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Ancora sullo zio Stevie

(segue dal post precedente)

Riguardano Rose Madder le altre indiscrezioni trapelate recentemente. E in questo caso si può tranquillamente parlare di una prima volta in quanto il romanzo scritto dal Re nel 1995 non ha finora conosciuto adattamenti cinematografici. Adesso pare che Naomi Sheridan (figlia del più famoso Jim Sheridan e sceneggiatrice di In America girato proprio dal padre) stia lavorando alla sceneggiatura. Per ora di questo adattamento non si sa altro. Tra l’altro Rose Madder è uno dei libri dello zio Stevie che non ho mai letto quindi, per me, più il progetto viene posticipato e meglio è 😉

E veniamo alla penultima notizia che riguarda le trasposizioni cinematografiche di lavori di King. In questo caso si tratta di un progetto ancora più ambizioso e complesso dell’adattamento de L’ombra dello scorpione. Al centro di tutto è il regista Ron Howard, qui in veste di produttore, che ha coinvolto Brian Grazer, Akiva Goldsman e lo stesso Stephen King nella trasposizione della saga de La Torre Nera. Attualmente il progetto è stato notevolmente ridimensionato per problemi di budget ma, inizialmente, erano previsti tre film per il grande schermo tratti dalla saga e due miniserie per la tv. Attualmente si parla di un solo film diretto proprio da Ron Howard a cui seguiranno gli altri solo in caso di successo al botteghino. La notizia positiva, però, è la presenza di Javier Bardem nel ruolo di Roland Deschain, protagonista della saga. Anche se la notizia è stata confermata e poi smentita in varie occasioni è una di quelle anticipazioni che fanno gola e che potrebbero contribuire a dare qualità al prodotto. Anche in questo caso la complessità della trama e delle sottotrame nonché i numerosi riferimenti ad altri romanzi del Re rende l’operazione piuttosto complessa. Inoltre Ron Howard, pur essendo un regista di solido mestiere, non ha, secondo me, l’estro necessario per ridimensionare cotanto materiale e renderlo a misura di schermo. Spero vivamente di venire smentita e che ne venga fuori un piccolo capolavoro 😉

E finiamo questa carrellata di anticipazioni con la notizia più ghiotta. È ormai iniziata la lavorazione del remake di Carrie lo sguardo di Satana di Brian De Palma. Il fatto che in questo caso si parli di remake del film di De Palma e non di adattamento dal romanzo di Stephen King è il primo punto a sfavore di questa operazione. Questo perché, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, l’opera di De Palma si pone come opera autoriale a tutti gli effetti, distaccandosi dal lavoro dello zio Stevie e reinterpretandolo attraverso uno sguardo, quello del regista, che più cinefilo non si potrebbe. Temo che, se di remake si tratta, il romanzo di King, in questo caso, possa entrarci veramente il giusto. Più probabilmente il film diventerà una rilettura dell’opera di De Palma allontanando ancora di più l’originale kinghiano. Va detto però che più fonti riportano che l’intenzione è quella di aderire più fedelmente al romanzo di King ma, in questo caso, non avrebbe senso parlare di remake.

Per quanto riguarda i nomi che sono venuti fuori sono senz’altro interessanti. Alla regia ci sarà Kimberly Peirce, la regista di Boys Don’t Cry, interessantissima pellicola del 1999 che affronta il tema dell’identità sessuale e che ha come protagonista una bravissima e ancora poco conosciuta Hilary Swank. Per quanto riguarda la sceneggiatura è stata affidata a Roberto Aguirre-Sacasa, autore televisivo conosciuto soprattutto per la serie Glee.

Il ruolo della protagonista, dopo che erano trapelati i nomi di Megan Fox e Hailee Steinfeld, è stato affidato a Chloë Moretz, recentemente vista in Hugo Cabret di Scorsese. Per il ruolo che fu di Piper Laurie, invece, si parla di Jodie Foster (ce la vedrei benissimo!) o di Julianne Moore.

Per finire vi lascio con l’immagine del fan poster realizzato come locandina per il nuovo adattamento di Carrie che ha entusiasmato perfino la regista che ha deciso di postarla sulla sua pagina di Facebook. Che ne dite? A me sembra piuttosto suggestiva anche se un po’ troppo patinata.

Fan poster di Carrie di Kimberly Peirce

Spettatore inconsapevole

Una doverosa premessa che è anche un ringraziamento a Man from Mars per aver condiviso con me le idee scaturite dalla visione di questo film. La stesura è mia ma i contenuti sono, per gran parte, suoi.

Carrie, lo sguardo di Satana (1976)

[Carrie, USA 1976, Horror, durata 95′]   Regia di Brian De Palma
Con Sissy Spacek, William Katt, Piper Laurie, Amy Irving, John Travolta

Attenzione! Contiene spoiler

Dopo aver finito di leggere Carrie ho avuto voglia di rivedermi anche il film di Brian De Palma tratto dal romanzo del Re. Lo ricordavo piuttosto bene, nonostante fosse passato molto tempo dalla prima visione. E questo fa capire quanto la pellicola  sia efficace.

Come avevo già avuto modo di sottolineare i film tratti da romanzi di King e diretti da grandi registi tendono a dare un’interpretazione della storia da cui prendono spunto. Tale interpretazione non si misura nelle differenze che corrono tra la pellicola e il testo (che pure ci sono anche se, in questo caso, non sono numerose, ma le vedremo in seguito) ma da un particolare sguardo, quello del regista, che finisce per mettere in secondo piano la storia. Perché i registi dalla forte personalità hanno un timbro registico perfettamente riconoscibile e tale timbro finisce per influenzare tutta la visione. Nel caso di Carrie, lo sguardo di Satana il modo di creare tensione tipico delle pellicole di De Palma (da Vestito per uccidere a Femme fatale) è evidente ed è qualcosa che non è presente nel romanzo o, meglio, non è connaturato al romanzo per quanto il romanzo si presti a suscitare questo tipo di tensione.

La scelta più originale di Brian De palma consiste nel presentare la sua storia ad uno spettatore inconsapevole a differenza del lettore di King che, come abbiamo detto, viene informato fin dall’inizio sugli sviluppi della vicenda. Questo serve al regista proprio per alimentare la tensione, per creare quella suspance che  nel romanzo di King manca. Il potere di Carrie, ad esempio, non è subito chiaro ed evidente. Si capisce che c’è qualcosa che non va ma non si sa cosa esattamente (si vedono fulminare le lampadine durante la scena della doccia o cadere il portacenere quando Carrie è nell’ufficio del preside ma nessuno ci dice esplicitamente che è lei a farlo). Inoltre lo scherzo del ballo viene preparato senza rivelarlo. Piano piano gli indizi si accumulano e, ad un certo punto della visione,  appare evidente cosa sta per accadere, ma il regista evita accuratamente di comunicarcelo.

Ma la differenza più evidente si registra nella scena della morte della madre di Carrie. Quella descritta da King nel romanzo è, secondo me, bellissima ed originale (Carrie ferma, semplicemente, il cuore della madre grazie al suo potere) ma davvero poco cinematografica. De Palma realizza una morte molto più spettacolare e fa morire Piper Laurie crocifissa allo stipite della porta della cucina per mezzo di coltelli e altri utensili lanciati da Carrie grazie al suo potere telecinetico. E’ una scena dal forte impatto visivo e dal chiaro intento simbolico: è come se la madre fosse uccisa direttamente dalle sue ossessioni religiose (altro particolare degno di nota è che, nel morire, la signora White ansima e grida come in preda ad un orgasmo più che dell’agonia della morte). Inoltre l’efficace scelta del piano sequenza che abbraccia in un solo sguardo il corpo della madre trafitta ed una statua del Cristo crocifisso e trapassato in più punti dalle punte di lancia dei soldati romani tende a sottolineare maggiormente questa valenza simbolica.

Ancora di più che il libro di King il film di De Palma narra della fine dell’innocenza. Lo spunto è l’ingresso nell’adolescenza, simboleggiato in Carrie dal menarca, quindi la fine dell’infanzia, periodo di inconsapevolezza ma anche di purezza (King ha sottolineato più volte nelle interviste e nelle sue storie quanto l’infanzia sia il periodo della salvezza per l’uomo, quanto i bambini siano puri ed innocenti). Ma De Palma fa di più e paragona questo passaggio alla perdita dell’innocenza per antonomasia: la caduta di Lucifero (e, per una volta, il titolo italiano del film ci viene in aiuto per comprendere questa interpretazione, in quanto in inglese il titolo della pellicola è, semplicemente, Carrie). Come è noto Lucifero (dal latino portatore di luce) era, in origine, un angelo che, divenuto invidioso della gloria divina, volle elevarsi a Dio, per questo fu punito e precipitato giù dal Paradiso e, nella caduta, aprì la voragine dell’Inferno.

Il regista assimila la figura di Carrie a quella di Lucifero e il potere che la ragazza scatena è, evidentemente, scaturito dalla perdita di quell’innocenza tipica dell’infanzia e dal desiderio di essere, per una volta, al centro dell’attenzione di tutti. Carrie usa il suo potere per vendicarsi di chi le ha fatto del male (la madre, i compagni, gli insegnanti, fino ad arrivare a tutta la cittadina) ma, ancora di più, per dimostrare, a se stessa e agli altri, che è in grado di farlo, per affermare la sua personalità. E cancellare definitivamente la sua innocenza. Perché se essere innocenti significa essere deboli Carrie decide di non esserlo più. La scena del ballo, in quest’ottica, è paradigmatica.

All’inizio tutto è bello e a Carrie sembra di stare in un sogno. Tutti l’ammirano veramente per la prima volta nella sua vita. Per un attimo si illude di aver finalmente raggiunto la grazia (nel senso di grazia divina ma anche di grazia femminile) semplicemente mettendo da parte il suo potere e trovando il riscatto nella normalità. Ma al momento del crudele scherzo del sangue di maiale Carrie si consapevolizza in maniera definitiva della sua natura, dell’ineluttabilità del suo potere e dell’origine malvagia delle sue pulsioni. Anche il suo sguardo cambia, a questo punto, non è più smarrito ma diviene folle, allucinato. La natura distruttiva di Carrie non può più essere trattenuta ma colpirà tutto e tutti senza scampo. E l’epilogo con la mano di Carrie che spunta dalla terra ad afferrare Sue è il più chiaro simbolo della discesa agli inferi della ragazza, dell’angelo caduto per aver osato credersi simile a Dio.

Concludo con un’ultima osservazione sulla scena iniziale del film, la scena delle docce e dell’arrivo delle prime mestruazioni di Carrie. La descrizione fatta da King già si presta a sviluppare fantasie sessuali ma la scena di De Palma è addirittura softcore con i primi piani di Sissy Spacek che si insapona sotto la doccia molto arditi per il 1976, anno in cui il film è stato girato. E a proposito della Spacek ci tengo a sottolineare quanto la sua interpretazione sia intensa e convincente, sia quando è timida e smarrita, quasi fragile, sia quando sviluppa tutta la sua furia distruttiva. Come Jack Torrance in Shining avrà sempre, nella mia memoria, il volto allucinato di Jack Nicholson anche Carrie White avrà sempre il volto turbato di Sissy Spacek.

Al cinema con zio Stevie

Vorrei fare alcune riflessioni sulla filmografia derivata di libri di Stephen King. Innanzitutto vale la pena di notare che sono moltissimi gli adattamenti cinematografici dalle sue opere. E questo non è dovuto solamente alla sua prolificità di scrittore ma anche al fatto che il suo stile di scrittura è, di per sé, estremamente cinematografico. Leggendo molti dei suoi romanzi o racconti viene spontaneo immaginarsi i personaggi o gli episodi narrati. Il talento visivo di King è innegabile.

Molte pellicole cinematografiche tratte dalle sue opere, dicevamo. In realtà ce ne sono altrettante ispirate alle sue opere senza che ne siano tratte in nessun modo e altre che riportano solo lo stesso titolo offrendoci uno sviluppo completamente diverso (una su tutti, come ho già ricordatoIl tagliaerbe di Brett Leonard che all’epoca della sua uscita fece indignare enormemente il Re costringendolo a fare causa alla New Line, la casa produttrice). Al di là del discorso dello sfruttamento del nome a fini pubblicitari mi interessa il fatto che questa vicenda testimonia, inequivocabilmente, che il nome di King attiri e venda, soprattutto al cinema. Se mi soffermo a pensarci sono tantissime le produzioni cinematografiche che devono molto alle sue storie ed alle sue atmosfere. Per citarne solo alcune mi vengono in mente il bellissimo Frailty, convincentissimo esordio alla regia di Bill Paxton,  un film ingiustamente poco conosciuto che racconta delle conseguenze che avrà sui figli l’ossessione religiosa di un padre solo (i rimandi a Carrie sono innegabili), oppure il suggestivo (anche se non del tutto riuscito) Premonition di Mennan Yapo, in cui una donna si muove avanti e indietro nei giorni che preludono alla morte del marito per tentare di impedire l’incidente in cui verrà coinvolto (la trama è fortemente suggestionata da La zona morta, anche se lo sviluppo è completamente diverso), o, infine, lo spagnolo Rec di Jaume Balagueró, un horror claustrofobico ed inquietante che si svolge tutto in una notte all’interno di un palazzo sigillato dal quale è impossibile uscire (un po’ come l’Overlook Hotel di Shining dopo la caduta della neve). Ci potrebbero essere ancora tantissimi esempi del genere, questi sono i più significativi che mi sono venuti in mente ma tutto l’horror cinematografico contemporaneo si può dire che sia figlio di Stephen King.

Ma per tornare alla filmografia in oggetto si nota subito che il regista che ha curato il numero maggiore di realizzazioni dalle opere di King è Frank Darabont che ha cominciato girando un cortometraggio tratto dal racconto La donna nella stanza per poi passare ai lungometraggi con Le ali della libertà, Il miglio verde e l’irrisolto The mist. Pare che il sodalizio Darabont e King sia uno di quelli destinati a durare, pur non essendoci attualmente notizie di una loro futura collaborazione, ma il regista resta, sicuramente, uno degli interpreti migliori delle atmosfere e delle suggestioni dello scrittore del Maine. A mio avviso, però, i migliori film tratti dalle opere di king sono quelli girati da Rob Reiner, regista che personalmente apprezzo moltissimo. Le riduzioni cinematografiche de Il corpo e di Misery sono due film stupendi, con una loro dignità artistica indipendente dall’opera da cui sono tratti pur rimanendone particolarmente fedeli.

Per concludere vale la pena osservare che i film girati dai nomi più altisonanti e celebri tra quelli che si sono cimentati nell’opera del Re sono, forse, i meno riusciti. E non perché non siano dei bellissimi film ma perché questi registi hanno messo molte delle loro ossessioni nella riduzione dell’opera kinghiana, tradendo, chi più chi meno, l’idea originale del romanzo o del racconto da cui sono state tratte le rispettive pellicole. E, infatti, sono proprio queste opere quelle che non hanno del tutto convinto lo zio Stevie. Ma è innegabile che la potenza visiva di Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, di Shining di Stanley Kubrick o de La zona morta di David Cronenberg restano impressi e, spesso, proprio per la loro forte personalità, rischiano di mettere in ombra anche il romanzo dal quale sono stati tratti. Sfido chiunque a leggere Shining senza pensare al sorriso mefistofelico di Jack Nicholson. Anche quello, come i migliori romanzi del Re, contribuirà ad alimentare i nostri incubi per molte notti a venire…

Aggiornamento

Per un confronto con quanto detto nel post date un’occhiata anche a questa classifica stilata da CineFatti. È utile per farsi un’idea ulteriore del rapporto tra zio Stevie e il cinema.