Category: Vita vissuta


Un recente post su Facebook condiviso da Riccardo e, consequenzialmente, una vagonata di pensieri e di riflessioni miei personali mi hanno portata a considerare  quanto, oggi, si siano persi di vista sentimenti, emozioni e sensazioni.

Innanzitutto non si sa più distinguere tra questi termini, comprendere che sono tre cose completamente diverse e, spessissimo, si usano l’uno al posto dell’altro. Ma siccome sono fermamente convinta, come diceva qualcuno , che le parole siano importanti facciamo un po’ di ordine.

sentiménto s. m. [der. di sentire]. –

a. La facoltà e l’atto del sentire, di avvertire impressioni esterne o interne; affine quindi a senso nel suo sign. più generale; anticam. si usò anche come sinon. di sensonel sign. più proprio e com. di questo termine, e si disse, per es., i cinque sentimenti, per indicare i sensi della vista, dell’udito, ecc.

b. Più spesso, la coscienza, la consapevolezza dei proprî atti: non è più in sentimento, di malato grave; perdere i s., svenire o perdere la conoscenza entrando in agonia (al contr., tornare in sentimenti); vento, Che balenò una luce vermiglia La qual mi vinse ciascun sentimento; E caddi come l’uom cui sonno piglia (Dante);la fante…, senza sentimento vedendolo, quel disse che la donna dicea, cioè veramente lui esser morto (Boccaccio). Sempre come coscienza, come controllo, dominio di sé, piena consapevolezza dei proprî atti, in frasi come uscire di sentimento o di sentimenti, esser fuori del s. o dei s., perdere il senno, impazzire, essere accecato dal furore o da altra passione: Fu allora per uscir del sentimento, Sì tutto in preda del dolor si lassa (Ariosto); trarre, levare di sentimento, togliere, anche temporaneamente, la facoltà o almeno la pienezza dell’intendere e del volere:il grande dolore l’aveva levato di sentimento; iperb., mi levate di s. con le vostre grida, mi stordite. Quindi, con pienezza di sentimenti, con tutti i s., nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali: il testamento fu steso dal malato con pienezza di sentimenti; estens., pop., cosa fatta con tutti i s., per bene, come si deve, in modo ineccepibile.

c. Con lo stesso sign. generale, ma determinato da complemento: avere sentimento di sé, consapevolezza della propria esistenza spirituale e corporea (estens., perdere,riacquistare il s. di sé, la coscienza della propria responsabilità o dignità); la pura vita, cioè a dire il semplice s. dell’esser proprio (Leopardi); e con altri complementi:avere il s. della propria forza, della propria debolezza (detto non solo di una persona, ma anche, per es., di una nazione, di un popolo); a volte alla nozione della consapevolezza si accompagna quella dello stato d’animo che ne consegue (soprattutto se di sofferenza): la qual cosa importa maggior sentimento dell’infelicità propria (Leopardi); ai mali s’aggiunge il s. de’ mali (Manzoni).

emozióne s. f. [dal fr. émotion, der. di émouvoir «mettere in movimento» sul modello dell’ant. motion]. –

Impressione viva, turbamento, eccitazione: l’e. della vincita, di quell’inatteso incontro; le e. del viaggio; andare in cerca di nuove e.;essere in preda all’e., a un’intensa e.; essere preso, essere sopraffatto dall’e.; la forte e. gli impediva di parlare. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici.

sensazióne s. f. [dal lat. tardo sensatio -onis, der. di sensus -us «senso»]. –

Ogni stato di coscienza in quanto sia avvertito come prodotto da uno stimolo esterno o interno al soggetto: s. tattile, visiva, auditiva, olfattiva, gustativa; s. esterne, interne, secondo la provenienza degli stimoli; s. cinestesiche, cenestesiche(v. i rispettivi agg.); associazione di sensazioni, i dati delle s., il carattere soggettivo delle s., nel linguaggio filosofico; s. piacevole, spiacevole, di piacere, di dolore, di voluttà; provare una s. di freddo; era una s. strana, come se qualche cosa di viscido passasse sulle sue mani.

Le definizioni riportate sono prese dal Vocabolario Treccani (a mio parere il migliore tra quelli che si trovano in rete) e le ho riprese solo nell’accezione che è inerente a quello di cui stiamo parlando (alcuni termini hanno significati molteplici).

La cosa che colpisce di più è che il sentimento, a differenza delle altre due, è un atto di volontà, comprende una presa di coscienza ben precisa che lo distingue sia dalla sensazione che è una semplice impressione suscitata da uno stimolo esterno sia dall’emozione che, in maniera più complessa, coinvolge più totalmente la persona suscitando, in un certo senso, un cambiamento di stato (etimologicamente emozione=mettere in movimento). Quindi, teoricamente, una persona può avere una percezione data da uno stimolo esterno (sensazione) senza che questo gli susciti nulla (esempio terra terra, una persona sente il freddo quando entra in mare per fare il bagno se la temperatura dell’acqua è parecchio bassa ma può benissimo sbattersene e buttarsi ugualmente. Sì, sto parlando di me che me ne sbatto sempre, in effetti…) oppure da questa percezione può arrivare a provare un turbamento emotivo (emozione) che la coinvolge e porta a delle conseguenze immediate e più o meno evidenti (ad esempio la commozione davanti ad una particolare scena di un film che può perfino portare al pianto. E qui sto parlando di me, certamente, ma non solo…). Va notato che l’emozione non è necessariamente legata ad una percezione fisica di uno stimolo esterno, come invece avviene con la sensazione, ma può essere benissimo collegata ad una percezione anche solo intellettiva, come nell’esempio della commozione davanti alla scena di un film che deriva dall’immedesimazione con il protagonista che osserviamo sullo schermo, dal comprendere e vivere i suoi sentimenti, di comparteciparne empaticamente. Infine c’è il sentimento che è il più complesso di questi tre termini in quanto implica una consapevolezza di ciò che si sta provando, quindi una decodifica di informazioni a livello intellettivo. Ed è l’unica di queste facoltà che è specificatamente umana, estranea al mondo animale, capacissimo di provare sensazioni ma, ad un livello più alto di evoluzione, anche emozioni (pensiamo ad i mammiferi che arrivano a disperarsi per la morte di un loro cucciolo, ad esempio).

Tutta questa premessa, lunga e noiosa, per introdurre il discorso che mi premeva. Parliamo di sentimenti. Ecco, io ritengo che oggi più che mai ci sia una gran confusione in fatto di sentimenti. E tale confusione la vedo dettata esclusivamente dalla paura. Paura che ci prende e ci attanaglia impedendoci di agire, facendoci scegliere di non sbilanciarci, di sottrarci alla decisione per rimanere in un limbo di tranquillità (apparente!) che ci fa sentire al sicuro. Sì, perché si pensa che la non azione non sia di per sé una scelta, mentre, in realtà, è una scelta ben precisa: la più codarda. E’ la scelta di chi non vuole mettersi in gioco, di chi non vuole rischiare di perdere tutto per guadagnare molto di più, di chi affronta la vita con pessimismo convincendosi che se le cose sono andate male in passato andranno sempre male anche in futuro. La non scelta è la mediocrità dell’uomo contemporaneo, quello che non ha voglia né coraggio di esporsi e di dire la sua, di dichiarare cosa pensa per paura di essere emarginato, di non mettere e non mettersi in discussione (fenomeno diffusissimo a livello sociale, almeno qui da noi, pensiamo anche alla politica, per esempio, o alla difesa dei diritti civili… quanti si schierano apertamente?).

Avere il coraggio di analizzare, riconoscere e dichiarare i propri sentimenti, indipendentemente dal risultato immediato e materiale che otteniamo, significa vivere pienamente. Soffrire nel vederli non compresi o calpestati ne è, molto spesso, la conseguenza, sarei disonesta se non lo dicessi e non lo dichiarassi. Altrimenti non ne avremmo così tanta paura, non ne saremmo terrorizzati come, in effetti, siamo.

Chi mi conosce bene sa che io non sono e non sarò mai una di quelle che sceglie la strada più facile, quella del quieto vivere, quella che ti fa stare tranquillo nel tuo piccolo limbo. Chi mi conosce bene sa che, quando si tratta di sentimenti, mi sono sempre esposta, che non sopporto di tenerli incatenati o relegarli in un angolino profondo ed oscuro dove solo io li posso vedere. Di conseguenza non sopporto di riscontrare questo negli altri mentre, invece, mi capita di vederlo sempre di più ogni giorno. Non so perché siamo diventati incapaci di riconoscere, ed ammettere anche con noi stessi, ciò che proviamo. Ma so che non mi piace e che farò sempre di tutto per tirarlo fuori da me stessa e da chi ha la (s)fortuna di starmi intorno.

E poi, insomma, potete anche ascoltarvi Vecchioni. Certe cose le dice sicuramente molto ma molto meglio di me!

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Facebook e il male

Ultimamente mi è capitato di riflettere più volte sul fenomeno Facebook anche se, apparentemente, è ormai uno strumento talmente consolidato e diffuso che sembra non esserci più molto da dire che non sia stato già ampiamente detto, motivato ed argomentato. Eppure, secondo me, anche lì alcune cose stanno cambiando.

La cosa che più mi balza agli occhi è una sorta di apertura dei profili di Facebook un po’ a tutti. Mentre non moltissimo tempo fa il proprio profilo era una sorta di stanza privata in cui far entrare solo pochi amici fidati con cui si voleva rimanere in contatto, piano piano c’è stata una prima evoluzione ed è diventato un luogo in cui collezionare amici, come fossero figurine, come se fosse una gara a chi ne ha di più. Per cui non più il vecchio compagno di scuola finalmente ritrovato ma anche il tizio incontrato una volta a quella festa e di cui ricordo a malapena il nome. O l’amico dell’amico -perché no?- pur se mai visto né conosciuto.

A questo punto i confini dell’esclusività si sono persi definitivamente e Facebook si è aperto al virtuale, cominciando ad includere le conoscenze della rete, persone magari mai incontrate ma presenti più o meno quotidianamente sui vari social, forum, blog.

Naturale che questa apertura abbia necessariamente portato ad una maggiore superficialità di contenuti perché, ovviamente, dovendoci rivolgere non più a pochi amici intimi e fidati si deve stare attenti anche a non esporsi troppo, in un certo senso. Da qui una sorta di spersonalizzazione progressiva dei propri profili, prediligendo scambio di link, musica ed immagini a scapito della diffusione di riflessioni e pensieri (non da parte di tutti, naturalmente).

E da qui in poi il nemico. Anzi, i due nemici. Le due cose di Facebook che mi fanno venire l’orticaria e che, personalmente, cerco di usare il meno possibile. I like e i tag. Premetto che non c’è assolutamente nulla di male ad utilizzare questi due strumenti e ognuno è liberissimo di farlo (pure i taggatori folli, vero Davide? 😉 ) ma credo che valga la pena riflettere su quello che, a mio parere, sta dietro a queste due abitudini.

Un semplice “mi piace” affibbiato ad una foto o ad un post ha la duplice funzione di indicare di esserci e di dimostrare apprezzamento senza sforzarsi di creare un dialogo. E va benissimo, per carità. Non sempre si ha qualcosa da dire (e io, personalmente, mi rendo conto di avere sempre meno opinioni chiare su tantissime cose ultimamente) e non sempre è necessario dire qualcosa, spesso dimostrare apprezzamento per un contenuto è più che sufficiente. Detto questo è bene distinguere tra uso e abuso laddove l’abuso significa non avere MAI qualcosa da dire. Possibile? Chiedo più a me stessa che a voi. Possibile che di fronte a contenuti anche seri ed importanti non si abbia nulla da dire? Tutto sembra dimostra questa possibilità, in effetti.

I tag. Ecco questo è un fenomeno, se vogliamo, ancora più significativo. Perché taggare qualcuno significa chiedere la sua attenzione, pensare che quella determinata persona potrebbe ignorare il contenuto che stai pubblicando se tu non andassi appositamente a batterle sulla spalla e dirle “Oh, hai visto?” Ecco, questo mi fa più tristezza che fastidio. Sarà che ho sempre pensato che chi mi apprezza mi viene a cercare, che è naturalmente interessato a ciò che dico senza che io debba necessariamente farmi notare e che chi non mi cerca, alla fine, è qualcuno di cui si può fare anche a meno ma, forse, tutto questo è solo dettato dalla mia arroganza. O, forse, dipende dal fatto che, di solito, preferisco passare inosservata piuttosto che farmi notare. O forse, più probabilmente, dipende dal fatto che tutto questo è segno di un tempo che sta cambiando e che stento spesso a capire. E non mi piace essere distante dal mondo, intendiamoci. Perché nel mondo bisogna viverci e per farlo bisogna saperne seguire il passo, pur se distante dal nostro, pur nello scegliere di muoversi in direzione ostinata e contraria.

Eccomi qua ad accettare l’invito di Davide che mi ha passato il testimone per questo meme sulla fine del mondo. Sono un po’ in ritardo e il pericolo è ormai scongiurato (per fortuna!) ma è comunque interessante immaginare cosa farei. Non si sa mai che dopo i Maya arrivi qualcun altro a gufare!

1. Con chi trascorrereste il lieto evento?

Penso che lo vorrei trascorrere in assoluta solitudine. Credo che sia uno di quei momenti della vita in cui è necessario essere da soli per consapevolizzarsi veramente di cosa sta accadendo. Siccome è la fine vorrei avere il tempo per accorgermene veramente e per sistemare dentro tutto quello che rischia di essere lasciato in sospeso.

 2. Dove lo trascorrereste?

In riva al mare. Nel luogo che più mi appartiene e mi fa sentire veramente me stessa. Sì, se accadesse vorrei essere sulla spiaggia a vederlo accadere.

 3. C’è qualcuno di cui vi vorreste vendicare per un torto subito?
Assolutamente no. La vendetta è una di quelle pulsioni che proprio non mi appartengono. Semmai vorrei avere l’occasione per parlare con le persone che hanno finito per farmi del male per capirne veramente i motivi, questo sì.
4. C’è una persona che vorreste rivedere prima dei titoli di coda?

Ce ne sono troppe, forse. Vorrei rivedere tutte le persone che hanno fatto parte della mia vita. Quelle che ci sono sempre state e quelle che non ci sono più. Quelle andate via da anni e quelle andate via da giorni. Vorrei vedere tutte le persone che hanno significato qualcosa. E non sono poche.

5. Avendo per assurdo la possibilità di scegliere, vi piacerebbe sopravvivere in un mondo post-apocalittico?

A me piacerebbe sopravvivere sempre e comunque. Ci tengo troppo alla vita per accettare che possa finire. Sopravvivere in un mondo completamente diverso da quello che conosco non sarebbe per nulla semplice, anzi, per tanti versi mi destabilizzerebbe, però sarebbe anche una sfida, un’occasione per resettare il pensiero e cambiare completamente prospettiva. Credo che dopo lo sconforto iniziale mi gaserebbe non poco 😉

6. Una soddisfazione, l’ultima, da togliervi in queste ore.

Oddio, dipende da quante ore ho a disposizione. Se fossero abbastanza vorrei sicuramente andare a vedere un posto mai visto come il Giappone, oppure tornare un’ultima volta in un posto che amo come l’Olanda.

7. In previsione di un ipotetico aldilà, vi aspetta il calduccio dell’inferno o la quiete del paradiso?

Non essendo contemplato il Purgatorio, che sarebbe sicuramente la mia destinazione, opterei per il Paradiso. Sono abbastanza convinta di non aver fatto niente di così grave da meritare la dannazione eterna!

8. Un oggetto, uno soltanto da mettere in una capsula del tempo, e che verrà ritrovato da coloro che un giorno, tra migliaia di anni, ricostruiranno la civiltà.

Una cosa estremamente semplice: una bambola. Perché insegna cosa è l’infanzia ed è il simbolo della cura dell’altro. E queste sono le due cose da cui, se ci fosse data l’occasione di farlo, si dovrebbe ricominciare.

9. Un’ultima dichiarazione prima di salutarci

Ormai il 21 dicembre è passato e il mondo non è finito. Forse finirà, prima o poi. Ecco, se dovesse accadere però non vorrei esserci. Già mi fa estrema tristezza il pensiero della fine della mia di vite, figuriamoci pensare che debba finire per tutti!

Intanto passo il testimone di questo meme a qualche altro blogger che considero particolarmente indicato per elucubrare su questa possibilità, e quindi a voi: Ralph Magpie, Silver7Arrow, Man from Mars e Qwertyminus.

E dato che il Natale è vicinissimo e che, ultimamente, non passo molto da queste parti, ne approfitto per fare gli auguri ad un po’ di persone speciali conosciute proprio grazie all’apertura del blog, magari per vie traverse, ma che non ci sarebbero se non avessi iniziato a scrivere queste pagine virtuali. Le cito in ordine assolutamente sparso. Alcune mi leggono, altre no e, magari, non sapranno mai di questi auguri, ma non importa. Quello che conta è che tutti, in un modo o nell’altro, sono importanti 🙂
E, quindi, buon Natale a Ralph, Flavio, Mirko, Davide, Gre, Fabrizio, Suibhne, Adblues, Fran, Lucia, Rossella, Lady Lindy, Vitty, Lois, Sonia, Elisa, ControlFreak, Alberta.

AUGURI!

Tempo di bilanci

Chissà perché mi ero convinta da sola di aver cominciato il blog alla fine di agosto mentre mi accorgo adesso che il primo post reca la data del 9 agosto 2011. Poco male. Per quanto sia fissata con compleanni e quant’altro quello del blog lo considero superfluo sebbene in molti lo festeggino. Però mi interessa da un altro punto di vista. Mi interessa, a poco più di un anno di distanza, capire se i motivi per cui decisi di imbarcarmi in quest’avventura sono ancora gli stessi adesso e, nel caso in cui non lo siano più, come e perché sono cambiati.

Il motivo per cui ho messo mano a questo progetto (e questo lo sanno anche i muri…) era quello di condividere con altri la lettura dell’opera omnia di Stephen King in modo da avere un riscontro ed uno stimolo per portare avanti la cosa. In realtà, al di là di questa dichiarazione d’intenti, e anche se non si dovrebbe dire, a molto è valso anche il fatto di avere davvero pochissimo da fare al lavoro in quel periodo per cui era anche un modo per tenermi occupate le ore passate in ufficio (e molte di quelle passate a casa in effetti, vista la mole del lavoro di ricerca che ha accompagnato i primi mesi dell’impresa…).

Di solito capita così (ed è il bello della vita!): cerchi qualcosa e trovi qualcos’altro. Ed ho trovato davvero un sacco di cose da un anno a questa parte. Più che altro un sacco di persone che ho già avuto occasione di ringraziare e che mi hanno veramente spinto a condividere sempre più in queste pagine virtuali. Ma ho trovato anche un sacco di stimoli a fare di più e a fare meglio sia per quanto riguarda gli argomenti principali del blog ma anche tutti quelli collaterali che, alla fine, sono principalmente le mie passioni. Ho sempre sostenuto che il confronto con gli altri, la pluralità di idee e punti di vista, lo scambio di opinioni siano alla base della crescita di ogni individuo e, per me in particolare, sono un vero e proprio bisogno, una necessità. Quando ho cominciato l’avventura del blog non nego che speravo di trovare lettori (altrimenti mi sarei limitata a scrivere un diario) ma non credevo che sarei riuscita ad instaurare un dialogo aperto che da queste pagine si è poi ampliato e trasferito in altri luoghi più o meno virtuali (Twitter, Pinterest, altri blog etc…).

Insomma, ad un anno di distanza mi viene da chiedermi perché non ci ho pensato prima di aprire un blog ma poi penso anche che ogni cosa ha il suo momento e che c’è un momento per ogni cosa. Penso che le cose capitino quando è il momento giusto per capirle ed apprezzarle e credo che anche in questo caso sia così. Ed essere ancora qui a scrivere ad un anno di distanza, pur con gli inevitabili rallentamenti, i momenti di silenzio, la disorganizzazione totalmente anarchica di questo spazio è la cosa che mi rende più orgogliosa.

E adesso, a maggior ragione, sono curiosa di vedere cosa mi riserverà il futuro e se a distanza di un altro anno sarò ancora qui, su queste pagine, a parlarne 🙂 E c’è un altra cosa di cui sono curiosa. Ed è capire quali sono stati di vostri di motivi per aprire un blog. Come è che un bel giorno avete deciso di mettere on line i vostri pensieri, le vostre opinioni, i vostri scritti, le vostre riflessioni? Perché penso che ognuno abbia i suoi motivi e che per nessuno di noi siano gli stessi. Ma, soprattutto, mi piacerebbe sapere se avete trovato anche altro che non vi aspettavate di trovare proprio come è capitato a me. E so che la fine di agosto non è proprio il momento migliore per porre domande del genere vista l’assenza dei più da spazi virtuali e reali ma tanto se non vado controcorrente non sono contenta, si sa…

Beh… dunque… quando si riceve un premio bisognerebbe fare un discorso ma in questi giorni non ho grande lucidità per metterne in piedi uno per cui, mi perdonerete, se, come al solito, farò un po’ le cose a modo mio 😉

Ecco, ho ricevuto un premio. Il premio Blogger Affidabile che mi pare una cosa enorme e mi viene già il dubbio che Sonja non fosse molto lucida quando me l’ha elargito. In ogni caso gliene sono grata anche perché questa cosa mi dà l’occasione di ringraziare un po’ di gente e capirete perché. In cosa consiste questo riconoscimento? Nel rispettare 5 semplici regole che pare siano fondamentali per considerare un blog come affidabile.

  1. È aggiornato regolarmente. Ecco… e qui già casca l’asino. Perché è vero che il blog l’ho aggiornato regolarmente per un po’ di tempo ma poi, come dire, mi sono un po’ persa. Colpa del poco tempo ma, soprattutto, della mia incostanza. Diciamo che cercherò di rimediare e di tornare ad una parvenza di regolarità, ok?
  2. Mostra la passione autentica del blogger per l’argomento di cui scrive. Su questo direi che non ci sono dubbi, a costo di peccare di presunzione 😉 Il problema, semmai, è l’opposto: troppa passione x troppe cose = grande confusione! Sì, semmai è quello il problema. Ma mi impegno a continuare con ancora maggior passione (e conseguente casino totale!).
  3. Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori. E questo è il punto che mi ha dato e mi dà più soddisfazione di tutti. Sarà che ho il pallino dei rapporti. Sarà che mi piace il dialogo in tutte le sue forme. Sarà che mi piace conoscere le persone. In ogni caso mi fa immensamente piacere vedere che chi passa di qui, di solito, lo fa per restare. È la cosa più bella di questa esperienza.
  4. Offre contenuti ed informazioni utili ed originali. Sull’utilità non dico nulla ma sull’originalità non ho dubbi dato che è quasi tutta farina del mio sacco derivata, principalmente, dal mio modo di sentire e vivere certe cose e certe esperienze, che si parli di arte, letteratura, cinema, musica o vita vissuta 😉
  5. Non è infarcito di troppa pubblicità. Questa è facile perché direi che non ce n’è per niente di pubblicità. D’altra parte mica è un lavoro, no? Magari se mi pagassero potrei anche garantire una regolarità svizzera dei contenuti 😉

Il premio prevede anche che spieghi quando e perché ho aperto il blog. Il quando è facile perché tra poco è un anno e gli anniversari, di solito, mi rimangono abbastanza impressi. Il perché è un po’ più complicato dato che è partito in un modo e ha finito per andare un po’ allo scatafascio! Il motivo fondamentale è stato la decisione di buttarmi nell’impresa 1, complice l’estate ancora da vivere e quasi niente da fare in ufficio. Poi sono arrivate l’impresa 2 e un mucchio di cose nel mezzo spuntate come funghi ad annacquare un po’ il tutto… Ma tanto non mi metto neppure a far finta che non sia normale per me questa incoerenza 😉

Infine il premio prevede di nominare altri 5 blogger che rispettino le caratteristiche sopra elencate e che, a mio parere, meritino il riconoscimento. E, quindi, ecco i miei meritevoli vincitori (assolutamente in ordine casuale!):

  1. Silver Arrow. Perché il suo blog trasuda tutta la sua passione per musica, Moto Gp, fisica e tutto ciò che stimola la sua curiosità e scatena la sua fantasia.
  2. Suibhne. Perché i suoi post sono sempre lievi ed arguti e raccontano di vita vissuta in maniera personale ed intelligente.
  3. Lucia. Perché il suo blog è un punto di riferimento irrinunciabile per tutti gli appassionati di horror. Senza nessun pregiudizio e con estrema passione.
  4. Ralph Magpie. Perché le sue elucubrazioni a 360° gradi sono entusiasmanti ed appassionanti. Sempre e comunque.
  5. Viga1976 (o babordo76 o Davide o comunque lo vogliate chiamare! Tanto è sempre lui. Sempre riconoscibilissimo). Basta dire che molti suoi post si intitolano Atto d’amore! Mi sembra estremamente indicativo. E anche perché è genuinamente incazzato. Anzi, SOPRATTUTTO perché è genuinamente incazzato 😉

Premio meritatissimo per tutti e 5 quindi! Ma non finisce qui. Nel senso che voglio fare una piccola postilla ed approfittarne per ringraziare un po’ di persone semplicemente per il piacere di averle potute incontrare. Perché, effettivamente, tutto è partito da questo blog e, quindi, mi sembra doveroso inserire qui questo ringraziamento. Sono tutte persone che, in un modo o nell’altro, frequentano la blogsfera e che rappresentano gli incontri più significativi e belli che ho fatto in questo spazio che, per quanto mi riguarda, di virtuale ha solo il nome 😉 Li elenco in ordine esclusivamente alfabetico per non fare torto a nessuno:

  • Frannie: grazie perché ha una passione immensa per lo zio Stevie e ama condividerla e confrontarsi
  • Kelvin: grazie per tante cose ma anche per la sua passione e competenza cinematografica. E per lo stupore nello scoprire di essere d’accordo per un medesimo giudizio su certi film ultimamente 😉
  • Lady Lindy: grazie per il suo candore, per la sua cultura e per la sua ironia. Ma, soprattutto, per le comuni passioni letterarie (altrimenti Rochester non glielo avrei mai concesso! Non che Levin sia un ripiego, intendiamoci…)
  • Laragazzaconlavaligia: grazie per l’entusiasmo e il coinvolgimento in ogni cosa che fa 🙂
  • Lilith: grazie per tutti i punti in comune: la passione per i gatti, la livornesità, l’amore per lo zio Stevie e per la voglia di dialogare
  • Lois: grazie per Parigi e l’arte ma, soprattutto, per l’immensa sensibilità
  • Lucia: grazie per aver condiviso i nodi da sciogliere. E per River. E per Alice. Ma, soprattutto, per Clarissa
  • Man from Mars: grazie per l’ironia e per l’inossidabile sostegno 😉
  • Qwertyminus: grazie per l’assenza ( 😉 )e gli alti e i bassi. Grazie per il darmi ascolto ogni volta che lo sostengo.
  • Ralph Magpie: grazie per l’estrema intelligenza, per l’elegante ironia, per la passione dilagante e per la presenza sempre significativa
  • Silver Arrow: grazie per la leggerezza e la simpatia. Ma anche per avermi spacciato un po’ di serie francamente cult!
  • Sipronunciaaigor: grazie… no, via, qui rischierei di iniziare una lista che non potrei chiudere. Comunque c’è una lista. Fate finta che ci sia una lista.
  • Sonja: grazie per aver condiviso un sacco di cose, anche personali, anche difficili. Ma grazie soprattutto per il bacio alla nonnina! Io l’adoro la nonnina 🙂
  • Suibhne: grazie perché a Parigi ci sta lui quando vorrei starci io. Perché un po’ lo invidio ma almeno mi risparmia i 15° a luglio! A parte gli scherzi grazie per il più bel complimento che mi sia mai stato fatto 😉
  • Viga1976: grazie per l’incazzatura, a costo di ripetermi. So che sembra una presa in giro ma è una cosa molto seria. Perché fa capire che ci sono ancora cose per cui vale la pena lottare e ci sono persone che hanno ancora voglia di farlo!

Livornesità

Difficile cogliere veramente il carattere di un luogo. Eppure ci sono luoghi che possiedono un grande carattere. Lo puoi cogliere solo se ci vivi dentro, se ci stai immerso per un po’ di tempo.

Se poi ci sei nato di quel carattere ti accorgi bene quando ti allontani. È strano ma a volte può fare molto di più la distanza che la vicinanza. Quando senti dentro di te un vuoto che non capisci da cosa è lasciato probabilmente ti stai consapevolizzando di qualcosa che rivestiva un’importanza fondamentale senza che tu te ne accorgessi. Io ho capito molto di più il carattere della mia terra d’origine da quando sto a Firenze di quanto lo capissi abitando nella provincia livornese. Perché riesco molto meglio a cogliere le differenze. È una consapevolezza per sottrazione.

Nessuno come Virzì è riuscito a rappresentare la livornesità. Nei suoi film c’è tutto il sapore della sua terra, l’amore ma, soprattutto, l’odio. Ma il capolavoro, in tal senso, è L’uomo che aveva picchiato la testa, il documentario da lui diretto nel 2009 che, con la scusa di parlare di Bobo Rondelli, parla, in realtà, della sua città. Ed è chiarissimo: Virzì la sua città la odia. E ti fa capire che chiunque sano di mente non può fare altro che odiarla. Ma quanto amore in questo odio! È un po’ come quando, in certi periodi della vita, si odiano i genitori. Si prova a dare la colpa a qualcun altro dei propri fallimenti. Per mettersi il cuore in pace e non prendersi le proprie responsabilità. Ma perché odiare Livorno? Per dirla con Vinicio Capossela:

perché Livorno dà gloria 
soltanto all’esilio 
e ai morti la celebrità 

Che poi è un po’ quello che dice anche Virzì. Livorno è ingrata. È una città che non ti offre nulla ma che ti imprigiona, ti impedisce di vivere, ti lascia invischiato in lei e non ti permette di esprimerti. C’è bisogno di andare, di partire, per cogliere lo struggimento che questa città ti trasmette. Non per niente i grandi personaggi legati a Livorno sono spesso pieni di livore ed assolutamente malinconici. Penso allo stesso Rondelli, cantautore irriverente capace di grande malinconia, a Modigliani (a cui mi ha fatto pensare lois), pittore di sguardi assenti, a Piero Ciampi, altro cantautore arrabbiato e profondamente triste.

Ma la Livorno che preferisco è un’altra. La Livorno che preferisco è quella splendidamente descritta da Giorgio Caproni, poeta che, personalmente, adoro. La Livorno di Caproni è luminosa, carica di quella malinconia dolce dei ricordi, è piena di vita e di giovinezza, profuma di mare. Caproni associa alla sua città soprattutto la figura della madre Anna che si figura da giovane, ancora prima che lui nascesse. Il poeta parla della madre come parlerebbe della donna amata e questa sua passione è commovente. Ho già citato una sua poesia che è quella che meglio descrive le sensazioni di cui parlavo. Ma ne riporto anche un’altra, più breve, altrettanto bella.

Sono donne che sanno
così bene il mare

che all’arietta che fanno
a te accanto al passare

senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele

e alle labbra d’arselle
deliziose querele.

Le rime semplici e quasi infantili di Caproni si adattano perfettamente alla leggerezza della giovinezza che il poeta descrive con estrema passione. L’ideale sarebbe leggere i Versi livornesi camminando per le strade della città per assaporare veramente queste poesie e coglierne la profondità. E, magari, nel frattempo, ascoltando la più bella canzone scritta su questa città che è, senza ombra di dubbio, Madame Sitrì di Bobo Rondelli (sì, lo so che l’ho già citata nel meme ma, magari, a qualcuno era sfuggita 😉 ).

E voi? Quale è il carattere delle vostre città? Chi è che meglio lo ha rappresentato (in arte, musica, sport, cinema e tutto ciò che vi viene in mente!)? Potrebbe venirne fuori un bello scambio 😉

N.d.A. Pregasi i napoletani di trovare spunti più originali di Pino Daniele, Renato Carosone, Totò, Toni Servillo e simili! Ché voi ne avete così tanti di personaggi illustri che solo per elencarli tutti non basterebbe un post! (ma non ho dubbi sulla vostra originalità 😉 )

Mai potuto soffrire il calcio. Mal sopporto l’accanimento dei tifosi (soprattutto quelli fiorentini, ve li raccomando!) e non mi piace la centralità che questo sport riveste nella vita del maschio medio italiano (senza offesa per nessuno di coloro che passano di qui a leggere 😉 ). Trovo che la fissazione per il calcio tiri fuori il lato peggiore di tanti (uomini o donne che siano. Anzi, spesso le donne sono le più accanite ed intransigenti!).

Nella vita, in generale, non amo gli scontri né le fazioni. Cerco sempre di trovare ciò che mi accomuna agli altri e non ciò che ci divide. Credo che questo sia l’atteggiamento migliore per comprendersi veramente. E il calcio mi pare che rappresenti un po’ il contrario di tutto ciò.

Ma quando a giocare sono le nazionali è tutta un’altra cosa. Nel tifo per la Nazionale vedo una forma di unione. E’ come se tutti ci dimenticassimo ciò che ci divide e ci separa e guardassimo uniti in un’unica direzione! Lo so, probabilmente questa è una visione romantica ed ingenua della cosa ma è parte costituente del mio modo di sentire.

E poi veder giocare le nazionali è un po’ come viaggiare, come conoscere Paesi diversi. Guardando i giocatori di una stessa nazione che corrono in campo uniti verso un’unica direzione mi sembra di poter capire un po’ di più quello che accomuna quel popolo. E anche questa è un’idea assolutamente romantica, ma lasciatemi sognare 😉

Per cui che succede? Ogni due anni, in occasione dei Mondiali o degli Europei, mi scateno e divento una fanatica di calcio! Non mi perdo una partita e imparo a memoria formazioni e gironi. Giuro. Chi mi segue su Twitter lo avrà notato, non faccio niente per nasconderlo, del resto. E meno male che c’è lo streaming altrimenti senza televisione avrei dovuto costringere tizio e caio ad ospitarmi in occasione delle partite (come è avvenuto in passato, del resto)!

Ma c’è dell’altro. Mia mamma è olandese. Di conseguenza in casa dei miei si è sempre fatto un doppio tifo, per l’Italia e per l’Olanda. Meno male che allo scontro diretto abbiamo assistito una volta sola (è da cardiopalma, ve lo assicuro)!

Di conseguenza io, ogni volta, tifo per l’Italia ma un po’ di più per l’Olanda (tanto per distinguermi dalla massa 😉 ). E, quindi, comprenderete il mio malumore di stasera dopo la sconfitta contro la Germania. E questo è anche il motivo per cui ho tirato fuori questo post dato che di andare a dormire subito dopo la delusione non se ne parlava neppure! (un post pieno di parentesi, tra l’altro, compresa quella che ho appena aperto…)

Concludo buttando giù un paio di progetti per post futuri. Ci sono un  po’ di novità cinematografiche riguardanti lo zio Stevie di cui parlare (alcune molto interessanti) ma devo trovare il tempo di raccogliere un po’ di materiale e di studiarmelo. Ho da finire il solito post sulla visita alla Galleria dell’Accademia da mesi ma la sua genesi è davvero esasperante! Ma non me ne sono dimenticata è solo che faccio un sacco di fatica a metterlo insieme. Vorrei raccontare del viaggio della scorsa settimana che ha un mucchio di spunti interessanti ma ho ancora bisogno di rimettere insieme le idee ed analizzare le emozioni che lo hanno accompagnato. Infine vorrei parlare di una serie che ho finito di vedere e che mi ha consigliato Lucia ma per questa le parole da trovare sono davvero troppo difficili. Chissà quando ci riuscirò!

Adesso scusate che devo andare a studiare le partite di domani (l’ho già detto che sono fissata, vero?). See You Soon 🙂

Celebrare il 1 maggio

Non c’è libertà senza sicurezza economica. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature.

F. Roosvelt

Stamani ho letto questa frase su Twitter e mi sono messa a pensare al significato di questo giorno che, troppo spesso, consideriamo solo utile per farci un ponte al mare o fuori città (ma non oggi ché tanto piove 😉 ).

Sono sempre rimasta molto colpita dalle parole con cui inizia la nostra Costituzione:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Ecco. In questa frase per me c’è già tutto. In questa frase, per me, c’è il profondo senso di una Nazione che mi ostino a voler chiamare Patria per quanto questa parola possa essere invisa o sembrare retorica. In questa frase c’è il senso del perché, nonostante in più occasioni sia stata tentata, non ho mai voluto lasciare questo Paese al quale sono inevitabilmente legata da un sentimento di amore e odio. Odio perché non posso fare a meno di vedere quanto riusciamo a rovinare un luogo meraviglioso come questa penisola. Un luogo fatto di bellezze artistiche e paesaggistiche immense ma di cui non ci accorgiamo neppure. Un luogo fatto di persone geniali, appassionate, folli capaci di slanci incredibili come in pochi altri luoghi al mondo se ne trovano. Odio proprio il fatto che riusciamo a farci abbindolare da chi fa promesse vuote senza renderci conto di cosa c’è in gioco. Odio il fatto che siamo un popolo pronto a disconoscere chi ci sta accanto ed a sopraffarlo non appena ne abbiamo l’occasione. Odio il fatto che tanti di noi pensano che se c’è una scorciatoia tanto vale prenderla senza chiedersi se questo possa nuocere a qualcuno. Odio il fatto che siamo un popolo che non rispetta le file! In questo, per me, c’è già tutto. Ecco, se dovessi dare una rappresentazione visiva del popolo italiano prenderei una fila a caso di qualsiasi supermercato. Neppure alla Posta o alla biglietteria della stazione ché quelle sono cose importanti perché magari ti parte il treno o ti scade una bolletta! No, proprio quella al supermercato perché quello è proprio il luogo che rappresenta il superfluo, il consumismo (non ne faccio un discorso morale in quanto io adoro i supermercati! ma solo un discorso di associazione di idee, simbolico).

Se mi soffermo a guardare quella fila disordinata alla cassa del supermercato mi piglia male, ve lo assicuro. Mi chiedo come la gente possa mettere da parte così la propria umanità… per cosa poi? Stessa cosa in macchina, intendiamoci. Nel traffico della città si vedono le peggiori manifestazioni della natura umana! Vogliamo parlare di quelli che suonano ai semafori se non scatti all’istante al verde? O quelli che ti stanno dietro ad un millimetro di distanza solo perché secondo loro vai piano (ignorando, naturalmente, il limite di velocità scritto a lettere cubitali lungo la strada!) e cercano l’occasione migliore per superarti?

Tutte queste manifestazioni di inciviltà sono terribili, me ne rendo conto. E credo anche che, per certi versi, siano connaturate in ognuno di noi. Ma io vedo anche molto altro. Io vedo un sacco di gente onesta che si sacrifica ogni giorno per fare il suo dovere. Vedo gente che crede in quello che fa e che ha il coraggio di portare avanti le sue scelte e la sua vita con dignità. Spesso nell’ombra e nell’anonimato ma ce n’è tanta di questa gente. E anche questi sono italiani. I migliori.

Il 1 maggio, dicevamo. Il fatto che si festeggi il lavoro, secondo me, è commovente. Perché per me lavorare significa compiere il proprio dovere ma, ancora di più, essere parte costituente di un ingranaggio che produce qualcosa. Essere una parte di un insieme. Ecco cosa significa lavorare. Perché nessuno lavora da solo o semplicemente per se stesso. Lavorare è un’attività collettiva, anche se fatta tra le quattro mura di un ufficio, da soli, ad una scrivania. Lavorare è un modo per mandare avanti e costruire la nostra società. Ed è per quello che mi indigno tanto quando sento parlare di lavori di serie A e lavori di serie B (penso che lo avrete letto tutti ma se non lo avete fatto e vi volete schifare leggete questo). Ogni lavoro ha pari dignità se chi lo svolge lo fa in maniera coscienziosa e consapevole. E ogni lavoratore deve essere allo stesso modo rispettato nell’esercizio del suo dovere. Dall’ambulante che cerca di venderti i libri africani fuori dalla libreria (!) all’operatore di call center che ti vuol proporre l’ennesima tariffa per risparmiare sul cellulare. Anche se è difficile. Anche se scappa la pazienza. Vi immaginate trovarsi ogni giorno persone che ci insultano solo perché stiamo facendo ciò che il nostro lavoro ci impone di fare?

Parlavamo di dignità. E questa è la parola chiave, secondo me. Secoli di lotte hanno portato a cambiare le condizioni del lavoro e ad acquisire certi diritti che, per anni, abbiamo dati per scontati. Penso al famoso posto fisso (quello monotono, secondo quanto affermato da Monti, per intenderci…) al fatto di veder riconosciute ferie e malattie come un diritto, il fatto di avere uno stipendio garantito che ti permetta di arrivare a fine mese e, magari, anche di spendere qualcuno dei soldi guadagnati per acquistare qualcosa di superfluo o concederti una vacanza in modo da far circolare denaro e produrre così una ricchezza per il Paese.

Ed ecco la domanda chiave: possiamo dire ancora oggi che questi sono diritti acquisiti? Purtroppo, a questa domanda, io mi trovo costretta a rispondere no. Sono io che vedo la situazione più nera di come è in realtà? Possibile. In questo caso sarò felicissima di essere smentita dai vostri commenti. Ma non credo. Credo che le conquiste di un tempo, quelle per cui hanno lottato i nostri padri e i nostri nonni si stiano perdendo. Credo che il mondo in cui viviamo noi e in cui vivranno i nostri figli sia un po’ più brutto di quello che hanno lasciato in eredità a noi. E, sicuramente, è un po’ anche colpa nostra. Sicuramente noi non abbiamo voluto o saputo lottare nel modo giusto per perpetuare certi diritti che, per troppo tempo, sono stati considerati inalienabili. Forse ci è parso poco importante. O forse l’ottimismo delle conquiste dei nostri padri ci ha pervaso nel modo sbagliato. Ci ha fatti adagiare. Ci ha fatto considerare dovuto ciò che andava conquistato ogni giorno. Quello che vedo intorno a me è che non siamo più capaci di un pensiero collettivo. Non riusciamo più a valutare un bene comune ma tendiamo a ripiegarci su noi stessi, tendiamo a coltivare ognuno il proprio orto senza pensare che se diamo una mano al nostro vicino ad arare il suo, magari, ne guadagneremo anche noi. Forse è il bene comune ciò in cui non crediamo più. E, idealmente, il 1 maggio dovrebbe servire a ricordare che non è sempre stato così.

Puntualizzazioni

Mi accorgo, sebbene senza stupore, che è quasi passato un mese dall’ultima volta che ho aggiornato il blog. Bella cosa per una che aveva nelle proprie intenzioni di scrivere un post al giorno, nevvero? Non voglio però neppure fare come il mio amico Mirko che ogni tanto minaccia di tornare solo per sparire di nuovo (scherzo, naturalmente! Anche perché, alla fine, è tornato sul serio 😉 ).  Ma non volevo neppure stare assente per troppo tempo pur se non ho molto da scrivere.

Ecco il punto. È un periodo in cui i pensieri e le cose che vivo non riesco ad elaborarli più di tanto. Per cui restano lì a galleggiare nella mente senza mai prendere veramente forma. Le imprese sono praticamente ferme perché sono ormai davvero mesi che non prendo in mano L’ombra dello scorpione (ma neppure altri libri, in verità) e la cosa mi fa anche un po’ rabbia perché avrei voglia di continuare, di portare avanti l’impresa ma proprio non ho nessuno stimolo a leggere. L’impresa2 langue con il post sulla visita alla Galleria dell’Accademia scritto a metà e lasciato lì anche lui a candire da mesi.

Faccio cose, come dicevo. Ma queste cose non si traducono quasi mai in pensieri compiuti che mi fa voglia di condividere. E non mi va neppure di stare a riflettere troppo sul perché. La vita è così. O almeno per me. A periodi fortemente creativi si alternano quasi inevitabilmente periodi più riflessivi, più intimi. È un po’ come il succedersi delle stagioni quando l’inverno, apparentemente arido e freddo, in realtà sta già preparando le gemme che spunteranno in primavera, col primo sole.

Ci sono stati due eventi significativi in questo periodo. Eventi che segnano anche a distanza di tempo.

Il primo è la morte della mia nonna materna di cui vi avevo già accennato. Mi rendo conto che anche adesso, a distanza di tre mesi, mi capita di fermarmi e pensare a lei dopo aver colto un particolare che me la ricorda. Mi capita anche di scoppiare a piangere improvvisamente e capire, solo dopo un istante, che è perché sento la sua mancanza. Ho messo un sacco di cose sue in casa mia. Le guardo e, a volte, provo sollievo nel trovarmele vicine. Altre volte, invece, mi rendono incredibilmente evidente che non c’è più. Ma sono contenta che pezzi della sua vita siano entrati a far parte della mia.

L’altro evento riguarda il lavoro. Ho attraversato una grossa crisi che mi ha portata a decidere di lasciare il mio attuale impiego. Il motivo principale era il fatto che non mi sentivo più coinvolta, stimolata. Ci sono stati dei cambiamenti a livello di direzione che mi hanno costretta a rivalutare il mio ruolo e le mie responsabilità. E ho capito che certe cose non facevano per me. Avevo già preparato la lettera di dimissioni con tutto ciò che comporta mettersi alla ricerca di un nuovo lavoro nella situazione attuale. Ma mi ero decisa ed ero pronta ad andare fino in fondo. Poi le cose sono cambiate. Sono sempre stata convinta che parlare, comunicare sia la scelta giusta, sempre e comunque, anche quando qualcuno, apparentemente, sembra non volerti ascoltare. Per questo motivo ho parlato chiaramente con il mio capo e gli ho detto tutto quello che, secondo me, non andava. Ed è successo il miracolo. Non tutto insieme ma, a poco a poco, le cose sono cambiate. E io ho ritrovato la carica necessaria e la passione per ricominciare. Adesso ci sono ancora cose da sistemare ma, in generale, i problemi che c’erano cominciano a sembrare un ricordo sempre più sbiadito.

Ecco. Questo è tutto. Intanto c’è una gran voglia di rinnovamento e parto cambiando il tema del blog (ditemi se vi piace, mi raccomando 🙂 ). Poi si vedrà. Anche perché la virata culinaria che ultimamente ha preso il blog di Ralph piace molto anche a me. Niente dolci però!

No, non temete. Continuerò sulla strada che ho intrapreso. Abbiate solo un po’ di pazienza 🙂

La nave pirata

Non è la prima volta che mi interrogo sulla pirateria e su come questa condizioni il futuro di certe opere dell’ingegno umano (in particolare cinema, musica e letteratura). Nel giro di pochi giorni, però, mi sono trovata a ritornare su questo tema a partire, principalmente, dall’articolo dello scrittore Vincenzo Latronico (scrittore che, personalmente, non conosco, lo ammetto) apparso su Il Club della Lettura, versione web dell’inserto del Corriere della Sera di cui ho già avuto occasione di parlare. Non vi riporto l’articolo perché è abbastanza lungo ma, se siete interessati, potete leggerlo qui. Mi interessa fare alcune considerazioni su quello che Latronico dice. Considerazioni del tutto personali ed opinabili.

Latronico comincia con un’ammissione di colpa. Io scarico ebook pirata. Dice. Proseguendo nella lettura si capisce bene che non scarica solo libri ma anche musica e film. Certo, il fatto dei libri fa più impressione, essendo l’autore uno scrittore. Sembra quasi un controsenso che Latronico aggiri proprio il diritto d’autore che è ciò che gli dà da vivere. Ma lo fa ed ammette che continuerà a farlo sebbene ciò gli faccia sorgere delle remore morali e dei sensi di colpa. Perché Latronico considera quella del digitale (e del digitale free a maggior ragione) una rivoluzione necessaria e, soprattutto, inevitabile. E anche se si chiede quali possano essere le strade alternative alla proprietà intellettuale  di certi prodotti non ha dubbi sul fatto che stiamo assistendo ad un cambiamento epocale.

Sono d’accordo con lui. Il concetto di proprietà intellettuale sta definitivamente tramontando. La pirateria dilaga. Non voglio dare un giudizio morale sul fenomeno perché sarebbe ipocrita. Ma è una realtà con cui è necessario confrontarsi dato che combatterla non è possibile. Perché sono anni che ci si prova e anni che non ci si riesce. Ma confrontarsi con questo fenomeno significa anche proporre delle soluzioni o, almeno, provarci. Lo fa Latronico nel suo articolo prendendo in considerazioni i reading a pagamento per finanziare la letteratura ma concludendo che è un sistema destinato a fallire (quanti sarebbero disposti a pagare un reading? Credo che saremmo in pochi). Ma l’idea è interessante. Perché è una cosa che era venuta in mente anche a me e proprio partendo dal caso della musica, come fa lo scrittore nella sua trattazione. Non ho statistiche alla mano per comprovare la mia affermazione ma sono piuttosto sicura che i musicisti non muoiano di fame. Eppure la musica è il primo prodotto intellettuale ad essere stato attaccato dalla pirateria. E sono anche abbastanza sicura che il motivo per cui i musicisti non muoiono di fame siano i concerti, le apparizioni televisive e il merchandising che si fa intorno alla loro immagine. A giugno a Firenze ci sarà il concerto di Madonna (torna nel capoluogo toscano dopo 25 anni). Quanto ci scommettiamo che i biglietti saranno esauriti ancora prima di essere messi in vendita (spero di no perché io lo devo avere!)? E sapete quanto costa il più economico di tali biglietti? 99 €. Mica cotiche! Ma sono certa che il Franchi registrerà il tutto esaurito. Non ho dubbi. Ecco di cosa vive Madonna. E come lei molti altri.

E perché non si può fare la stessa cosa con gli scrittori? Sicuramente ci sono molti meno lettori che appassionati di musica e, altrettanto sicuramente, un reading attira meno pubblico di un concerto. Ma cominciamo ad interrogarci su come possano essere organizzati certi eventi per attrarre pubblico. Non credo che sia una sfida impossibile.

È vero. Questo significa trattare la cultura alla stregua di un prodotto. E la cosa fa un po’ arricciare il naso ai puristi. Ma la cultura è un prodotto. Inutile girarci intorno. Ciò che entra nel mercato, per quanto ci possa spiacere, diventa un prodotto. Ciò che si compra e si vende diventa un prodotto. Poi -è chiaro- ben venga una diffusione alternativa della cultura attraverso altri canali, più istituzionali e garantiti (scuola, famiglia e Stato in primis). Ma la cosa deve correre in parallelo.

Quello che noi andiamo a comprare quando acquistiamo un libro è, in fondo, il prodotto del pensiero di una persona e, di conseguenza, la persona stessa. Per cui perché non vendere direttamente la persona? Perché non far diventare lo scrittore il prodotto così come lo è il musicista già oggi? Ciò farebbe inorridire un povero Leopardi qualunque, così a suo agio in una stanzetta scura che non avrebbe voluto per nulla al mondo essere trascinato in balia del pubblico. Ma ogni mestiere (sì, perché scrivere è un mestiere, abbattiamo ancora una volta l’idea romantica che ne abbiamo e ricordiamo cosa dice il buon zio Stevie quando afferma che non ci sono scorciatoie per scrivere ma che bisogna mettersi seduti alla scrivania tutti i giorni e scrivere e leggere e che questo è l’unico modo per diventare scrittori; non quando se ne ha voglia o si è ispirati ma tutti i santi giorni. Immaginate qualcosa di meno romantico di questo?) ha i suoi pro e i suoi contro, non si può pensare che tutto sia facile, bello o gradevole.

Ricollegandomi al discorso sulla pirateria vorrei citare altri due articoli. Il primo è tratto da Forbes e porta la firma di Paul Tassi. Anche Tassi, sostanzialmente, parte dall’assunto che la pirateria è una realtà che fa ormai parte della nostra quotidianità e che la sua diffusione è dovuta soprattutto alla semplicità del meccanismo che innesca (il download è facile, immediato, si fa stando comodamente seduti in poltrona, nel salotto di casa). Tassi si concentra soprattutto sui film e conclude il suo articolo chiedendosi (e chiedendoci) se c’è davvero bisogno di spendere milioni di dollari per pagare  gli attori e produrre un film quando si potrebbe fare il tutto con molto meno. Non è una cattiva domanda ma anche questa, a mio parere, è un po’ troppo utopistica perché significherebbe tornare indietro. Vorrebbe dire scardinare un sistema preesistente imponendo ad una ristretta cerchia (gli attori e i registi soprattutto) dei sacrifici economici nel nome di non si sa bene quale ideale. Auspicabile, certo, ma poco concreto.

Il secondo articolo, che prende spunto proprio da quello di Forbes si contrappone chiaramente e decisamente a quanto già detto da Latronico ed è firmato da Matteo Bordone (giornalista e conduttore radiofonico, leggo su Wikipedia, anch’esso a me sconosciuto. E la mia ignoranza aumenta…) che su Wired contesta in maniera piuttosto decisa il diritto al free download. Anche questo ve lo riassumo brevemente ma lo trovate qui per esteso. L’autore, giustamente, si scaglia contro chi considera un’ingiustizia la recente chiusura di Megavideo. Dico giustamente perché qui entriamo nel merito del riconoscere una determinata operazione come reato. E questa è una cosa che non si può negare. Per le attuali leggi internazionali diffondere materiale pirata è effettivamente un reato. A questo concetto nulla si può obiettare perché è un dato di fatto.

Faccio un po’ più di fatica a seguirlo quando dichiara:

Ribadiamo un concetto: io sono molto felice che esista tutto questo, e grazie a questi sistemi ho conosciuto un sacco di meraviglie, perle, cose che mi hanno cambiato anche un po’ la vita.

Per poi descriversi come fruitore atipico di materiale pirata dichiarando di acquistare almeno quanto scaricato. Non metto in dubbio il fatto che sia così. Più difficile da accettare mi resta il confronto con gli altri. Chi dice che effettivamente anche gli altri non facciano lo stesso? Perché si dà per scontato che in chi scarica non ci sia analoga passione per l’acquisto degli stessi prodotti? Ripeto, non ho  statistiche alla mano per avvalorare nessuna delle cose che penso e questo è solo un discorso tra amici ma tutte le persone che conosco e che scaricano hanno pure librerie piene di libri, dvd e cd. Sarà un caso, probabilmente. O siamo tutti atipici 😉

Non voglio, infine, entrare nel merito della fruizione dei prodotti scaricati che, spesso, sono di infima qualità e compromettono, in questo modo, la visione, l’ascolto o la lettura. Ma ampliano la conoscenza. L’accesso a migliaia di informazioni che, altrimenti, per costi e reperibilità, sarebbero precluse ai più permette alla cultura di circolare. E questo, per me, è un sacrosanto diritto. È per questo che penso che in futuro si potrà solo andare avanti su questa strada perché, ormai, è impossibile tornare indietro all’era del proibizionismo. La vera rivoluzione sta nel trovare strade alternative orientate, però, verso la sempre più capillare diffusione di questi prodotti dell’ingegno umano senza che questo rechi danno a chi li produce. Sono convinta che una strada ci sia e sono anche convinta che debba partire dall’analisi di ciò che permette ai musicisti di vivere, nonostante siano quelli che hanno subito i primi attacchi della nave pirata.