Ultimamente mi è capitato di riflettere più volte sul fenomeno Facebook anche se, apparentemente, è ormai uno strumento talmente consolidato e diffuso che sembra non esserci più molto da dire che non sia stato già ampiamente detto, motivato ed argomentato. Eppure, secondo me, anche lì alcune cose stanno cambiando.

La cosa che più mi balza agli occhi è una sorta di apertura dei profili di Facebook un po’ a tutti. Mentre non moltissimo tempo fa il proprio profilo era una sorta di stanza privata in cui far entrare solo pochi amici fidati con cui si voleva rimanere in contatto, piano piano c’è stata una prima evoluzione ed è diventato un luogo in cui collezionare amici, come fossero figurine, come se fosse una gara a chi ne ha di più. Per cui non più il vecchio compagno di scuola finalmente ritrovato ma anche il tizio incontrato una volta a quella festa e di cui ricordo a malapena il nome. O l’amico dell’amico -perché no?- pur se mai visto né conosciuto.

A questo punto i confini dell’esclusività si sono persi definitivamente e Facebook si è aperto al virtuale, cominciando ad includere le conoscenze della rete, persone magari mai incontrate ma presenti più o meno quotidianamente sui vari social, forum, blog.

Naturale che questa apertura abbia necessariamente portato ad una maggiore superficialità di contenuti perché, ovviamente, dovendoci rivolgere non più a pochi amici intimi e fidati si deve stare attenti anche a non esporsi troppo, in un certo senso. Da qui una sorta di spersonalizzazione progressiva dei propri profili, prediligendo scambio di link, musica ed immagini a scapito della diffusione di riflessioni e pensieri (non da parte di tutti, naturalmente).

E da qui in poi il nemico. Anzi, i due nemici. Le due cose di Facebook che mi fanno venire l’orticaria e che, personalmente, cerco di usare il meno possibile. I like e i tag. Premetto che non c’è assolutamente nulla di male ad utilizzare questi due strumenti e ognuno è liberissimo di farlo (pure i taggatori folli, vero Davide? 😉 ) ma credo che valga la pena riflettere su quello che, a mio parere, sta dietro a queste due abitudini.

Un semplice “mi piace” affibbiato ad una foto o ad un post ha la duplice funzione di indicare di esserci e di dimostrare apprezzamento senza sforzarsi di creare un dialogo. E va benissimo, per carità. Non sempre si ha qualcosa da dire (e io, personalmente, mi rendo conto di avere sempre meno opinioni chiare su tantissime cose ultimamente) e non sempre è necessario dire qualcosa, spesso dimostrare apprezzamento per un contenuto è più che sufficiente. Detto questo è bene distinguere tra uso e abuso laddove l’abuso significa non avere MAI qualcosa da dire. Possibile? Chiedo più a me stessa che a voi. Possibile che di fronte a contenuti anche seri ed importanti non si abbia nulla da dire? Tutto sembra dimostra questa possibilità, in effetti.

I tag. Ecco questo è un fenomeno, se vogliamo, ancora più significativo. Perché taggare qualcuno significa chiedere la sua attenzione, pensare che quella determinata persona potrebbe ignorare il contenuto che stai pubblicando se tu non andassi appositamente a batterle sulla spalla e dirle “Oh, hai visto?” Ecco, questo mi fa più tristezza che fastidio. Sarà che ho sempre pensato che chi mi apprezza mi viene a cercare, che è naturalmente interessato a ciò che dico senza che io debba necessariamente farmi notare e che chi non mi cerca, alla fine, è qualcuno di cui si può fare anche a meno ma, forse, tutto questo è solo dettato dalla mia arroganza. O, forse, dipende dal fatto che, di solito, preferisco passare inosservata piuttosto che farmi notare. O forse, più probabilmente, dipende dal fatto che tutto questo è segno di un tempo che sta cambiando e che stento spesso a capire. E non mi piace essere distante dal mondo, intendiamoci. Perché nel mondo bisogna viverci e per farlo bisogna saperne seguire il passo, pur se distante dal nostro, pur nello scegliere di muoversi in direzione ostinata e contraria.

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