Category: Cinema


L’amore reale

C’è un momento particolarmente felice, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in cui sono stati prodotti alcuni film che, forse, sono significativi solo per me ma, probabilmente, diranno qualcosa anche ad altri. Credo che, in parte, certe cose si leghino indissolubilmente ad un momento particolare della nostra vita, assumendo significati più o meno pregnanti proprio in base alle nostre esperienze, al di là del valore intrinseco che hanno.

Ma indipendentemente da quale possa essere il motivo ritengo che proprio in quegli anni siano usciti due film che hanno la capacità di raccontare l’amore in una maniera estremamente realistica e di dire su di esso delle verità che vanno al di là della finzione filmica o del romanticismo con cui ci piace (e molto!) veder narrato questo sentimento e che trovo attualissimi ancora oggi (perché uomini e donne sono sempre gli stessi, nonostante i progressi e i regressi sociali).

Perché al cinema andiamo, indiscutibilmente, per sognare, per uscire dalla nostra realtà, per vivere più vite, come se questo servisse ad amplificare la nostra, ma al cinema andiamo anche per vederci riflessi. A volte ci può piacere, altre molto meno (quando ci raccontano lo sporco e il marcio che abbiamo dentro) ma è quell’effetto catartico di cui abbiamo un gran bisogno e di cui ci ha dato definizione Aristotele nella sua Poetica in riferimento alla tragedia classica. Ne riflettevamo altrove e, spesso, tendiamo a sottovalutare questo secondo aspetto dell’esperienza filmica che io ritengo altrettanto importante rispetto al primo. Migliaia di volte ho sentito persone chiedere consigli su film dicendo esplicitamente di voler vedere qualcosa di leggero, disimpegnato e continuo a non comprendere come si possa fare questa distinzione, decidere di spegnere il cervello per lo spazio di un paio d’ore ma, probabilmente se non sicuramente, sono io quella strana. Io, di solito, l’unica distinzione che faccio è tra film belli e film brutti e stop.

Ma sto andando fuori tema. Torniamo all’amore. Una storia d’amore al cinema, in un modo o nell’altro, riescono a ficcarcela sempre, perfino nei film più improbabili. Ma parlare davvero dell’amore, in maniera credibile e realistica, è una delle cose più difficili che ci sia. Perché è facilissimo cadere nella retorica e altrettanto facile lasciarsi trasportare dall’idea romantica che ne abbiamo perché, spesso, è molto più bello l’amore sognato ed immaginato di quello reale e quotidiano a cui tocca fare i conti con la vita che non è sempre così facile da portare avanti.

I due film a cui mi riferisco sono Harry ti presento Sally di Rob Reiner e Paura d’amare di Garry Marshall. Due film, apparentemente, molto diversi tra loro per trama e genere ma, in realtà, accomunati dalla stessa voglia di approfondire e scandagliare il sentimento amoroso.

Do per scontato che tutti conosciate i film in questione e che li abbiate ben presenti (in caso contrario dovete recuperarli e vederli perché è un peccato mortale non farlo!) io personalmente li conosco praticamente a memoria da quante volte li ho visti. Harry ti presento Sally credo che contenga alcuni dei migliori dialoghi mai scritti. Ne cito solo qualcuno, altrimenti rischio di esaurire tutto il post esclusivamente per questo!

  • Se uno ti accompagna all’aeroporto è chiaro che è all’inizio di una relazione, ecco perché io non accompagno nessuno all’aeroporto all’inizio di una relazione. Perché alla fine le cose cambiano, e tu non l’accompagni più all’aeroporto, e io non voglio sentirmi dire: “Come mai non mi accompagni più all’aeroporto?” (Harry)
  • Harry: Ti rendi conto, vero, che non potremo mai essere amici.
    Sally: Perché no?
    Harry: Beh, ecco… e guarda che non ci sto provando in nessunissimo modo. Uomini e donne non possono essere amici, perché il sesso ci si mette sempre di mezzo.
    Sally: No, non è vero, io ho tantissimi amici maschi e il sesso non c’entra per niente.
    Harry: Non è così.
    Sally: Sì, invece.
    Harry: No, invece.
    Sally: Sì, invece!
    Harry: Tu credi che sia così.
    Sally: Stai dicendo che io ci vado a letto senza accorgermene?
    Harry: No, sto dicendo che loro vogliono venire a letto con te.
    Sally: Non è vero.
    Harry: È vero.
    Sally: Non è vero!.
    Harry: È vero.
    Sally: E come lo sai?
    Harry: Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.
    Sally: Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?
    Harry: No, di norma vuole farsi anche quella.
    Sally: Ma se lei non vuole venire a letto con te?
    Harry: Non importa, perché il click del sesso è già scattato, quindi l’amicizia è ormai compromessa e la storia finisce li.
    Sally: Credo che non saremo amici, allora.
    Harry: Credo di no.
    Sally: Ah, è un peccato. Eri l’unica persona che conoscevo a New York
  • No, no no no no, non l’ho mai detto! … Sì, hai ragione, non possono essere amici. Cioè, se tutti e due stanno con qualcun altro allora sì, è l’unico emendamento alla regola d’oro: “Se due persone stanno con altri la possibilità di un coinvolgimento diminuisce”. E non funziona lo stesso, perché allora la persona con cui stai non capisce perché devi essere amico della persona di cui sei solo amico, come se mancasse qualcosa al rapporto e dovessi andare a cercartelo fuori. E quando dici “no, no, no, non è vero, non manca niente al rapporto”, la persona con cui stai ti accusa di essere segretamente attratto dalla persona di cui sei solo amico, il che probabilmente è vero. Insomma parliamoci chiaro, vale la regola d’oro, si abolisce l’emendamento: uomini e donne non possono essere amici. Vieni a cena con me? (Harry)
  • Ti amo quando hai freddo e fuori ci sono 30 gradi. Ti amo quando ci metti un’ora a ordinare un sandwich. Amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo. Mi piace che dopo una giornata passata con te sento ancora il tuo profumo sui miei golf, e sono felice che tu sia l’ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo, e non è perché è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile. (Harry)
  • Jess: Un matrimonio non finisce mai solo per un’infedeltà: quello è un sintomo che qualcos’altro non va.
    Harry: Ah, sì? Beh, quel sintomo si scopa mia moglie
  • Sto dicendo che l’uomo giusto per te forse è lì che ti aspetta: e se non lo acchiappi tu lo farà qualcun’altra, e passerai il resto della tua vita sapendo che un’altra donna ha sposato tuo marito (Marie)

A parte essere completamente d’accordo sul fatto che uomini e donne non possano essere amici (teoria peraltro quotidianamente confutata dal piccolo particolare che, nella realtà, di amici maschi ne ho un sacco…) ritengo che questo film, pur adottando il tono della commedia, riesca ad analizzare perfettamente le dinamiche dei rapporti uomo donna, da come nascono a come si sviluppano, arrivando a rappresentare in maniera estremamente realistica le differenti reazioni dei due sessi. E proprio su questo si basa la scena fondamentale del film dopo che Harry e Sally, finalmente, vanno a letto insieme. Entrambi si accorgono che questo evento cambia tutto tra loro e mette le cose su un altro piano e, a questo punto, che succede? Sally accetta la cosa ed è pronta a viverla mettendosi in gioco mentre Harry pensa bene di fuggire. E’ chiaro che queste sono reazioni istintive infatti, alla fine, è Harry il primo che si accorge di essere veramente innamorato di Sally e fa di tutto per conquistarla. Però, secondo me, questa primissima reazione è esemplare proprio perché non è filtrata dal ragionamento e rispecchia tantissimo quello che succede nella realtà. Ed è estremamente realistico anche il successivo comportamento di Sally che, ferita dall’atteggiamento di Harry e sentendosi rifiutata, chiude completamente qualsiasi possibilità, non riesce a perdonare né a prendere in considerazione il fatto che la reazione dell’uomo non abbia a che fare con un rifiuto di una relazione tra loro ma, semplicemente, dallo sconcerto per quello che è accaduto che non era assolutamente premeditato. Harry si accorge subito dell’errore ma Sally non perdona. Anche questo è un atteggiamento tipico femminile perché una donna ferita va subito in difesa e si chiude (poi una, se ne è consapevole, può uscire da questo meccanismo ma è insito veramente nella natura femminile e resta inconscio nella maggior parte dei casi) lasciando ben poche possibilità di recupero al malcapitato. Ma, alla fine, proprio perché si innesca questo meccanismo, Harry ci regala una delle più belle dichiarazioni d’amore cinematografiche che è quella riportata anche sopra, tra le citazioni (insieme a questa, altrettanto bella e, non a caso, contenuta in un altro splendido film di Reiner, Storia di noi due che andrebbe anche questo citato quando si parla d’amore ma che sarebbe fuori tema qua perché racconta i meccanismi che portano alla fine di una storia).

Paura d’amare, invece, è un film di un genere completamente diverso. E’ sempre classificabile come commedia anche se il tono è certamente amaro e malinconico. In questo caso la cosa più interessante è il comportamento femminile. Frankie passa quasi tutto il film a rifiutare Johnny e non perché non sia attratta da lui ma perché ha troppa paura di lasciarsi andare. E per una volta il titolo italiano è molto migliore di quello originale, che si limita a riportare i nomi dei due protagonisti Frankie & Johnny e ad alludere alla canzone, perché sottolinea il tema del film che racconta quanto, le esperienze pregresse, rendano difficile abbandonarsi ad un sentimento che dovrebbe essere tutto meno che riflessione (ed è proprio perché, in molti casi, ci riflettiamo troppo che ci precludiamo tante occasioni. Poi, c’è da dire, che è perché riflettiamo poco che accettiamo tante unioni sbagliate, ma questo è un altro discorso…). Anche in questo caso assistiamo ad un uomo innamorato che tenta in tutti i modi di conquistare una donna che lo rifiuta e lo fa con una costanza ed una caparbietà ammirevoli. Ma quello che deve scardinare per permettere a Frankie di lasciarsi andare è pesante perché lei esce da un passato di violenza che rimuovere è impossibile (ed è toccante il momento in cui lui dice a lei che cancellerà quel passato e lei, in lacrime, gli dice che nessuno può farlo. Allora Johnny ci regala una battuta stupenda affermando che è vero che nessuno può farlo ma è altrettanto vero che lui ci sarà per affrontare insieme a lei ogni dolore futuro). Ma basta molto meno di questo per accettare di abbandonarsi ad una persona, per mettersi a nudo, per decidere di farsi conoscere fino in fondo. Ed in questo credo proprio che uomini e donne siano simili e che non sia una questione di genere ma solamente di esperienze. Più esperienze negative si sono avute e più difficilmente riusciremo ad ignorarle e a concedere fiducia, convinti che tanto le cose andranno sempre allo stesso modo, che non ci sarà possibilità di riscatto. E questo è, sicuramente, anche legato all’età. Più ci abituiamo a stare soli e più riteniamo che debba essere la nostra condizione naturale. E, infatti, anche nel film l’età dei protagonisti è estremamente importante e viene sottolineata più volte (36 lei e 45 lui).

E questa paura, più di tutte, credo che sia ciò che oggi riesce a rovinare quasi tutti i rapporti, che ci spinge a diffidare gli uni degli altri, che ci impedisce di conoscerci e di lasciarci conoscere. Lo dico ovunque e lo dirò sempre perché ne sono profondamente convinta: ogni volta che riusciamo a mettere da parte tutto questo allora riusciamo a vivere pienamente, a dare il giusto valore agli altri e i rapporti che ne derivano sono quelli che più ci arricchiscono e ci segnano.

E Paura d’amare ha il grande merito di descrivere questa paura, di renderla evidente, di contestualizzarla e di mostrarci un qualcosa in cui non abbiamo difficoltà a riconoscerci, sempre che possediamo l’onestà intellettuale di ammetterlo.

La meraviglia

Il cinema è meraviglia. Non solo e non necessariamente ma, alla sua origine, questo era e, per gran parte dell’infanzia di ognuno di noi, questo è rimasto.
I primi film al cinema li guardavamo a bocca aperta e con lo sguardo sognante. Ci trovavamo catapultati in un altro mondo e in un’altra dimensione e ci affidavamo, ci lasciavamo trasportare. Da adulti abbiamo cominciato a fare attenzione ad altre cose. Abbiamo amato il realismo delle storie e la descrizione dei personaggi, abbiamo cominciato ad apprezzare gli aspetti tecnici ed imparato a valutarli, ci siamo soffermati su storie che avessero qualcosa da dire o ci insegnassero ciò che non sapevamo.

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Ma quella sensazione di meraviglia non è scomparsa. La conserviamo in un qualche luogo intimo dentro di noi e tendiamo a dimenticarcene (o, almeno, tanti tendono a farlo, ma c’è pure chi se ne fa un vanto e se la coltiva con fierezza).

Pacific Rim (2013)

[Pacific Rim, USA 2013, Azione, durata 131′]   Regia di Guillermo Del Toro
Con Charlie Hunnam, Idris Elba, Rinko Kikuchi, Charlie Day, Ron Perlman, Max Martini, Clifton Collins jr.,Robert Kazinsky, Robert Maillet, Burn Gorman, Diego Klattenhoff, Heather Doerksen, Lance Luu, Charles Luu, Mark Luu

Poi vai a vedere un film come Pacific Rim, l’ultima fatica di Guillermo Del Toro e tutte le tue difese cadono miseramente. Ti trovi catapultato in un altro mondo e non hai neppure il tempo di pensare a cosa stai assistendo. Le immagini si susseguono lasciandoti a bocca aperta e con lo sguardo sognante perché non puoi riflettere, non puoi fermarti a pensare. Sei costretto a stare anche tu dentro uno Jaeger a condividere il pensiero e i ricordi con qualcuno. Sei costretto a combattere per sopravvivere e senti addosso tutto il peso della responsabilità della salvezza del mondo.

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E per il tempo della visione torni a provare quella meraviglia che pensavi di aver salutato per sempre con la fine dell’infanzia.
Fosse solo per questo Pacific Rim meriterebbe la visione. Ma Del Toro non si limita a questo. Del Toro è un regista che ha rispetto per lo spettatore e per il suo lavoro. In questa pellicola tutto funziona come dovrebbe e la cura nella caratterizzazione dei personaggi, la solidità della regia, la bellezza della fotografia, le magnifiche scelte coreografiche dei combattimenti, la coerenza della sceneggiatura non sono mai messe in secondo piano e, se il lato estetico risulta totalmente appagato, nondimeno lo è quello intellettuale. Perché, se guardando un film del genere ci riscopriamo bambini è comunque vero che non lo siamo più. Altrimenti, probabilmente, ci basterebbero i blockbuster di Emmerich, Bay e Snyder e non avremmo bisogno di cercare niente di più.

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Del Toro riesce a creare un immaginario altro, qualcosa che è vicino a qualcosa che abbiamo già visto ma non è mai mera ripetizione. Con lui c’è sempre un elemento in più, un fattore che ne sancisce l’originalità e che contribuisce a costruire un nuovo immaginario fantastico, diverso da quello a cui siamo abituati. Dei robot giganti tutti li abbiamo già visti in Transformers. Dei mostri preistorici sono ciò a cui ci ha abituato Godzilla. Il potere della mente era già ben presente in Matrix e il potere dei ricordi in Inception. Ma tutto questo non ha nulla a che vedere con ciò a cui assistiamo in Pacific Rim. C’è anche tutto questo ma c’è un oltre difficilmente definibile senza scomodare la parola genio.
Correte a vederlo.

Raramente capita di uscire dal cinema e di avere la consapevolezza di aver appena visto un capolavoro. L’ultima volta mi era accaduto con Drive di Nicolas Winding Refn e ancora prima con La donna che canta di Denis Villeneuve. Recentemente mi è accaduto di nuovo per merito di Come pietra paziente di Atiq Rahimi.

Come pietra paziente (2012)

[Syngue sabour, Francia, Germania, Afghanistan 2012, Drammatico, durata 98′]   Regia di Atiq Rahimi
Con Golshifteh Farahani, Hamid Djavdan, Hassina Burgan, Massi Mrowat
Una stanza. Un uomo ridotto in stato vegetativo da un proiettile conficcato nel collo. Una donna che, per la prima volta nella sua vita, si sente libera di raccontarsi. Fuori una guerra che dura da troppo tempo.
Non serve altro. Non serve altro né per raccontare la trama di questo film né per dirigere una pellicola che non può lasciare indifferenti.
Sono dovuta tornare a vedere il film di Rahimi perché la prima visione mi aveva lasciata abbacinata dalla bellezza delle immagini e dalla forza delle parole che, come un fiume in piena, sgorgano dalle labbra della magnifica protagonista. Parole represse a lungo da una cultura che considera la donna alla stregua di un oggetto, incapace di decidere della sua vita e, spesso, merce di scambio per gli affari dell’altra metà della società, quella maschile. Una società, a detta della stessa protagonista, capace solamente di fare la guerra per nascondere l’incapacità di amare. Uomini che non possono permettersi di farsi vedere deboli, o fragili, o inesperti, anche quando non riescono a nasconderlo. Uomini che non esitano a punire, umiliare, prevaricare perché, appunto, incapaci di amare, di dimostrare amore.
E’ un film estremamente femminile quello di Rahimi, tanto che, durante la visione, ero convintissima che il regista o, almeno, il soggetto fosse di una donna. Invece no. E questo colpisce ancora di più perché, alla fine della visione, non si può non rimanere disgustati da ciò che gli uomini sono capaci di fare.
E’ un film coraggioso Come pietra paziente. Perché ha il coraggio di scegliere la luce e le parole come linguaggio predominante. Il lunghissimo racconto della protagonista riempie tutta la pellicola e sarebbe stato molto facile suscitare noia nello spettatore. Invece non succede mai. Perché è evidente la forza delle parole pronunciate dalla donna; è evidente la verità che viene fuori in tutta la sua forza dirompente perché non può essere ignorata. Perché quando si ha il coraggio di tirarla fuori la verità non può più essere nascosta.

Mestierante di pregio

Questo conferma di essere Scott Derrickson: un pregevole mestierante. E lo dico senza nessunissima accezione negativa perché di gente che sappia fare il suo mestiere ce n’è sempre più bisogno in ogni campo. D’altra parte non tutti possono fregiarsi dell’appellativo di geni e, molti, sono convinta, neppure aspirino ad esserlo.

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Ma gente come Derrickson conosce il proprio lavoro e tutti gli strumenti che gli mette a disposizione.

Sinister (2012)

[Sinister, USA 2012, Horror, durata 110′]   Regia di Scott Derrickson
Con Ethan Hawke, Vincent D’Onofrio, James Ransone, Fred Dalton Thompson, Clare Foley, Cameron Ocasio, Victoria Leigh, Juliet Rylance, Michael Hall D’Addario, Blake Mizrahi

Un film come Sinister (e, prima di questo, The Exorcism of Emily Rose) dimostra che ancora oggi è possibile girare un buon horror nel pieno rispetto di tutte le regole classiche del genere senza pretendere di rinnovare alcunché ma mirando a fare un prodotto di qualità, con grande rispetto per lo spettatore. Spettatore che si siede sulla poltroncina del cinema sapendo esattamente cosa aspettarsi e trovando, alla fine, esattamente cosa si era aspettato. Punto. Vi pare poco? A me no perché, come ci tengo a sottolineare, Derrickson ha, prima di tutto, grande rispetto per lo spettatore e fa la scelta ben precisa di non ingannarlo con trucchetti dozzinali ed effetti inutili ma gira con rigore ed impegno, scena dopo scena, un film curato e ben confezionato ma mai vuoto. Perché in Sinister c’è pure una trama, non particolarmente originale, ma ben costruita ed orchestrata. Ci sono personaggi, anch’essi non originali, ma ben scritti e recitati con convinzione (davvero in parte Ethan Hawke, la cui recitazione, in altre occasioni, ha lasciato un po’ a desiderare). Ci si spaventa anche con Sinister, soprattutto in certe scene che hanno il potere di inquietare non poco chi le osserva. E, alla fine, si torna a casa soddisfatti.

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Per quanto mi riguarda l’unica cosa che trovo veramente fastidiosa nella produzione horror di questo regista è l’uso del sonoro sempre invadente e grossolano, in netto contrasto con tutto il resto che è comunque misurato ed efficace. Ma, a parte questo piccolo particolare, ritengo Sinister un film davvero ben riuscito e Derrickson un regista da tenere d’occhio perché ti dà esattamente ciò che promette. E non è poco.

Livornesità

Difficile cogliere veramente il carattere di un luogo. Eppure ci sono luoghi che possiedono un grande carattere. Lo puoi cogliere solo se ci vivi dentro, se ci stai immerso per un po’ di tempo.

Se poi ci sei nato di quel carattere ti accorgi bene quando ti allontani. È strano ma a volte può fare molto di più la distanza che la vicinanza. Quando senti dentro di te un vuoto che non capisci da cosa è lasciato probabilmente ti stai consapevolizzando di qualcosa che rivestiva un’importanza fondamentale senza che tu te ne accorgessi. Io ho capito molto di più il carattere della mia terra d’origine da quando sto a Firenze di quanto lo capissi abitando nella provincia livornese. Perché riesco molto meglio a cogliere le differenze. È una consapevolezza per sottrazione.

Nessuno come Virzì è riuscito a rappresentare la livornesità. Nei suoi film c’è tutto il sapore della sua terra, l’amore ma, soprattutto, l’odio. Ma il capolavoro, in tal senso, è L’uomo che aveva picchiato la testa, il documentario da lui diretto nel 2009 che, con la scusa di parlare di Bobo Rondelli, parla, in realtà, della sua città. Ed è chiarissimo: Virzì la sua città la odia. E ti fa capire che chiunque sano di mente non può fare altro che odiarla. Ma quanto amore in questo odio! È un po’ come quando, in certi periodi della vita, si odiano i genitori. Si prova a dare la colpa a qualcun altro dei propri fallimenti. Per mettersi il cuore in pace e non prendersi le proprie responsabilità. Ma perché odiare Livorno? Per dirla con Vinicio Capossela:

perché Livorno dà gloria 
soltanto all’esilio 
e ai morti la celebrità 

Che poi è un po’ quello che dice anche Virzì. Livorno è ingrata. È una città che non ti offre nulla ma che ti imprigiona, ti impedisce di vivere, ti lascia invischiato in lei e non ti permette di esprimerti. C’è bisogno di andare, di partire, per cogliere lo struggimento che questa città ti trasmette. Non per niente i grandi personaggi legati a Livorno sono spesso pieni di livore ed assolutamente malinconici. Penso allo stesso Rondelli, cantautore irriverente capace di grande malinconia, a Modigliani (a cui mi ha fatto pensare lois), pittore di sguardi assenti, a Piero Ciampi, altro cantautore arrabbiato e profondamente triste.

Ma la Livorno che preferisco è un’altra. La Livorno che preferisco è quella splendidamente descritta da Giorgio Caproni, poeta che, personalmente, adoro. La Livorno di Caproni è luminosa, carica di quella malinconia dolce dei ricordi, è piena di vita e di giovinezza, profuma di mare. Caproni associa alla sua città soprattutto la figura della madre Anna che si figura da giovane, ancora prima che lui nascesse. Il poeta parla della madre come parlerebbe della donna amata e questa sua passione è commovente. Ho già citato una sua poesia che è quella che meglio descrive le sensazioni di cui parlavo. Ma ne riporto anche un’altra, più breve, altrettanto bella.

Sono donne che sanno
così bene il mare

che all’arietta che fanno
a te accanto al passare

senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele

e alle labbra d’arselle
deliziose querele.

Le rime semplici e quasi infantili di Caproni si adattano perfettamente alla leggerezza della giovinezza che il poeta descrive con estrema passione. L’ideale sarebbe leggere i Versi livornesi camminando per le strade della città per assaporare veramente queste poesie e coglierne la profondità. E, magari, nel frattempo, ascoltando la più bella canzone scritta su questa città che è, senza ombra di dubbio, Madame Sitrì di Bobo Rondelli (sì, lo so che l’ho già citata nel meme ma, magari, a qualcuno era sfuggita 😉 ).

E voi? Quale è il carattere delle vostre città? Chi è che meglio lo ha rappresentato (in arte, musica, sport, cinema e tutto ciò che vi viene in mente!)? Potrebbe venirne fuori un bello scambio 😉

N.d.A. Pregasi i napoletani di trovare spunti più originali di Pino Daniele, Renato Carosone, Totò, Toni Servillo e simili! Ché voi ne avete così tanti di personaggi illustri che solo per elencarli tutti non basterebbe un post! (ma non ho dubbi sulla vostra originalità 😉 )

Eh lo so che i confronti non si dovrebbero mai fare. Ma questo ce l’ho in testa da quando ho saputo che i Taviani avevano vinto l’Orso d’oro a Berlino. Per cui perdonatemi ed abbiate pazienza.

Sono finalmente riuscita a vedere Cesare deve morire. Dico finalmente perché -lo devo ammettere- l’ho un po’ voluto evitare. Fin da quando ho saputo del film e di cosa parlava sono stata critica nei confronti dei Taviani. Perché da subito ho pensato che la pellicola fosse una scopiazzatura del bellissimo e sottovalutatissimo film di Ferrario. In fondo il tema delle due pellicole è davvero molto simile. Entrambi sono ambientati in un carcere (Rebibbia per i Taviani e quello di Torino per Ferrario). Entrambi utilizzano veri detenuti come attori principali (praticamente tutti in quello dei Taviani che si pone più sul filone del documentario mentre la pellicola di Ferrario vanta anche molte presenze di attori professionisti). Entrambi adottano l’escamotage della rappresentazione teatrale per porre l’accento sulla condizione carceraria e sul fondamentale concetto di libertà. Ma, per fortuna, le somiglianze finiscono qui.

Tutta colpa di Giuda è un riuscitissimo connubio tra musical e teatro in cui la messa in scena ha una sua importanza centrale e dove la rappresentazione teatrale della Passione di Cristo riveste un ruolo cardine ma non unico nella sceneggiatura. È un film che racconta sostanzialmente l’evoluzione e la presa di coscienza di un personaggio (la convincente Kasia Smutniak) che, attraverso l’esperienza consumata in carcere, cresce e matura fino ad operare delle scelte che influenzeranno anche la sua vita. Tale evoluzione è sottolineata e scandita dall’allestimento della rappresentazione teatrale che cambia e si trasforma in base all’approfondimento che la giovane regista fa sui testi sacri e alle riflessioni parallele sulla vita carceraria dei suoi attori improvvisati. Tutto diventa simbolo nel film di Ferrario e l’integrazione con le canzoni che scandiscono sia l’allestimento dello spettacolo che la vita dei suoi protagonisti è perfetta in questo contesto. Il Giuda a cui fa riferimento il titolo è sì il personaggio evangelico che con il suo bacio ha tradito Gesù ma è anche un simbolo ben preciso. Giuda è l’infame, il traditore, quello che preferisce nascondersi nell’ombra e tradire piuttosto che affrontare il suo avversario a viso aperto. Quella di Giuda finisce per essere la parte che nessuno dei detenuti vuole recitare. E se pare impensabile rappresentare la Passione senza Giuda l’eliminazione del concetto di colpa sostituito da quello di redenzione costituisce, in realtà, la svolta del film e del percorso umano della sua protagonista.

Nel film dei Taviani siamo su tutto un altro piano. La componente principale della pellicola è quella del metacinema in cui i personaggi recitano contemporaneamente sia la loro parte nella tragedia rappresentata che la parte di se stessi. Non c’è passaggio, non c’è cesura in Cesare deve morire. I protagonisti passano dalla recitazione dell’opera di Shakespeare a quella della loro vita vera senza soluzione di continuità, tanto da lasciare il dubbio allo spettatore se le battute pronunciate sullo schermo facciano parte della finzione o della realtà. E il messaggio che ne viene fuori è che, in fondo, questo non ha molta importanza. Perché ci sono opere eterne che parlano della vita, di passioni sempre attuali pur facendolo con un linguaggio aulico (bellissima la scelta dei registi di far pronunciare le battute agli attori ognuno nel proprio dialetto, scelta che contribuisce a confondere il piano della rappresentazione con quello della realtà).

Ma la vera rivoluzione di Cesare deve morire, quella che fa gridare al capolavoro è un’altra. I Taviani fanno cinema. Anzi Cinema (la maiuscola è d’obbligo!). Il linguaggio da loro adottato è prettamente e prepotentemente cinematografico. La scelta delle inquadrature, delle scenografie in cui sono girate le varie scene, l’alternarsi di colore e bianco e nero sono tutti elementi che fanno parte dello specifico filmico e nulla hanno a che fare con il teatro. Lo sguardo con cui i due registi osservano i propri attori improvvisati è quello  precipuo della settima arte, non v’è dubbio alcuno. Il teatro, il metalinguaggio, la rappresentazione di una tragedia universale sono tutte scuse per fare cinema. Niente viene detto né spiegato nella pellicola dei Taviani. Lo spettatore rischia più volte di confondere i piani e di interpretare in maniera errata i personaggi. Ma nessuno potrà esimersi dalla consapevolezza di stare assistendo ad un’opera cinematografica. E questa scelta -scusate- ma è davvero da standing ovation.

Imprescindibile

Esistono film che non è possibile recensire. Perché quando li guardi non riesci in nessun modo a percepirli come un film. Non vedi la regia. Non vedi la fotografia. Non senti la musica. E non ti accorgi neppure di come recitano gli attori. Perché c’è qualcosa di più importante che non riesci proprio ad ignorare, anche se vorresti. Vorresti con tutto il cuore non aver visto, non dover sapere. Ma non puoi.

Forse è difficile comprendere tutto questo senza l’imprescindibile visione di Diaz, l’ultimo film di Daniele Vicari. Partiamo da questo assunto: Diaz è un film che va visto. Mai come in questo caso si può parlare di film necessario. E questa necessità non ha niente a che vedere con il cinema. Perché, come dicevo sopra, non lo so se Diaz è un bel film. Non ne ho assolutamente idea perché mi mancano totalmente gli elementi che mi consentirebbero di giudicarlo dal punto di vista cinematografico. Nella visione della pellicola non ho notato nessuna di quelle cose che, normalmente, mi permettono di valutare la riuscita o meno di un film. Ero troppo occupata a piangere e tremare, ve lo giuro. E non solo io. Ho già detto da un’altra parte che adoro vedere i film al cinema per l’atmosfera che si respira nella sala cinematografica, per la comunione della visione con estranei. Per la prima volta nella vita ho sentito applaudire in sala al di fuori di un evento festivaliero. Perché le emozioni che scatena questa visione, alla fine, devono in qualche modo esplodere e deflagare e un applauso liberatorio, spesso, è il modo migliore per farlo.

Devo riuscire a spiegare perché è necessario vedere questo film. Non sarà facile. Ci provo.

Vedere sullo schermo una mattanza gratuita ed immotivata come quella della scuola Diaz e realizzare che non stai guardando un film o, meglio, che non stai guardando solo un film, ma che quello che ti stanno raccontando è successo davvero qui, nel nostro Paese che si suppone civile e democratico, poco più di dieci anni fa (ieri, in termini storici), è insostenibile. Vedere la manifestazione chiara della violenza insita nella natura umana ed accorgersi di essere impotenti di fronte al suo propagarsi è terribile. Fa piangere e tremare, appunto. Come piangono e tremano i ragazzi del film totalmente increduli di fronte a ciò che sta succedendo loro. Perché non ci si può capacitare di una cosa del genere. Perché accettare una cosa del genere significa perdere irrimediabilmente la propria umanità.

E non è un fatto di buoni o cattivi. Ci tengo a precisarlo. Né di schieramenti politici. Perché in Diaz, per fortuna, di politico non c’è nulla. E in questo vedo veramente una scelta registica. C’è chi ha visto in questa caratteristica un difetto. Chi avrebbe voluto un film più politico. Per me non è così. Diaz è un film sulla natura umana ed in questo risiede la sua forza. Ogni altro elemento avrebbe distratto da questo messaggio.

Diaz andrebbe proiettato nelle scuole. Perché è la nostra storia.

Perché quando hai 20 anni e ancora credi in qualcosa così tanto da voler manifestare, da voler esprimere il tuo punto di vista, da credere davvero che questo potrà ancora portare a dei cambiamenti non puoi venire massacrato ed umiliato senza ragione.

A questo proposito ancora più male del massacro della Diaz fa assistere alle violenze e alle umiliazioni consumate nella caserma Bolzaneto. Perché se è comprensibile (assolutamente non giustificabile) che, in una perquisizione con centinaia di persone coinvolte e con la tensione accumulata nei giorni del G8 ed in seguito all’assassino di Carlo Giuliani, si possa arrivare a perpetrare quel genere di violenze gratuite contro persone indifese resta però incomprensibile (oltre che disumano) che in una caserma si possa arrivare a ledere i diritti umani fino all’umiliazione e alla tortura, fisica e verbale. E non in Afghanistan o in Cina. Qui. Dietro casa nostra. Di questo non si può riuscire a capacitarsi in nessun modo.

Guardatelo. E poi provate a dimenticarlo, se ci riuscite.

Ancora sullo zio Stevie

(segue dal post precedente)

Riguardano Rose Madder le altre indiscrezioni trapelate recentemente. E in questo caso si può tranquillamente parlare di una prima volta in quanto il romanzo scritto dal Re nel 1995 non ha finora conosciuto adattamenti cinematografici. Adesso pare che Naomi Sheridan (figlia del più famoso Jim Sheridan e sceneggiatrice di In America girato proprio dal padre) stia lavorando alla sceneggiatura. Per ora di questo adattamento non si sa altro. Tra l’altro Rose Madder è uno dei libri dello zio Stevie che non ho mai letto quindi, per me, più il progetto viene posticipato e meglio è 😉

E veniamo alla penultima notizia che riguarda le trasposizioni cinematografiche di lavori di King. In questo caso si tratta di un progetto ancora più ambizioso e complesso dell’adattamento de L’ombra dello scorpione. Al centro di tutto è il regista Ron Howard, qui in veste di produttore, che ha coinvolto Brian Grazer, Akiva Goldsman e lo stesso Stephen King nella trasposizione della saga de La Torre Nera. Attualmente il progetto è stato notevolmente ridimensionato per problemi di budget ma, inizialmente, erano previsti tre film per il grande schermo tratti dalla saga e due miniserie per la tv. Attualmente si parla di un solo film diretto proprio da Ron Howard a cui seguiranno gli altri solo in caso di successo al botteghino. La notizia positiva, però, è la presenza di Javier Bardem nel ruolo di Roland Deschain, protagonista della saga. Anche se la notizia è stata confermata e poi smentita in varie occasioni è una di quelle anticipazioni che fanno gola e che potrebbero contribuire a dare qualità al prodotto. Anche in questo caso la complessità della trama e delle sottotrame nonché i numerosi riferimenti ad altri romanzi del Re rende l’operazione piuttosto complessa. Inoltre Ron Howard, pur essendo un regista di solido mestiere, non ha, secondo me, l’estro necessario per ridimensionare cotanto materiale e renderlo a misura di schermo. Spero vivamente di venire smentita e che ne venga fuori un piccolo capolavoro 😉

E finiamo questa carrellata di anticipazioni con la notizia più ghiotta. È ormai iniziata la lavorazione del remake di Carrie lo sguardo di Satana di Brian De Palma. Il fatto che in questo caso si parli di remake del film di De Palma e non di adattamento dal romanzo di Stephen King è il primo punto a sfavore di questa operazione. Questo perché, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l’opera di De Palma si pone come opera autoriale a tutti gli effetti, distaccandosi dal lavoro dello zio Stevie e reinterpretandolo attraverso uno sguardo, quello del regista, che più cinefilo non si potrebbe. Temo che, se di remake si tratta, il romanzo di King, in questo caso, possa entrarci veramente il giusto. Più probabilmente il film diventerà una rilettura dell’opera di De Palma allontanando ancora di più l’originale kinghiano. Va detto però che più fonti riportano che l’intenzione è quella di aderire più fedelmente al romanzo di King ma, in questo caso, non avrebbe senso parlare di remake.

Per quanto riguarda i nomi che sono venuti fuori sono senz’altro interessanti. Alla regia ci sarà Kimberly Peirce, la regista di Boys Don’t Cry, interessantissima pellicola del 1999 che affronta il tema dell’identità sessuale e che ha come protagonista una bravissima e ancora poco conosciuta Hilary Swank. Per quanto riguarda la sceneggiatura è stata affidata a Roberto Aguirre-Sacasa, autore televisivo conosciuto soprattutto per la serie Glee.

Il ruolo della protagonista, dopo che erano trapelati i nomi di Megan Fox e Hailee Steinfeld, è stato affidato a Chloë Moretz, recentemente vista in Hugo Cabret di Scorsese. Per il ruolo che fu di Piper Laurie, invece, si parla di Jodie Foster (ce la vedrei benissimo!) o di Julianne Moore.

Per finire vi lascio con l’immagine del fan poster realizzato come locandina per il nuovo adattamento di Carrie che ha entusiasmato perfino la regista che ha deciso di postarla sulla sua pagina di Facebook. Che ne dite? A me sembra piuttosto suggestiva anche se un po’ troppo patinata.

Fan poster di Carrie di Kimberly Peirce

Qualche news kinghiana

Avvertenza. Ho iniziato a scrivere questo post come semplice aggiornamento su alcune notizie che riguardano prossime uscite di film tratti da romanzi di Stephen King. Doveva essere un post veloce, un semplice aggiornamento. Poi mi sono resa conto di avere superato le 1000 parole in un lampo! Così ho deciso di essere magnanima, non tediarvi e dividerlo in due 😉

In questo periodo di arresto della lettura de L’ombra dello scorpione non crediate che non abbia continuato a tenermi aggiornata sullo zio Stevie e sulle notizie che lo riguardano. E’ da un po’ di tempo che trapelano varie cose soprattutto sul fronte cinema. La prima riguarda proprio L’ombra dello scorpione dato che le ultime indiscrezioni danno ormai certa la realizzazione di un film tratto dal libro. Fino ad ora solo Mick Garris nel 1993 aveva avuto il coraggio di affrontare la trasposizione del romanzo più amato dai fan del Re. Lo aveva fatto con una serie tv in quattro puntate che, sebbene personalmente io non abbia ancora visto, si dice da più parti essere un prodotto del tutto insoddisfacente. E la cosa non stupisce affatto dato che il materiale presente nel romanzo è tantissimo (e non solo per le dimensioni ma anche per il numero dei personaggi e la struttura della storia) e difficilmente trasportabile sullo schermo senza perderne lo spirito.

Tempo fa si fece anche il nome di George A. Romero per un adattamento cinematografico del romanzo e pare che lo stesso King ne fosse entusiasta. Ma poi sembra che l’autore de La notte dei morti viventi si sia tirato indietro e non è dato saperne il motivo.

Dopo che la Warner ne ha acquistati i diritti ha affidato la regia a David Yates, regista di quattro degli otto film di Harry Potter, che si era dichiarato entusiasta dell’impresa in quanto grandissimo estimatore di King. Tra l’altro sarebbe stato affiancato dal suo sceneggiatore di fiducia Steve Kloves con il quale aveva già iniziato a lavorare al progetto. I motivi per cui i due, ad un certo punto, si sono ritirati sarebbero da ricercare proprio nella complessità e nella stratificazione del romanzo e nel fatto che, pur essendo sostanzialmente un romanzo d’avventura, in realtà è quasi del tutto privo di scene d’azione. Yates stesso avrebbe dichiarato:

Ciò che amo del lavoro di King e de L’ombra dello scorpione è il fatto che Stephen King ti fa davvero entrare nelle vite di queste persone, vedi il mondo da un livello intimo e umano. Ma realizzare un film così costoso da questo materiale è pressante, e poi mancavano quelle scene d’azione straordinarie che invece ci sono nei libri di Potter, ed ero preoccupato che alla fine non avrei realizzato il film che lo studio sperava. Forse una miniserie l’avrei vista possibile, una interessante, complessa, stratificata e divertente storia a lungo termine, ma per me mancavano i grossi momenti, le scene d’azione.

Da qui all’abbandono del progetto il passo è stato breve. Ed è a questo punto che si è cominciato a fare il nome dell’attore Ben Affleck come regista della trasposizione. Diciamo subito che la mia stima di Affleck come regista è inversamente proporzionale alla mia opinione di lui come attore. A livello di recitazione riesco a sopportarlo ben poco, lo devo ammettere. Lo trovo statico ed inespressivo. Ma all’esordio dietro la macchina da presa si è dimostrato un regista consapevole dei propri mezzi e tutt’altro che banale. Gone Baby Gone, il suo lungometraggio di esordio, è un film solido e dolente che affronta argomenti non facili e che si avvale di un cast di tutto rispetto. Ho sentito parlare molto bene anche del suo secondo film The Town che, però, non ho ancora visto. Insomma la scelta di Affleck dietro la macchina da presa di L’ombra dello scorpione non mi dispiace affatto.

Accanto ad Affleck lavora lo sceneggiatore David Kajganich che, per King, aveva già sceneggiato It e Pet Sematary, con risultati abbastanza deludenti, in realtà. Sono curiosa di vedere che cosa ne verrà fuori anche se resto convinta che un adattamento cinematografico di questo romanzo sia pressoché impossibile.

È curioso che, più o meno nello stesso periodo, siano cominciate a trapelare notizie anche sull’adattamento del romanzo di King più affine a L’ombra dello scorpione, vale a dire The Dome. In questo caso tutto è partito da Steven Spielberg che in agosto ha acquistato i diritti cinematografici del libro cominciando subito a cercare uno sceneggiatore. Pare che, alla fine, lo abbia trovato in Brian K. Vaughan, fumettista e autore di alcune puntate di Lost (e questo, personalmente, mi fa ben sperare!). In questo caso parliamo di una serie televisiva e non di un film per il grande schermo. Forse anche questa è una notizia positiva dato che, negli ultimi tempi, pare che le cose migliori si riescano a vedere proprio in tv. Anche in questo caso staremo a vedere anche perché qui manca ancora un’ipotesi sul nome del regista, per cui mi riservo di valutare la cosa quando ci saranno più elementi da poter analizzare. Certo è che The Dome è un romanzo che ben si presta ad essere portato sullo schermo perché ha forti elementi di spettacolarità che, se ben realizzati, sono convinta che potranno rendere benissimo a livello cinematografico anche se limitatamente alla visione domestica. E poi Spielberg è una garanzia, almeno per me.

(to be continued…)

La leggerezza della malattia

Ho guardato la data del mio ultimo post e mi sono stupita che sia passato quasi un mese. Alcune volte la vita va veramente troppo veloce perché io riesca a starle dietro!

Non ho scritto ma, in compenso, mi sono guardata un sacco di film, ho letto un mucchio (no, non libi, purtroppo…) ma, soprattutto, ho fatto un sacco di cose. Adesso vediamo se riesco un po’ a rallentare per poterne anche parlare in questo piccolo spazio che, comunque, si sta allargando sempre di più (almeno come numero di visite, a giudicare dalle statistiche di WordPress…).

50 e 50

[50/50, USA 2011, Commedia, durata 99′]   Regia di Jonathan Levine
Con Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston, Julia Benson, Jessica Parker Kennedy, Beatrice King, Marie Avgeropoulos, Philip Baker Hall

Attenzione! Contiene spoiler

50 e 50 - Locandina

50 e 50 è esattamente la misura di quanto questo film mi abbia convinta. Infatti se, da una parte, si fa apprezzare la scelta coraggiosa di affrontare un tema così serio come il cancro utilizzando i toni della commedia, dall’altra bisogna ammettere che la pellicola sfiora, in più di un’occasione, la noia.

50 e 50 - Anna Kendrick e Joseph Gordon-Levitt

Questo non significa che non abbia ravvisato spunti interessanti in questo film indipendente che, dopo aver ricevuto il premio del pubblico al Torino Film Festival dello scorso anno, ha convinto, più o meno unanimemente, sia pubblico che critica. Il tocco lieve della commedia riesce nell’intento di alleggerire una sceneggiatura drammatica che porta a confrontarsi con una malattia che lascia il 50 percento di probabilità di sopravvivere (a questo allude il titolo italiano, per una volta identico a quello originale e certamente più accattivante di quello provvisorio che faceva diretto riferimento alla malattia) e certi momenti del film fanno sorridere e, nello stesso tempo, riflettere. Ma c’è qualcosa che evidentemente non funziona in tutto il meccanismo e quello che viene fuori, alla fine, è un film che rischia molto presto di finire nel dimenticatoio.

50 e 50 - Seth Rogen, Anna Kendrick, Anjelica Huston e Serge Houde

Quello che sicuramente salva la pellicola è la presenza di Seth Rogen (qui anche nelle vesti di sceneggiatore e produttore per un progetto molto personale e fortemente voluto). L’attore statunitense, ormai osannato oltreoceano ma ancora poco apprezzato da noi, costruisce un personaggio sopra le righe, sfrontato, infantile, casinista ma anche capace di infinita tenerezza ed insolita profondità, come si vede soprattutto in una delle ultime e più riuscite scene del film nella quale si presta a medicare la cicatrice dell’amico con evidente riluttanza.

E tutto il film è, in qualche modo, un’esaltazione dell’amicizia tra questi giovani uomini apparentemente così diversi ma, in realtà, estremamente affini. Il personaggio interpretato da Joseph Gordon-Levitt (una faccia così particolare che non può non rimanere impressa. Io non la dimentico dai tempi del bellissimo Mysterious Skin di Gregg Araki, pellicola cupa ed inquietante che affronta il difficilissimo tema della violenza sui bambini) è quello di un individuo mite e passivo, che pare vivere la sua vita come se non lo riguardasse fino al momento della scoperta della malattia, si contrappone a quello interpretato da Seth Rogen, apparentemente privo di profondità ma, in realtà, capace di forti slanci quando si tratta di difendere l’amico con le unghie e con i denti dall’insensibile fidanzata (una Bryce Dallas Howard cinica e superficiale) e dalla stessa malattia (delicatissima la scena in cui Adam trova nel bagno dell’amico un libro che spiega come affrontare il cancro).

50 e 50 - Bryce Dallas Howard e Joseph Gordon-Levitt

Infine un ulteriore nodo focale del film è costituito dal rapporto di Adam con la famiglia di origine costituita da una madre invadente ed apprensiva (un’Anjelica Huston invecchiata e poco espressiva sebbene incensata un po’ da tutta la critica per questo ruolo) ed un padre colpito da Alzheimer che non si rende conto di ciò che sta accadendo. Centrale, a questo proposito, ciò che dice la psicoterapeuta che guida Adam nell’affrontare la malattia e che finirà per innamorarsene (Anna Kendrick, sempre più deliziosa dopo la convincente interpretazione della gradevole commedia di Reitman Tra le nuvole): prima di giudicare tua madre pensa a come deve essere per lei la vita con un figlio che a stento le parla e un marito che quasi non la riconosce. Da questo momento il protagonista farà un percorso che lo porterà anche a vivere in modo diverso il rapporto con i propri genitori.

E alla fine della visione e nonostante il lieto fine risulta difficile non commuoversi neppure un po’ di fronte all’evidente paura della morte che prende il protagonista nel momento in cui sta per affrontare l’operazione che ne decreterà la guarigione o la prematura scomparsa. A questo punto ti aspetti il lieto fine ma hai il dubbio e la paura che possa non arrivare.