E così il primo buon proposito per l’anno nuovo appena cominciato sono riuscita a realizzarlo. Ho visto la mostra di Ahae e ho depennato dalla lista delle cose da vedere per l’impresa 2 anche il MNAF.

Museo Nazionale Alinari della Fotografia

Il quartiere di Santa Maria Novella

Avvertenza. Dovete ancora avere pazienza per la qualità delle foto, quella benedetta fotocamera nuova non so proprio quando arriverà! In questo caso ho potuto fare solo foto dell’esterno (no, non è vero, ne ho rubate un paio anche della mostra di Ahae anche se sono venute pessime dato che dovevo stare attenta a non farmi sgamare😉 ). Le altre foto della slideshow sono prese da internet.

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L’edificio delle Leopoldine in cui ha sede il MNAF è effettivamente un solido esempio di architettura rinascimentale nello sviluppo della sua linearità ed è ben inserito nel contesto di piazza Santa Maria Novella sposandosi perfettamente con la struttura della chiesa progettata da Leon Battista Alberti che si erge dalla parte opposta della piazza. Attualmente l’edificio è parzialmente in restauro (ad esempio la lunetta con l’incontro di San Domenico e San Francesco purtroppo non è visibile perché coperta da un telo in quanto posta in prossimità del cantiere) e ciò non permette di ammirarlo in maniera completa.

Purtroppo alla bellezza dell’edificio esterno corrisponde, internamente, una struttura del tutto inadatta a ricoprire la funzione di spazio espositivo. Gli spazi angusti e l’allestimento poco funzionale rendono scomoda la visita, soprattutto in presenza di molte persone che non riescono a muoversi agevolmente negli stretti corridoi ricavati dalla suddivisione degli ambienti. A questo si somma anche la pessima illuminazione delle opere esposte che costringe il visitatore a porsi esclusivamente in posizione frontale rispetto all’oggetto che intende osservare per evitare il riflesso delle luci. E ultimo difetto, anche se non da meno, i cartellini con l’identificazione dell’opera sono posti ad un altezza assolutamente… impopolare. Ora non è che io sia alta chissà quanto (ed ero anche senza tacchi… quando si dice che un tacco dodici ti risolve la vita forse si intende proprio questo!) ma non sono neppure una nana, diciamo che rientro nella media e non sono riuscita a leggere una cippalippa di nulla (perdonatemi il termine che è un semplice rafforzativo e non chissà che parola come potrebbe sembrare😉 )! Inoltre il percorso espositivo risulta piuttosto confuso, non si capisce bene quali siano le sale da visitare per prime senza l’aiuto della piantina e si è costretti a passare di nuovo dalle stesse sale per continuare il percorso che non si sviluppa in maniera circolare.

Ma veniamo alle opere esposte. La collezione è sicuramente notevole e sufficiente a delineare uno sviluppo (una delle sue accezioni del titolo) della storia e della tecnica della fotografia dai primi esperimenti fino al XX secolo. Mancano completamente però gli esiti più recenti con l’avvento del digitale che non è praticamente rappresentato.

Quello che colpisce di più (o, almeno, quello che ha colpito di più me) è il passaggio da una fotografia che è mera descrizione, rappresentazione e documentazione della realtà in quanto tale ad una fotografia che si fa, progressivamente, arte, veicolo di un contenuto, di un pensiero che si vuole comunicare all’osservatore. E’ un passaggio che sembra banale ma che è, invece, essenziale. E questo si nota soprattutto nei ritratti (da quelli di personaggi famosi come quelli bellissimi di Marilyn Monroe, James Dean ed Edzra Pound a quelli di gente comune) che ad un certo punto cominciano a mostrare qualcosa che va al di là del volto del personaggio rappresentato ma descrivono un modo di essere, si portano dietro una storia. Non è facile spiegare questo passaggio ma basta osservare la fotografia di Edzra Pound che ho messo nella slideshow per rendersi conto che non ci troviamo di fronte ad una foto che si limita a descrivere un volto ma di fronte ad un’immagine che si prefigge di raccontare qualcosa della persona raffigurata.

Infine il museo presenta una collezione di macchine fotografiche notevole ma anche album delle più svariate fogge ed anni e tutto ciò che ha a che fare con la fotografia come pubblicità, biglietti da visita, oggetti decorati etc.

Ma è stata la mostra di Ahae a valere veramente tutta la visita al MNAF.

Le foto di Ahae offrono uno sguardo su un pezzo di mondo incontaminato, quasi incantato, più vicino ad una favola di Esopo che ad un reportage del National Geografic. Perché quello che appare nelle fotografie di Ahae è una natura quasi umanizzata, una natura elevata a portatrice di significato. Il fotografo lancia all’osservatore un messaggio ben preciso. Gli animali ritratti (per la maggior parte volatili di diverse specie) appaiono quasi animali parlanti e sembrano interagire con noi che li osserviamo. E lo stesso i paesaggi che è come se volessero raccontarci una storia, farci immaginare il trascorrere del tempo, delle ore e delle stagioni, il soffiare leggero del vento o il tepore di un raggio di sole.

Ma c’è una foto che vale tutta la mostra. E’ quella dell’uccellino con la testa arancione che trovate anche nella slideshow e che è… tondo! Non mi viene altra parola per definirlo ma è così deliziosamente tondo! E non è possibile non innamorarsene🙂

Concludo dicendo che se si viene a Firenze per poco tempo sicuramente non è indispensabile vedere questo museo. Ce ne sono di migliori e anche il rapporto qualità prezzo non è il massimo (il prezzo del biglietto è 9 €; non lo definirei proprio popolare…). Ma se c’è una mostra interessante allora conviene approfittarne e vedere anche il museo la cui visita non comporta più di 45 minuti.