Non è la prima volta che mi interrogo sulla pirateria e su come questa condizioni il futuro di certe opere dell’ingegno umano (in particolare cinema, musica e letteratura). Nel giro di pochi giorni, però, mi sono trovata a ritornare su questo tema a partire, principalmente, dall’articolo dello scrittore Vincenzo Latronico (scrittore che, personalmente, non conosco, lo ammetto) apparso su Il Club della Lettura, versione web dell’inserto del Corriere della Sera di cui ho già avuto occasione di parlare. Non vi riporto l’articolo perché è abbastanza lungo ma, se siete interessati, potete leggerlo qui. Mi interessa fare alcune considerazioni su quello che Latronico dice. Considerazioni del tutto personali ed opinabili.

Latronico comincia con un’ammissione di colpa. Io scarico ebook pirata. Dice. Proseguendo nella lettura si capisce bene che non scarica solo libri ma anche musica e film. Certo, il fatto dei libri fa più impressione, essendo l’autore uno scrittore. Sembra quasi un controsenso che Latronico aggiri proprio il diritto d’autore che è ciò che gli dà da vivere. Ma lo fa ed ammette che continuerà a farlo sebbene ciò gli faccia sorgere delle remore morali e dei sensi di colpa. Perché Latronico considera quella del digitale (e del digitale free a maggior ragione) una rivoluzione necessaria e, soprattutto, inevitabile. E anche se si chiede quali possano essere le strade alternative alla proprietà intellettuale  di certi prodotti non ha dubbi sul fatto che stiamo assistendo ad un cambiamento epocale.

Sono d’accordo con lui. Il concetto di proprietà intellettuale sta definitivamente tramontando. La pirateria dilaga. Non voglio dare un giudizio morale sul fenomeno perché sarebbe ipocrita. Ma è una realtà con cui è necessario confrontarsi dato che combatterla non è possibile. Perché sono anni che ci si prova e anni che non ci si riesce. Ma confrontarsi con questo fenomeno significa anche proporre delle soluzioni o, almeno, provarci. Lo fa Latronico nel suo articolo prendendo in considerazioni i reading a pagamento per finanziare la letteratura ma concludendo che è un sistema destinato a fallire (quanti sarebbero disposti a pagare un reading? Credo che saremmo in pochi). Ma l’idea è interessante. Perché è una cosa che era venuta in mente anche a me e proprio partendo dal caso della musica, come fa lo scrittore nella sua trattazione. Non ho statistiche alla mano per comprovare la mia affermazione ma sono piuttosto sicura che i musicisti non muoiano di fame. Eppure la musica è il primo prodotto intellettuale ad essere stato attaccato dalla pirateria. E sono anche abbastanza sicura che il motivo per cui i musicisti non muoiono di fame siano i concerti, le apparizioni televisive e il merchandising che si fa intorno alla loro immagine. A giugno a Firenze ci sarà il concerto di Madonna (torna nel capoluogo toscano dopo 25 anni). Quanto ci scommettiamo che i biglietti saranno esauriti ancora prima di essere messi in vendita (spero di no perché io lo devo avere!)? E sapete quanto costa il più economico di tali biglietti? 99 €. Mica cotiche! Ma sono certa che il Franchi registrerà il tutto esaurito. Non ho dubbi. Ecco di cosa vive Madonna. E come lei molti altri.

E perché non si può fare la stessa cosa con gli scrittori? Sicuramente ci sono molti meno lettori che appassionati di musica e, altrettanto sicuramente, un reading attira meno pubblico di un concerto. Ma cominciamo ad interrogarci su come possano essere organizzati certi eventi per attrarre pubblico. Non credo che sia una sfida impossibile.

È vero. Questo significa trattare la cultura alla stregua di un prodotto. E la cosa fa un po’ arricciare il naso ai puristi. Ma la cultura è un prodotto. Inutile girarci intorno. Ciò che entra nel mercato, per quanto ci possa spiacere, diventa un prodotto. Ciò che si compra e si vende diventa un prodotto. Poi -è chiaro- ben venga una diffusione alternativa della cultura attraverso altri canali, più istituzionali e garantiti (scuola, famiglia e Stato in primis). Ma la cosa deve correre in parallelo.

Quello che noi andiamo a comprare quando acquistiamo un libro è, in fondo, il prodotto del pensiero di una persona e, di conseguenza, la persona stessa. Per cui perché non vendere direttamente la persona? Perché non far diventare lo scrittore il prodotto così come lo è il musicista già oggi? Ciò farebbe inorridire un povero Leopardi qualunque, così a suo agio in una stanzetta scura che non avrebbe voluto per nulla al mondo essere trascinato in balia del pubblico. Ma ogni mestiere (sì, perché scrivere è un mestiere, abbattiamo ancora una volta l’idea romantica che ne abbiamo e ricordiamo cosa dice il buon zio Stevie quando afferma che non ci sono scorciatoie per scrivere ma che bisogna mettersi seduti alla scrivania tutti i giorni e scrivere e leggere e che questo è l’unico modo per diventare scrittori; non quando se ne ha voglia o si è ispirati ma tutti i santi giorni. Immaginate qualcosa di meno romantico di questo?) ha i suoi pro e i suoi contro, non si può pensare che tutto sia facile, bello o gradevole.

Ricollegandomi al discorso sulla pirateria vorrei citare altri due articoli. Il primo è tratto da Forbes e porta la firma di Paul Tassi. Anche Tassi, sostanzialmente, parte dall’assunto che la pirateria è una realtà che fa ormai parte della nostra quotidianità e che la sua diffusione è dovuta soprattutto alla semplicità del meccanismo che innesca (il download è facile, immediato, si fa stando comodamente seduti in poltrona, nel salotto di casa). Tassi si concentra soprattutto sui film e conclude il suo articolo chiedendosi (e chiedendoci) se c’è davvero bisogno di spendere milioni di dollari per pagare  gli attori e produrre un film quando si potrebbe fare il tutto con molto meno. Non è una cattiva domanda ma anche questa, a mio parere, è un po’ troppo utopistica perché significherebbe tornare indietro. Vorrebbe dire scardinare un sistema preesistente imponendo ad una ristretta cerchia (gli attori e i registi soprattutto) dei sacrifici economici nel nome di non si sa bene quale ideale. Auspicabile, certo, ma poco concreto.

Il secondo articolo, che prende spunto proprio da quello di Forbes si contrappone chiaramente e decisamente a quanto già detto da Latronico ed è firmato da Matteo Bordone (giornalista e conduttore radiofonico, leggo su Wikipedia, anch’esso a me sconosciuto. E la mia ignoranza aumenta…) che su Wired contesta in maniera piuttosto decisa il diritto al free download. Anche questo ve lo riassumo brevemente ma lo trovate qui per esteso. L’autore, giustamente, si scaglia contro chi considera un’ingiustizia la recente chiusura di Megavideo. Dico giustamente perché qui entriamo nel merito del riconoscere una determinata operazione come reato. E questa è una cosa che non si può negare. Per le attuali leggi internazionali diffondere materiale pirata è effettivamente un reato. A questo concetto nulla si può obiettare perché è un dato di fatto.

Faccio un po’ più di fatica a seguirlo quando dichiara:

Ribadiamo un concetto: io sono molto felice che esista tutto questo, e grazie a questi sistemi ho conosciuto un sacco di meraviglie, perle, cose che mi hanno cambiato anche un po’ la vita.

Per poi descriversi come fruitore atipico di materiale pirata dichiarando di acquistare almeno quanto scaricato. Non metto in dubbio il fatto che sia così. Più difficile da accettare mi resta il confronto con gli altri. Chi dice che effettivamente anche gli altri non facciano lo stesso? Perché si dà per scontato che in chi scarica non ci sia analoga passione per l’acquisto degli stessi prodotti? Ripeto, non ho  statistiche alla mano per avvalorare nessuna delle cose che penso e questo è solo un discorso tra amici ma tutte le persone che conosco e che scaricano hanno pure librerie piene di libri, dvd e cd. Sarà un caso, probabilmente. O siamo tutti atipici 😉

Non voglio, infine, entrare nel merito della fruizione dei prodotti scaricati che, spesso, sono di infima qualità e compromettono, in questo modo, la visione, l’ascolto o la lettura. Ma ampliano la conoscenza. L’accesso a migliaia di informazioni che, altrimenti, per costi e reperibilità, sarebbero precluse ai più permette alla cultura di circolare. E questo, per me, è un sacrosanto diritto. È per questo che penso che in futuro si potrà solo andare avanti su questa strada perché, ormai, è impossibile tornare indietro all’era del proibizionismo. La vera rivoluzione sta nel trovare strade alternative orientate, però, verso la sempre più capillare diffusione di questi prodotti dell’ingegno umano senza che questo rechi danno a chi li produce. Sono convinta che una strada ci sia e sono anche convinta che debba partire dall’analisi di ciò che permette ai musicisti di vivere, nonostante siano quelli che hanno subito i primi attacchi della nave pirata.

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