Un recente post su Facebook condiviso da Riccardo e, consequenzialmente, una vagonata di pensieri e di riflessioni miei personali mi hanno portata a considerare  quanto, oggi, si siano persi di vista sentimenti, emozioni e sensazioni.

Innanzitutto non si sa più distinguere tra questi termini, comprendere che sono tre cose completamente diverse e, spessissimo, si usano l’uno al posto dell’altro. Ma siccome sono fermamente convinta, come diceva qualcuno , che le parole siano importanti facciamo un po’ di ordine.

sentiménto s. m. [der. di sentire]. –

a. La facoltà e l’atto del sentire, di avvertire impressioni esterne o interne; affine quindi a senso nel suo sign. più generale; anticam. si usò anche come sinon. di sensonel sign. più proprio e com. di questo termine, e si disse, per es., i cinque sentimenti, per indicare i sensi della vista, dell’udito, ecc.

b. Più spesso, la coscienza, la consapevolezza dei proprî atti: non è più in sentimento, di malato grave; perdere i s., svenire o perdere la conoscenza entrando in agonia (al contr., tornare in sentimenti); vento, Che balenò una luce vermiglia La qual mi vinse ciascun sentimento; E caddi come l’uom cui sonno piglia (Dante);la fante…, senza sentimento vedendolo, quel disse che la donna dicea, cioè veramente lui esser morto (Boccaccio). Sempre come coscienza, come controllo, dominio di sé, piena consapevolezza dei proprî atti, in frasi come uscire di sentimento o di sentimenti, esser fuori del s. o dei s., perdere il senno, impazzire, essere accecato dal furore o da altra passione: Fu allora per uscir del sentimento, Sì tutto in preda del dolor si lassa (Ariosto); trarre, levare di sentimento, togliere, anche temporaneamente, la facoltà o almeno la pienezza dell’intendere e del volere:il grande dolore l’aveva levato di sentimento; iperb., mi levate di s. con le vostre grida, mi stordite. Quindi, con pienezza di sentimenti, con tutti i s., nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali: il testamento fu steso dal malato con pienezza di sentimenti; estens., pop., cosa fatta con tutti i s., per bene, come si deve, in modo ineccepibile.

c. Con lo stesso sign. generale, ma determinato da complemento: avere sentimento di sé, consapevolezza della propria esistenza spirituale e corporea (estens., perdere,riacquistare il s. di sé, la coscienza della propria responsabilità o dignità); la pura vita, cioè a dire il semplice s. dell’esser proprio (Leopardi); e con altri complementi:avere il s. della propria forza, della propria debolezza (detto non solo di una persona, ma anche, per es., di una nazione, di un popolo); a volte alla nozione della consapevolezza si accompagna quella dello stato d’animo che ne consegue (soprattutto se di sofferenza): la qual cosa importa maggior sentimento dell’infelicità propria (Leopardi); ai mali s’aggiunge il s. de’ mali (Manzoni).

emozióne s. f. [dal fr. émotion, der. di émouvoir «mettere in movimento» sul modello dell’ant. motion]. –

Impressione viva, turbamento, eccitazione: l’e. della vincita, di quell’inatteso incontro; le e. del viaggio; andare in cerca di nuove e.;essere in preda all’e., a un’intensa e.; essere preso, essere sopraffatto dall’e.; la forte e. gli impediva di parlare. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici.

sensazióne s. f. [dal lat. tardo sensatio -onis, der. di sensus -us «senso»]. –

Ogni stato di coscienza in quanto sia avvertito come prodotto da uno stimolo esterno o interno al soggetto: s. tattile, visiva, auditiva, olfattiva, gustativa; s. esterne, interne, secondo la provenienza degli stimoli; s. cinestesiche, cenestesiche(v. i rispettivi agg.); associazione di sensazioni, i dati delle s., il carattere soggettivo delle s., nel linguaggio filosofico; s. piacevole, spiacevole, di piacere, di dolore, di voluttà; provare una s. di freddo; era una s. strana, come se qualche cosa di viscido passasse sulle sue mani.

Le definizioni riportate sono prese dal Vocabolario Treccani (a mio parere il migliore tra quelli che si trovano in rete) e le ho riprese solo nell’accezione che è inerente a quello di cui stiamo parlando (alcuni termini hanno significati molteplici).

La cosa che colpisce di più è che il sentimento, a differenza delle altre due, è un atto di volontà, comprende una presa di coscienza ben precisa che lo distingue sia dalla sensazione che è una semplice impressione suscitata da uno stimolo esterno sia dall’emozione che, in maniera più complessa, coinvolge più totalmente la persona suscitando, in un certo senso, un cambiamento di stato (etimologicamente emozione=mettere in movimento). Quindi, teoricamente, una persona può avere una percezione data da uno stimolo esterno (sensazione) senza che questo gli susciti nulla (esempio terra terra, una persona sente il freddo quando entra in mare per fare il bagno se la temperatura dell’acqua è parecchio bassa ma può benissimo sbattersene e buttarsi ugualmente. Sì, sto parlando di me che me ne sbatto sempre, in effetti…) oppure da questa percezione può arrivare a provare un turbamento emotivo (emozione) che la coinvolge e porta a delle conseguenze immediate e più o meno evidenti (ad esempio la commozione davanti ad una particolare scena di un film che può perfino portare al pianto. E qui sto parlando di me, certamente, ma non solo…). Va notato che l’emozione non è necessariamente legata ad una percezione fisica di uno stimolo esterno, come invece avviene con la sensazione, ma può essere benissimo collegata ad una percezione anche solo intellettiva, come nell’esempio della commozione davanti alla scena di un film che deriva dall’immedesimazione con il protagonista che osserviamo sullo schermo, dal comprendere e vivere i suoi sentimenti, di comparteciparne empaticamente. Infine c’è il sentimento che è il più complesso di questi tre termini in quanto implica una consapevolezza di ciò che si sta provando, quindi una decodifica di informazioni a livello intellettivo. Ed è l’unica di queste facoltà che è specificatamente umana, estranea al mondo animale, capacissimo di provare sensazioni ma, ad un livello più alto di evoluzione, anche emozioni (pensiamo ad i mammiferi che arrivano a disperarsi per la morte di un loro cucciolo, ad esempio).

Tutta questa premessa, lunga e noiosa, per introdurre il discorso che mi premeva. Parliamo di sentimenti. Ecco, io ritengo che oggi più che mai ci sia una gran confusione in fatto di sentimenti. E tale confusione la vedo dettata esclusivamente dalla paura. Paura che ci prende e ci attanaglia impedendoci di agire, facendoci scegliere di non sbilanciarci, di sottrarci alla decisione per rimanere in un limbo di tranquillità (apparente!) che ci fa sentire al sicuro. Sì, perché si pensa che la non azione non sia di per sé una scelta, mentre, in realtà, è una scelta ben precisa: la più codarda. E’ la scelta di chi non vuole mettersi in gioco, di chi non vuole rischiare di perdere tutto per guadagnare molto di più, di chi affronta la vita con pessimismo convincendosi che se le cose sono andate male in passato andranno sempre male anche in futuro. La non scelta è la mediocrità dell’uomo contemporaneo, quello che non ha voglia né coraggio di esporsi e di dire la sua, di dichiarare cosa pensa per paura di essere emarginato, di non mettere e non mettersi in discussione (fenomeno diffusissimo a livello sociale, almeno qui da noi, pensiamo anche alla politica, per esempio, o alla difesa dei diritti civili… quanti si schierano apertamente?).

Avere il coraggio di analizzare, riconoscere e dichiarare i propri sentimenti, indipendentemente dal risultato immediato e materiale che otteniamo, significa vivere pienamente. Soffrire nel vederli non compresi o calpestati ne è, molto spesso, la conseguenza, sarei disonesta se non lo dicessi e non lo dichiarassi. Altrimenti non ne avremmo così tanta paura, non ne saremmo terrorizzati come, in effetti, siamo.

Chi mi conosce bene sa che io non sono e non sarò mai una di quelle che sceglie la strada più facile, quella del quieto vivere, quella che ti fa stare tranquillo nel tuo piccolo limbo. Chi mi conosce bene sa che, quando si tratta di sentimenti, mi sono sempre esposta, che non sopporto di tenerli incatenati o relegarli in un angolino profondo ed oscuro dove solo io li posso vedere. Di conseguenza non sopporto di riscontrare questo negli altri mentre, invece, mi capita di vederlo sempre di più ogni giorno. Non so perché siamo diventati incapaci di riconoscere, ed ammettere anche con noi stessi, ciò che proviamo. Ma so che non mi piace e che farò sempre di tutto per tirarlo fuori da me stessa e da chi ha la (s)fortuna di starmi intorno.

E poi, insomma, potete anche ascoltarvi Vecchioni. Certe cose le dice sicuramente molto ma molto meglio di me!