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Il timido sorriso di Elisabetta


Be daring, be different, be impractical, be anything that will assert integrity of purpose and imaginative vision against the play-it-safers, the creatures of the commonplace, the slaves of the ordinary.

Sir Cecil Beaton

Capita che vedi un’immagine e ti colpisce in maniera quasi inesprimibile. Tra milioni di altre immagini simili spicca per un particolare. In pratica te ne innamori. E non puoi fare a meno di guardarla e riguardarla perché è come una calamita per il tuo sguardo. Non succede spesso ma quando succede è un’esperienza meravigliosa. Mi è successo recentemente con questa fotografia:

Elisabetta II fotografata da Cecil Beaton

Mi ha colpita quel sorriso timido, illuminato da una luce palpabile, l’atteggiamento umile e lo sguardo limpido. Mi ha colpita che fosse il ritratto fotografico di una regina. Mi ha colpita identificarla, infine, come Elisabetta II, abituata come sono a vederla anziana e fiera.

Mi ha fatto venire in mente, ancora una volta, che non c’è niente di oggettivo nella fotografia. Spesso caschiamo nell’errore di considerare la fotografia una rappresentazione della realtà per quella che è ma non è affatto così. Recentemente mi è capitato di fare una riflessione simile in merito ad un’altra fotografia e, allora come adesso, sono arrivata alla conclusione che è assolutamente vera la considerazione di Goethe per cui la bellezza è negli occhi di chi guarda. La sensibilità di chi sta dietro l’obiettivo è fondamentale. Ogni sguardo è unico e, proprio per questo, nessuna fotografia, anche se ritrae lo stesso personaggio, sarà mai uguale ad un’altra se i fotografi sono diversi.

Partendo da questo ritratto di Elisabetta II sono andata a spulciarmi altre foto di Cecil Beaton per arrivare a scoprire che da ognuna di quelle immagini emerge una sensibilità raffinata e profondissima. Di Cecil Beaton non sapevo proprio nulla fino a pochi giorni fa. E così, a partire dal post all’interno del quale mi ha catturato lo sguardo timido di Elisabetta mi sono messa ad approfondire.

Beaton (1904-1980) è stato, oltre che fotografo, diarista, costumista, interior design e pittore. Non mi interessa mai più di tanto la biografia di un personaggio quanto, piuttosto, conoscerlo attraverso la sua opera che, poi, è quello che ci rimane, la sua eredità. Di Beaton vale la pena segnalare solo un paio di cose (gli approfondimenti biografici li potete trovare all’interno dell’articolo linkato). Ha lavorato a lungo nel campo della moda, fotografando per Vogue e Vanity Fair. Inoltre ha disegnato i costumi per la rappresentazione teatrale di My Fair Lady, opera che personalmente adoro, e per la successiva trasposizione cinematografica con cui ha vinto un meritatissimo Oscar (il costume di Audrey Hepburn alle corse dei cavalli ha il potere di farmi rimanere a bocca aperta ogni volta che guardo il film per quanto è perfetto). Da segnalare sono anche i numerosi ritratti fotografici realizzati per la famiglia reale inglese di cui è stato ritrattista ufficiale. Infine non va dimenticato il lavoro come scenografo e costumista per la rappresentazione della Turandot di Puccini al Metropolitan di New York del 1963.

Al di là delle mille parole che si potrebbero usare per descrivere il suo talento credo che molto più significativo sia, sempre e comunque, lasciar parlare le immagini. Per cui ecco alcune delle sue fotografie che, in assoluto, mi piacciono di più. Perché sono immagini che hanno qualcosa da dire, non restano mute ma parlano a chi le osserva, raccontano una storia che avresti voglia di scoprire ancora un pezzettino di più.

Marlon Brando nel 1946 fotografato da Cecil Beaton

Marilyn Monroe fotografata da Cecil Beaton

Francis Bacon fotografato da Cecil Beaton

Mick Jagger fotografato da Cecil Beaton

Elizabeth Taylor fotografata da Cecil Beaton

Maria Callas nel 1957 fotografata da Cecil Beaton

Elisabetta II con il principe Andrea nel 1960 fotografata da Cecil Beaton

Questo ultimo bellissimo ritratto di Elisabetta non può non far pensare ad una delle tante immagini della Madonna con il Bambino che affollano la nostra storia dell’arte. Nella semplicità e nell’essenzialità di questa immagine Beaton è riuscito a rendere immortale la sovrana assimilandola all’icona della Vergine. Indubbia potenza di uno sguardo.

Tempo di bilanci

Chissà perché mi ero convinta da sola di aver cominciato il blog alla fine di agosto mentre mi accorgo adesso che il primo post reca la data del 9 agosto 2011. Poco male. Per quanto sia fissata con compleanni e quant’altro quello del blog lo considero superfluo sebbene in molti lo festeggino. Però mi interessa da un altro punto di vista. Mi interessa, a poco più di un anno di distanza, capire se i motivi per cui decisi di imbarcarmi in quest’avventura sono ancora gli stessi adesso e, nel caso in cui non lo siano più, come e perché sono cambiati.

Il motivo per cui ho messo mano a questo progetto (e questo lo sanno anche i muri…) era quello di condividere con altri la lettura dell’opera omnia di Stephen King in modo da avere un riscontro ed uno stimolo per portare avanti la cosa. In realtà, al di là di questa dichiarazione d’intenti, e anche se non si dovrebbe dire, a molto è valso anche il fatto di avere davvero pochissimo da fare al lavoro in quel periodo per cui era anche un modo per tenermi occupate le ore passate in ufficio (e molte di quelle passate a casa in effetti, vista la mole del lavoro di ricerca che ha accompagnato i primi mesi dell’impresa…).

Di solito capita così (ed è il bello della vita!): cerchi qualcosa e trovi qualcos’altro. Ed ho trovato davvero un sacco di cose da un anno a questa parte. Più che altro un sacco di persone che ho già avuto occasione di ringraziare e che mi hanno veramente spinto a condividere sempre più in queste pagine virtuali. Ma ho trovato anche un sacco di stimoli a fare di più e a fare meglio sia per quanto riguarda gli argomenti principali del blog ma anche tutti quelli collaterali che, alla fine, sono principalmente le mie passioni. Ho sempre sostenuto che il confronto con gli altri, la pluralità di idee e punti di vista, lo scambio di opinioni siano alla base della crescita di ogni individuo e, per me in particolare, sono un vero e proprio bisogno, una necessità. Quando ho cominciato l’avventura del blog non nego che speravo di trovare lettori (altrimenti mi sarei limitata a scrivere un diario) ma non credevo che sarei riuscita ad instaurare un dialogo aperto che da queste pagine si è poi ampliato e trasferito in altri luoghi più o meno virtuali (Twitter, Pinterest, altri blog etc…).

Insomma, ad un anno di distanza mi viene da chiedermi perché non ci ho pensato prima di aprire un blog ma poi penso anche che ogni cosa ha il suo momento e che c’è un momento per ogni cosa. Penso che le cose capitino quando è il momento giusto per capirle ed apprezzarle e credo che anche in questo caso sia così. Ed essere ancora qui a scrivere ad un anno di distanza, pur con gli inevitabili rallentamenti, i momenti di silenzio, la disorganizzazione totalmente anarchica di questo spazio è la cosa che mi rende più orgogliosa.

E adesso, a maggior ragione, sono curiosa di vedere cosa mi riserverà il futuro e se a distanza di un altro anno sarò ancora qui, su queste pagine, a parlarne 🙂 E c’è un altra cosa di cui sono curiosa. Ed è capire quali sono stati di vostri di motivi per aprire un blog. Come è che un bel giorno avete deciso di mettere on line i vostri pensieri, le vostre opinioni, i vostri scritti, le vostre riflessioni? Perché penso che ognuno abbia i suoi motivi e che per nessuno di noi siano gli stessi. Ma, soprattutto, mi piacerebbe sapere se avete trovato anche altro che non vi aspettavate di trovare proprio come è capitato a me. E so che la fine di agosto non è proprio il momento migliore per porre domande del genere vista l’assenza dei più da spazi virtuali e reali ma tanto se non vado controcorrente non sono contenta, si sa…

4. Centro urbano di San Donato

Dopo non so più neppure quanto tempo vorrei riprendere un attimo il controllo del blog ritornando alle due imprese per le quali sarebbe nato. Ogni tanto mi impongo un po’ di ordine nel caos che, di solito, riesco a generare così, senza neppure rendermene conto 😉

E siccome con l’impresa 1 sono ferma al palo avendo abbandonato (diciamo sospeso va’… è un po’ più rassicurante) la lettura de L’ombra dello scorpione sul più bello (e, del resto, adesso che mi sono immersa del caro vecchio Hugo non posso certo tornare indietro!) credo che non mi resti altro che buttarmi sull’impresa 2.

Era da un po’ di tempo, in effetti, che avrei voluto parlare del nuovo centro urbano di San Donato, sorto recentemente proprio vicino a dove abito e che si prospetta (o, almeno, così è pubblicizzato) come il nuovo centro della città. Mi tratteneva solo il fatto che ancora il progetto non è stato completato e che, per come è strutturato ad oggi, non è facile intuire quale sarà l’impatto finale che avrà sul quartiere e sulla città. Ma ormai, con l’apertura del centro commerciale, è diventato una realtà già molto frequentata dai fiorentini e un’idea della percezione che se ne può avere, tutto sommato, me la sono fatta.

Come sempre parto da un po’ di dati ed informazioni che ho raccolto principalmente in rete.

Il progetto del nuovo centro urbano risale al 2000 e si pone come ambiziosa riqualificazione di un’enorme area dismessa precedentemente occupata dallo stabilimento della Fiat realizzato negli anni Trenta dello scorso secolo (di questo rimane un unico edificio affacciato su via di Novoli che sarà recuperato in un’ottica di archeologia industriale). Come dicevo l’area era abbandonata da tempo ed è rientrata in un progetto di riqualificazione delle aree urbane ad opera del Comune di Firenze. Il progetto si pone da subito come ambizioso comprendendo al suo interno un nuovo polo universitario (vi verrà spostata la Facoltà di Scienze Sociali), il nuovo Palazzo di Giustizia, un parco urbano, un centro commerciale e numerosi edifici abitativi e commerciali.

La realizzazione degli edifici viene affidata a più architetti con idee e stili diversi in modo da ottenere un’area variegata nella quale confluiranno varie tendenze dell’architettura contemporanea. L’unica eccezione all’interno del progetto è costituita dal Palazzo di Giustizia, edificato secondo un disegno risalente addirittura agli anni Settanta del Novecento ad opera dell’architetto Leonardo Ricci. E su questo punto vorrei aprire una piccola parentesi. L’edificio può piacere o meno (lo dico chiaramente: a me non piace) ma trovo assurdo, in ogni caso, che si vada a ripescare un progetto vecchio di trent’anni per quanto potesse essere futuristico all’epoca. Nel frattempo una nuova estetica e nuovi principi hanno interessato lo sviluppo dell’architettura italiana ed internazionale e riprendere un progetto così datato significa semplicemente ignorarli, deliberatamente. In Italia abbiamo alcuni dei migliori architetti del mondo ma se ci soffermiamo a pensarci ci rendiamo conto che i loro progetti migliori si realizzano tutti al di fuori dai confini nazionali. Non voglio partire con la solita lamentatio ma penso che l’essere una nazione così ricca di storia e arte troppo spesso ci impedisca di progredire in tutti i sensi.

Per tornare al progetto di San Donato e alle architetture che lo connaturano vale la pena segnalare alcuni dei nomi principali impegnati nella realizzazione degli edifici. I nomi italiani più importanti sono quelli di Aimaro Isola e Adolfo Natalini, oltre al già citato Ricci. A Natalini si deve la realizzazione degli edifici del Polo Universitario caratterizzati da una spiccata geometria e dall’alternanza nell’utilizzo di materiali diversi, per caratteristiche e per colore. Allo studio Aimaro Isola, invece, si devono le strutture residenziali realizzate fino a questo momento. Tali edifici sono caratterizzati da un’omogeneità di fondo dovuta essenzialmente alle scelte cromatiche (la presenza di elementi verde acqua alternati alle superfici crema e ai mattoni a vista) pur distinguendosi tra loro per altezza, forma e dimensioni. Altra caratteristica comune è la presenza di logge e terrazze che insieme a delle torrette terminali sono presenti in tutte le strutture. Sempre allo studio Aimaro Isola si deve la realizzazione del centro commerciale, imponente struttura ellittica con cortile centrale di cui avrò modo di parlare ampiamente nel post dedicato alla visita (ma anticipo che è proprio questo l’edificio che costituisce la pietra della discordia tra due modi opposti di concepire l’architettura e che, secondo me, mette bene in evidenza le caratteristiche di arretratezza tipiche del nostro sguardo su ogni cosa che si pone come elemento di rottura con il passato).

Altri architetti internazionali si affiancheranno nei prossimi anni a quelli appena citati realizzando gli edifici che completeranno la lottizzazione dell’area al di là del parco di San Donato, nella zona contigua al nuovo Palazzo di Giustizia. Zaha Hadid realizzerà un edificio residenziale che si affaccerà sul parco e affiancherà quello progettato da Odile Decq. All’estremità più lontana da via di Novoli sorgerà l’edificio progettato dall’architetto spagnolo Carme Pinos.

Come punto centrale di tutto il progetto si pone il parco di San Donato, un vasto polmone verde che si sviluppa in una delle zone più urbanizzate della città. Il parco è concepito come luogo di svago con diversi viali in cui passeggiare alternati a laghi e cascate artificiali.

E’ necessario citare, infine, anche il nuovo Centro Direzionale della Cassa di Risparmio di Firenze adiacente al Palazzo di Giustizia, realizzato su progetto di Giorgio Grassi e concepito in maniera da non creare una rottura con le caratteristiche architettoniche della città rinascimentale ma riprendendo in chiave contemporanea alcuni dei principi costruttivi di Leon Battista Alberti, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo orizzontale dell’edificio e la scelta dei materiali impiegati.

Visite al nuovo centro urbano ne ho fatte già molte ma ho intenzione di tornare e fotografare per poter documentare in maniera più puntuale quello che è il più ambizioso progetto architettonico concepito a Firenze da decenni e destinato a cambiare il volto della città. Inoltre mi preme soffermarmi proprio sul discorso della rottura con il passato e della ricerca di una nuova dimensione architettonica che, a mio parere, non può che essere positiva.

Beh… dunque… quando si riceve un premio bisognerebbe fare un discorso ma in questi giorni non ho grande lucidità per metterne in piedi uno per cui, mi perdonerete, se, come al solito, farò un po’ le cose a modo mio 😉

Ecco, ho ricevuto un premio. Il premio Blogger Affidabile che mi pare una cosa enorme e mi viene già il dubbio che Sonja non fosse molto lucida quando me l’ha elargito. In ogni caso gliene sono grata anche perché questa cosa mi dà l’occasione di ringraziare un po’ di gente e capirete perché. In cosa consiste questo riconoscimento? Nel rispettare 5 semplici regole che pare siano fondamentali per considerare un blog come affidabile.

  1. È aggiornato regolarmente. Ecco… e qui già casca l’asino. Perché è vero che il blog l’ho aggiornato regolarmente per un po’ di tempo ma poi, come dire, mi sono un po’ persa. Colpa del poco tempo ma, soprattutto, della mia incostanza. Diciamo che cercherò di rimediare e di tornare ad una parvenza di regolarità, ok?
  2. Mostra la passione autentica del blogger per l’argomento di cui scrive. Su questo direi che non ci sono dubbi, a costo di peccare di presunzione 😉 Il problema, semmai, è l’opposto: troppa passione x troppe cose = grande confusione! Sì, semmai è quello il problema. Ma mi impegno a continuare con ancora maggior passione (e conseguente casino totale!).
  3. Favorisce la condivisione e la partecipazione attiva dei lettori. E questo è il punto che mi ha dato e mi dà più soddisfazione di tutti. Sarà che ho il pallino dei rapporti. Sarà che mi piace il dialogo in tutte le sue forme. Sarà che mi piace conoscere le persone. In ogni caso mi fa immensamente piacere vedere che chi passa di qui, di solito, lo fa per restare. È la cosa più bella di questa esperienza.
  4. Offre contenuti ed informazioni utili ed originali. Sull’utilità non dico nulla ma sull’originalità non ho dubbi dato che è quasi tutta farina del mio sacco derivata, principalmente, dal mio modo di sentire e vivere certe cose e certe esperienze, che si parli di arte, letteratura, cinema, musica o vita vissuta 😉
  5. Non è infarcito di troppa pubblicità. Questa è facile perché direi che non ce n’è per niente di pubblicità. D’altra parte mica è un lavoro, no? Magari se mi pagassero potrei anche garantire una regolarità svizzera dei contenuti 😉

Il premio prevede anche che spieghi quando e perché ho aperto il blog. Il quando è facile perché tra poco è un anno e gli anniversari, di solito, mi rimangono abbastanza impressi. Il perché è un po’ più complicato dato che è partito in un modo e ha finito per andare un po’ allo scatafascio! Il motivo fondamentale è stato la decisione di buttarmi nell’impresa 1, complice l’estate ancora da vivere e quasi niente da fare in ufficio. Poi sono arrivate l’impresa 2 e un mucchio di cose nel mezzo spuntate come funghi ad annacquare un po’ il tutto… Ma tanto non mi metto neppure a far finta che non sia normale per me questa incoerenza 😉

Infine il premio prevede di nominare altri 5 blogger che rispettino le caratteristiche sopra elencate e che, a mio parere, meritino il riconoscimento. E, quindi, ecco i miei meritevoli vincitori (assolutamente in ordine casuale!):

  1. Silver Arrow. Perché il suo blog trasuda tutta la sua passione per musica, Moto Gp, fisica e tutto ciò che stimola la sua curiosità e scatena la sua fantasia.
  2. Suibhne. Perché i suoi post sono sempre lievi ed arguti e raccontano di vita vissuta in maniera personale ed intelligente.
  3. Lucia. Perché il suo blog è un punto di riferimento irrinunciabile per tutti gli appassionati di horror. Senza nessun pregiudizio e con estrema passione.
  4. Ralph Magpie. Perché le sue elucubrazioni a 360° gradi sono entusiasmanti ed appassionanti. Sempre e comunque.
  5. Viga1976 (o babordo76 o Davide o comunque lo vogliate chiamare! Tanto è sempre lui. Sempre riconoscibilissimo). Basta dire che molti suoi post si intitolano Atto d’amore! Mi sembra estremamente indicativo. E anche perché è genuinamente incazzato. Anzi, SOPRATTUTTO perché è genuinamente incazzato 😉

Premio meritatissimo per tutti e 5 quindi! Ma non finisce qui. Nel senso che voglio fare una piccola postilla ed approfittarne per ringraziare un po’ di persone semplicemente per il piacere di averle potute incontrare. Perché, effettivamente, tutto è partito da questo blog e, quindi, mi sembra doveroso inserire qui questo ringraziamento. Sono tutte persone che, in un modo o nell’altro, frequentano la blogsfera e che rappresentano gli incontri più significativi e belli che ho fatto in questo spazio che, per quanto mi riguarda, di virtuale ha solo il nome 😉 Li elenco in ordine esclusivamente alfabetico per non fare torto a nessuno:

  • Frannie: grazie perché ha una passione immensa per lo zio Stevie e ama condividerla e confrontarsi
  • Kelvin: grazie per tante cose ma anche per la sua passione e competenza cinematografica. E per lo stupore nello scoprire di essere d’accordo per un medesimo giudizio su certi film ultimamente 😉
  • Lady Lindy: grazie per il suo candore, per la sua cultura e per la sua ironia. Ma, soprattutto, per le comuni passioni letterarie (altrimenti Rochester non glielo avrei mai concesso! Non che Levin sia un ripiego, intendiamoci…)
  • Laragazzaconlavaligia: grazie per l’entusiasmo e il coinvolgimento in ogni cosa che fa 🙂
  • Lilith: grazie per tutti i punti in comune: la passione per i gatti, la livornesità, l’amore per lo zio Stevie e per la voglia di dialogare
  • Lois: grazie per Parigi e l’arte ma, soprattutto, per l’immensa sensibilità
  • Lucia: grazie per aver condiviso i nodi da sciogliere. E per River. E per Alice. Ma, soprattutto, per Clarissa
  • Man from Mars: grazie per l’ironia e per l’inossidabile sostegno 😉
  • Qwertyminus: grazie per l’assenza ( 😉 )e gli alti e i bassi. Grazie per il darmi ascolto ogni volta che lo sostengo.
  • Ralph Magpie: grazie per l’estrema intelligenza, per l’elegante ironia, per la passione dilagante e per la presenza sempre significativa
  • Silver Arrow: grazie per la leggerezza e la simpatia. Ma anche per avermi spacciato un po’ di serie francamente cult!
  • Sipronunciaaigor: grazie… no, via, qui rischierei di iniziare una lista che non potrei chiudere. Comunque c’è una lista. Fate finta che ci sia una lista.
  • Sonja: grazie per aver condiviso un sacco di cose, anche personali, anche difficili. Ma grazie soprattutto per il bacio alla nonnina! Io l’adoro la nonnina 🙂
  • Suibhne: grazie perché a Parigi ci sta lui quando vorrei starci io. Perché un po’ lo invidio ma almeno mi risparmia i 15° a luglio! A parte gli scherzi grazie per il più bel complimento che mi sia mai stato fatto 😉
  • Viga1976: grazie per l’incazzatura, a costo di ripetermi. So che sembra una presa in giro ma è una cosa molto seria. Perché fa capire che ci sono ancora cose per cui vale la pena lottare e ci sono persone che hanno ancora voglia di farlo!

Livornesità

Difficile cogliere veramente il carattere di un luogo. Eppure ci sono luoghi che possiedono un grande carattere. Lo puoi cogliere solo se ci vivi dentro, se ci stai immerso per un po’ di tempo.

Se poi ci sei nato di quel carattere ti accorgi bene quando ti allontani. È strano ma a volte può fare molto di più la distanza che la vicinanza. Quando senti dentro di te un vuoto che non capisci da cosa è lasciato probabilmente ti stai consapevolizzando di qualcosa che rivestiva un’importanza fondamentale senza che tu te ne accorgessi. Io ho capito molto di più il carattere della mia terra d’origine da quando sto a Firenze di quanto lo capissi abitando nella provincia livornese. Perché riesco molto meglio a cogliere le differenze. È una consapevolezza per sottrazione.

Nessuno come Virzì è riuscito a rappresentare la livornesità. Nei suoi film c’è tutto il sapore della sua terra, l’amore ma, soprattutto, l’odio. Ma il capolavoro, in tal senso, è L’uomo che aveva picchiato la testa, il documentario da lui diretto nel 2009 che, con la scusa di parlare di Bobo Rondelli, parla, in realtà, della sua città. Ed è chiarissimo: Virzì la sua città la odia. E ti fa capire che chiunque sano di mente non può fare altro che odiarla. Ma quanto amore in questo odio! È un po’ come quando, in certi periodi della vita, si odiano i genitori. Si prova a dare la colpa a qualcun altro dei propri fallimenti. Per mettersi il cuore in pace e non prendersi le proprie responsabilità. Ma perché odiare Livorno? Per dirla con Vinicio Capossela:

perché Livorno dà gloria 
soltanto all’esilio 
e ai morti la celebrità 

Che poi è un po’ quello che dice anche Virzì. Livorno è ingrata. È una città che non ti offre nulla ma che ti imprigiona, ti impedisce di vivere, ti lascia invischiato in lei e non ti permette di esprimerti. C’è bisogno di andare, di partire, per cogliere lo struggimento che questa città ti trasmette. Non per niente i grandi personaggi legati a Livorno sono spesso pieni di livore ed assolutamente malinconici. Penso allo stesso Rondelli, cantautore irriverente capace di grande malinconia, a Modigliani (a cui mi ha fatto pensare lois), pittore di sguardi assenti, a Piero Ciampi, altro cantautore arrabbiato e profondamente triste.

Ma la Livorno che preferisco è un’altra. La Livorno che preferisco è quella splendidamente descritta da Giorgio Caproni, poeta che, personalmente, adoro. La Livorno di Caproni è luminosa, carica di quella malinconia dolce dei ricordi, è piena di vita e di giovinezza, profuma di mare. Caproni associa alla sua città soprattutto la figura della madre Anna che si figura da giovane, ancora prima che lui nascesse. Il poeta parla della madre come parlerebbe della donna amata e questa sua passione è commovente. Ho già citato una sua poesia che è quella che meglio descrive le sensazioni di cui parlavo. Ma ne riporto anche un’altra, più breve, altrettanto bella.

Sono donne che sanno
così bene il mare

che all’arietta che fanno
a te accanto al passare

senti sulla tua pelle
fresco aprirsi di vele

e alle labbra d’arselle
deliziose querele.

Le rime semplici e quasi infantili di Caproni si adattano perfettamente alla leggerezza della giovinezza che il poeta descrive con estrema passione. L’ideale sarebbe leggere i Versi livornesi camminando per le strade della città per assaporare veramente queste poesie e coglierne la profondità. E, magari, nel frattempo, ascoltando la più bella canzone scritta su questa città che è, senza ombra di dubbio, Madame Sitrì di Bobo Rondelli (sì, lo so che l’ho già citata nel meme ma, magari, a qualcuno era sfuggita 😉 ).

E voi? Quale è il carattere delle vostre città? Chi è che meglio lo ha rappresentato (in arte, musica, sport, cinema e tutto ciò che vi viene in mente!)? Potrebbe venirne fuori un bello scambio 😉

N.d.A. Pregasi i napoletani di trovare spunti più originali di Pino Daniele, Renato Carosone, Totò, Toni Servillo e simili! Ché voi ne avete così tanti di personaggi illustri che solo per elencarli tutti non basterebbe un post! (ma non ho dubbi sulla vostra originalità 😉 )

Quando c’è musica

Raccolgo con entusiasmo il meme di Gre che riguarda la musica. Dopo quello libresco è un’altra bella sfida ed un modo per conoscersi meglio. Oltre ai link delle singole canzoni ho riportato un link all’intera playlist da ascoltare su Grooveshark. Non si sa mai, se uno la volesse usare di sottofondo…
  1. La tua canzone preferita: già la prima difficoltà… Impossibile per me stabilire una preferenza in tal senso. Posso solo stabile quale è la canzone che preferisco da più tempo, semmai. In quel caso sarei costretta a dire Carlo Martello di Fabrizio De André che adoro fin da piccola. Ma è molto limitante doverne scegliere una. Troppo.
  2. La canzone che ti piace di meno: una qualsiasi di Vasco Rossi, direi. Probabilmente la peggiore di tutte è proprio Albachiara perché totalmente fraintesa, secondo me.
  3. Una canzone che ti rende felice: se per felice si intende appagata dall’ascolto credo che debba essere Cirano di Francesco Guccini che non mi stancherei mai di ascoltare nonostante la sappia a memoria!
  4. Una canzone che ti rende triste: non so se esiste una canzone che mi rende triste… Le brutte canzoni mi rendono tristi. Forse intendendola come una canzone che mi commuove potrei dire Non piangere Liù dalla Turandot di Puccini (vale come canzone? Ma sì…). Ah, cantata da Giuseppe Di Stefano, naturalmente.
  5. Una canzone che ti fa venire in mente qualcuno: sono tantissime le canzoni che mi legano a determinate persone. Le più importanti, però, sono tre. Le elenco ma non dirò chi mi fanno venire in mente 😉 Mille giorni di te e di me di Caludio Baglioni, Modì di Vinicio Capossela e Non so più niente di Piero Ciampi.
  6. Una canzone che ti fa venire in mente un certo luogo: direi senz’altro Vattene amore di Amedeo Minghi e Mietta che mi fa venire in mente la montagna e la casa che avevamo quando era piccola e quando, con mio fratello, cantavamo questa canzone facendo i sentieri 🙂
  7. Una canzone che ti fa venire in mente un certo evento: non è facile… Probabilmente Mia di Gatto Panceri che è legata al ricovero di un mio ex in ospedale per un’operazione. Ascoltavo quella canzone in quel periodo e, guarda caso, anche quella parla di un ricovero.
  8. Una canzone di cui conosci il testo a memoria: di tante canzoni conosco a memoria il testo. Se devo dirne una, però, è Geordie di Fabrizio De André perché mi misi lì ad impararla a memoria appositamente.
  9. Una canzone su cui puoi ballare: anche di queste ce ne sono tantissime. Forse quella che mi fa venire di più la voglia di ballare, però, è It’s Rainging Man di Geri Halliwell.
  10. Una canzone su cui puoi addormentarti: anche qui c’è l’imbarazzo della scelta… Forse però Madame Sitrì di Bobo Rondelli. Del resto è quasi una ninna nanna quella canzone 😉
  11. Una canzone del tuo gruppo preferito: non credo di avere un vero e proprio gruppo preferito. Però istintivamente mi vengono in mente i Dire Straits e quindi direi Calling Elvis.
  12. Una canzone di un gruppo che non ti piace: non capisco bene il senso di indicare una canzone di un gruppo che non mi piace ma comunque… Non mi piacciono per nulla i Litfiba e l’unica loro canzone che mi viene in mente è Spirito, per cui quella.
  13. Una canzone che è un piccolo piacere: una canzone che mi fa sempre piacere ascoltare e che mi entusiasma ogni volta è Gethsemane da Jesus Christ Superstar di Andrew Lloyd Webber
  14. Una canzone che ti piace e ma nessuno si aspetterebbe da te: ah sì, questa è facilissima! Disponsable Teens di Marilyn Manson. In generale tutte ma grazie a quella l’ho conosciuto 🙂
  15. Una canzone che ti descrive: credo che le canzoni che mi descrivono di più siano quelle di Vecchioni, in generale. Probabilmente Voglio una donna. In effetti mi sento una donna un po’ così, come quella descritta da lui 😉
  16. Una canzone che ti piaceva e adesso non sopporti più: difficile che mi capiti di odiare una canzone che invece prima amavo, è molto più facile il contrario. Diciamo che un tempo c’erano canzoni di Raf che mi piacevano molto, adesso decisamente meno. Una? Sei la più bella del mondo.
  17. Una canzone che senti spesso alla radio: non sento quasi mai la radio adesso che in macchina posso ascoltare i cd, per cui non so neppure più cosa passano adesso! Quindi salto 😉
  18. Una canzone che ti piacerebbe sentire spesso alla radio: Idem come sopra.
  19. Una canzone dal tuo album preferito: allora, il mio album preferito è senz’altro Anime salve di De André. Se devo scegliere una canzone direi Dolcenera.
  20. Una canzone che ascolti quando sei incazzato/a: ecco, diciamo che quando sono parecchio arrabbiata non mi sfogo con la musica ma con il cinema per cui un bell’horror è la soluzione giusta in quei casi. Però una canzone che mi dà una certa carica anche eversiva, se vogliamo, è Roxanne. Se proprio devo dire la verità, però, più nella versione di Moulin Rouge che in quella dei Police…
  21. Una canzone che ascolti quando sei felice: non ce n’è una in particolare, dipende dai momenti. Adesso ascolterei Le cose che abbiamo in comune di Daniele Silvestri.
  22. Una canzone che ascolti quando sei triste: premetto che io quando sono triste ho bisogno di ascoltare canzoni tristissime. Che ci posso fare se sono fatta al contrario? Per cui ritorna sicuramente la già citata Mille giorni di te e di me di Claudio Baglioni, per forza…
  23. La canzone che vorresti suonassero al tuo matrimonio: più che una canzone direi un brano, il Concerto per pianoforte n 1 di Tchaikovsky: lo adoro!
  24. La canzone che vorresti suonassero al tuo funerale: anche qui vado sulla musica classica e direi l’Adagio di Albinoni che mi fa sempre commuovere.
  25. Una canzone che ti fa ridere: più di tutte direi La paranza di Daniele Silvestri ma tanto anche Boombastic di Shaggy 🙂
  26. Una canzone che sai suonare: so suonare è una parolona perché sono proprio fuori allenamento con il pianoforte… Direi la classica Per Elisa del buon Ludwig Van (come direbbe Alex) 😉
  27. Una canzone che ti piacerebbe saper suonare: per rimanere sempre su Beethoven direi il Concerto per pianoforte n 3, soprattutto il secondo movimento.
  28. Una canzone che ti fa sentire colpevole: nessuna canzone mi fa sentire colpevole, di cosa poi?
  29. Una canzone della tua infanzia: sono costretta ancora una volta a citare De André ma, stavolta, direi Il testamento. Perlomeno quella la capivo!
  30. La tua canzone preferita l’anno scorso a quest’ora: non ne ho assolutamente idea! Come faccio a ricordarmelo? L’hanno scorso in questo periodo non mi sembra che avessi nessuna fissa in particolare. Sicuramente ascoltavo Vedi cara di Guccini, tanto l’ascolto sempre 😉 Vale?
  31. La canzone che vorresti fosse stata scritta per te: non ho dubbi: Patrizia di Eugenio Finardi (a parte il fatto che ce n’è più di una di canzoni scritte per me davvero ma non fanno testo dato che sono inedite)
  32. Un gruppo che ascolti spesso: i gruppi non sono il mio forte ma direi che il gruppo a cui sono più legata sono i Quintorigo. Una canzone che mi piace particolarmente? La nonna di Frederick lo portava al mare. Se non la conoscete ascoltatela ché vale la pena.
  33. La canzone con cui vorresti svegliarti: diciamo che già mi sveglio con la Sinfonia concertante di Mozart e va bene così 😉
  34. La canzone che ascolti più spesso in questo periodo: ecco, adesso sarei assolutamente in loop con Il cielo di Austerlitz di Vecchioni…
  35. Una canzone che ti fa pensare al sesso: per rimanere su Vecchioni probabilmente Il tuo culo e il tuo cuore. Più che per la canzone per il video.
  36. La canzone perfetta per viaggiare: per viaggiare torno su Guccini, forse anche perché ultimamente in macchina ce l’ho fisso nel lettore? Comunque Don Chisciotte.
  37. La canzone che ti fa pensare alla solitudine: probabilmente il maggior senso di solitudine mi deriva da Un bel dì vedremo della Madama Butterfly di Puccini, cantata per forza da Maria Callas. E’ straziante e già preannuncia una sciagura finale.
  38. La canzone con il migliore inizio: tante. Ma per non ripetermi con artisti già inseriti direi Jenny’s Lullaby di Cho Youg-wook dalla colonna sonora di Lady Vendetta di Park Chan-Wook. Peccato che non ci sia il link su Grooveshark perché l’inizio cantato dalla voce della bambina senza musica è stupendo.
  39. La canzone che ti fa scatenare non appena la senti: non so in che senso scatenare ma forse Thriller di Michael Jackson.
  40. La migliore colonna sonora: e qui sono indecisa da morire perché di colonne sonore stupende ce ne sono tantissime. Ad istinto vado su Philip Glass e, quindi, direi quella di The Hours.
  41. La canzone su cui fare l’amore: nessuna. Meglio il silenzio. Al limite qualcosa di classico tipo i Concerti Brandenburghesi di Bach.
  42. La canzone col titolo più bello: ora come ora mi viene Like a Virgin di Madonna: semplicissimo ma denso di significati. Magari se me lo chiedete tra una settimana sarà un’altra.
  43. La canzone sull’amore vero: senza dubbio Insieme di Daniele Silvestri. È la visione dell’amore con cui mi sento più in sintonia. E, chiaramente, su Grooveshark non c’è 😦
  44.  La canzone col miglior testo: tutte quelle di De André vale come risposta? No, ok… Dovendo scegliere La guerra di Piero perché descrive la paura come nessun’altra.
  45. La canzone che ti fa riflettere: in questo momento storico ho riflettuto un sacco su Il pensionato di Guccini. Ma, anche lì, vado molto a momenti.
  46. La canzone che preferisci della collezione dei tuoi genitori: ce ne sono molte. Probabilmente L’uomo nasce nudo, una canzone vecchissima di Adriano Celentano.
  47. La canzone che non conosceresti se non fosse per un tuo amico: un mucchio! Tutto Capossela, per esempio. Tipo Che cossè l’amour.
  48. Una canzone che odiavi ed ora ami: odiavo Mina un tempo. Ora adoro Anche un uomo, per esempio.

Non so se avete avuto la pazienza di arrivare fino in fondo perché questo meme è lunghissimo! Se l’avete avuta complimenti e passo il testimone a chiunque si voglia cimentare in una bella lista musicale 😉

Non c’è solo il David

La visita alla Galleria dell’Accademia è stata, per molti aspetti, una cocente delusione ma ha riservato anche delle gradite sorprese. La prima delusione la voglio affrontare subito perché è una di quelle cose che mi fa adirare enormemente. Si tratta del manifesto ingannevole della mostra di Lorenzo Bartolini nel quale è raffigurata chiaramente la statua marmorea della Fiducia in Dio. Ma della Fiducia in Dio non c’era traccia in mostra! Era esposto solamente il gesso preparatorio per la statua che, evidentemente, se n’è rimasta bel bella al Poldi Pezzoli di Milano, dove è conservata! Volevo protestare col povero custode per l’inganno perpetrato nei confronti dell’ignaro visitatore della mostra ma ho desistito pensando che lui, di certo, non ne era responsabile. Mi adiro, invece, con i curatori dell’esposizione perché questo tipo di pubblicità ingannevole è davvero disonesta. Per fortuna che ho già avuto occasione di vedere la statua al Museo Poldi Pezzoli, altrimenti sarebbe stato davvero frustrante aspettarsela e non trovarla!

La Galleria dell’Accademia

Il quartiere di San Giovanni

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Non voglio fare una descrizione dettagliata né della Galleria né della mostra di Bartolini. Intanto perché mi ci vorrebbero pagine e pagine (di noia per voi che leggete e di fatica per me che scrivo) e poi perché preferisco porre l’accento sulle cose che mi hanno colpito e cercare di trasmettere anche a voi il motivo.

Innanzitutto un’accenno all’esposizione delle opere. In generale l’allestimento è ben curato tranne che per quanto riguarda la prima sala, quella della pittura fiorentina del Cinquecento in cui l’illuminazione è pessima e produce non pochi riflessi sui quadri. inoltre le opere sono poste su più altezze per tutte le pareti e quelle più in alto sono davvero poco visibili. Altro scandalo espositivo riguarda la raccolta delle icone russe (ricordate che avevamo detto che era una raccolta unica nel suo genere per entità?) che sono distribuite in teche di vetro… per le scale di accesso al primo piano! Come dire che uno le dovrebbe guardare passando perché non c’è lo spazio per fermarsi. Inoltre non sono accompagnate da didascalie né da cartellini ma solamente da un pannello esplicativo che riporta dei numeri d’inventario che non sono visibili sulle opere e, quindi, è impossibile capire a quali ci si riferisca. Anche questo è davvero uno scandalo soprattutto perché il visitatore impreparato non ha assolutamente la possibilità di accorgersi del valore e dell’importanza di queste tavole.

Ma ci tengo a sottolineare una cosa positiva riguardo all’esposizione, vale a dire la presenza di notizie in merito al restauro dei quadri esposti nella sala del David. Sono riportate sinteticamente sui cartellini accenni al lavoro di restauro eseguito e foto che testimoniano lo stato dell’opera durante il restauro stesso. Inoltre sono indicati anche i nomi dei restauratori! E questa è una cosa più unica per rara e degna di essere sottolineata dato che il lavoro di restauro avviene troppo spesso dietro le quinte, senza che venga quasi mai riconosciuto e neppure apprezzato come si dovrebbe. Peccato che questa cosa sia presente solo ed esclusivamente in questa sala e non in tutta la Galleria. Ma ci accontentiamo.

Ma arriviamo alle opere di cui mi preme parlare perché sono quelle che più mi colpiscono.

Il San Matteo di Michelangelo

1506, marmo

Il San Matteo è una scultura imponente che riesce a trasmettere all’osservatore una fisicità prepotente e che lo obbliga a confrontarsi con la sensazione di inferiorità provocata dalla visione. In questa scultura il non-finito michelangiolesco acquisisce, secondo me, il suo apice. È soprattutto la posa, con il ginocchio sinistro che emerge dal marmo e la spalla sinistra arretrata, ancora imprigionata nel blocco di pietra che danno questa sensazione. Ancora più che i Prigioni è il San Matteo che si fa portatore di un significato ben preciso. Sul non-finito michelangiolesco ci sarebbe molto da dire, soprattutto in relazione a quanto esso sia voluto dall’artista e, quindi, abbia un preciso intento espressivo, piuttosto che solamente un incidente di percorso che ha portato all’incompiutezza di molte sue opere scultoree (ma non succede così con la sua pittura, e questo dovrebbe far riflettere). Ma non è questo il luogo per approfondire questo concetto. Vorrei solo riportare uno dei sonetti di Michelangelo (la sua attività poetica procede di pari passo a quella artistica e, sebbene le sia stata riconosciuta una certa dignità solo di recente, è una componente imprescindibile per capire il Michelangelo uomo ed artista) che, secondo me, spiega bene cosa egli intenda per non-finito.

Se ’l mie rozzo martello i duri sassi
forma d’uman aspetto or questo or quello,
dal ministro che ’l guida, iscorge e tiello,
prendendo il moto, va con gli altrui passi.
Ma quel divin che in cielo alberga e stassi,
altri, e sé più, col propio andar fa bello;
e se nessun martel senza martello
si può far, da quel vivo ogni altro fassi.
E perché ’l colpo è di valor più pieno
quant’alza più se stesso alla fucina,
sopra ’l mie questo al ciel n’è gito a volo.
Onde a me non finito verrà meno,
s’or non gli dà la fabbrica divina
aiuto a farlo, c’al mondo era solo.

L’Annunciazione di Alessandro Allori

 1603, olio su tela

Ammetto di non aver mai amato la pittura della Controriforma. La seconda metà del Cinquecento mi è sempre apparsa confusa e buia dal punto di vista artistico. Detto questo ho sempre sostenuto che se qualcosa non mi piace il motivo è che, fondamentalmente, non riesco a capirla fino in fondo. In effetti studiando certe correnti artistiche che ho sempre giudicate lontane dal mio gusto ho imparato ad apprezzarle e, col tempo, ad amarle. Ritengo che spesso sia l’ignoranza a tenerci lontani da cose (o anche persone, perché no?) molto diverse da noi.

Poi mi capitano le folgorazioni. Mi è successo nei confronti della pittura di Rubens che trovavo assolutamente ridondante ed eccessiva, totalmente lontana da me. Poi vidi la Leda col cigno alla Gemäldegalerie di Dresda e ne rimasi folgorata. Non so perché. Sono quelle cose che accadono senza una spiegazione logica. Probabilmente i tempi sono maturi perché tu possa innamorarti di un determinato quadro e basta. Da quel momento Rubens è salito prepotentemente nelle prime posizioni della mia personale classifica artistica e credo che adesso difficilmente potrà essere sradicato da chicchessia!

E quindi ho visto l’Allori alla Galleria dell’Accademia. Come molte altre volte prima di adesso. Ma stavolta è stato diverso perché quelle linee e quei colori mi hanno colpita e attratta in maniera irresistibile. Un buon quarto d’ora l’ho passato in contemplazione de L’Annunciazione (vi avverto, non venite mai in un museo con me perché potrei trascorrerci ore senza neppure accorgermene…).

Allori è allievo del Bronzino. E si vede. Benché in lui il Manierismo sia stemperato da nuove esigenze espressive derivate soprattutto dal clima austero della Controriforma i colori metallici ed il disegno definito hanno molto in comune con la pittura del suo maestro. Ma in questa tela la cosa che mi ha colpito maggiormente è il gesto della Madonna, con le braccia aperte a sottolineare quel “sia fatta la tua volontà” rivolto all’Angelo annunciante. E lo sguardo basso, timoroso, umile. L’insieme di questa figura ha una forza ed una dolcezza indicibili che per me sono strettamente associate alla figura di Maria e al suo ruolo all’interno del Vangelo. C’è tanta dolcezza in questo quadro e mi sono stupita di non essermene mai accorta prima d’ora. Tra l’altro nella Galleria dell’Accademia c’è una cospicua collezione di opere dell’Allori ed è molto interessante vederle ravvicinate e poterle confrontare tra loro.

La Musica Sacra di Luigi Mussini

1841, olio su tela

E qui sono costretta ad aprire un capitolo a parte, pur rendendomi conti di quanto mi sto dilungando con questo post (eh, lo so… abbiate pazienza…). Luigi Mussini è uno di quegli artisti ingiustamente sconosciuti ai più, come la maggior parte delle correnti del nostro Ottocento, escludendo poche illustri eccezioni. Mussini è uno dei maggiori rappresentanti del cosiddetto Purismo, corrente artistica che cominciò ad affermarsi negli anni 30 dell’Ottocento. Il principio ispiratore di questo movimento si inserisce nella scia di una sorta di ritorno all’antico, alle origini della pittura prima della decadenza delle arti e prima che questa fosse piegata alle necessità commerciali. Tale clima è comune a molti movimenti ottocenteschi in Italia ma anche nel resto dell’Europa. L’apice di questa concezione artistica si ha nella pittura preraffaellita che esalterà e diffonderà gli stilemi dell’arte del primo Quattrocento prima della rivoluzione pittorica operata da Raffaello (considerato già parte della decadenza dell’arte). Vi rimando a Wikipedia per ulteriori dettagli dato che la scheda è fatta abbastanza bene per una prima infarinatura sul movimento.

Dicevamo di Mussini. Ecco, semplicemente lo adoro. Diciamo che la mia tesi parlava anche di lui, pure se marginalmente. La Musica Sacra è l’opera più nota di Mussini e a ragione, secondo me, dato che è quella che esprime in maniera più completa il suo modo di concepire la pittura e il legame con i maestri antichi ai quali si ispira. C’è soprattutto il Perugino in questa tela. L’omaggio al maestro umbro è evidente nel volto della figura ma anche nella postura della figura stessa e nel perfetto inserimento all’interno dello sfondo architettonico (un semplice arco a sesto acuto in pietra serena). Il richiamo alla pittura quattrocentesca si ritrova anche nella religiosità semplice ed appassionata che traspare dal volto, nello sguardo rivolto al cielo e nell’essenzialità dell’ambiente circostante. Per me questo quadro è l’essenza stessa di uno spirito religioso puro e incontaminato così difficile da trovare oggi dove tutto diventa strumentale. Guardando quest’opera, invece, quello spirito si respira ancora e non può altro che fare bene 🙂

Cristo in Pietà di Giovanni da Milano

1365, tempera su tavola

Giovanni da Milano è uno di quei pittori trecenteschi che mi è sempre stato un po’ indifferente. Sì, lo so, ha sviluppato l’umanità della figura iniziata con Giotto tentando di dare risalto anche alla materia oltre che ai volumi ma vuoi mettere i Lorenzetti? Boh… cento volte meglio, per dire. Ma in questa pala dell’Accademia una cosa mi ha colpita particolarmente:  l’assembramento delle teste nella parte alta del quadro, ognuna contornata dalla sua bella aureola dorata. A prima vista sembra quasi che il pittore abbia calcolato male lo spazio e abbia forzato i personaggi a rientrare in una composizione preordinata. Poi ti accorgi che questa scelta spaziale accentua  il pathos della scena. Quei volti tutti insieme che si sfiorano, che si bagnano a vicenda di identiche lacrime partecipano del medesimo dolore. Te ne rendi conto bene. E te ne rendi conto proprio perché i volti sono costretti in questo spazio angusto e si confondono e, quasi, si fondono tra loro.

Concludo con una panoramica delle sale in cui sono raccolti e conservati gli strumenti musicali che, in effetti, sono la vera novità di questa mia visita perché le ho viste per la prima volta. La raccolta proviene dall’attiguo conservatorio Cherubini e comprende una serie di strumenti di diverso tipo e provenienza. Sono conservati anche un paio di pregevoli Stradivari ma la vera attrazione è il primo pianoforte verticale costruito da Domenico Del Mele nel 1739. La cosa curiosa è che si tratta, praticamente, di un pianoforte a coda ribaltato in verticale per motivi di spazio. Una soluzione curiosa ma  anche, in un certo senso, geniale. Completano la raccolta alcune postazioni dove è possibile ascoltare su pc i suoni degli strumenti esposti. Un’idea molto carina, in effetti.

P.s. Questo post si candida sicuramente come il più noioso che ho mai pubblicato e quello dalla più lunga gestazione, dal momento che nelle revisions mi segnala come data di prima stesura il 22 gennaio 2012! Non male vero?

Mai potuto soffrire il calcio. Mal sopporto l’accanimento dei tifosi (soprattutto quelli fiorentini, ve li raccomando!) e non mi piace la centralità che questo sport riveste nella vita del maschio medio italiano (senza offesa per nessuno di coloro che passano di qui a leggere 😉 ). Trovo che la fissazione per il calcio tiri fuori il lato peggiore di tanti (uomini o donne che siano. Anzi, spesso le donne sono le più accanite ed intransigenti!).

Nella vita, in generale, non amo gli scontri né le fazioni. Cerco sempre di trovare ciò che mi accomuna agli altri e non ciò che ci divide. Credo che questo sia l’atteggiamento migliore per comprendersi veramente. E il calcio mi pare che rappresenti un po’ il contrario di tutto ciò.

Ma quando a giocare sono le nazionali è tutta un’altra cosa. Nel tifo per la Nazionale vedo una forma di unione. E’ come se tutti ci dimenticassimo ciò che ci divide e ci separa e guardassimo uniti in un’unica direzione! Lo so, probabilmente questa è una visione romantica ed ingenua della cosa ma è parte costituente del mio modo di sentire.

E poi veder giocare le nazionali è un po’ come viaggiare, come conoscere Paesi diversi. Guardando i giocatori di una stessa nazione che corrono in campo uniti verso un’unica direzione mi sembra di poter capire un po’ di più quello che accomuna quel popolo. E anche questa è un’idea assolutamente romantica, ma lasciatemi sognare 😉

Per cui che succede? Ogni due anni, in occasione dei Mondiali o degli Europei, mi scateno e divento una fanatica di calcio! Non mi perdo una partita e imparo a memoria formazioni e gironi. Giuro. Chi mi segue su Twitter lo avrà notato, non faccio niente per nasconderlo, del resto. E meno male che c’è lo streaming altrimenti senza televisione avrei dovuto costringere tizio e caio ad ospitarmi in occasione delle partite (come è avvenuto in passato, del resto)!

Ma c’è dell’altro. Mia mamma è olandese. Di conseguenza in casa dei miei si è sempre fatto un doppio tifo, per l’Italia e per l’Olanda. Meno male che allo scontro diretto abbiamo assistito una volta sola (è da cardiopalma, ve lo assicuro)!

Di conseguenza io, ogni volta, tifo per l’Italia ma un po’ di più per l’Olanda (tanto per distinguermi dalla massa 😉 ). E, quindi, comprenderete il mio malumore di stasera dopo la sconfitta contro la Germania. E questo è anche il motivo per cui ho tirato fuori questo post dato che di andare a dormire subito dopo la delusione non se ne parlava neppure! (un post pieno di parentesi, tra l’altro, compresa quella che ho appena aperto…)

Concludo buttando giù un paio di progetti per post futuri. Ci sono un  po’ di novità cinematografiche riguardanti lo zio Stevie di cui parlare (alcune molto interessanti) ma devo trovare il tempo di raccogliere un po’ di materiale e di studiarmelo. Ho da finire il solito post sulla visita alla Galleria dell’Accademia da mesi ma la sua genesi è davvero esasperante! Ma non me ne sono dimenticata è solo che faccio un sacco di fatica a metterlo insieme. Vorrei raccontare del viaggio della scorsa settimana che ha un mucchio di spunti interessanti ma ho ancora bisogno di rimettere insieme le idee ed analizzare le emozioni che lo hanno accompagnato. Infine vorrei parlare di una serie che ho finito di vedere e che mi ha consigliato Lucia ma per questa le parole da trovare sono davvero troppo difficili. Chissà quando ci riuscirò!

Adesso scusate che devo andare a studiare le partite di domani (l’ho già detto che sono fissata, vero?). See You Soon 🙂

Eh lo so che i confronti non si dovrebbero mai fare. Ma questo ce l’ho in testa da quando ho saputo che i Taviani avevano vinto l’Orso d’oro a Berlino. Per cui perdonatemi ed abbiate pazienza.

Sono finalmente riuscita a vedere Cesare deve morire. Dico finalmente perché -lo devo ammettere- l’ho un po’ voluto evitare. Fin da quando ho saputo del film e di cosa parlava sono stata critica nei confronti dei Taviani. Perché da subito ho pensato che la pellicola fosse una scopiazzatura del bellissimo e sottovalutatissimo film di Ferrario. In fondo il tema delle due pellicole è davvero molto simile. Entrambi sono ambientati in un carcere (Rebibbia per i Taviani e quello di Torino per Ferrario). Entrambi utilizzano veri detenuti come attori principali (praticamente tutti in quello dei Taviani che si pone più sul filone del documentario mentre la pellicola di Ferrario vanta anche molte presenze di attori professionisti). Entrambi adottano l’escamotage della rappresentazione teatrale per porre l’accento sulla condizione carceraria e sul fondamentale concetto di libertà. Ma, per fortuna, le somiglianze finiscono qui.

Tutta colpa di Giuda è un riuscitissimo connubio tra musical e teatro in cui la messa in scena ha una sua importanza centrale e dove la rappresentazione teatrale della Passione di Cristo riveste un ruolo cardine ma non unico nella sceneggiatura. È un film che racconta sostanzialmente l’evoluzione e la presa di coscienza di un personaggio (la convincente Kasia Smutniak) che, attraverso l’esperienza consumata in carcere, cresce e matura fino ad operare delle scelte che influenzeranno anche la sua vita. Tale evoluzione è sottolineata e scandita dall’allestimento della rappresentazione teatrale che cambia e si trasforma in base all’approfondimento che la giovane regista fa sui testi sacri e alle riflessioni parallele sulla vita carceraria dei suoi attori improvvisati. Tutto diventa simbolo nel film di Ferrario e l’integrazione con le canzoni che scandiscono sia l’allestimento dello spettacolo che la vita dei suoi protagonisti è perfetta in questo contesto. Il Giuda a cui fa riferimento il titolo è sì il personaggio evangelico che con il suo bacio ha tradito Gesù ma è anche un simbolo ben preciso. Giuda è l’infame, il traditore, quello che preferisce nascondersi nell’ombra e tradire piuttosto che affrontare il suo avversario a viso aperto. Quella di Giuda finisce per essere la parte che nessuno dei detenuti vuole recitare. E se pare impensabile rappresentare la Passione senza Giuda l’eliminazione del concetto di colpa sostituito da quello di redenzione costituisce, in realtà, la svolta del film e del percorso umano della sua protagonista.

Nel film dei Taviani siamo su tutto un altro piano. La componente principale della pellicola è quella del metacinema in cui i personaggi recitano contemporaneamente sia la loro parte nella tragedia rappresentata che la parte di se stessi. Non c’è passaggio, non c’è cesura in Cesare deve morire. I protagonisti passano dalla recitazione dell’opera di Shakespeare a quella della loro vita vera senza soluzione di continuità, tanto da lasciare il dubbio allo spettatore se le battute pronunciate sullo schermo facciano parte della finzione o della realtà. E il messaggio che ne viene fuori è che, in fondo, questo non ha molta importanza. Perché ci sono opere eterne che parlano della vita, di passioni sempre attuali pur facendolo con un linguaggio aulico (bellissima la scelta dei registi di far pronunciare le battute agli attori ognuno nel proprio dialetto, scelta che contribuisce a confondere il piano della rappresentazione con quello della realtà).

Ma la vera rivoluzione di Cesare deve morire, quella che fa gridare al capolavoro è un’altra. I Taviani fanno cinema. Anzi Cinema (la maiuscola è d’obbligo!). Il linguaggio da loro adottato è prettamente e prepotentemente cinematografico. La scelta delle inquadrature, delle scenografie in cui sono girate le varie scene, l’alternarsi di colore e bianco e nero sono tutti elementi che fanno parte dello specifico filmico e nulla hanno a che fare con il teatro. Lo sguardo con cui i due registi osservano i propri attori improvvisati è quello  precipuo della settima arte, non v’è dubbio alcuno. Il teatro, il metalinguaggio, la rappresentazione di una tragedia universale sono tutte scuse per fare cinema. Niente viene detto né spiegato nella pellicola dei Taviani. Lo spettatore rischia più volte di confondere i piani e di interpretare in maniera errata i personaggi. Ma nessuno potrà esimersi dalla consapevolezza di stare assistendo ad un’opera cinematografica. E questa scelta -scusate- ma è davvero da standing ovation.

Celebrare il 1 maggio

Non c’è libertà senza sicurezza economica. La gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature.

F. Roosvelt

Stamani ho letto questa frase su Twitter e mi sono messa a pensare al significato di questo giorno che, troppo spesso, consideriamo solo utile per farci un ponte al mare o fuori città (ma non oggi ché tanto piove 😉 ).

Sono sempre rimasta molto colpita dalle parole con cui inizia la nostra Costituzione:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Ecco. In questa frase per me c’è già tutto. In questa frase, per me, c’è il profondo senso di una Nazione che mi ostino a voler chiamare Patria per quanto questa parola possa essere invisa o sembrare retorica. In questa frase c’è il senso del perché, nonostante in più occasioni sia stata tentata, non ho mai voluto lasciare questo Paese al quale sono inevitabilmente legata da un sentimento di amore e odio. Odio perché non posso fare a meno di vedere quanto riusciamo a rovinare un luogo meraviglioso come questa penisola. Un luogo fatto di bellezze artistiche e paesaggistiche immense ma di cui non ci accorgiamo neppure. Un luogo fatto di persone geniali, appassionate, folli capaci di slanci incredibili come in pochi altri luoghi al mondo se ne trovano. Odio proprio il fatto che riusciamo a farci abbindolare da chi fa promesse vuote senza renderci conto di cosa c’è in gioco. Odio il fatto che siamo un popolo pronto a disconoscere chi ci sta accanto ed a sopraffarlo non appena ne abbiamo l’occasione. Odio il fatto che tanti di noi pensano che se c’è una scorciatoia tanto vale prenderla senza chiedersi se questo possa nuocere a qualcuno. Odio il fatto che siamo un popolo che non rispetta le file! In questo, per me, c’è già tutto. Ecco, se dovessi dare una rappresentazione visiva del popolo italiano prenderei una fila a caso di qualsiasi supermercato. Neppure alla Posta o alla biglietteria della stazione ché quelle sono cose importanti perché magari ti parte il treno o ti scade una bolletta! No, proprio quella al supermercato perché quello è proprio il luogo che rappresenta il superfluo, il consumismo (non ne faccio un discorso morale in quanto io adoro i supermercati! ma solo un discorso di associazione di idee, simbolico).

Se mi soffermo a guardare quella fila disordinata alla cassa del supermercato mi piglia male, ve lo assicuro. Mi chiedo come la gente possa mettere da parte così la propria umanità… per cosa poi? Stessa cosa in macchina, intendiamoci. Nel traffico della città si vedono le peggiori manifestazioni della natura umana! Vogliamo parlare di quelli che suonano ai semafori se non scatti all’istante al verde? O quelli che ti stanno dietro ad un millimetro di distanza solo perché secondo loro vai piano (ignorando, naturalmente, il limite di velocità scritto a lettere cubitali lungo la strada!) e cercano l’occasione migliore per superarti?

Tutte queste manifestazioni di inciviltà sono terribili, me ne rendo conto. E credo anche che, per certi versi, siano connaturate in ognuno di noi. Ma io vedo anche molto altro. Io vedo un sacco di gente onesta che si sacrifica ogni giorno per fare il suo dovere. Vedo gente che crede in quello che fa e che ha il coraggio di portare avanti le sue scelte e la sua vita con dignità. Spesso nell’ombra e nell’anonimato ma ce n’è tanta di questa gente. E anche questi sono italiani. I migliori.

Il 1 maggio, dicevamo. Il fatto che si festeggi il lavoro, secondo me, è commovente. Perché per me lavorare significa compiere il proprio dovere ma, ancora di più, essere parte costituente di un ingranaggio che produce qualcosa. Essere una parte di un insieme. Ecco cosa significa lavorare. Perché nessuno lavora da solo o semplicemente per se stesso. Lavorare è un’attività collettiva, anche se fatta tra le quattro mura di un ufficio, da soli, ad una scrivania. Lavorare è un modo per mandare avanti e costruire la nostra società. Ed è per quello che mi indigno tanto quando sento parlare di lavori di serie A e lavori di serie B (penso che lo avrete letto tutti ma se non lo avete fatto e vi volete schifare leggete questo). Ogni lavoro ha pari dignità se chi lo svolge lo fa in maniera coscienziosa e consapevole. E ogni lavoratore deve essere allo stesso modo rispettato nell’esercizio del suo dovere. Dall’ambulante che cerca di venderti i libri africani fuori dalla libreria (!) all’operatore di call center che ti vuol proporre l’ennesima tariffa per risparmiare sul cellulare. Anche se è difficile. Anche se scappa la pazienza. Vi immaginate trovarsi ogni giorno persone che ci insultano solo perché stiamo facendo ciò che il nostro lavoro ci impone di fare?

Parlavamo di dignità. E questa è la parola chiave, secondo me. Secoli di lotte hanno portato a cambiare le condizioni del lavoro e ad acquisire certi diritti che, per anni, abbiamo dati per scontati. Penso al famoso posto fisso (quello monotono, secondo quanto affermato da Monti, per intenderci…) al fatto di veder riconosciute ferie e malattie come un diritto, il fatto di avere uno stipendio garantito che ti permetta di arrivare a fine mese e, magari, anche di spendere qualcuno dei soldi guadagnati per acquistare qualcosa di superfluo o concederti una vacanza in modo da far circolare denaro e produrre così una ricchezza per il Paese.

Ed ecco la domanda chiave: possiamo dire ancora oggi che questi sono diritti acquisiti? Purtroppo, a questa domanda, io mi trovo costretta a rispondere no. Sono io che vedo la situazione più nera di come è in realtà? Possibile. In questo caso sarò felicissima di essere smentita dai vostri commenti. Ma non credo. Credo che le conquiste di un tempo, quelle per cui hanno lottato i nostri padri e i nostri nonni si stiano perdendo. Credo che il mondo in cui viviamo noi e in cui vivranno i nostri figli sia un po’ più brutto di quello che hanno lasciato in eredità a noi. E, sicuramente, è un po’ anche colpa nostra. Sicuramente noi non abbiamo voluto o saputo lottare nel modo giusto per perpetuare certi diritti che, per troppo tempo, sono stati considerati inalienabili. Forse ci è parso poco importante. O forse l’ottimismo delle conquiste dei nostri padri ci ha pervaso nel modo sbagliato. Ci ha fatti adagiare. Ci ha fatto considerare dovuto ciò che andava conquistato ogni giorno. Quello che vedo intorno a me è che non siamo più capaci di un pensiero collettivo. Non riusciamo più a valutare un bene comune ma tendiamo a ripiegarci su noi stessi, tendiamo a coltivare ognuno il proprio orto senza pensare che se diamo una mano al nostro vicino ad arare il suo, magari, ne guadagneremo anche noi. Forse è il bene comune ciò in cui non crediamo più. E, idealmente, il 1 maggio dovrebbe servire a ricordare che non è sempre stato così.