Mi ci sono voluti tre libri per capire se Francesco Piccolo come scrittore mi piacesse o meno. Era evidente, fin dal nostro primo incontro, che c’era qualcosa nella sua maniera di scrivere che mi attirava ma era altrettanto evidente che non mi convinceva del tutto. C’è nel suo modo di raccontare una sorta di arroganza mista ad autocompiacimento che, indubbiamente, infastidisce. Almeno fino a quando non ti rendi conto che non è un atteggiamento ma che è proprio il suo modo di essere ed ecco che proprio questa caratteristica, all’inizio così fastidiosa, comincia a farsi interessante o, quanto meno, ad incuriosire.

Allegro occidentale

di Francesco Piccolo

Allegro occidentale è una sorta di guida turistica… al contrario. Perché più che stimolarti a compiere un viaggio in uno dei tanti luoghi esotici descritti dal suo autore ti disincentiva a farlo! Perché nei vari Paesi visitati da Piccolo ne capitano di tutti i colori e, alla fine, ne deriva un ritratto impietoso sia della pratica del turismo di massa sia dell’italiano come cittadino, contrapposto agli abitanti degli altri Paesi del mondo.

Ma il punto di vista dell’autore è sempre molto personale (per non dire egocentrico); di solito, infatti, la contrapposizione è tra lui e gli altri, italiani o stranieri che siano. Spesso si delineano situazioni in cui ci troviamo Piccolo versus resto del mondo e proprio da questo paradosso nasce spontanea la risata.

Dimenticavo, si ride molto in questo libro (due brani valgono sicuramente la lettura, quello iniziale in cui Piccolo viene scambiato per Nicolas Cage e quello delle sue peripezie all’Ikea). Si ride per le situazioni paradossali in cui il protagonista si trova ma, ancora di più, per le riflessioni che l’autore fa. D’altra parte proprio in questo consiste la forza di questo scrittore: nel non vergognarsi né aver paura nel dire ciò che pensa anche quando questo è sgradevole o dichiaratamente controcorrente. Illuminante, da questo punto di vista, il brano in cui racconta del suo primo approccio con la prostituzione (non è dato sapere se sia stato anche l’ultimo), in cui descrive il modo di pensare, tipicamente maschile, di fronte a questo fenomeno sociale (se così possiamo definirlo…), l’essere coscienti che è sbagliato ma essere tentati dall’esperienza, il sapere che il sesso, in tutto questo, non c’entra nulla ma che si tratta solo di un rapporto economico salvo poi rimanerne delusi non appena si tocca la cosa con mano. Tutte queste pulsioni e pensieri contrastanti sono descritti in maniera minuziosa ed analitica dall’autore facendoci immedesimare completamente nella situazione.

Quello che di Piccolo attrae inevitabilmente è la sua spudorata sincerità. Piccolo non teme di essere sgradevole né antipatico ma, anzi, se ne fa quasi un vanto. E se questo atteggiamento, in un primo tempo, può lecitamente infastidire alla fine è proprio il suo punto di forza. E, forse, in fin dei conti, questo Allegro occidentale è proprio il suo romanzo più riuscito, lontano dall’estremizzazione di La separazione del maschio e dalla risata, a volte forzata, di Momenti di trascurabile felicità. Qui l’autore riesce nell’intento di farci sorridere ma anche riflettere su certi nostri comportamenti e su come gli altri li interpretano. Senza omissioni né censure.