Archive for maggio, 2012


Eh lo so che i confronti non si dovrebbero mai fare. Ma questo ce l’ho in testa da quando ho saputo che i Taviani avevano vinto l’Orso d’oro a Berlino. Per cui perdonatemi ed abbiate pazienza.

Sono finalmente riuscita a vedere Cesare deve morire. Dico finalmente perché -lo devo ammettere- l’ho un po’ voluto evitare. Fin da quando ho saputo del film e di cosa parlava sono stata critica nei confronti dei Taviani. Perché da subito ho pensato che la pellicola fosse una scopiazzatura del bellissimo e sottovalutatissimo film di Ferrario. In fondo il tema delle due pellicole è davvero molto simile. Entrambi sono ambientati in un carcere (Rebibbia per i Taviani e quello di Torino per Ferrario). Entrambi utilizzano veri detenuti come attori principali (praticamente tutti in quello dei Taviani che si pone più sul filone del documentario mentre la pellicola di Ferrario vanta anche molte presenze di attori professionisti). Entrambi adottano l’escamotage della rappresentazione teatrale per porre l’accento sulla condizione carceraria e sul fondamentale concetto di libertà. Ma, per fortuna, le somiglianze finiscono qui.

Tutta colpa di Giuda è un riuscitissimo connubio tra musical e teatro in cui la messa in scena ha una sua importanza centrale e dove la rappresentazione teatrale della Passione di Cristo riveste un ruolo cardine ma non unico nella sceneggiatura. È un film che racconta sostanzialmente l’evoluzione e la presa di coscienza di un personaggio (la convincente Kasia Smutniak) che, attraverso l’esperienza consumata in carcere, cresce e matura fino ad operare delle scelte che influenzeranno anche la sua vita. Tale evoluzione è sottolineata e scandita dall’allestimento della rappresentazione teatrale che cambia e si trasforma in base all’approfondimento che la giovane regista fa sui testi sacri e alle riflessioni parallele sulla vita carceraria dei suoi attori improvvisati. Tutto diventa simbolo nel film di Ferrario e l’integrazione con le canzoni che scandiscono sia l’allestimento dello spettacolo che la vita dei suoi protagonisti è perfetta in questo contesto. Il Giuda a cui fa riferimento il titolo è sì il personaggio evangelico che con il suo bacio ha tradito Gesù ma è anche un simbolo ben preciso. Giuda è l’infame, il traditore, quello che preferisce nascondersi nell’ombra e tradire piuttosto che affrontare il suo avversario a viso aperto. Quella di Giuda finisce per essere la parte che nessuno dei detenuti vuole recitare. E se pare impensabile rappresentare la Passione senza Giuda l’eliminazione del concetto di colpa sostituito da quello di redenzione costituisce, in realtà, la svolta del film e del percorso umano della sua protagonista.

Nel film dei Taviani siamo su tutto un altro piano. La componente principale della pellicola è quella del metacinema in cui i personaggi recitano contemporaneamente sia la loro parte nella tragedia rappresentata che la parte di se stessi. Non c’è passaggio, non c’è cesura in Cesare deve morire. I protagonisti passano dalla recitazione dell’opera di Shakespeare a quella della loro vita vera senza soluzione di continuità, tanto da lasciare il dubbio allo spettatore se le battute pronunciate sullo schermo facciano parte della finzione o della realtà. E il messaggio che ne viene fuori è che, in fondo, questo non ha molta importanza. Perché ci sono opere eterne che parlano della vita, di passioni sempre attuali pur facendolo con un linguaggio aulico (bellissima la scelta dei registi di far pronunciare le battute agli attori ognuno nel proprio dialetto, scelta che contribuisce a confondere il piano della rappresentazione con quello della realtà).

Ma la vera rivoluzione di Cesare deve morire, quella che fa gridare al capolavoro è un’altra. I Taviani fanno cinema. Anzi Cinema (la maiuscola è d’obbligo!). Il linguaggio da loro adottato è prettamente e prepotentemente cinematografico. La scelta delle inquadrature, delle scenografie in cui sono girate le varie scene, l’alternarsi di colore e bianco e nero sono tutti elementi che fanno parte dello specifico filmico e nulla hanno a che fare con il teatro. Lo sguardo con cui i due registi osservano i propri attori improvvisati è quello  precipuo della settima arte, non v’è dubbio alcuno. Il teatro, il metalinguaggio, la rappresentazione di una tragedia universale sono tutte scuse per fare cinema. Niente viene detto né spiegato nella pellicola dei Taviani. Lo spettatore rischia più volte di confondere i piani e di interpretare in maniera errata i personaggi. Ma nessuno potrà esimersi dalla consapevolezza di stare assistendo ad un’opera cinematografica. E questa scelta -scusate- ma è davvero da standing ovation.

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Celebrare il 1 maggio

Non c’è libertà senza sicurezza economica. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature.

F. Roosvelt

Stamani ho letto questa frase su Twitter e mi sono messa a pensare al significato di questo giorno che, troppo spesso, consideriamo solo utile per farci un ponte al mare o fuori città (ma non oggi ché tanto piove 😉 ).

Sono sempre rimasta molto colpita dalle parole con cui inizia la nostra Costituzione:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Ecco. In questa frase per me c’è già tutto. In questa frase, per me, c’è il profondo senso di una Nazione che mi ostino a voler chiamare Patria per quanto questa parola possa essere invisa o sembrare retorica. In questa frase c’è il senso del perché, nonostante in più occasioni sia stata tentata, non ho mai voluto lasciare questo Paese al quale sono inevitabilmente legata da un sentimento di amore e odio. Odio perché non posso fare a meno di vedere quanto riusciamo a rovinare un luogo meraviglioso come questa penisola. Un luogo fatto di bellezze artistiche e paesaggistiche immense ma di cui non ci accorgiamo neppure. Un luogo fatto di persone geniali, appassionate, folli capaci di slanci incredibili come in pochi altri luoghi al mondo se ne trovano. Odio proprio il fatto che riusciamo a farci abbindolare da chi fa promesse vuote senza renderci conto di cosa c’è in gioco. Odio il fatto che siamo un popolo pronto a disconoscere chi ci sta accanto ed a sopraffarlo non appena ne abbiamo l’occasione. Odio il fatto che tanti di noi pensano che se c’è una scorciatoia tanto vale prenderla senza chiedersi se questo possa nuocere a qualcuno. Odio il fatto che siamo un popolo che non rispetta le file! In questo, per me, c’è già tutto. Ecco, se dovessi dare una rappresentazione visiva del popolo italiano prenderei una fila a caso di qualsiasi supermercato. Neppure alla Posta o alla biglietteria della stazione ché quelle sono cose importanti perché magari ti parte il treno o ti scade una bolletta! No, proprio quella al supermercato perché quello è proprio il luogo che rappresenta il superfluo, il consumismo (non ne faccio un discorso morale in quanto io adoro i supermercati! ma solo un discorso di associazione di idee, simbolico).

Se mi soffermo a guardare quella fila disordinata alla cassa del supermercato mi piglia male, ve lo assicuro. Mi chiedo come la gente possa mettere da parte così la propria umanità… per cosa poi? Stessa cosa in macchina, intendiamoci. Nel traffico della città si vedono le peggiori manifestazioni della natura umana! Vogliamo parlare di quelli che suonano ai semafori se non scatti all’istante al verde? O quelli che ti stanno dietro ad un millimetro di distanza solo perché secondo loro vai piano (ignorando, naturalmente, il limite di velocità scritto a lettere cubitali lungo la strada!) e cercano l’occasione migliore per superarti?

Tutte queste manifestazioni di inciviltà sono terribili, me ne rendo conto. E credo anche che, per certi versi, siano connaturate in ognuno di noi. Ma io vedo anche molto altro. Io vedo un sacco di gente onesta che si sacrifica ogni giorno per fare il suo dovere. Vedo gente che crede in quello che fa e che ha il coraggio di portare avanti le sue scelte e la sua vita con dignità. Spesso nell’ombra e nell’anonimato ma ce n’è tanta di questa gente. E anche questi sono italiani. I migliori.

Il 1 maggio, dicevamo. Il fatto che si festeggi il lavoro, secondo me, è commovente. Perché per me lavorare significa compiere il proprio dovere ma, ancora di più, essere parte costituente di un ingranaggio che produce qualcosa. Essere una parte di un insieme. Ecco cosa significa lavorare. Perché nessuno lavora da solo o semplicemente per se stesso. Lavorare è un’attività collettiva, anche se fatta tra le quattro mura di un ufficio, da soli, ad una scrivania. Lavorare è un modo per mandare avanti e costruire la nostra società. Ed è per quello che mi indigno tanto quando sento parlare di lavori di serie A e lavori di serie B (penso che lo avrete letto tutti ma se non lo avete fatto e vi volete schifare leggete questo). Ogni lavoro ha pari dignità se chi lo svolge lo fa in maniera coscienziosa e consapevole. E ogni lavoratore deve essere allo stesso modo rispettato nell’esercizio del suo dovere. Dall’ambulante che cerca di venderti i libri africani fuori dalla libreria (!) all’operatore di call center che ti vuol proporre l’ennesima tariffa per risparmiare sul cellulare. Anche se è difficile. Anche se scappa la pazienza. Vi immaginate trovarsi ogni giorno persone che ci insultano solo perché stiamo facendo ciò che il nostro lavoro ci impone di fare?

Parlavamo di dignità. E questa è la parola chiave, secondo me. Secoli di lotte hanno portato a cambiare le condizioni del lavoro e ad acquisire certi diritti che, per anni, abbiamo dati per scontati. Penso al famoso posto fisso (quello monotono, secondo quanto affermato da Monti, per intenderci…) al fatto di veder riconosciute ferie e malattie come un diritto, il fatto di avere uno stipendio garantito che ti permetta di arrivare a fine mese e, magari, anche di spendere qualcuno dei soldi guadagnati per acquistare qualcosa di superfluo o concederti una vacanza in modo da far circolare denaro e produrre così una ricchezza per il Paese.

Ed ecco la domanda chiave: possiamo dire ancora oggi che questi sono diritti acquisiti? Purtroppo, a questa domanda, io mi trovo costretta a rispondere no. Sono io che vedo la situazione più nera di come è in realtà? Possibile. In questo caso sarò felicissima di essere smentita dai vostri commenti. Ma non credo. Credo che le conquiste di un tempo, quelle per cui hanno lottato i nostri padri e i nostri nonni si stiano perdendo. Credo che il mondo in cui viviamo noi e in cui vivranno i nostri figli sia un po’ più brutto di quello che hanno lasciato in eredità a noi. E, sicuramente, è un po’ anche colpa nostra. Sicuramente noi non abbiamo voluto o saputo lottare nel modo giusto per perpetuare certi diritti che, per troppo tempo, sono stati considerati inalienabili. Forse ci è parso poco importante. O forse l’ottimismo delle conquiste dei nostri padri ci ha pervaso nel modo sbagliato. Ci ha fatti adagiare. Ci ha fatto considerare dovuto ciò che andava conquistato ogni giorno. Quello che vedo intorno a me è che non siamo più capaci di un pensiero collettivo. Non riusciamo più a valutare un bene comune ma tendiamo a ripiegarci su noi stessi, tendiamo a coltivare ognuno il proprio orto senza pensare che se diamo una mano al nostro vicino ad arare il suo, magari, ne guadagneremo anche noi. Forse è il bene comune ciò in cui non crediamo più. E, idealmente, il 1 maggio dovrebbe servire a ricordare che non è sempre stato così.