Archive for febbraio, 2012


Mimesi totale

Ci sono due categorie ben distinte di film. Quelli che ti colpiscono subito, che ti coinvolgono e che ti affascinano dal primo istante e quelli che hanno bisogno di sedimentare. Sono quei film per i quali non sei in grado di esprimere subito un giudizio ma che hai bisogno di rielaborare, di assimilare. È anche per questo che preferisco sempre andare da sola al cinema per evitare che, subito dopo la visione, mi si chieda “Ti è piaciuto?” E se poi non so rispondere?

Tutto questo per dire che The Iron Lady fa parte della prima categoria. Mi ha conquistata subito.

The Iron Lady (2011)

[The Iron Lady, Gran Bretagna 2011, Biografico, durata 105′]   Regia di Phyllida Lloyd
Con Meryl Streep, Jim Broadbent, Anthony Head, Richard E. Grant, Roger Allam, Olivia Colman, Alexandra Roach, Harry Lloyd, Nick Dunning, Julian Wadham

The Iron Lady - Locandina

Fughiamo immediatamente ogni dubbio: The Iron Lady non è necessariamente un buon film. Non lo è perché è una lettura assolutamente personale di un personaggio storico controverso. Una lettura che privilegia il lato intimistico e la vita privata della Thatcher piuttosto che ritrarre la sua figura pubblica. Oltretutto la pellicola è ambientata, per la maggior parte ai giorni nostri, dopo l’abbandono della carriera politica che è, invece, tutta descritta da flashback.

Ma questo, a mio parere, è proprio il punto di forza della pellicola. Il film racconta la vecchiaia e la perdita (quella del marito che continua ad apparire alla protagonista quasi come fosse un fantasma con cui lei continua a parlare e confrontarsi pur essendo consapevole del fatto che lui è morto da ben 8 anni). La centralità data dal rapporto tra Margaret e il signor Thatcher è una scelta coraggiosa e particolarmente felice perché ci fa capire che non è un biopic quello a cui stiamo assistendo. E forse è proprio questo ciò che ha tratto in inganno molti spettatori e ha contribuito alle molte stroncature del film. Ma questo è anche l’aspetto che personalmente ho più apprezzato. E devo dire che è molto evidente un punto di vista prettamente femminile nel trattare gli argomenti sopra citati. Forse anche questo ne fa un film molto personale e diverso da quelli a cui siamo abituati. Forse è privo di un linguaggio universale. Un po’ come il cinema italiano che non si fa apprezzare all’estero perché troppo provinciale.

The Iron Lady - Meryl Streep

E poi c’è lei. Meryl Streep. Colei che riesce a regalarci una Thatcher più reale di quella vera. Colei che attraverso mille sfumature riesce a portare sullo schermo più che un’interpretazione, un personaggio in carne ed ossa. Non si può che restare affascinati da una tale bravura. E poco importa se tale bravura è totalizzante, debordante ed assoluta tanto da non lasciar spazio ad altro. Secondo me non c’è bisogno d’altro. Perché vedere la vecchia Margaret lavare una tazza in cucina, illuminata dalla fredda luce di un mattino inglese vale mille volte il prezzo del biglietto. Sfido chiunque a non commuoversi per come è reso dalla Streep ogni gesto di questa scena dove fragilità (del corpo) e dignità (dello spirito) vanno di pari passo.

The Iron Lady - Meryl Streep

Per un’opinione completamente diversa su questo film vi segnalo l’ottimo post di Kelvin che, tra l’altro, fa riflettere anche su altri aspetti della carriera di Meryl Streep. Traete da soli le vostre conclusioni. Magari dopo aver visto il film 😉

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La nave pirata

Non è la prima volta che mi interrogo sulla pirateria e su come questa condizioni il futuro di certe opere dell’ingegno umano (in particolare cinema, musica e letteratura). Nel giro di pochi giorni, però, mi sono trovata a ritornare su questo tema a partire, principalmente, dall’articolo dello scrittore Vincenzo Latronico (scrittore che, personalmente, non conosco, lo ammetto) apparso su Il Club della Lettura, versione web dell’inserto del Corriere della Sera di cui ho già avuto occasione di parlare. Non vi riporto l’articolo perché è abbastanza lungo ma, se siete interessati, potete leggerlo qui. Mi interessa fare alcune considerazioni su quello che Latronico dice. Considerazioni del tutto personali ed opinabili.

Latronico comincia con un’ammissione di colpa. Io scarico ebook pirata. Dice. Proseguendo nella lettura si capisce bene che non scarica solo libri ma anche musica e film. Certo, il fatto dei libri fa più impressione, essendo l’autore uno scrittore. Sembra quasi un controsenso che Latronico aggiri proprio il diritto d’autore che è ciò che gli dà da vivere. Ma lo fa ed ammette che continuerà a farlo sebbene ciò gli faccia sorgere delle remore morali e dei sensi di colpa. Perché Latronico considera quella del digitale (e del digitale free a maggior ragione) una rivoluzione necessaria e, soprattutto, inevitabile. E anche se si chiede quali possano essere le strade alternative alla proprietà intellettuale  di certi prodotti non ha dubbi sul fatto che stiamo assistendo ad un cambiamento epocale.

Sono d’accordo con lui. Il concetto di proprietà intellettuale sta definitivamente tramontando. La pirateria dilaga. Non voglio dare un giudizio morale sul fenomeno perché sarebbe ipocrita. Ma è una realtà con cui è necessario confrontarsi dato che combatterla non è possibile. Perché sono anni che ci si prova e anni che non ci si riesce. Ma confrontarsi con questo fenomeno significa anche proporre delle soluzioni o, almeno, provarci. Lo fa Latronico nel suo articolo prendendo in considerazioni i reading a pagamento per finanziare la letteratura ma concludendo che è un sistema destinato a fallire (quanti sarebbero disposti a pagare un reading? Credo che saremmo in pochi). Ma l’idea è interessante. Perché è una cosa che era venuta in mente anche a me e proprio partendo dal caso della musica, come fa lo scrittore nella sua trattazione. Non ho statistiche alla mano per comprovare la mia affermazione ma sono piuttosto sicura che i musicisti non muoiano di fame. Eppure la musica è il primo prodotto intellettuale ad essere stato attaccato dalla pirateria. E sono anche abbastanza sicura che il motivo per cui i musicisti non muoiono di fame siano i concerti, le apparizioni televisive e il merchandising che si fa intorno alla loro immagine. A giugno a Firenze ci sarà il concerto di Madonna (torna nel capoluogo toscano dopo 25 anni). Quanto ci scommettiamo che i biglietti saranno esauriti ancora prima di essere messi in vendita (spero di no perché io lo devo avere!)? E sapete quanto costa il più economico di tali biglietti? 99 €. Mica cotiche! Ma sono certa che il Franchi registrerà il tutto esaurito. Non ho dubbi. Ecco di cosa vive Madonna. E come lei molti altri.

E perché non si può fare la stessa cosa con gli scrittori? Sicuramente ci sono molti meno lettori che appassionati di musica e, altrettanto sicuramente, un reading attira meno pubblico di un concerto. Ma cominciamo ad interrogarci su come possano essere organizzati certi eventi per attrarre pubblico. Non credo che sia una sfida impossibile.

È vero. Questo significa trattare la cultura alla stregua di un prodotto. E la cosa fa un po’ arricciare il naso ai puristi. Ma la cultura è un prodotto. Inutile girarci intorno. Ciò che entra nel mercato, per quanto ci possa spiacere, diventa un prodotto. Ciò che si compra e si vende diventa un prodotto. Poi -è chiaro- ben venga una diffusione alternativa della cultura attraverso altri canali, più istituzionali e garantiti (scuola, famiglia e Stato in primis). Ma la cosa deve correre in parallelo.

Quello che noi andiamo a comprare quando acquistiamo un libro è, in fondo, il prodotto del pensiero di una persona e, di conseguenza, la persona stessa. Per cui perché non vendere direttamente la persona? Perché non far diventare lo scrittore il prodotto così come lo è il musicista già oggi? Ciò farebbe inorridire un povero Leopardi qualunque, così a suo agio in una stanzetta scura che non avrebbe voluto per nulla al mondo essere trascinato in balia del pubblico. Ma ogni mestiere (sì, perché scrivere è un mestiere, abbattiamo ancora una volta l’idea romantica che ne abbiamo e ricordiamo cosa dice il buon zio Stevie quando afferma che non ci sono scorciatoie per scrivere ma che bisogna mettersi seduti alla scrivania tutti i giorni e scrivere e leggere e che questo è l’unico modo per diventare scrittori; non quando se ne ha voglia o si è ispirati ma tutti i santi giorni. Immaginate qualcosa di meno romantico di questo?) ha i suoi pro e i suoi contro, non si può pensare che tutto sia facile, bello o gradevole.

Ricollegandomi al discorso sulla pirateria vorrei citare altri due articoli. Il primo è tratto da Forbes e porta la firma di Paul Tassi. Anche Tassi, sostanzialmente, parte dall’assunto che la pirateria è una realtà che fa ormai parte della nostra quotidianità e che la sua diffusione è dovuta soprattutto alla semplicità del meccanismo che innesca (il download è facile, immediato, si fa stando comodamente seduti in poltrona, nel salotto di casa). Tassi si concentra soprattutto sui film e conclude il suo articolo chiedendosi (e chiedendoci) se c’è davvero bisogno di spendere milioni di dollari per pagare  gli attori e produrre un film quando si potrebbe fare il tutto con molto meno. Non è una cattiva domanda ma anche questa, a mio parere, è un po’ troppo utopistica perché significherebbe tornare indietro. Vorrebbe dire scardinare un sistema preesistente imponendo ad una ristretta cerchia (gli attori e i registi soprattutto) dei sacrifici economici nel nome di non si sa bene quale ideale. Auspicabile, certo, ma poco concreto.

Il secondo articolo, che prende spunto proprio da quello di Forbes si contrappone chiaramente e decisamente a quanto già detto da Latronico ed è firmato da Matteo Bordone (giornalista e conduttore radiofonico, leggo su Wikipedia, anch’esso a me sconosciuto. E la mia ignoranza aumenta…) che su Wired contesta in maniera piuttosto decisa il diritto al free download. Anche questo ve lo riassumo brevemente ma lo trovate qui per esteso. L’autore, giustamente, si scaglia contro chi considera un’ingiustizia la recente chiusura di Megavideo. Dico giustamente perché qui entriamo nel merito del riconoscere una determinata operazione come reato. E questa è una cosa che non si può negare. Per le attuali leggi internazionali diffondere materiale pirata è effettivamente un reato. A questo concetto nulla si può obiettare perché è un dato di fatto.

Faccio un po’ più di fatica a seguirlo quando dichiara:

Ribadiamo un concetto: io sono molto felice che esista tutto questo, e grazie a questi sistemi ho conosciuto un sacco di meraviglie, perle, cose che mi hanno cambiato anche un po’ la vita.

Per poi descriversi come fruitore atipico di materiale pirata dichiarando di acquistare almeno quanto scaricato. Non metto in dubbio il fatto che sia così. Più difficile da accettare mi resta il confronto con gli altri. Chi dice che effettivamente anche gli altri non facciano lo stesso? Perché si dà per scontato che in chi scarica non ci sia analoga passione per l’acquisto degli stessi prodotti? Ripeto, non ho  statistiche alla mano per avvalorare nessuna delle cose che penso e questo è solo un discorso tra amici ma tutte le persone che conosco e che scaricano hanno pure librerie piene di libri, dvd e cd. Sarà un caso, probabilmente. O siamo tutti atipici 😉

Non voglio, infine, entrare nel merito della fruizione dei prodotti scaricati che, spesso, sono di infima qualità e compromettono, in questo modo, la visione, l’ascolto o la lettura. Ma ampliano la conoscenza. L’accesso a migliaia di informazioni che, altrimenti, per costi e reperibilità, sarebbero precluse ai più permette alla cultura di circolare. E questo, per me, è un sacrosanto diritto. È per questo che penso che in futuro si potrà solo andare avanti su questa strada perché, ormai, è impossibile tornare indietro all’era del proibizionismo. La vera rivoluzione sta nel trovare strade alternative orientate, però, verso la sempre più capillare diffusione di questi prodotti dell’ingegno umano senza che questo rechi danno a chi li produce. Sono convinta che una strada ci sia e sono anche convinta che debba partire dall’analisi di ciò che permette ai musicisti di vivere, nonostante siano quelli che hanno subito i primi attacchi della nave pirata.

I 7 post

Questo post lo devo a Sonja che citandomi nel suo blog mi passa il testimone per continuare questa specie di catena di Sant’Antonio che, da un po’ di tempo, impazza nella blogsfera.

Il gioco consiste nell’indicare 7 post che abbiano le caratteristiche che trovate di seguito ed è carino per far conoscere un po’ di cose riguardo le statistiche del proprio blog ma anche le proprie opinioni sui post scritti (della serie i più apprezzati non è detto che siano quelli che consideriamo personalmente i più belli). Alla fine della classifica vanno citati altri 7 blog ai quali passare il testimone. Ora il mio problema è che non credo di averne 7 che non abbiano già partecipato al gioco o non siano stati già citati da altri. Nel caso sarò costretta a ridurre la lista mio malgrado.

Ma andiamo ad incominciare.

  1. Il post il cui successo mi ha sorpreso: Questo è facile perché è certamente Gioco di ruolo. E’ un post che ho scritto piuttosto a caso e che neppure reputo particolarmente riuscito (anzi!) ma che è ai primi posti nella classifica dei più letti. Il motivo è semplicissimo e riguarda l’indicizzazione di Google: pare che un sacco di gente cerchi notizie di Hieronymus Bosch sul web! Quindi nulla a che vedere con la qualità intrinseca del post 🙂
  2. Il post più bello: Questo è difficile perché sono pessima nel riconoscermi meriti… Vediamo, probabilmente Spettatore inconsapevole perché è frutto di una collaborazione e perché, alla fine, è venuto proprio bene 😉
  3. Il post più popolare: Se per popolare si intende più letto dovrei citare sempre Gioco di ruolo, ma siccome i motivi per cui quel post è stato tanto letto non sono direttamente dipendenti dal suo contenuto credo che sia più giusto citare Donnine putride che è stato piuttosto apprezzato dai fedelissimi e pure dagli avventori occasionali. Con molta soddisfazione da parte mia, devo dire 🙂
  4. Il post che non ha avuto il successo che meritava: Questa è già più facile perché credevo molto ne I padri di King che è per me un post molto sentito ma che, in realtà, è stato piuttosto trascurato dai più. E invece è bello! Secondo me non lo avete letto attentamente 😦
  5. Il post più controverso: Questo è palese: Non è detto che ciò che sta in superficie sia necessariamente superficiale. Del resto se si cita un brano tratto da BariccoMi aspettavo la lapidazione, in effetti. È già andata di lusso così!
  6. Il post più utile: Direi La Lettura. Perché descrivendo e riportando i contenuti del primo numero dell’inserto del Corriere della Sera almeno ho dato indicazioni utili a chi se lo era perso 😉
  7. Il post di cui vado più fiera: Nel buco del coniglio e in un paese colmo di malsane meraviglie. Trovo quel post originale ed approfondito. E poi mi sembra che dia una lettura inedita di Shining e non banale.

Beh, guardando questa classifica, adesso che l’ho scritta, mi rendo conto che non comprende neppure un post dell’impresa2. Che tristezza! È proprio un fallimento 😦 Certo che anche io non è che mi ci dedichi tanto dato che il post sulla visita alla Galleria dell’Accademia lo sto lasciando lì a candire non so più neppure da quanto! Va bene, dai, ora mi ci impegno. Mi devo impegnare un po’ per tutto, in verità, vista la latitanza scandalosa di queste ultime tre settimane… Prometto che recupero. E siccome non voglio fare come Qwertyminus quando promette ( 🙂 )mi ci metto d’impegno. Parola di lupetto.

E ora i 7 che vorrei si cimentassero nella sfida:

CineFatti

Il blog di Suibhne

Il Pizzo

Paperi si nasce

Solaris

Trasferelli

Vita in pillole

Questi blog non mi pare che abbiano ancora aderito (se mi sbaglio correggetemi!) né sono stati citati da altri blogger, per lo meno da quelli che frequento abitualmente.

Allora? Che aspettate? È più divertente di quello che sembra perché ti obbliga a pensarti per come gli altri ti vedono. Che è sempre una cosa utile 😉