Category: Letture


Permesso? Si può?

Non faccio neppure il conto di quanti giorni sono passati dal mio ultimo post. Mi prende male solo a pensarci!

Ma tutti questi giorni passati (che sono una realtà innegabile ed imprescindibile) non fanno altro che dimostrare ed avvalorare la premessa con la quale aprii questo blog: sono irrimediabilmente incostante!

Diciamo che il progetto di Liquida non è proprio proprio abbandonato… Preferisco pensarlo congelato in attesa di tempi migliori (che forse non verranno mai ma questo è un dettaglio irrilevante eh!).

Però.

Però capita che, ogni tanto, butto un occhio sulle statistiche. E vedo che, comunque, ogni giorno qualcuno di qui ci passa. Sarà un caso. Saranno navigatori smarriti nel web. Sarà che qualcuno è rimasto affezionato a questo spazio. Sarà che il blog ha ancora quotazioni abbastanza buone sui motori di ricerca. Non so. E neppure mi interessa più di tanto sapere. Ma questo mi ha fatto venire in mente che magari a qualcuno che non mi segue abitualmente potrebbe interessare sapere che non scrivo solo qui. E allora volevo informare quel qualcuno che da pochissimo (e, spero, ancora a lunghissimo) mi può trovare anche in un altro spazio virtuale di recente inaugurazione. Lì si parla di cinema. Esclusivamente di cinema. Ma anche di letture legate al cinema, in effetti. E un po’ anche di infanzia.

Se tutto questo vi incuriosisce passate a trovarmi anche su cinema condiviso, il sito scritto interamente a due mani da me e da Viga1976. I commenti sono graditissimi, come sempre.

Ci vediamo di là!

Un libro, a volte, diventa il libro

Questo post non può che essere dedicato a Pietro che mi ha detto di leggerlo senza dirmi di leggerlo. Così siamo uno ad uno. E lui sa perché.

Ormai, da tempo, mi sono abituata a valutare la bellezza di un libro dal numero di brani che mi viene voglia di ricopiare. Sono sempre stata un’accanita collezionista di brani di libri. Mi piace annotarmi frasi ed interi periodi che mi sono piaciuti e mi piace rileggerli per riscoprire le medesime sensazioni della prima volta. Un tempo riempivo quaderni così. Poi sono passata ai file sul pc. Adesso, nell’era dei social, trovo molto più comodo utilizzare un Tumblr (questo).

Il medico di corte di Per Olov Enquist 2001

Questa premessa per dire che de Il medico di corte di Per Olov Enquist avrei ricopiato l’intero romanzo.

Quante volte capita di trovare un libro perfetto? Dove neppure una frase o una parola sono fuori posto? Dove tutto scorre come deve scorrere e da cui non ti staccheresti neppure un attimo? Pochissime. Che io ricordi, recentemente, mi è successo con La tredicesima storia di Diane Setterfield e con l’assoluto Moby Dick di Melville. Sono pochi i libri del genere ma quando li incontri non puoi dimenticarli. Vorresti rileggerli appena chiusi e non faresti altro che consigliarli a chiunque capiti, anche a chi ti passa accanto per strada. Che poi non sai neppure esprimere bene il perché e stenti a capirlo persino tu.

Ma se provi a definirlo parti sempre dal modo di scrivere che è imprescindibile per designare un semplice libro come capolavoro (anche se ti periti sempre un po’ ad usare questa parola e, se lo fai, di solito, la sussurri). Ed Enquist scrive da Dio. Punto. Non c’è altro da aggiungere. Sa essere diretto, ironico, romantico, sensuale, coinvolgente, stimolante, sa creare suspense ed attesa. Il passaggio continuo dal passato al futuro degli avvenimenti che racconta è un espediente perfetto per tenere alta la tensione, per stimolarti ad andare avanti con la lettura, per farti partecipare della sorte dei personaggi.

I personaggi, appunto. Altro elemento fondamentale per amare alla follia un romanzo è quello di trovare dei personaggi che ti facciano venire voglia di conoscerli di persona, che sia per conversare con loro sorseggiando una tazza di tè o per innamorartene perdutamente o, semplicemente, per abbracciarli stretti perché comprendi perfettamente tutte le loro debolezze e fragilità. I personaggi di questo romanzo sono così. Perché io mi sono perdutamente innamorata di Struensee e della sua caparbietà e ho sofferto in maniera indicibile osservando re Cristiano VII, la sua viva intelligenza repressa, la sua dolcezza, la sua fragilità trasformata, a suon di punizioni corporali, in follia. E ho amato Caroline Mathilde, la regina, con la sua consapevolezza di essere donna ma, allo stesso tempo, con la sua sfrontatezza che diventa sfida nei confronti di chi utilizza il potere per reprimere ogni anelito di umanità. Tutti i personaggi che Enquist mette in campo sono estremamente veri, con qualità e debolezze di ogni uomo e, proprio per questo, impossibili da dimenticare.

Infine la storia. Un romanzo per appassionarti deve narrare una bella storia. Non che sia necessario, ci sono bellissimi romanzi che non raccontano assolutamente nulla ma… volete mettere una bella storia? Una di quelle che hai voglia di raccontare a qualcuno e che hai voglia di sapere come va a finire (ve lo dico subito: in questo caso malissimo! Uno dei finali più strazianti che romanzo possa avere…). E Il medico di corte è così: racconta una bella storia. Perché è la storia di un sogno, di un’utopia, destinata a scontrarsi con una realtà che fa di tutto per annientarla e, apparentemente, ci riesce. Ma si possono annientare le idee? E’ possibile farle morire come si fa morire un uomo? La risposta è tutta lì, nelle poco più di 400 pagine di questo meraviglioso libro.

Assolutamente da leggere.

Livornesità

Difficile cogliere veramente il carattere di un luogo. Eppure ci sono luoghi che possiedono un grande carattere. Lo puoi cogliere solo se ci vivi dentro, se ci stai immerso per un po’ di tempo.

Se poi ci sei nato di quel carattere ti accorgi bene quando ti allontani. È strano ma a volte può fare molto di più la distanza che la vicinanza. Quando senti dentro di te un vuoto che non capisci da cosa è lasciato probabilmente ti stai consapevolizzando di qualcosa che rivestiva un’importanza fondamentale senza che tu te ne accorgessi. Io ho capito molto di più il carattere della mia terra d’origine da quando sto a Firenze di quanto lo capissi abitando nella provincia livornese. Perché riesco molto meglio a cogliere le differenze. È una consapevolezza per sottrazione.

Nessuno come Virzì è riuscito a rappresentare la livornesità. Nei suoi film c’è tutto il sapore della sua terra, l’amore ma, soprattutto, l’odio. Ma il capolavoro, in tal senso, è L’uomo che aveva picchiato la testa, il documentario da lui diretto nel 2009 che, con la scusa di parlare di Bobo Rondelli, parla, in realtà, della sua città. Ed è chiarissimo: Virzì la sua città la odia. E ti fa capire che chiunque sano di mente non può fare altro che odiarla. Ma quanto amore in questo odio! È un po’ come quando, in certi periodi della vita, si odiano i genitori. Si prova a dare la colpa a qualcun altro dei propri fallimenti. Per mettersi il cuore in pace e non prendersi le proprie responsabilità. Ma perché odiare Livorno? Per dirla con Vinicio Capossela:

perché Livorno dà gloria 
soltanto all’esilio 
e ai morti la celebrità 

Che poi è un po’ quello che dice anche Virzì. Livorno è ingrata. È una città che non ti offre nulla ma che ti imprigiona, ti impedisce di vivere, ti lascia invischiato in lei e non ti permette di esprimerti. C’è bisogno di andare, di partire, per cogliere lo struggimento che questa città ti trasmette. Non per niente i grandi personaggi legati a Livorno sono spesso pieni di livore ed assolutamente malinconici. Penso allo stesso Rondelli, cantautore irriverente capace di grande malinconia, a Modigliani (a cui mi ha fatto pensare lois), pittore di sguardi assenti, a Piero Ciampi, altro cantautore arrabbiato e profondamente triste.

Ma la Livorno che preferisco è un’altra. La Livorno che preferisco è quella splendidamente descritta da Giorgio Caproni, poeta che, personalmente, adoro. La Livorno di Caproni è luminosa, carica di quella malinconia dolce dei ricordi, è piena di vita e di giovinezza, profuma di mare. Caproni associa alla sua città soprattutto la figura della madre Anna che si figura da giovane, ancora prima che lui nascesse. Il poeta parla della madre come parlerebbe della donna amata e questa sua passione è commovente. Ho già citato una sua poesia che è quella che meglio descrive le sensazioni di cui parlavo. Ma ne riporto anche un’altra, più breve, altrettanto bella.

Sono donne che sanno
così bene il mare

che all’arietta che fanno
a te accanto al passare

senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele

e alle labbra d’arselle
deliziose querele.

Le rime semplici e quasi infantili di Caproni si adattano perfettamente alla leggerezza della giovinezza che il poeta descrive con estrema passione. L’ideale sarebbe leggere i Versi livornesi camminando per le strade della città per assaporare veramente queste poesie e coglierne la profondità. E, magari, nel frattempo, ascoltando la più bella canzone scritta su questa città che è, senza ombra di dubbio, Madame Sitrì di Bobo Rondelli (sì, lo so che l’ho già citata nel meme ma, magari, a qualcuno era sfuggita 😉 ).

E voi? Quale è il carattere delle vostre città? Chi è che meglio lo ha rappresentato (in arte, musica, sport, cinema e tutto ciò che vi viene in mente!)? Potrebbe venirne fuori un bello scambio 😉

N.d.A. Pregasi i napoletani di trovare spunti più originali di Pino Daniele, Renato Carosone, Totò, Toni Servillo e simili! Ché voi ne avete così tanti di personaggi illustri che solo per elencarli tutti non basterebbe un post! (ma non ho dubbi sulla vostra originalità 😉 )

Di libri. E di me.

Come Gre che mi ha preceduta e come anticipato nei commenti a questo post di Lady Lindy mi cimento volentieri in questo meme libresco che sta facendo il giro della blogsfera. Si tratta di descriversi attraverso i libri che ci piacciono e che abbiamo letto in 30 punti. Cercherò di non essere banale e non girare ossessivamente su una manciata di titoli ma di variare, se mi riesce 😉

Andiamo a cominciare.

1. Il tuo libro preferito

In assoluto mi riesce sempre difficile dirlo. Ma sicuramente il primo libro che mi viene in mente, se ci penso, è Jane Eyre di Charlotte Bronte.

2. La tua citazione preferita

È’ un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Anna Frank

3. Il tuo personaggio preferito di un libro che hai letto

Probabilmente Levin di Anna Karenina di Tolstoj. Adoro quell’uomo!

4. Il libro più brutto che tu abbia mai letto

Come per il più bello mi riesce molto difficile dirlo. Se per brutto si intende scritto in uno stile che non mi piace ne ho tantissimi, da Il codice Da Vinci di Dan Brown (lo definirei di stile ricattatorio) a Tu mio di Erri De Luca. Ma se per brutto si intende quello che mi ha fatto stare male per l’argomento trattato e per il modo in cui lo tratta non ho dubbi: Lettera ad un bambino mai nato di Oriana Fallaci.

5. Il libro più lungo che tu abbia mai letto

Non ho fatto un confronto di pagine ma credo proprio che sia It di Stephen King (1328 pagine). Ma adoro i romanzi lunghi quindi potrebbero essercene molti altri che lo eguagliano per numero di pagine 😉

6. Il libro più corto che tu abbia mai letto

La morte della Pizia di Durrenmat (68 pagine), se si escludono i numerosi libri per bambini che, spesso, sono tipo di 10 pagine!.

7. Il libro che ti descrive

Non credo che esista. Ma credo che i miei pensieri si avvicinino molto a quelli del già citato Levin. Per quanto riguarda il mio modo di sentire, però, è sicuramente pericolosamente vicino a quello di Moby Dick di Melville 🙂

8. Un libro che consiglieresti

Sicuramente L’ombra dello scorpione dello zio Stevie. A chiunque.

9. Un libro che ti ha fatto crescere

Niente al pari de Il diario di Anna Frank. E continua a farmi crescere ogni volta che trovo il coraggio di rileggerlo.

10. Un libro del tuo autore preferito

Non credo di avere un autore preferito. Di sicuro ne ho almeno tre. Perché sono tre gli autori che, ogni volta che li leggo, riescono inevitabilmente a trasmettermi qualcosa. Sono Stephen King, Alessandro Baricco e Victor Hugo.

11. Un libro che prima amavi e che ora odi

Non ho mai cambiato così radicalmente idea su un libro. Ci sono libri che un tempo leggevo volentieri e che, adesso, non ho più voglia di leggere, come quelli di Dacia Maraini, ad esempio. Ma, di sicuro, non posso dire che ora non mi piacciono.

12. Un libro che non ti stancherai mai di rileggere

Tanti. Per non citare sempre gli stessi dico Uccelli di rovo di Coleen McCollough.

13. Il libro che in questo momento hai sulla scrivania

L’ombra dello scorpione di Stephen King (ma va’?)

14. Il libro che stai leggendo in questo periodo

Prove per un incendio di Shalom Auslander è uno di quelli che (non) sto leggendo. Ma, come al solito, non mi limito mai ad un solo libro.

15. Apri il primo libro che ti capita tra le mani ad una pagina a caso e inserisci la foto e la prima frase che ti salta agli occhi

La carta più alta di Marco Malvaldi

I quattro vecchietti erano entrati nella stanza un’oretta prima, in ordine sparso, ognuno con una seggiola sotto il braccio, dando solo un’occhiata per accertarsi, probabilmente, dell’assenza del dottor Berton. 

16. La tua copertina preferita

Questa storia di Alessandro Baricco

17. Il personaggio con cui ti vorresti scambiare di posto per un giorno

Jane per incontrare Rochester o Laura per incontrare Walter 😉

18. Il primo libro che hai letto

Non lo ricordo assolutamente. Ma il primo che mi è rimasto impresso è sicuramente Il mago di Oz di Baum.

19. Un libro il cui film ti ha deluso

Qui c’è l’imbarazzo della scelta! Quasi tutti, direi. Forse il peggiore è la traspo9sizione di It di Tommy Lee Wallance.

20. Un libro dove hai ritrovato un personaggio che ti rappresentasse

Come ho già detto non ho mai trovato in un libro un personaggio che mi rappresentasse completamente. Ci sono delle cose di determinati personaggi che ritrovo anche in me ma non posso dire che mi rappresentino completamente. Per tanti aspetti mi sento affine a Jo March di Piccole donne di Louise May Alcott.

21. Un libro che ti ha consigliato una persona importante per te

Tokyo Blues. Norwegian Wood di Haruki Murakami. E a mia volta l’ho consigliato io ad una persona molto importante per me 😉

22. Un libro che hai letto da piccola

La storia infinita di Michael Ende. L’ho voluto leggere subito dopo aver visto e amato il film.

23. Un libro che credevi fosse come la gente ne parlava e invece sei rimasta o delusa o colpita

Più delusa che colpita, di solito. Il primo che mi viene in mente è L’eleganza del riccio di Muriel Barbery. Continuo a non capire come non si riesca a coglierne la superficialità.

24. Il libro che ti fa fuggire dal mondo

Non so… forse tutta la saga dei Malaussène di Pennac. Perché mi fa desiderare di far parte di quella strampalata famiglia.

25. Un libro che hai scoperto da poco

Ho scoperto da troppo poco tempo Moby Dick di Melville. Vorrei averlo letto da adolescente perché ha una dimensione epica che, secondo me, è perfetta per quell’età.

26. Un libro che conosci da sempre

Devo citare ancora Il mago di Oz che mi accompagna da anni. Ha la copertina tutta rotta e le pagine si stanno irrimediabilmente scollando ma, per me, ha il sapore della mia infanzia.

27. Un libro che vorresti aver scritto

Sicuramente Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares di Pessoa. Quel modo di sentire mi appartiene a tal punto che, se sapessi scrivere, vorrei scrivere solo così!

28. Un libro che farai leggere ai tuoi figli

Il diario di Anna Frank. Perché è imprescindibile per chiunque. Credo che si sia capito 😉

29. Un libro che devi ancora leggere

Uno? Stiamo scherzando? Non riesco neppure a contarli! Ma uno che voglio assolutamente leggere e aspetto solo il momento giusto per farlo è I Miserabili di Victor Hugo.

30. Un libro che ti ha commosso

Trilogia della città di K. di Agota Kristof. Non so se si possa parlare di vera commozione. Più che altro mi ha spiaccicata al suolo per la sua crudezza!

Ecco. Qui c’è molto di me. E adesso, rileggendo il tutto, mi rendo conto di quanti libri importanti siano rimasti fuori da questo elenco. Ma è inevitabile quando si devono compiere delle scelte.

E voi? Quali sono i vostri libri? Quelli importanti che vi rappresentano e vi completano? Quelli che dicono qualcosa di voi o raccontano ciò che vorreste essere o che vorreste fare?

Pietas

Mi è capitato di rileggere questo libro perché è un perfetto libro da borsa e io ne ero alla disperata ricerca dopo aver finito Allegro occidentale. Come? Cos’è un libro da borsa? Ma mi pare ovvio! Un libro di dimensioni e peso relativi e non troppo complesso nella trama. Un libro che ci si possa portare dietro (in borsa, appunto) e leggere nelle più disparate occasioni (in fila alla posta, nella sala d’aspetto del dottore, al cinema prima dell’inizio del film, bloccati nel traffico etc…). Ebbene, nel cercare nella mia libreria un libro da borsa mi sono imbattuta ne La metamorfosi letto ormai diversi anni fa. Lo ricordavo con piacere e ho valutato che una rilettura non mi sarebbe dispiaciuta.

La metamorfosi

di Franz Kafka

Attenzione! Contiene spoiler.

Sebbene ricordassi abbastanza bene la trama di questo romanzo breve di Kafka non ricordavo affatto la sensazione che lascia assistere, come lettore, alla disavventura di Gregor Samsa. O, forse, stavolta ho provato sensazioni che non ho provato durante la mia prima lettura dell’opera. Non lo so. Fatto sta che la vicenda narrata mi ha profondamente scossa, colpita e commossa. Non ricordavo assolutamente le reazioni dei familiari di fronte alla metamorfosi avvenuta nel protagonista. Avevo completamente rimosso le sensazioni di disgusto e di terrore descritte così minuziosamente da Kafka e suscitate dalla vista dell’enorme insetto in cui Gregor si è trasformato nottetempo. Non ricordavo la sofferenza che Gregor prova nel non vedersi riconosciuto da coloro che, sopra a tutti, dovrebbero amarlo. Non ricordavo neanche che i familiari avessero provato un vero e proprio sollievo nell’apprendere la morte del disgustoso insetto che, ormai, per loro non era più né figlio né fratello. E, infine, non ricordavo neppure il particolare della mela conficcata nella corazza che ricopre la schiena di Gregor e lasciata lì, lentamente, a marcire, per giorni (ma questo particolare, adesso, credo che lo ricorderò per sempre!).

Si prova una pena infinita per il protagonista leggendo le poche pagine che dalla metamorfosi lo conducono alla morte. Ci si commuove per l’inutilità dei suoi sforzi e si piange la sua triste sorte ancor prima che si consumi. Perché, da subito, si capisce che la morte di Gregor è l’unica soluzione possibile, che non ci può essere altra conclusione che un ritorno alla normalità fingendo che lui non sia mai esistito.

Gregor muore in solitudine pur se circondato dai suoi familiari. E la sua morte è, per tutti, una liberazione. Per i genitori e la sorella che potranno tornare alla loro vita normale senza il fardello di questo segreto da nascondere. Ma anche per Gregor che, ormai, ha capito di non avere più un posto nel suo mondo, nella realtà che credeva di conoscere così bene.

E Kafka, con la sua scrittura precisa e partecipe, riesce a far accettare al lettore una vicenda impossibile come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se chiunque di noi, svegliandosi domattina, potesse ritrovarsi trasformato in uno scarafaggio gigante.

Ma la cosa più bella della scrittura di Kafka è che l’autore riesce a commuovere non tanto nel descrivere i pensieri del suo protagonista o le sensazioni che prova, quanto piuttosto nel farcelo immaginare visivamente, nel farci figurare il divario tra l’aspetto assunto da Gregor dopo la metamorfosi e la normalità del mondo che lo circonda. Sono le immagini che lo scrittore è così abile a descrivere che fanno male ancora di più delle parole.

Mi ci sono voluti tre libri per capire se Francesco Piccolo come scrittore mi piacesse o meno. Era evidente, fin dal nostro primo incontro, che c’era qualcosa nella sua maniera di scrivere che mi attirava ma era altrettanto evidente che non mi convinceva del tutto. C’è nel suo modo di raccontare una sorta di arroganza mista ad autocompiacimento che, indubbiamente, infastidisce. Almeno fino a quando non ti rendi conto che non è un atteggiamento ma che è proprio il suo modo di essere ed ecco che proprio questa caratteristica, all’inizio così fastidiosa, comincia a farsi interessante o, quanto meno, ad incuriosire.

Allegro occidentale

di Francesco Piccolo

Allegro occidentale è una sorta di guida turistica… al contrario. Perché più che stimolarti a compiere un viaggio in uno dei tanti luoghi esotici descritti dal suo autore ti disincentiva a farlo! Perché nei vari Paesi visitati da Piccolo ne capitano di tutti i colori e, alla fine, ne deriva un ritratto impietoso sia della pratica del turismo di massa sia dell’italiano come cittadino, contrapposto agli abitanti degli altri Paesi del mondo.

Ma il punto di vista dell’autore è sempre molto personale (per non dire egocentrico); di solito, infatti, la contrapposizione è tra lui e gli altri, italiani o stranieri che siano. Spesso si delineano situazioni in cui ci troviamo Piccolo versus resto del mondo e proprio da questo paradosso nasce spontanea la risata.

Dimenticavo, si ride molto in questo libro (due brani valgono sicuramente la lettura, quello iniziale in cui Piccolo viene scambiato per Nicolas Cage e quello delle sue peripezie all’Ikea). Si ride per le situazioni paradossali in cui il protagonista si trova ma, ancora di più, per le riflessioni che l’autore fa. D’altra parte proprio in questo consiste la forza di questo scrittore: nel non vergognarsi né aver paura nel dire ciò che pensa anche quando questo è sgradevole o dichiaratamente controcorrente. Illuminante, da questo punto di vista, il brano in cui racconta del suo primo approccio con la prostituzione (non è dato sapere se sia stato anche l’ultimo), in cui descrive il modo di pensare, tipicamente maschile, di fronte a questo fenomeno sociale (se così possiamo definirlo…), l’essere coscienti che è sbagliato ma essere tentati dall’esperienza, il sapere che il sesso, in tutto questo, non c’entra nulla ma che si tratta solo di un rapporto economico salvo poi rimanerne delusi non appena si tocca la cosa con mano. Tutte queste pulsioni e pensieri contrastanti sono descritti in maniera minuziosa ed analitica dall’autore facendoci immedesimare completamente nella situazione.

Quello che di Piccolo attrae inevitabilmente è la sua spudorata sincerità. Piccolo non teme di essere sgradevole né antipatico ma, anzi, se ne fa quasi un vanto. E se questo atteggiamento, in un primo tempo, può lecitamente infastidire alla fine è proprio il suo punto di forza. E, forse, in fin dei conti, questo Allegro occidentale è proprio il suo romanzo più riuscito, lontano dall’estremizzazione di La separazione del maschio e dalla risata, a volte forzata, di Momenti di trascurabile felicità. Qui l’autore riesce nell’intento di farci sorridere ma anche riflettere su certi nostri comportamenti e su come gli altri li interpretano. Senza omissioni né censure.

Oggi mi sono imbattuta in questo brano. So che è lungo ma se avrete la pazienza di leggerlo la riflessione che ne scaturisce è interessante. Non riporto l’autore per non condizionare ben sapendo che in molti (non io!) lo odiano.

Scusate se uso ancora la musica classica, ma aiuta a capire: pensate come, in quella musica, il fatto che essa sia, in qualche modo, difficile è la garanzia del suo essere viatico per qualche posto nobile, elevato. Vi ricordate la Nona [n.d.a. di Beethoven], vero confine di ingresso alla civiltà di monsieur Bertin? Be’, quando la ascoltarono, i critici, per la prima volta, dico la prima, iniziarono a dire che forse, per capirla bene, si sarebbe dovuto risentirla. Adesso ci sembra normale, ma per i tempi era una bizzarria assoluta. A un ascoltatore di Vivaldi l’idea di risentire Le quattro stagioni per capirle doveva sembrare come la pretesa di rivedere dei fuochi d’artificio per capire se erano stati belli. Ma la Nona pretendeva questo: il gesto della mente che ritorna sul suo oggetto di studio e fatica, e accumula nozioni, e scende in profondità, e alla fine comprende. Ancora l’altro ieri, i nostri nonni faticavano dietro a Wagner, tornando ad ascoltarlo per innumerevoli volte, fino a quando non riuscivano a stare svegli fino alla fine, e a capire: e quindi, finalmente, a godere. Bisogna comprendere che questo genere di tour de force piaceva a monsieur Bertin, gli era assolutamente congeniale, e questo è facilmente spiegabile: la volontà e l’applicazione erano proprio le sue armi migliori, e, se vogliamo, erano ciò che faceva difetto a un’aristocrazia rammollita e stanca: se accedere al senso più nobile delle cose era una faccenda di determinazione, allora accedere al senso delle cose diventava quasi un privilegio riservato alla borghesia. Perfetto.
L’applicazione su larga scala – e in un certo modo la degenerazione – di questo principio (la fatica come lasciapassare per il senso più alto delle cose), ha prodotto il paesaggio in cui ci troviamo oggi. La mappa che noi tramandiamo dei luoghi in cui è depositato il senso, è una collezione di giacimenti sotterranei raggiungibili solo con chilometri di cunicoli faticosi e selettivi. Il semplice gesto originario del fermarsi a studiare con attenzione, si è ormai affinato a vera e propria disciplina, impervia e articolatissima. Nel 1824 potevi ancora pensare che per capire la Nona dovessi sentirla un’altra volta. Ma oggi? Avete in mente le ore di studio e di ascolto necessarie per creare quello che Adorno chiamava un “ascoltatore avveduto”, cioè l’unico in grado di apprezzare veramente il capolavoro? E avete in mente con quanta costanza si sia demonizzato qualsiasi altro modo di accostarsi al sommo capolavoro, magari cercandovi con semplicità il crepitio di una vita immediatamente percepibile, e dimenticando il resto? Come insegna la musica classica, senza fatica non c’è premio, e senza profondità non c’è anima.
Andrebbe anche bene così, ma il fatto è che ormai la sproporzione fra il livello di profondità da attingere e la quantità di senso raggiungibile è diventata clamorosamente assurda. Se vogliamo, la mutazione barbara scocca nell’istante di lucidità in cui qualcuno si è accorto di questo: se effettivamente scelgo di dedicare tutto il tempo necessario a scendere fino al cuore della Nona, è difficile che mi resti del tempo per qualsiasi altra cosa: e, per quanto la Nona sia un giacimento immenso di senso, da sola non ne produce la quantità sufficiente alla sopravvivenza dell’individuo. E’ il paradosso che possiamo incontrare in molti studi accademici: il massimo della concentrazione su uno spigolo del mondo ottiene di chiarirlo, ma ritagliandolo via da tutto il resto: in definitiva, un risultato mediocre (che te ne fai di aver capito la Nona, se non vai al cinema e non sai cosa sono i videogames?). E’ il paradosso che denunciano gli sguardi smarriti dei ragazzi, a scuola: hanno bisogno di senso, di semplice senso della vita, e sono anche disposti ad ammettere che Dante, per dire, glielo fornirebbe: ma se il cammino da fare è così lungo, e così faticoso, e così poco congeniale alle loro abilità, chi gli assicura che non moriranno per strada, senza mai arrivare alla meta, vittime di una presunzione che è nostra, non loro? Perché non dovrebbero cercarsi un sistema per trovare l’ossigeno prima e in modo a loro più congeniale?
Guardate, non è un problema di fatica, di paura della fatica, di rammollimento. Ve lo ripeto: per monsieur Bertin quella fatica era un piacere. Aveva bisogno di sentirsi stanco, quel tour de force lo rendeva grande, sicuro di sé. Ma chi ha detto che debba essere lo stesso per noi? E poi, sentire la Nona un paio di volte o Wagner una dozzina, è una cosa: leggere Adorno per andare al concerto, un’altra. Questa fatica è diventata un totem e una micidiale forca caudina da cui è necessario passare. Ma perché? Non va smarrita, in questa liturgia borghese, la semplice intuizione originaria per cui l’accesso al cuore delle cose era una questione di piacere, di intensità di vita, di emozione? Non sarebbe lecito pretendere che fosse di nuovo così? Non sarebbe giusto rivendicare un tipo di fatica che fosse dilettevole, per noi, come quella fatica era dilettevole per monsieur Bertin?
Così i barbari si sono inventati l’uomo orizzontale. Gli dev’essere venuta in mente un’idea del genere: ma se io impiegassi tutto quel tempo, quell’intelligenza, quell’applicazione a viaggiare in superficie, sulla pelle del mondo, invece di dannarmi a scendere in profondità? Non sarà che il senso custodito dalla Nona non diventerebbe visibile nel lasciarlo libero di vagare nel sistema sanguigno del sapere? Non è possibile che quanto di vivo c’è là dentro sia ciò che è in grado di viaggiare orizzontalmente, in superficie, e non ciò che, immobile, giace in profondità? Avevano davanti il modello del borghese colto, chino sul libro, nella penombra di un salotto con le finestre chiuse e le pareti imbottite: l’hanno sostituito, istintivamente, con il surfer.

Ecco, era proprio su questo che stavo riflettendo ultimamente. E come sempre le cose sono incredibilmente concatenate. Lo stavo pensando prima di leggerlo, prima di trovarmelo davanti descritto molto meglio di come avrei saputo fare io. Alla base di questo ragionamento c’è un assunto fondamentale: il fatale, socratico, inevitabile so di non sapere. Perché questo è il concetto basilare che connatura ogni processo di crescita. Perché solo la consapevolezza della propria ignoranza può spingerci a cercare, a studiare, ad essere curiosi, ad approfondire. Senza questa pulsione resteremmo nell’immobilismo compiaciuto della nostra ignoranza. Naturalmente senza esserne coscienti.

Ma torniamo alla riflessione. Nel brano che ho riportato (a proposito, l’amanuense, come sempre, ringrazia) si dice una cosa fondamentale: si parla del piacere dell’apprendimento. Ed è un fattore essenziale. Per anni, a scuola, ci è stato talmente inculcato il concetto che lo studio è un nostro dovere che molti di noi hanno finito per perdere di vista che l’acquisizione del sapere, la cultura, è, innanzitutto, un piacere. Se non è un piacere non ha nessun senso. Resta solo un vuoto involucro di erudizione che non ci serve a nulla, che non ci fa veramente crescere.

Ma quando ci rendiamo conto che scoprire cose nuove, apprendere, sapere, imparare sono tutti mezzi per farci provare, in qualche modo, piacere allora il gioco è fatto. E a questo punto non conta nulla se questo piacere lo si provi studiando per tutta la vita la Nona di Beethoven o spaziando dal cinema ai videogiochi. L’importante è che quello che facciamo ci faccia divertire aprendoci la mente. Poi ognuno si diverte a modo suo 😉

A chi non credeva potessi esserne capace…

Ossessione di Richard Bachman (1978)

Attenzione! Contiene spoiler

E dunque ho potuto riporre sullo scaffale della libreria anche il primo romanzo scritto da Richard Bachman. Nel farlo ho pensato, inevitabilmente, a quanto sarà sempre più difficile leggere questo romanzo per chi non ha la fortuna di possederne già una copia. E questo perché, come già ricordato, King stesso ha deciso di toglierlo dal commercio in seguito alla diffusione delle stragi nelle scuole degli Stati Uniti. È una decisione che mi ha dato molto da pensare perché, istintivamente, non l’ho trovata giusta, mi è sembrata una specie di ammissione di colpa.

Non avete idea di quante volte mi sia trovata a discutere sul collegamento tra libri, film, fumetti horror e stragi e omicidi. E mi sono sempre schierata dalla parte di chi pensa che non ci siano collegamenti diretti tra le due cose. E anche se sono d’accordo con chi dice che in una mente deviata basta una scintilla per far scattare la violenza ritengo che eliminare quella scintilla non sia possibile. Sarebbe come dire di tenere i bambini chiusi in casa perché la fuori c’è un mondo di pedofili pronti a ghermirli. È vero, ci sono persone così, persone apparentemente innocue (ma anche su questo avrei da ridire perché non credo affatto nella pazzia improvvisa ma ritengo che il male sia un qualcosa che scava dentro le persone poco a poco e progressivamente e anche se la manifestazione è, apparentemente, immotivata non è quasi mai così, in realtà) a cui verrebbe impedito di fare del male se si allontanasse da loro il pretesto per farlo ma credo che non sia in potere di nessuno allontanare questo pretesto per sempre. Prima o poi l’imprevisto ci mette lo zampino e in meno di un secondo fa deflagrare quello che noi, con tanti sforzi, ci siamo premuniti di allontanare.

Proprio perché la penso così ci sono rimasta un po’ male quando ho saputo che lo zio Stevie aveva deciso di ritirare Ossessione dal commercio, come se, nel farlo, avesse voluto ammettere, almeno in parte, la responsabilità del romanzo (e, per esteso, del genere) nei tristi fatti di cronaca noti a tutti. La mia perplessità è durata tutta (l’interminabile) lettura del romanzo. Perché volevo capire quale fosse questo potere eversivo di un libro del genere. E, alla fine, ho dovuto concludere che non ne ha. Perché, in fondo, la trama di Ossessione racconta ben altro che la pazzia di un ragazzo che, stanco dei soprusi degli adulti, uccide delle persone. Ossessione racconta quanto tutti noi siamo quel ragazzo. In ognuno di noi c’è un po’ di Charlie Decker. Perché non esiste al mondo persona che non si sia sentita ingabbiata in una vita e in un ruolo che non gli appartiene, che non abbia sognato, almeno una volta, di mollare tutto e di fuggire da queste costrizioni. Quello che fa Charlie nel romanzo è proprio questo, spinge i suoi compagni a guardarsi dentro e a tirare fuori le loro angosce, le loro paure, le loro insicurezze. E non è avventato il paragone che avevo fatto con il confessionale de Il Grande Fratello perché, in fondo, è proprio quello che la gente crede di trovare all’interno della Casa: la vita, le passioni e i problemi delle persone comuni. E poco importa se sono costruiti ad arte da degli sceneggiatori. L’importante è che siano verosimili. Ciò che spinge noi lettori di Ossessione ad assistere alle confessioni reciproche dei compagni di scuola di Charlie e gli spettatori del famoso reality ad osservare i loro beniamini nel confessionale è esattamente lo stesso tipo di pulsione. Tutto questo purché si resti nel verosimile. Ed è proprio questo il motivo per cui le ultime edizioni del Grande Fratello stanno perdendo grosse fette di pubblico, proprio perché si è voluto spingere troppo su un copione evidentemente scritto a tavolino ed esagerato, tanto che di verosimiglianza non ce n’è neppure l’ombra. Il pubblico non riesce più ad identificarsi con i personaggi sullo schermo e li abbandona. Sono finiti i tempi in cui le ragazze si dividevano equamente tra chi amava Cristina e tifava per la storia con Pietro e chi, invece, non la sopportava e la considerava noiosa. Allora i personaggi del reality erano archetipi facilmente riconducibili alla realtà quotidiana degli spettatori, adesso sono solamente macchiette, espressioni di ciò che qualcuno, a tavolino,  pensa che gli italiani siano, ma non è così. Non è più così. E questo darebbe il la ad un mucchio di altre considerazioni ma questo non è né il momento né il luogo adatto per farlo.

È osservando le diverse reazioni dei compagni di scuola di Charlie che ritroviamo anche un po’ delle nostre reazioni di fronte alla messa a nudo dei nostri sentimenti. Charlie, in fondo, non è il risultato degli omicidi che compie ma è il motore delle reazioni dei suoi compagni.

Mi spiego meglio. Quello che interessa a King osservare è proprio come ognuno si pone di fronte al gesto estremo compiuto da Charlie e non tanto, o non solamente, descrivere quello che Charlie fa.  E questo si capisce chiaramente dall’impostazione del romanzo in quanto tutto si compie all’inizio della storia mentre per la maggior parte del libro non succede nulla di concreto, nessuna azione. Neppure nel finale succede nulla e la storia si conclude quasi per inerzia, all’opposto di come era iniziata. In pratica tutto il libro è un’aspettativa delusa. Visto quello che King ci mostra all’inizio (il sequestro, gli omicidi) ti aspetti che non ci possa essere lieto fine e che o Charlie o qualcuno dei suoi compagni debba necessariamente morire. Ma questo non succede. Ed è questa la vera forza del romanzo. È questo che sembra dire Bachman/King al lettore: ti aspetti che quello che ti ho mostrato sia solo l’inizio di una catastrofe? E invece no. La vera catastrofe si è già consumata. Il resto è quello che ognuno di noi può trarre da questi avvenimenti. Il resto sono le nostre reazioni di fronte alla violenza, repressa o meno, poco importa.

5. L’ombra dello scorpione

Eccoci qua. Ieri sera, nonostante la febbre e il delirio (non esageriamo… però se non mi decido a restarmene a casa questa maledetta febbre non mi passerà mai!), sono riuscita a finire Ossessione, prima che diventasse per me quello che recita il suo titolo.
Ho trovato il finale un po’ debole, non lo ricordavo affatto (la prima cosa che, generalmente, dimentico di libri che leggo e film che vedo è proprio la trama) ma mi è sembrato piuttosto posticcio, come se King non se la sentisse di interrompere bruscamente la vicenda con la liberazione degli ostaggi da parte di Charlie e avesse, in qualche modo, bisogno di trovare una spiegazione a questa follia collettiva. E questo indebolisce la storia, a mio avviso. E’ come se, per le pagine finali, Bachman avesse lasciato il posto a King, ritirandosi in bell’ordine nell’antro dell’alter ego. Questa è l’impressione che ho avuto realmente.

Ma ora mi aspetta L’ombra dello scorpione. E riflettevo sul fatto che è proprio il romanzo perfetto da leggere nel periodo natalizio. In questi giorni, di solito, capita di riflettere sui grandi temi della propria vita, l’approssimarsi di un  nuovo anno genera inevitabilmente tali pensieri. E quale modo migliore che farlo riflettendo sul Bene e sul Male, le pulsioni primigenie che animano tutte le nostre azioni e scelte, e farlo insieme alle più belle parole scritte dallo zio Stevie? E, quindi, andiamo a cominciare. Vi riporto i dettagli della mia edizione.

  • Traduzione: Adriana Dell’Orto e Bruno Amato
  • Paperback 929 Pagine
  • ISBN-10: 8845246000
  • ISBN-13: 9788845246005
  • Editore: Bompiani (Best seller / Tascabili / Narrativa)
  • Data di pubblicazione: May 01, 2001

Nel confessionale

Man mano che vado avanti nella lettura di Ossessione mi sembra sempre più incredibile che un libro del genere sia stato scritto da un King uscito da poco dall’adolescenza. Perché implica una visione lucida e distaccata di una fase della vita e di un sistema di relazioni che è difficile avere a così poca distanza temporale.

E si nota bene, fin da questa sua prima opera, quale sia lo stile di Richard Bachman e quanto sia distante da quello di Stephen King. Bachman non lascia spazio alla comprensione e all’empatia, in nessun modo. Il suo stile è freddo e distaccato e penetra dentro come una lama affilata. Non capita mai che si identifichi con i suoi personaggi e ti aspetti che, da un momento all’altro, possa decidere di farli fuori e di liberarsene senza nessuna giustificazione apparente. Bachman è un magnifico architetto della tensione. Riesce a tenere il lettore col fiato sospeso, pronto a tutto quello che potrebbe accadere. Non si dilunga mai su descrizioni inutili e non gli interessa approfondire le motivazioni dei personaggi. Bachman è uno scienziato che osserva le sue creature letterarie al microscopio senza partecipare della loro vita più di quanto non lo farebbe un tecnico di laboratorio che osservi un mucchietto di globuli rossi su un vetrino.

Si resta allibiti a pensare che in realtà è lo stesso autore che ama i suoi personaggi e che partecipa delle loro sofferenze in tanti bellissimi romanzi. King non è mai distaccato dalle sue creature ma è coinvolto emotivamente in tutte le loro gioie e i loro dolori. Ed è proprio quello che, in definitiva, rende le sue creature letterarie così belle e vere.

In Ossessione si ha l’impressione di stare nel confessionale del Grande Fratello, laddove un pubblico di voyeurs se ne sta a guardare persone che mettono in piazza i loro sentimenti e i loro segreti più intimi. È proprio questo che fa Charlie Decker, il protagonista del romanzo, spinge i suoi compagni di classe a tirare fuori ciò che di più nascosto ed intimo hanno dentro. E genera, in questo modo, un gioco al massacro che contribuisce a rendere tutti vulnerabili. E la cosa pazzesca è che sembra che i compagni di Decker coinvolti nella vicenda desiderino che questo accada, che non aspettino altro. È come se ci fosse qualcosa troppo a lungo trattenuto che finisce per esplodere e così le confessioni si susseguono come un fiume in piena, portando a galla segreti sempre più intimi ed inconfessabili. Tutto il racconto precipita, inevitabilmente, verso un finale che sai già non potrà essere edificante perché è come se Bachman ti sussurrasse che non ci può essere riscatto se non quello apparente, e che ognuno di noi vive per precipitare nell’abisso, in un modo o nell’altro.

Questo pessimismo cosmico che trapela dalle pagine di Ossessione ha un potenziale distruttivo notevole e si capisce che King stesso ne sia rimasto spaventato, facendo, infine, ritirare il libro dal commercio. Perché questo suo lato duro e cattivo, nonostante tutto, affascina ed attrae.