Eh lo so che i confronti non si dovrebbero mai fare. Ma questo ce l’ho in testa da quando ho saputo che i Taviani avevano vinto l’Orso d’oro a Berlino. Per cui perdonatemi ed abbiate pazienza.

Sono finalmente riuscita a vedere Cesare deve morire. Dico finalmente perché -lo devo ammettere- l’ho un po’ voluto evitare. Fin da quando ho saputo del film e di cosa parlava sono stata critica nei confronti dei Taviani. Perché da subito ho pensato che la pellicola fosse una scopiazzatura del bellissimo e sottovalutatissimo film di Ferrario. In fondo il tema delle due pellicole è davvero molto simile. Entrambi sono ambientati in un carcere (Rebibbia per i Taviani e quello di Torino per Ferrario). Entrambi utilizzano veri detenuti come attori principali (praticamente tutti in quello dei Taviani che si pone più sul filone del documentario mentre la pellicola di Ferrario vanta anche molte presenze di attori professionisti). Entrambi adottano l’escamotage della rappresentazione teatrale per porre l’accento sulla condizione carceraria e sul fondamentale concetto di libertà. Ma, per fortuna, le somiglianze finiscono qui.

Tutta colpa di Giuda è un riuscitissimo connubio tra musical e teatro in cui la messa in scena ha una sua importanza centrale e dove la rappresentazione teatrale della Passione di Cristo riveste un ruolo cardine ma non unico nella sceneggiatura. È un film che racconta sostanzialmente l’evoluzione e la presa di coscienza di un personaggio (la convincente Kasia Smutniak) che, attraverso l’esperienza consumata in carcere, cresce e matura fino ad operare delle scelte che influenzeranno anche la sua vita. Tale evoluzione è sottolineata e scandita dall’allestimento della rappresentazione teatrale che cambia e si trasforma in base all’approfondimento che la giovane regista fa sui testi sacri e alle riflessioni parallele sulla vita carceraria dei suoi attori improvvisati. Tutto diventa simbolo nel film di Ferrario e l’integrazione con le canzoni che scandiscono sia l’allestimento dello spettacolo che la vita dei suoi protagonisti è perfetta in questo contesto. Il Giuda a cui fa riferimento il titolo è sì il personaggio evangelico che con il suo bacio ha tradito Gesù ma è anche un simbolo ben preciso. Giuda è l’infame, il traditore, quello che preferisce nascondersi nell’ombra e tradire piuttosto che affrontare il suo avversario a viso aperto. Quella di Giuda finisce per essere la parte che nessuno dei detenuti vuole recitare. E se pare impensabile rappresentare la Passione senza Giuda l’eliminazione del concetto di colpa sostituito da quello di redenzione costituisce, in realtà, la svolta del film e del percorso umano della sua protagonista.

Nel film dei Taviani siamo su tutto un altro piano. La componente principale della pellicola è quella del metacinema in cui i personaggi recitano contemporaneamente sia la loro parte nella tragedia rappresentata che la parte di se stessi. Non c’è passaggio, non c’è cesura in Cesare deve morire. I protagonisti passano dalla recitazione dell’opera di Shakespeare a quella della loro vita vera senza soluzione di continuità, tanto da lasciare il dubbio allo spettatore se le battute pronunciate sullo schermo facciano parte della finzione o della realtà. E il messaggio che ne viene fuori è che, in fondo, questo non ha molta importanza. Perché ci sono opere eterne che parlano della vita, di passioni sempre attuali pur facendolo con un linguaggio aulico (bellissima la scelta dei registi di far pronunciare le battute agli attori ognuno nel proprio dialetto, scelta che contribuisce a confondere il piano della rappresentazione con quello della realtà).

Ma la vera rivoluzione di Cesare deve morire, quella che fa gridare al capolavoro è un’altra. I Taviani fanno cinema. Anzi Cinema (la maiuscola è d’obbligo!). Il linguaggio da loro adottato è prettamente e prepotentemente cinematografico. La scelta delle inquadrature, delle scenografie in cui sono girate le varie scene, l’alternarsi di colore e bianco e nero sono tutti elementi che fanno parte dello specifico filmico e nulla hanno a che fare con il teatro. Lo sguardo con cui i due registi osservano i propri attori improvvisati è quello  precipuo della settima arte, non v’è dubbio alcuno. Il teatro, il metalinguaggio, la rappresentazione di una tragedia universale sono tutte scuse per fare cinema. Niente viene detto né spiegato nella pellicola dei Taviani. Lo spettatore rischia più volte di confondere i piani e di interpretare in maniera errata i personaggi. Ma nessuno potrà esimersi dalla consapevolezza di stare assistendo ad un’opera cinematografica. E questa scelta -scusate- ma è davvero da standing ovation.