Archive for gennaio, 2012


Assenza

Ieri (domenica) ho deciso di fare la polenta, dato che avevo un po’ di farina gialla avanzata. E siccome volevo qualcosa di originale mi è venuto in mente di farla con il cavolo nero (con i ributtini di cavolo nero, per la precisione) e del formaggio fresco.

Sono stata lì a preparare con amore la mia polenta e a girare e rigirare nella pentola la farina gialla perché non attaccasse e si amalgamasse senza fare grumi. E tutto questo per 50 minuti dato che, se si fa la polenta, deve essere di quella vera e non certo quella a cottura rapida! E, insomma, ero lì che giravo la polenta e mi è venuto da pensare che a mia nonna la polenta piace tanto. E allora ho pensato che questa variante col cavolo nero potesse piacerle. E mi sono detta che la prossima volta che fossi andata a casa sua avrei potuto cucinare quella per pranzo.

E poi mi sono ricordata che mia nonna a casa sua non c’è più.

E che non potrà mai più mangiare la polenta.

E ho pianto.

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C’è patinato e patinato

Capita che ti trovi di fronte a film come questo di cui non riesci a comprendere la ragione. Di solito sono pellicole osannate da pubblico e critica ma che ti lasciano indifferente, a volte perplessa, altre volte schifata. E ti chiedi il motivo. Sei tu che non hai li strumenti per capire o sono questi film che non hanno nulla da dire e tutti hanno preso un abbaglio collettivo e molti, poi, non hanno il coraggio di ammetterlo?

Shame (2011)

[Shame, Gran Bretagna 2011, Drammatico, durata 99′]   Regia di Steve McQueen (II)
Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware, Elizabeth Masucci, Jake Richard Siciliano, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Alexandra Vino

Shame - Locandina

Dalla visione di questo film sto ancora cercando di capire cosa mi spinga a decretarne la totale stroncatura e, nello stesso tempo, cosa possano averci trovato coloro che lo esaltano. E non sono riuscita a trovare una risposta soddisfacente a nessuna delle due domande. Ho qualche ipotesi ma nessuna risposta. Mi viene da pensare anche che, forse, non dovrei scriverne senza quelle risposte ma poi credo che non arriveranno mai per cui tanto vale accantonare l’argomento.

No, aspettate, c’è un’altra cosa che non capisco. La Coppa Volpi a Fassbender? Ma siamo impazziti? Già non mi era piaciuto in A Dangerous Method di Cronenberg dove, per lo meno, recitava ma qui dove passa la maggior parte del film a fare sesso con qualcuno o ad andarsene in giro nudo con la telecamera che lo pedina ad altezza… insomma, avete capito a che altezza, no, qui proprio non lo capisco.

Shame - Michael Fassbender

A me Fassbender sembra assolutamente inespressivo. E non credo che dipenda dal personaggio che interpreta perché mi sembrava tale anche nel film di Cronenberg. E poi, se proprio vogliamo fare un confronto, c’è modo e modo di interpretare un personaggio freddo, algido, apparentemente distaccato. Basta confrontare il Brandon di Fassbender con il protagonista di Drive interpretato da Ryan Gosling. Adesso io sarò pure fissata con il film di Winding Refn ma volete mettere l’interpretazione di Gosling con quella di Fassbender? Sono agli antipodi eppure i due personaggi hanno più di un punto in comune.

Liquidato il protagonista resta il film. Sono qui che mi chiedo cosa c’è che non va in questo film, e non può essere solo il fatto che, ad un certo punto, mi sono pure addormentata (va bene il sonno e la stanchezza accumulata ma erano le sei del pomeriggio!) il motivo è da ricercare nella narrazione.

Shame - Michael Fassbender

Al di là della sceneggiatura che mi è sembrata eccessivamente allungata e sfilacciata come se per esprimere un unico concetto ci fosse bisogno di usare un sacco di parole per far durare il tutto il tempo di un film, c’è che lo sviluppo degli eventi è totalmente prevedibile, senza tensione né sorprese. È una discesa agli inferi programmata che non ha niente da aggiungere a ciò che lo spettatore già si aspetta. E questo, inevitabilmente, non coinvolge. Perché non ci si preoccupa neppure di inserire altro, vale a dire una messa in scena inusuale o una fotografia particolare. No, tutto sa di già visto nella pellicola di McQueen. Niente riesce né a stupire né ad affascinare.

In molte recensioni ho sentito usare i termini di elegante e patinato in riferimento a questo film, ed usarli in senso positivo come a sottolinearne la qualità intrinseca. Ma se io penso a queste due parole per definire una pellicola non posso fare a meno di richiamare alla mente il bellissimo A Single Man di Tom Ford (non per niente il regista è uno stilista) dove ogni inquadratura ed ogni dettaglio trasmettono eleganza e creano un’atmosfera da rivista di moda perfetta. Ma nella pellicola di Ford tutto questo è al servizio di un contenuto forte ed importante e non può fare a meno di trasudare passione e coinvolgimento pur utilizzando strumenti espressivi apparentemente distanti da tutto questo.

Nel film di McQueen, invece, tutto appare vuoto, privo di valore e di passione. E non diventa neppure esercizio di stile perché di stile, a mio parere, ce n’è veramente poco in questo film.

Tra gli altri aggettivi utilizzati per questa pellicola ho riscontrato spesso il termine provocante. Come se, ancora oggi, ci si dovesse sentire provocati da ripetute scene di sesso o dal primo piano di genitali maschili. Non credo che ci sia ormai più niente di provocante in tutto ciò. A meno che la proiezione non avvenga in un cinema parrocchiale, sia chiaro.

Pietas

Mi è capitato di rileggere questo libro perché è un perfetto libro da borsa e io ne ero alla disperata ricerca dopo aver finito Allegro occidentale. Come? Cos’è un libro da borsa? Ma mi pare ovvio! Un libro di dimensioni e peso relativi e non troppo complesso nella trama. Un libro che ci si possa portare dietro (in borsa, appunto) e leggere nelle più disparate occasioni (in fila alla posta, nella sala d’aspetto del dottore, al cinema prima dell’inizio del film, bloccati nel traffico etc…). Ebbene, nel cercare nella mia libreria un libro da borsa mi sono imbattuta ne La metamorfosi letto ormai diversi anni fa. Lo ricordavo con piacere e ho valutato che una rilettura non mi sarebbe dispiaciuta.

La metamorfosi

di Franz Kafka

Attenzione! Contiene spoiler.

Sebbene ricordassi abbastanza bene la trama di questo romanzo breve di Kafka non ricordavo affatto la sensazione che lascia assistere, come lettore, alla disavventura di Gregor Samsa. O, forse, stavolta ho provato sensazioni che non ho provato durante la mia prima lettura dell’opera. Non lo so. Fatto sta che la vicenda narrata mi ha profondamente scossa, colpita e commossa. Non ricordavo assolutamente le reazioni dei familiari di fronte alla metamorfosi avvenuta nel protagonista. Avevo completamente rimosso le sensazioni di disgusto e di terrore descritte così minuziosamente da Kafka e suscitate dalla vista dell’enorme insetto in cui Gregor si è trasformato nottetempo. Non ricordavo la sofferenza che Gregor prova nel non vedersi riconosciuto da coloro che, sopra a tutti, dovrebbero amarlo. Non ricordavo neanche che i familiari avessero provato un vero e proprio sollievo nell’apprendere la morte del disgustoso insetto che, ormai, per loro non era più né figlio né fratello. E, infine, non ricordavo neppure il particolare della mela conficcata nella corazza che ricopre la schiena di Gregor e lasciata lì, lentamente, a marcire, per giorni (ma questo particolare, adesso, credo che lo ricorderò per sempre!).

Si prova una pena infinita per il protagonista leggendo le poche pagine che dalla metamorfosi lo conducono alla morte. Ci si commuove per l’inutilità dei suoi sforzi e si piange la sua triste sorte ancor prima che si consumi. Perché, da subito, si capisce che la morte di Gregor è l’unica soluzione possibile, che non ci può essere altra conclusione che un ritorno alla normalità fingendo che lui non sia mai esistito.

Gregor muore in solitudine pur se circondato dai suoi familiari. E la sua morte è, per tutti, una liberazione. Per i genitori e la sorella che potranno tornare alla loro vita normale senza il fardello di questo segreto da nascondere. Ma anche per Gregor che, ormai, ha capito di non avere più un posto nel suo mondo, nella realtà che credeva di conoscere così bene.

E Kafka, con la sua scrittura precisa e partecipe, riesce a far accettare al lettore una vicenda impossibile come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se chiunque di noi, svegliandosi domattina, potesse ritrovarsi trasformato in uno scarafaggio gigante.

Ma la cosa più bella della scrittura di Kafka è che l’autore riesce a commuovere non tanto nel descrivere i pensieri del suo protagonista o le sensazioni che prova, quanto piuttosto nel farcelo immaginare visivamente, nel farci figurare il divario tra l’aspetto assunto da Gregor dopo la metamorfosi e la normalità del mondo che lo circonda. Sono le immagini che lo scrittore è così abile a descrivere che fanno male ancora di più delle parole.

Un film carino

Di solito amo il cinema francese. Che si tratti di commedie leggere o di solidi film drammatici apprezzo quel modo di fare cinema che ha caratteristiche così peculiari e ben definite. Nel caso di questo film, uscito proprio sotto Natale, le cose non sono andate proprio come avrebbero dovuto…

Emotivi anonimi (2010)

[Les émotifs anonymes, Francia, Belgio 2010, Commedia, durata 80′]   Regia di Jean-Pierre Améris
Con Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud, Pierre Niney,Stéphan Wojtowicz, Jacques Boudet, Alice Pol, Céline Duhamel

Emotivi anonimi - Locandina

Sarà per la presenza della cioccolata ma questo film a me ha fatto pensare immediatamente a Chocolat di Lasse Hallström e forse proprio questo ingiusto confronto non me l’ha fatto apprezzare completamente. Laddove il film di Hallström riesce a tratteggiare personaggi perfetti ed un’ambientazione deliziosa il film di Jean-Pierre Améris si perde, tutto concentrato nello strappare il sorriso per gli impacciati tentativi di relazionarsi dei due protagonisti. Va detto, per dovere di cronaca, che in sala tutti morivano dal ridere mentre a me, al limite, certe scene facevano sorridere. Quindi, probabilmente, sono io che non riesco ad apprezzare fino in fondo il genere di comicità di film come questo (per inciso ecco perché adoro vedere i film al cinema! Proprio perché hai modo di toccare con mano le reazioni delle persone, e non solo di quelle che hai vicino e conosci e di cui, magari, sai i gusti. No, puoi valutare le reazioni degli sconosciuti. E questo solo la visione collettiva al buio di una sala cinematografica te lo dà. Ed è impagabile).

Per quanto riguarda gli attori non mi hanno colpito neppure loro. Ho trovato entrambi i protagonisti poco convincenti nei rispettivi ruoli sebbene abbiano il merito di non esagerare certi comportamenti e di rimanere sempre piuttosto sobri e trattenuti. Quello che manca è una caratterizzazione meno superficiale dei personaggi che eviti di trasformarli in meri cliché come, invece, avviene in questo caso.

Ma quello che è maggiormente assente in questa pellicola è l’accurata caratterizzazione dei comprimari che risultano piuttosto scialbi, scoloriti. Sarebbe bastato costruire dei personaggi collaterali più particolari per far assumere al film un andamento completamente diverso. In fondo cosa sarebbe Notting Hill senza il personaggio di Rhys Ifans (il coinquilino strambo di Hugh Grant) o Roger Frost (nel ruolo del cliente difficile)? Ben poco, in effetti. Spesso, in film del genere, sono proprio i comprimari a risolvere la pellicola e a trasformare una storiella banale in un film riuscito. Questo Améris deve ancora impararlo ma, in fondo,  non si può pretendere molto di più da un esordiente.

Emotivi anonimi - Benoit Poelvoorde e Isabelle Carré

La sceneggiatura funziona ma non riesce né a sorprendere né a far appassionare alle vicende che si svolgono sullo schermo con una prevedibilità che invece di dare sicurezza (come avviene spesso in casi analoghi) tende ad annoiare.

Detto questo non è un film totalmente da buttare ma sicuramente una di quelle pellicole leggere, giusta per passare un’ora e mezzo senza pensare, ma che si dimentica subito dopo la visione. Niente di male -per carità- servono anche pellicole del genere e non si pretende di vedere un capolavoro ogni volta che si va al cinema, soprattutto se questo avviene molto spesso, come nel mio caso.

Amabili resti*

*Ammetto che il titolo non è mio ma preso da un articolo della rivista Archeologia viva che, a sua volta, lo prende in prestito dal film di Peter Jackson (o dal romanzo di Alice Sebold, se vogliamo) ma era troppo bello per non riutilizzarlo!

L’argomento di questo post potrebbe sembrare macabro. A qualcuno folle. Perché l’argomento di questo post sono le mummie. Ma non le mummie che si vedono nei film horror ma le mummie quelle vere. Corpi umani mummificati, intendo.

E ora vi chiederete il perché di questo argomento e, probabilmente, il perché, alla fine, non verrà neppure fuori. Ma partiamo dall’inizio. Che è un bel po’ lontano.

Non so di preciso se sia successo qualcosa quando ero molto piccola e che non ricordo ma quello che è certo è che le mummie mi hanno sempre fatto un bel po’ di paura. Quando da piccola viaggiavo con i miei genitori e mio fratello ci capitava spesso di visitare musei di tutti i tipi e in tutte le città europee.  E in qualcuno di questi musei capitava che ci fossero delle mummie. Egizie per lo più. E di solito totalmente avvolte in bende da non lasciar trapelare nulla del corpo sottostante. Ma, a volte, erano anche mummie naturali conservate benissimo. Ecco, io ne ero terrorizzata. Quando sapevo che c’era una mummia o pensavo che ce ne potesse essere una non avevo il coraggio di entrare nella sala e mandavo sempre avanti mio fratello per dirmi se faceva paura o meno (non che servisse a molto dato che a lui non facevano mai paura mentre a me sempre). Poi entravo nella stanza di solito nascosta dietro mio fratello, preferibilmente, o i miei genitori, cercando di guardare il meno possibile ma non resistendo alla tentazione di sbirciare. Perché nonostante ne avessi paura ero anche terribilmente affascinata da questi corpi che, un tempo, erano stati uomini e donne come noi. Era quel residuo di umanità che da quei corpi trapelava che mi affascinava enormemente e mi costringeva a sbirciare da dietro una spalla.

Ho avuto sempre un grande rispetto per la vita, anche per quella che non c’è più. Penso che uno al proprio corpo, bene o male, ci si affezioni. È quello che di te gli altri vedono per la maggior parte del tempo, in fondo. E, forse, è proprio questo che mi affascina nelle mummie, il fatto che un corpo possa restare, quasi intatto, dopo la morte, come se conservasse ancora un anelito di vita. È come se la mummificazione riuscisse ad interrompere il correre del tempo, ad arrestare il degrado inevitabile che accompagna la morte. Ecco, una mummia è un furto ai danni della morte. Sì, forse è proprio questo che mi affascina.

E ancora adesso se vedo una mummia sono colta dall’irresistibile desiderio di sapere. Chi era quella persona in vita? Perché il suo corpo si è conservato? È stato intenzionale, voluto o è stato un caso? E anche se ancora adesso non riesco a guardarle senza distogliere lo sguardo non posso fare a meno di girarci intorno perché ne sono irrimediabilmente attratta.

Donna con due bambini Periodo precolombiano, 1000 – 1400 d.C. America meridionale Musei Reiss-Engelhorn, Mannheim (D). E, secondo me, questa è la mummia più bella del mondo! Volevo fare un ingrandimento di questa immagine ed appenderla in casa ma poi ho pensato che mi avrebbe presa per pazza anche l’omino che viene a leggere il contatore dell’acqua ed ho desistito…

E così se mi capita sottomano un giornale o una rivista dove si parla delle mummie non resisto e mi metto a leggerlo (non subito però che la paura c’è sempre ed è la prima, istintiva sensazione. Di solito lo tengo lì per un po’, anche qualche giorno, e dopo mi decido e lo leggo anche più volte ma, soprattutto mi guardo le foto). Ultimamente ho trovato un articolo della rivista Archeologia Viva che parla delle Catacombe dei Cappuccini di Palermo in cui sono conservate qualcosa come 8000 mummie tra naturali ed artificiali. Le Catacombe ospitarono fin dal XVI secolo i corpi dei religiosi dell’ordine dei Cappuccini dopo che, come narra la leggenda, a causa di lavori di ampliamento della chiesa soprastante, furono riesumati i corpi di 45 frati cappuccini là seppelliti e furono ritrovati pressoché intatti. Chiaramente l’episodio fu interpretato come un segno divino (mentre, evidentemente, i corpi furono sepolti in un luogo in cui si presentarono le condizioni fisiche e chimiche che innescarono un processo di mummificazione naturale) e i corpi disseppelliti furono esposti. Da quel momento in poi si continuarono a seppellire nelle Catacombe, dopo averli mummificati, i corpi dei frati Cappuccini dell’adiacente convento. Con il trascorrere degli anni le Catacombe divennero sempre più famose e cominciò ad essere considerato un onore poter essere seppelliti al loro interno. E così, nel corso dei secoli, il numero di persone mummificate e conservate nelle Catacombe è aumentato a dismisura tanto da raggiungere la cifra attuale.

Tra queste la più bella e la più impressionante allo stesso tempo è la mummia di Rosalia Lombardo, morta poco prima di compiere due anni nel 1920 di broncopolmonite. Questa mummia artificiale conservata benissimo è anche nota come la Bella Addormentata proprio perché la bambina sembra dormire. La mummificazione venne eseguita dal dottor  Alfredo Salafia che conservò il segreto del suo metodo di mummificazione fino alla morte.

C’è in tutto questo un senso di rispetto e di pietà per questi corpi, come se, attraverso la cura e la dedizione con cui sono conservati, si potesse mantenere in vita anche l’anima di questi defunti. La stessa sensazione la provo anche davanti ai corpi delle mummie naturali, come la donna con i bambini raffigurata sopra o  di fronte alla famosa mummia di Ötzi.

Una sensazione di fastidio, di disagio e anche un po’ di sana rabbia, invece, me la procura la mostra attualmente in corso a Roma: Body Worlds – Il vero mondo del corpo umano. Non so se ne avete sentito parlare ma pare stia riscuotendo parecchio successo. Si tratta di corpi umani plastificati secondo la tecnica messa a punto da Gunther Von Hagens. La mostra ha lo scopo di illustrare il corpo umano come non è mai stato visto prima attraverso l’esposizione di corpi, organi e tessuti plastificati. Pare che ci siano delle persone che hanno volontariamente donato il proprio corpo per questo (del resto, da questo punto di vista, io sono assolutamente per il libero arbitrio. Ma il mio, di corpi, per una cosa del genere non lo avranno mai! Questo sia chiaro) e che tale pratica si stia diffondendo sempre di più.

Ecco, questo è esattamente il contrario di ciò che intendevo prima. Mentre le mummie di cui parlavo trasmettono un senso di rispetto per i corpi tanto da volerli conservare intatti, quasi vivi, le mummie plastificate mi danno l’idea di corpi violentati, oltraggiati, svuotati volontariamente della loro anima per divenire oggetto di appagamento intellettuale dimenticando completamente il rispetto, la compassione e la pietà per la scomparsa della persona a cui quel corpo apparteneva.

E quindi proprio perché amo le mummie e il rispetto che emerge dalla conservazione di questi corpi non credo che potrò mai amare le mummie più famose del XXI secolo.

3. La Galleria dell’Accademia

Ancora una volta la scelta di questa terza visita è obbligata da un evento ben preciso: l’imminente conclusione della mostra monografica dedicata allo scultore Lorenzo Bartolini che si tiene alla Galleria dell’Accademia fino al 8 gennaio.

Bartolini è uno dei miei artisti preferiti e non mi volevo lasciar sfuggire l’opportunità di vedere raccolte insieme 70 delle sue opere, alcune delle quali non ho mai visto dal vivo.

La scelta di esporre queste opere proprio alla Galleria dell’Accademia non è casuale in quanto proprio all’interno della Galleria è ospitata la Gipsoteca Bartolini, vale a dire la raccolta dei gessi originali da cui sono state tratte le opere dello scultore. Ma andiamo con ordine.

La Galleria dell’Accademia viene istituita nel 1784 da Pietro Leopoldo come atelier di formazione per gli allievi dell’adiacente Accademia delle Belle Arti. Nelle intenzioni del suo fondatore doveva esporre esempi illustri di pittura e scultura sui quale gli allievi potessero esercitare le proprie capacità artistiche ed allenare lo sguardo. Proprio per questo motivo la scelta viene limitata alla scuola fiorentina dal 1300 al 1500 in quanto, all’epoca, veniva ritenuta l’arte migliore possibile, la più pura e meno inquinata dalla degenerazione dei secoli successivi.

Ma la data più importante è il 1873, anno in cui il David di Michelangelo viene rimosso dalla sua collocazione di fronte a Palazzo Vecchio, per motivi conservativi, e collocato all’interno della Galleria dell’Accademia. Da questo momento in poi la scultura michelangiolesca monopolizzerà l’attenzione dei turisti che, in effetti, si recano alla Galleria quasi esclusivamente per vedere il David ed il nucleo di sculture di Michelangelo, ignorando del tutto le altre collezioni presenti. Ed è anche per questo che ogni giorno davanti all’ingresso c’è una fila che non finisce più (purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista).

Non fraintendetemi. Non è che io non ami Michelangelo (si può non amare Michelangelo? No, non credo) o che non ammiri il David (in realtà lo adoro!) ma considero la Galleria dell’Accademia uno dei più bei musei fiorentini per il patrimonio di opere conservate e per l’estrema varietà delle sue collezioni e l’innegabile centralità del David un po’ mi infastidisce, ecco.

Proprio per accogliere la scultura di Michelangelo nel 1882 viene costruita un’apposita tribuna da Emilio De Fabris che costituisce una specie di quinta architettonica che valorizza la scultura permettendo anche al visitatore di girarci intorno per ammirarla nella sua interezza.

Oltre al David la Galleria espone altre sculture di Michelangelo tra cui i quattro Prigioni (insieme ai due conservati al Louvre avrebbero dovuto costituire la base del grande mausoleo funebre di Giulio II) e il San Matteo (commissionato dall’Opera del Duomo di Firenze per essere collocato nei contrafforti esterni della Cattedrale di Santa Maria del Fiore) oltre a diversi calchi in gesso di opere michelangiolesche conservate in altre città d’Italia.

Alle sculture michelangiolesche fa da contraltare la raccolta di gessi ottocenteschi che costituiscono la cosiddetta Gipsoteca Bartolini dove, come già segnalato, sono conservati i gessi originali dello scultore ma anche un nucleo importante di gessi di Luigi Pampaloni, allievo di Bartolini e a sua volta insegnante nell’adiacente Accademia delle Belle Arti.

Ma come dicevo poco fa la Galleria dell’Accademia è particolare proprio per l’eterogeneità delle sue collezioni. Accanto a questi due importanti nuclei scultorei, molto diversi tra loro, ospita una vasta raccolta di pitture, anche queste molto distanti tra loro per genere. Al piano terra sono ospitate le sale della pittura fiorentina e quelle bizantine. Le prime raccolgono esempi di pittura fiorentina del Quattrocento, in genere pittori considerati minori come Alessio Baldovinetti, Cosimo Rosselli o lo Scheggia ma conservano anche opere di Perugino, Botticelli e Paolo Uccello (per citarne solo alcune). In pratica offrono una panoramica di ciò che si produceva a Firenze in quel periodo spaziando dall’eccellenza all’opera di bottega. E’ chiaro che non bisogna aspettarsi le grandi opere conosciute da tutti che sono esposte agli Uffizi ma se uno ama l’arte di questo periodo non può che rimanere incantato davanti a questi quadri. Le Sale Bizantine, se possibile, sono ancora più interessanti perché ci offrono una raccolta non indifferente di pittura pregiottesca che, forse, è superiore anche a quella degli Uffizi (ma non la ricordo benissimo, ne riparleremo dopo la visita).  Ora lo so che la pittura pregiottesca non incontra il favore di molti (un po’ come l’arte contemporanea, invisa ai più) forse perché è una pittura distante da quella che siamo abituati a considerare bella ma è un pregiudizio. Giotto è stato un rivoluzionario. Dopo di lui la pittura è cambiata completamente. Ma Giotto è nato da questo tipo di pittura, da queste tavole fatte di particolari preziosi, da queste Madonne rigide ed inespressive, da questi paesaggi privi di profondità. Questo era ciò che Giotto vedeva intorno a sé e che, in qualche modo, gli ha permesso di creare la pittura che lo ha reso famoso. E io amo queste pitture che mi ricordano tanto le favole. In qualche modo è come se raccontassero l’infanzia dell’arte e proprio per questo mi piacciono così tanto.

Infine il piano superiore. Le sale del primo piano ospitano la pittura fiorentina del Tre e Quattrocento ma conservano anche una pregevole e curiosa collezione di icone russe. Apparentemente fuori luogo qui (ma nelle eterogenee collezioni della Galleria dell’Accademia niente è veramente fuori luogo 😉 ) queste icone sono la testimonianza dello spirito collezionista dei Lorena e costituiscono una raccolta unica in Italia anche se di qualità non omogenea. Inoltre tra le opere esposte al primo  piano spicca il nucleo di opere di Lorenzo Monaco che permette di valutare cronologicamente i progressi di questo pittore ma anche un cospicuo numero di tavole ascrivibili al cosiddetto Gotico Internazionale, dove alla linearità del disegno fiorentino si unisce una ricercatezza materica e coloristica particolare.

Da una ricerca su internet ho anche scoperto che la Galleria, di recente, ha accolto nelle sue collezioni anche una serie di strumenti musicali precedentemente conservata nell’adiacente Conservatorio Cherubini. E questo avvalora ancora di più la vocazione alla varietà di questo museo che, in effetti, si distingue proprio per questo dalle altre gallerie fiorentine che, in genere, hanno un’impostazione molto più definita e circoscritta. Ma ne riparliamo dopo la visita. Promesso.

Fragile ambizione

Stavolta devo dirlo subito: la colpa è negli occhi di chi guarda. In pratica è colpa mia. È solo responsabilità mia se non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo questo film. Dipende solo da me. Non c’entra Di Caprio, non c’entra Eastwood. Il fatto è che non riesco proprio ad apprezzare i film il cui protagonista è un personaggio del tutto negativo. È più forte di me.

J. Edgar (2011)

[J. Edgar, USA 2011, Biografico, durata 136′]   Regia di Clint Eastwood
Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Josh Lucas, Lea Thompson, Ed Westwick, Armie Hammer,Dermot Mulroney, Judi Dench, Jeffrey Donovan, Stephen Root

J. Edgar – Locandina

Pochi post fa, parlando del film di Clooney, dicevo che Eastwood è il rappresentante di un modo di fare cinema epico e dolente. E questo J. Edgar ne è la dimostrazione assoluta. C’è nella vicenda di questo uomo arrogante, egocentrico, opportunista una grandiosità intrinseca che Eastwood ha colto in tutta la sua dimensione distruttiva senza rinunciare a descrivere il contrasto tra vita pubblica e privata dove l’essere umano Edgar (come ama essere chiamato invece che John dato che Edgar è il nome che usa la madre) emerge in tutta la sua meschinità e debolezza.

J. Edgar – Naomi Watts

Penso davvero che Eastwood sia un maestro nel tratteggiare questo tipo di personaggi apparentemente duri ma che nascondono una fragilità procurata, spesso, da ferite del passato. Penso a tutti i protagonisti di Mystic River (per me il suo capolavoro) che nascondono ferite profonde ed insopportabili e in modo particolare al personaggio di Sean Penn che è un uomo spietato, violento, vendicativo ma questo non gli impedisce di essere distrutto dalla morte della figlia che amava sopra ogni cosa. O, ancora, penso allo stesso Clint in Million Dollar Baby o in Gran Torino. In entrambi i casi interpreta personaggi rancorosi, misantropi, che sanno rendersi odiosi ma che mascherano cicatrici che non si sono mai rimarginate. Non fa eccezione John Edgar Hoover in questa carrellata di personaggi in quanto anche lui appare arrogante ed egocentrico per non far trapelare la sua fragilità dovuta, soprattutto, al rapporto soffocante con la madre (un’algida Judi Dench) che gli impedisce di accettare le proprie debolezze (la balbuzie, l’omosessualità, la paura degli altri). Hoover riesce, grazie alle sue innegabili capacità, a concepire e a creare il Federal Bureau of Investigation e a farlo diventare lo strumento di difesa della democrazia americana.

J. Edgar – Arnie Hammer

Hoover costruisce una realtà capace di influenzare e condizionare il corso della giustizia per perseguire un obiettivo, incurante del fatto che per fare questo si debbano ledere dei diritti fondamentali dell’uomo, si debbano inquinare prove, si debbano alterare, in qualche modo, i fatti. Nulla importa a quest’uomo ambizioso che, in fondo, lotta semplicemente per un ideale (il fatto che sia un ideale a mio parere sbagliato ha poca importanza) e decide di ottenerlo con qualsiasi mezzo.

Inutile dire (ma non mi stanco mai di ripeterlo) che Di Caprio eccelle nell’interpretazione del protagonista. Ormai credo che il suo talento sia noto a tutti ma ad ogni nuova apparizione riesce ad aggiungere qualcosa, ad essere ancora più convincente. Ed è incredibile la trasformazione anche fisica grazie alla quale diventa in tutto e per tutto Hoover. Una trasformazione data non dal trucco (che, in certi casi, risulta anche troppo invasivo) ma dalla mimica facciale, dall’espressività estrema dell’attore.

J. Edgar – Leonardo Di Caprio

Oltre a Di Caprio risultano convincenti tutti gli altri attori, sopratutto Naomi Watts e Judi Dench che interpretano i loro personaggi con grande sensibilità.

Ma è la regia di Eastwood ciò che fa la differenza. È lui che permette alla pellicola di trascendere dalla funzione storica e documentaristica, che l’avrebbero caratterizzata nelle mani di qualsiasi altro regista, per assumere i toni del dramma e dell’epica. Eastwood fa grande cinema anche se non è un cinema spettacolare ma riesce sempre ad elevare le storie raccontate ad un livello superiore ed universale, riesce a raccontarle con un linguaggio alto ma rimanendo sempre ancorato saldamente ai contenuti che vuole trasmettere. È un cinema impegnato quello di Eastwood ma non dal punto di vista politico piuttosto da quello della trasmissione delle idee. Sa cosa dire e sa come dirlo. E mantiene una forza che non ci si aspetterebbe da uno della sua generazione e che molti giovani non hanno neppure mai avuto. E, quindi, lunga vita a Clint!

Sviluppo (nella sua duplice accezione)

E così il primo buon proposito per l’anno nuovo appena cominciato sono riuscita a realizzarlo. Ho visto la mostra di Ahae e ho depennato dalla lista delle cose da vedere per l’impresa 2 anche il MNAF.

Museo Nazionale Alinari della Fotografia

Il quartiere di Santa Maria Novella

Avvertenza. Dovete ancora avere pazienza per la qualità delle foto, quella benedetta fotocamera nuova non so proprio quando arriverà! In questo caso ho potuto fare solo foto dell’esterno (no, non è vero, ne ho rubate un paio anche della mostra di Ahae anche se sono venute pessime dato che dovevo stare attenta a non farmi sgamare 😉 ). Le altre foto della slideshow sono prese da internet.

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L’edificio delle Leopoldine in cui ha sede il MNAF è effettivamente un solido esempio di architettura rinascimentale nello sviluppo della sua linearità ed è ben inserito nel contesto di piazza Santa Maria Novella sposandosi perfettamente con la struttura della chiesa progettata da Leon Battista Alberti che si erge dalla parte opposta della piazza. Attualmente l’edificio è parzialmente in restauro (ad esempio la lunetta con l’incontro di San Domenico e San Francesco purtroppo non è visibile perché coperta da un telo in quanto posta in prossimità del cantiere) e ciò non permette di ammirarlo in maniera completa.

Purtroppo alla bellezza dell’edificio esterno corrisponde, internamente, una struttura del tutto inadatta a ricoprire la funzione di spazio espositivo. Gli spazi angusti e l’allestimento poco funzionale rendono scomoda la visita, soprattutto in presenza di molte persone che non riescono a muoversi agevolmente negli stretti corridoi ricavati dalla suddivisione degli ambienti. A questo si somma anche la pessima illuminazione delle opere esposte che costringe il visitatore a porsi esclusivamente in posizione frontale rispetto all’oggetto che intende osservare per evitare il riflesso delle luci. E ultimo difetto, anche se non da meno, i cartellini con l’identificazione dell’opera sono posti ad un altezza assolutamente… impopolare. Ora non è che io sia alta chissà quanto (ed ero anche senza tacchi… quando si dice che un tacco dodici ti risolve la vita forse si intende proprio questo!) ma non sono neppure una nana, diciamo che rientro nella media e non sono riuscita a leggere una cippalippa di nulla (perdonatemi il termine che è un semplice rafforzativo e non chissà che parola come potrebbe sembrare 😉 )! Inoltre il percorso espositivo risulta piuttosto confuso, non si capisce bene quali siano le sale da visitare per prime senza l’aiuto della piantina e si è costretti a passare di nuovo dalle stesse sale per continuare il percorso che non si sviluppa in maniera circolare.

Ma veniamo alle opere esposte. La collezione è sicuramente notevole e sufficiente a delineare uno sviluppo (una delle sue accezioni del titolo) della storia e della tecnica della fotografia dai primi esperimenti fino al XX secolo. Mancano completamente però gli esiti più recenti con l’avvento del digitale che non è praticamente rappresentato.

Quello che colpisce di più (o, almeno, quello che ha colpito di più me) è il passaggio da una fotografia che è mera descrizione, rappresentazione e documentazione della realtà in quanto tale ad una fotografia che si fa, progressivamente, arte, veicolo di un contenuto, di un pensiero che si vuole comunicare all’osservatore. E’ un passaggio che sembra banale ma che è, invece, essenziale. E questo si nota soprattutto nei ritratti (da quelli di personaggi famosi come quelli bellissimi di Marilyn Monroe, James Dean ed Edzra Pound a quelli di gente comune) che ad un certo punto cominciano a mostrare qualcosa che va al di là del volto del personaggio rappresentato ma descrivono un modo di essere, si portano dietro una storia. Non è facile spiegare questo passaggio ma basta osservare la fotografia di Edzra Pound che ho messo nella slideshow per rendersi conto che non ci troviamo di fronte ad una foto che si limita a descrivere un volto ma di fronte ad un’immagine che si prefigge di raccontare qualcosa della persona raffigurata.

Infine il museo presenta una collezione di macchine fotografiche notevole ma anche album delle più svariate fogge ed anni e tutto ciò che ha a che fare con la fotografia come pubblicità, biglietti da visita, oggetti decorati etc.

Ma è stata la mostra di Ahae a valere veramente tutta la visita al MNAF.

Le foto di Ahae offrono uno sguardo su un pezzo di mondo incontaminato, quasi incantato, più vicino ad una favola di Esopo che ad un reportage del National Geografic. Perché quello che appare nelle fotografie di Ahae è una natura quasi umanizzata, una natura elevata a portatrice di significato. Il fotografo lancia all’osservatore un messaggio ben preciso. Gli animali ritratti (per la maggior parte volatili di diverse specie) appaiono quasi animali parlanti e sembrano interagire con noi che li osserviamo. E lo stesso i paesaggi che è come se volessero raccontarci una storia, farci immaginare il trascorrere del tempo, delle ore e delle stagioni, il soffiare leggero del vento o il tepore di un raggio di sole.

Ma c’è una foto che vale tutta la mostra. E’ quella dell’uccellino con la testa arancione che trovate anche nella slideshow e che è… tondo! Non mi viene altra parola per definirlo ma è così deliziosamente tondo! E non è possibile non innamorarsene 🙂

Concludo dicendo che se si viene a Firenze per poco tempo sicuramente non è indispensabile vedere questo museo. Ce ne sono di migliori e anche il rapporto qualità prezzo non è il massimo (il prezzo del biglietto è 9 €; non lo definirei proprio popolare…). Ma se c’è una mostra interessante allora conviene approfittarne e vedere anche il museo la cui visita non comporta più di 45 minuti.

Mi ci sono voluti tre libri per capire se Francesco Piccolo come scrittore mi piacesse o meno. Era evidente, fin dal nostro primo incontro, che c’era qualcosa nella sua maniera di scrivere che mi attirava ma era altrettanto evidente che non mi convinceva del tutto. C’è nel suo modo di raccontare una sorta di arroganza mista ad autocompiacimento che, indubbiamente, infastidisce. Almeno fino a quando non ti rendi conto che non è un atteggiamento ma che è proprio il suo modo di essere ed ecco che proprio questa caratteristica, all’inizio così fastidiosa, comincia a farsi interessante o, quanto meno, ad incuriosire.

Allegro occidentale

di Francesco Piccolo

Allegro occidentale è una sorta di guida turistica… al contrario. Perché più che stimolarti a compiere un viaggio in uno dei tanti luoghi esotici descritti dal suo autore ti disincentiva a farlo! Perché nei vari Paesi visitati da Piccolo ne capitano di tutti i colori e, alla fine, ne deriva un ritratto impietoso sia della pratica del turismo di massa sia dell’italiano come cittadino, contrapposto agli abitanti degli altri Paesi del mondo.

Ma il punto di vista dell’autore è sempre molto personale (per non dire egocentrico); di solito, infatti, la contrapposizione è tra lui e gli altri, italiani o stranieri che siano. Spesso si delineano situazioni in cui ci troviamo Piccolo versus resto del mondo e proprio da questo paradosso nasce spontanea la risata.

Dimenticavo, si ride molto in questo libro (due brani valgono sicuramente la lettura, quello iniziale in cui Piccolo viene scambiato per Nicolas Cage e quello delle sue peripezie all’Ikea). Si ride per le situazioni paradossali in cui il protagonista si trova ma, ancora di più, per le riflessioni che l’autore fa. D’altra parte proprio in questo consiste la forza di questo scrittore: nel non vergognarsi né aver paura nel dire ciò che pensa anche quando questo è sgradevole o dichiaratamente controcorrente. Illuminante, da questo punto di vista, il brano in cui racconta del suo primo approccio con la prostituzione (non è dato sapere se sia stato anche l’ultimo), in cui descrive il modo di pensare, tipicamente maschile, di fronte a questo fenomeno sociale (se così possiamo definirlo…), l’essere coscienti che è sbagliato ma essere tentati dall’esperienza, il sapere che il sesso, in tutto questo, non c’entra nulla ma che si tratta solo di un rapporto economico salvo poi rimanerne delusi non appena si tocca la cosa con mano. Tutte queste pulsioni e pensieri contrastanti sono descritti in maniera minuziosa ed analitica dall’autore facendoci immedesimare completamente nella situazione.

Quello che di Piccolo attrae inevitabilmente è la sua spudorata sincerità. Piccolo non teme di essere sgradevole né antipatico ma, anzi, se ne fa quasi un vanto. E se questo atteggiamento, in un primo tempo, può lecitamente infastidire alla fine è proprio il suo punto di forza. E, forse, in fin dei conti, questo Allegro occidentale è proprio il suo romanzo più riuscito, lontano dall’estremizzazione di La separazione del maschio e dalla risata, a volte forzata, di Momenti di trascurabile felicità. Qui l’autore riesce nell’intento di farci sorridere ma anche riflettere su certi nostri comportamenti e su come gli altri li interpretano. Senza omissioni né censure.