dell’acustica che ho trovato eccellente da vari punti di vista in quanto riesce a produrre un suono caldo ed avvolgente e perfettamente udibile da qualsiasi posizione. Ciò che non mi è piaciuto, invece, è il disegno della sala che è molto simile a quella del Teatro Comunale e non brilla, quindi, per innovazione. Anche in questo caso la provvisorietà della sistemazione non giova all’impressione generale. Il palco non ha ancora il corpo retrostante e questo rende difficile poterlo smontare per cui ieri sera, ad esempio, erano ancora presenti tutte le sedie che ospitavano l’orchestra di Mehta la sera dell’inaugurazione, relegando Bollani e gli altri due musicisti in uno spazio angusto del palco disperdendo così anche lo sguardo degli spettatori che viene distratto nonostante l’illuminazione tendesse ad evidenziare i componenti del Trio. Inoltre lungo tutto il perimetro della platea sono presenti fasci di cavi elettrici che, seppur messi in sicurezza, non si può dire che facciano una bella impressione. Per il resto la sala è completamente rivestita di pannelli di legno convesso sovrapposti mentre la parte della galleria è ricoperta di una specie di maglia metallica color bronzo lavorata in modo da dare l’idea di un tessuto drappeggiato. Il soffitto è l’unico elemento che non mi è dispiaciuto perché è disegnato in maniera molto simile alla superficie esterna del secondo edificio essendo ricoperto di fessure rettangolari disposte in maniera irregolare seppure parallele tra loro entro cui sono alloggiate le luci. Questo particolare è degno di nota perché crea una sorta di continuità ideale tra i due edifici, non immediatamente percepibile ma che rimane, comunque, come sensazione visiva senza che se ne debba necessariamente analizzare la funzione.

Una citazione a parte merita l’opinione di Vittorio Sgarbi, espressa durante la serata inaugurale. Il critico ha definito la struttura del Nuovo Teatro dell’Opera una scatola da scarpe. È evidente l’intento provocatorio di chi, come Sgarbi, è abituato al dibattito televisivo e prendere questa sua frase come un’affermazione con basi di critica artistica significherebbe trascenderne il senso. Ma la definizione adottata ha dei fondamenti reali perché la linearità che ho descritto e che si può trarre dalle foto può dare adito ad un paragone del genere. Detto questo è senz’altro riduttivo liquidare questa struttura con una definizione simile. Ma, si sa, se Sgarbi non provoca non è contento.

E il concerto, direte voi? Il concerto è stato davvero notevole. Ma Bollani non delude mai, come ho anticipato. Hanno suonato due ore piene coinvolgendo, appassionando e facendo divertire il pubblico presente. Bollani, a mio parere, ha una personalità esuberante ma mai invadente, lascia spazio a chi lo accompagna pur riuscendo, inevitabilmente, ad accentrare l’attenzione su di sé. Il repertorio eseguito (tutto jazz di diverse origini tra cui anche pezzi di Bollani stesso ed altri tradizionali di diversi Paesi) non era eccelso come qualità, secondo me, ma il virtuosismo esecutivo dei tre musicisti ha fatto in modo da rendere la cosa praticamente indifferente.

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