Finalmente per la seconda tappa dell’impresa 2 sono riuscita a fare le cose per bene. Sono riuscita a documentarmi prima di andare a vedere ciò che ho scelto e pure a fare questo post prima della visita.

La scelta di visitare il MNAF non è del tutto casuale ma l’ho fatta per riuscire a recuperare anche una mostra a cui tenevo molto ma che, fino ad ora non sono riuscita a vedere (e dato che si conclude l’8 gennaio non c’è più molto tempo). Si tratta della mostra Through My Window. Fotografie di Ahae, esposizione itinerante per la prima volta in Italia ma che sta toccando varie città del mondo; ma ne parleremo tra un istante.

Concentriamoci, prima di tutto, sul Museo nazionale Alinari della fotografia.

Il MNAF viene istituito nel 1985 inizialmente con sede in Palazzo Rucellai, poco distante dall’attuale collocazione. È intitolato alla prestigiosa famiglia fiorentina degli Alinariche dal 1852 si occupa di fotografia. Il Museo, al quale sono collegati anche una Fondazione che opera nel campo della storia e della conservazione della fotografia ed una Biblioteca specializzata in testi di storia della fotografia, offre un percorso espositivo completo per comprendere l’arte fotografica da diversi punti di vista. Infatti, oltre ad esporre una vasta collezione di fotografie di fotografi italiani ed internazionali dalle origini ai giorni nostri, offre anche una cospicua collezione di strumenti fotografici e tutto ciò che concerne il mondo della fotografia (pellicole, accessori, cornici, album etc.).

Attualmente il MNAF è ospitato nei locali dell’edificio delle Scuole Leopoldine, sul lato sud di piazza Santa Maria Novella. L’edificio in cui ha sede viene costruito nel XIII secolo e nasce come convento e ricovero di pellegrini. Ma già dal 1208 viene adibito ad ospedale ed intitolato a San Paolo. Nel 1403 il Comune di Firenze affida la gestione dell’ospedale all’Arte dei Giudici e dei Notai, cancellando, di fatto la gestione religiosa della struttura. In questo periodo cominciano i lavori di ampliamento e di rifacimento che conferiranno all’edificio pressappoco la struttura attuale. Tali lavori sono attribuiti a Michelozzo che progetta il loggiato esterno e la sistemazione interna con la creazione del chiostro e del giardino tra il 1451 e il 1495. Per secoli l’opera è stata attribuita a Brunelleschi per via della struttura del portico antistante l’ingresso che si presenta molto simile a quella brunelleschiana dello Spedale degli Innocenti.

Il loggiato è costituito da dieci arcate sostenute da nove colonne e due pilastri e decorate nei punti di congiunzione da medaglioni in terracotta di Andrea Della Robbia e da due mezzi tondi raffiguranti Benino Benini, direttore dell’ospedale dal 1451. Andrea Della Robbia esegue le opere tra il 1489 e il 1496. Sempre a questi anni risale anche la lunetta in terracotta invetriata sovrastante l’ingresso alla chiesa del complesso collocato all’estremità occidentale del loggiato. La lunetta raffigura quello che, leggendariamente, è considerato il primo incontro tra San Francesco e San Domenico che si sarebbe svolto proprio all’interno dei locali dell’Ospedale di San Paolo.

Nei secoli successivi le modifiche architettoniche all’edificio sono trascurabili mentre è importante ricordare che nel 1780 l’ospedale viene soppresso e il complesso diventa la sede delle Scuole Leopoldine.

E veniamo adesso alla mostra che è il vero motivo per cui ho optato per questa come seconda tappa dell’impresa 2.

La mostra è dedicata al fotografo coreano Ahae che per ben due anni si è dedicato completamente a catturare scatti della natura osservata attraverso la finestra del proprio studio coreano (e da lì il titolo Trough My Window). Ahae, classe 1941, è un ecologista convinto fin dagli anni Settanta e questa mostra ben rappresenta la sua concezione di natura. Basti pensare che ha realizzato più di un milione di scatti esclusivamente dalla finestra di cui sopra (in media dai duemila ai quattromila al giorno, una media impressionante se ci pensate bene!) e lo ha fatto senza utilizzare ulteriori strumenti oltre al suo sguardo e alle sue macchine fotografiche digitali. Nessun ritocco in fase di sviluppo e nessuna illuminazione artificiale. Solo una finestra aperta e tanta pazienza. Le sue foto, quindi, sono una testimonianza diretta del trascorrere delle stagioni, dei cambiamenti di luce dall’alba al tramonto e delle diverse specie animali e vegetali dell’ambiente in cui il fotografo vive e lavora.

La mostra è curata da Keith H. Yoo, figlio di Ahae e raccoglie in tutto 40 scatti.

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