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Qualche news kinghiana

Avvertenza. Ho iniziato a scrivere questo post come semplice aggiornamento su alcune notizie che riguardano prossime uscite di film tratti da romanzi di Stephen King. Doveva essere un post veloce, un semplice aggiornamento. Poi mi sono resa conto di avere superato le 1000 parole in un lampo! Cos√¨ ho deciso di essere magnanima, non tediarvi e dividerlo in due ūüėČ

In questo periodo di arresto della lettura de L’ombra dello scorpione non crediate che non abbia continuato a tenermi aggiornata sullo zio Stevie e sulle notizie che lo riguardano. E’ da un po’ di tempo che trapelano varie cose soprattutto sul fronte cinema. La prima riguarda proprio L’ombra dello scorpione dato che le ultime indiscrezioni danno ormai certa la realizzazione di un film tratto dal libro. Fino ad ora solo Mick Garris nel 1993 aveva avuto il coraggio di affrontare la trasposizione del romanzo pi√Ļ amato dai fan del Re. Lo aveva fatto con una serie tv in quattro puntate che, sebbene personalmente io non abbia ancora visto, si dice da pi√Ļ parti essere un prodotto del tutto insoddisfacente. E la cosa non stupisce affatto dato che il materiale presente nel romanzo √® tantissimo (e non solo per le dimensioni ma anche per il numero dei personaggi e la struttura della storia) e difficilmente trasportabile sullo schermo senza perderne lo spirito.

Tempo fa si fece anche il nome di George A. Romero per un adattamento cinematografico del romanzo e pare che lo stesso King ne fosse entusiasta. Ma poi sembra che l’autore de La notte dei morti viventi si sia tirato indietro e non √® dato saperne il motivo.

Dopo che la Warner ne ha acquistati i diritti ha affidato la regia a David Yates, regista di quattro degli otto film di Harry Potter, che si era dichiarato entusiasta dell’impresa in quanto grandissimo estimatore di King. Tra l’altro sarebbe stato affiancato dal suo sceneggiatore di fiducia Steve Kloves con il quale aveva gi√† iniziato a lavorare al progetto. I motivi per cui i due, ad un certo punto, si sono ritirati sarebbero da ricercare proprio nella complessit√† e nella stratificazione del romanzo e nel fatto che, pur essendo sostanzialmente un romanzo d’avventura, in realt√† √® quasi del tutto privo di scene d’azione. Yates stesso avrebbe dichiarato:

Ciò che amo del lavoro di King e de L’ombra dello scorpione è il fatto che Stephen King ti fa davvero entrare nelle vite di queste persone, vedi il mondo da un livello intimo e umano. Ma realizzare un film così costoso da questo materiale è pressante, e poi mancavano quelle scene d’azione straordinarie che invece ci sono nei libri di Potter, ed ero preoccupato che alla fine non avrei realizzato il film che lo studio sperava. Forse una miniserie l’avrei vista possibile, una interessante, complessa, stratificata e divertente storia a lungo termine, ma per me mancavano i grossi momenti, le scene d’azione.

Da qui all’abbandono del progetto il passo √® stato breve. Ed √® a questo punto che si √® cominciato a fare il nome dell’attore Ben Affleck come regista della trasposizione. Diciamo subito che la mia stima di Affleck come regista √® inversamente proporzionale alla mia opinione di lui come attore. A livello di recitazione riesco a sopportarlo ben poco, lo devo ammettere. Lo trovo statico ed inespressivo. Ma all’esordio dietro la macchina da presa si √® dimostrato un regista consapevole dei propri mezzi e tutt’altro che banale. Gone Baby Gone, il suo lungometraggio di esordio, √® un film solido e dolente che affronta argomenti non facili e che si avvale di un cast di tutto rispetto. Ho sentito parlare molto bene anche del suo secondo film The Town che, per√≤, non ho ancora visto. Insomma la scelta di Affleck dietro la macchina da presa di L’ombra dello scorpione non mi dispiace affatto.

Accanto ad Affleck lavora lo sceneggiatore David Kajganich che, per King, aveva già sceneggiato It e Pet Sematary, con risultati abbastanza deludenti, in realtà. Sono curiosa di vedere che cosa ne verrà fuori anche se resto convinta che un adattamento cinematografico di questo romanzo sia pressoché impossibile.

√ą curioso che, pi√Ļ o meno nello stesso periodo, siano cominciate a trapelare notizie anche sull’adattamento del romanzo di King pi√Ļ affine a L’ombra dello scorpione, vale a dire The Dome. In questo caso tutto √® partito da Steven Spielberg che in agosto ha acquistato i diritti cinematografici del libro cominciando subito a cercare uno sceneggiatore. Pare che, alla fine, lo abbia trovato in Brian K. Vaughan, fumettista e autore di alcune puntate di Lost (e questo, personalmente, mi fa ben sperare!). In questo caso parliamo di una serie televisiva e non di un film per il grande schermo. Forse anche questa √® una notizia positiva dato che, negli ultimi tempi, pare che le cose migliori si riescano a vedere proprio in tv. Anche in questo caso staremo a vedere anche perch√© qui manca ancora un’ipotesi sul nome del regista, per cui mi riservo di valutare la cosa quando ci saranno pi√Ļ elementi da poter analizzare. Certo √® che The Dome √® un romanzo che ben si presta ad essere portato sullo schermo perch√© ha forti elementi di spettacolarit√† che, se ben realizzati, sono convinta che potranno rendere benissimo a livello cinematografico anche se limitatamente alla visione domestica. E poi Spielberg √® una garanzia, almeno per me.

(to be continued…)

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Anche su Shining ho superato il giro di boa di metà lettura (applausi!). E, come di consueto, dedico un post al prossimo libro da affrontare.

Si tratta di Ossessione, il primo romanzo di Richard Bachman, lo pseudonimo che il Re ha utilizzato, fin dagli esordi, per sperimentare un tipo di scrittura diverso da quello a cui ha abituato i suoi fan. Sicuramente vale la pena dedicare un post a Bachman e al suo stile ma ne riparleremo in maniera pi√Ļ approfondita quando mi sar√≤ riletta un po’ dei suoi romanzi.

Accenno brevemente alla trama del romanzo perch√© √® sicuramente uno dei meno noti del Re e alcuni di voi, forse, non lo conoscono. Il racconto narra di uno studente delle superiori che uccide due insegnanti e tiene in ostaggio i suoi compagni di classe costringendoli, in una specie di terapia di gruppo, a tirare fuori i lati pi√Ļ oscuri ed aberranti del loro carattere e a raccontare gli episodi della loro vita di cui pi√Ļ si vergognano. Naturalmente non vi rivelo il finale ma potete immaginare che non sar√† certo positivo…

Ossessione √®, a tutti gli effetti, il primo romanzo scritto da King attualmente pubblicato. La prima stesura, infatti, risale al 1966 e vede la luce, nella sua forma pi√Ļ o meno definitiva, nel 1968 quando lo sottopone, per un’esercitazione di scrittura creativa, al giudizio del suo insegnante, durante una lezione universitaria (per inciso il primo titolo dell’opera era Getting It on¬†e l’insegnante lod√≤ molto il lavoro di King spingendolo a proseguire sulla strada della scrittura). Ma √® soltanto nel 1977 che il romanzo viene pubblicato, lo stesso anno in cui viene dato alle stampe Shining. La scelta di pubblicare il testo con lo pseudonimo di Richard Bachman (che accompagner√† la vita editoriale di King fino al 1984, anno in cui verr√† smascherato da un lettore) √® dovuta essenzialmente a due motivi, uno di natura stilistica e l’altro di immagine, se cos√¨ possiamo dire.

Il romanzo √® scritto in uno stile tagliente ed essenziale ed √® quasi brutale nella scelta di non voler conquistare il lettore ma di volergli sbattere in faccia la violenza. Nelle opere di Bachman c’√® molta meno psicologia rispetto alle opere di King. Bachman non tenta pi√Ļ di tanto di capire i suoi personaggi n√© di renderli accattivanti per i suoi lettori. I protagonisti dei romanzi dell’alter ego di King sono quasi tutti antipatici o, per lo meno, quasi mai suscitano empatia. Lo stesso non si pu√≤ dire di King che, alla fine dei conti, ama sempre i suoi perdenti, i personaggi pi√Ļ deboli e, in qualche modo, cerca di far affezionare a loro anche il lettore.

Il secondo motivo che spinge King a creare Bachman √® di natura essenzialmente psicologica. Lo scrittore del Maine √® curioso di vedere se le sue opere vendono per motivi di qualit√† di scrittura o, almeno in parte, perch√© sono romanzi di Stephen King. E, in effetti, i libri di Bachman conosceranno veramente il successo solo quando l’alter ego del Re sar√† rivelato. Fino a quel momento erano un oggetto di nicchia, amato da una fetta marginale di pubblico.

E’ interessante notare (ma ci ritorneremo) come i primi romanzi di King trattino spesso della rabbia e dell’incapacit√† di gestirla (Carrie compie la sua vendetta in preda all’ira, in Ossessione il movente di tutto il romanzo √® la rabbia repressa che poi deflagra e anche in Shining, alla fine, il tema centrale √® proprio l’incapacit√† di Jack Torrance di convivere con le sue pulsioni di rabbia)

Voglio concludere questa breve introduzione al libro citando un brano di un’intervista allo zio Stevie del 1999. Il testo integrale lo trovate qui, l’estratto che vi riporto √® una mia libera traduzione dall’inglese quindi perdonate la forma non proprio oxfordiana ūüėČ

Simpatizzo con i perdenti del mondo e, in qualche modo, comprendo la cieca rabbia adolescenziale e il panico da topo in trappola che caratterizza la scelta obbligata di crescere, fino al punto in cui la violenza sembra essere l’unica risposta possibile alla sofferenza. E anche se compatisco i ragazzi che hanno sparato a Columbine mi piace pensare che, se fossi stato nella posizione di farlo, li avrei uccisi io stesso, se non ci fosse stata scelta, che li avrei abbattuti come un animale selvatico che non si riesce a far smettere di mordere. Arriva un momento in cui gli Harris e i Klebold diventano impossibili da salvare, quando hanno superato quel confine invisibile e sono entrati in quella terra in cui ogni impulso violento √® lasciato libero di sfogarsi. A questo punto le regole sociali non contano pi√Ļ e rimane solo il dovere di salvare quante pi√Ļ persone possibile da quello che mi sembra essere il male del secolo attuale, nel senso che questo termine assume nel Vecchio Testamento. E anche se esperti, politici e psicologi esitano ad utilizzare questa parola -e io stesso, in effetti, esito ad usarla- nessun’altra mi sembra pi√Ļ calzante per indicare queste azioni e le rovine che si lasciano alle spalle. E in presenza del male tutta la piet√† o la compassione che possiamo provare deve essere messa da parte e conservata solo per le vittime.

E proprio in seguito agli episodi avvenuti nella scuola superiore di Columbine, dopo che altri fatti analoghi erano accaduti anche in altre scuole americane, che King decide di ritirare dal commercio Ossessione dichiarando che sebbene secondo lui non ci sia nessun collegamento diretto tra libri o film violenti e simili stragi √® pur vero che un romanzo simile, in una mente gi√† deviata, pu√≤ provocare la scintilla che innescher√† l’esplosione di violenza.

Resta da dire che non sono completamente d’accordo con il Re e con la sua teoria perch√© la trovo abbastanza esplicativa del modo di pensare americano che ritiene che, spesso, non ci siano alternative a punizioni esemplari e che preferisce, in molti casi, uccidere i suoi assassini con la pena di morte piuttosto che impedirgli di uccidere rendendogli meno facile l’accesso alle armi. Ma sarebbe una lunga discussione che andrebbe argomentata un po’ meglio di cos√¨ e questo post non √® il luogo adatto dato che l’ho scritto, semplicemente, per presentare uno dei migliori libri di King Bachman, almeno a mio parere.

Spettatore inconsapevole

Una doverosa premessa che è anche un ringraziamento a Man from Mars per aver condiviso con me le idee scaturite dalla visione di questo film. La stesura è mia ma i contenuti sono, per gran parte, suoi.

Carrie, lo sguardo di Satana (1976)

[Carrie,¬†USA 1976,¬†Horror, durata 95′] ¬† Regia di¬†Brian De Palma
Con Sissy Spacek, William Katt, Piper Laurie, Amy Irving, John Travolta

Attenzione! Contiene spoiler

Dopo aver finito di leggere Carrie ho avuto voglia di rivedermi anche il film di Brian De Palma tratto dal romanzo del Re. Lo ricordavo piuttosto bene, nonostante fosse passato molto tempo dalla prima visione. E questo fa capire quanto la pellicola  sia efficace.

Come avevo gi√† avuto modo di sottolineare i film tratti da romanzi di King e diretti da grandi registi tendono a dare un’interpretazione della storia da cui prendono spunto. Tale interpretazione non si misura nelle differenze che corrono tra la pellicola e il testo (che pure ci sono anche se, in questo caso, non sono numerose, ma le vedremo in seguito) ma da un particolare sguardo, quello del regista, che finisce per mettere in secondo piano la storia. Perch√© i registi dalla forte personalit√† hanno un timbro registico perfettamente riconoscibile e tale timbro finisce per influenzare tutta la visione. Nel caso di Carrie, lo sguardo di Satana il modo di creare tensione tipico delle pellicole di De Palma (da Vestito per uccidere a Femme fatale) √® evidente ed √® qualcosa che non √® presente nel romanzo o, meglio, non √® connaturato al romanzo per quanto il romanzo si presti a suscitare questo tipo di tensione.

La scelta pi√Ļ originale di Brian De palma consiste nel presentare la sua storia ad uno spettatore inconsapevole a differenza del lettore di King che, come abbiamo detto, viene informato fin dall’inizio sugli sviluppi della vicenda. Questo serve al regista proprio per alimentare la tensione, per creare quella suspance che ¬†nel romanzo di King manca. Il potere di Carrie, ad esempio, non √® subito chiaro ed evidente. Si capisce che c’√® qualcosa che non va ma non si sa cosa esattamente (si vedono fulminare le lampadine durante la scena della doccia o cadere il portacenere quando Carrie √® nell’ufficio del preside ma nessuno ci dice esplicitamente che √® lei a farlo). Inoltre lo scherzo del ballo viene preparato senza rivelarlo. Piano piano gli indizi si accumulano e, ad un certo punto della visione, ¬†appare evidente cosa sta per accadere, ma il regista evita accuratamente di comunicarcelo.

Ma la differenza pi√Ļ evidente si registra nella scena della morte della madre di Carrie. Quella descritta da King nel romanzo √®, secondo me, bellissima ed originale (Carrie ferma, semplicemente, il cuore della madre grazie al suo potere) ma davvero poco cinematografica. De Palma realizza una morte molto pi√Ļ spettacolare e fa morire Piper Laurie crocifissa allo stipite della porta della cucina per mezzo di coltelli e altri utensili lanciati da Carrie grazie al suo potere telecinetico. E’ una scena dal forte impatto visivo e dal chiaro intento simbolico: √® come se la madre fosse uccisa direttamente dalle sue ossessioni religiose (altro particolare degno di nota √® che, nel morire, la signora White ansima e grida come in preda ad un orgasmo pi√Ļ che dell’agonia della morte). Inoltre l’efficace scelta del piano sequenza che abbraccia in un solo sguardo il corpo della madre trafitta ed una statua del Cristo crocifisso e trapassato in pi√Ļ punti dalle punte di lancia dei soldati romani tende a sottolineare maggiormente questa valenza simbolica.

Ancora di pi√Ļ che il libro di King il film di De Palma narra della fine dell’innocenza. Lo spunto √® l’ingresso nell’adolescenza, simboleggiato in Carrie dal menarca, quindi la fine dell’infanzia, periodo di inconsapevolezza ma anche di purezza (King ha sottolineato pi√Ļ volte nelle interviste e nelle sue storie quanto l’infanzia sia il periodo della salvezza per l’uomo, quanto i bambini siano puri ed innocenti). Ma De Palma fa di pi√Ļ e paragona questo passaggio alla perdita dell’innocenza per antonomasia: la caduta di Lucifero (e, per una volta, il titolo italiano del film ci viene in aiuto per comprendere questa interpretazione, in quanto in inglese il titolo della pellicola √®, semplicemente, Carrie). Come √® noto Lucifero (dal latino portatore di luce) era, in origine, un angelo che, divenuto invidioso della gloria divina, volle elevarsi a Dio, per questo fu punito e precipitato gi√Ļ dal Paradiso e, nella caduta, apr√¨ la voragine dell’Inferno.

Il regista assimila la figura di Carrie a quella di Lucifero e il potere che la ragazza scatena √®, evidentemente, scaturito dalla perdita di quell’innocenza tipica dell’infanzia e dal desiderio di essere, per una volta, al centro dell’attenzione di tutti. Carrie usa il suo potere per vendicarsi di chi le ha fatto del male (la madre, i compagni, gli insegnanti, fino ad arrivare a tutta la cittadina) ma, ancora di pi√Ļ, per dimostrare, a se stessa e agli altri, che √® in grado di farlo, per affermare la sua personalit√†. E cancellare definitivamente la sua innocenza. Perch√© se essere innocenti significa essere deboli Carrie decide di non esserlo pi√Ļ. La scena del ballo, in quest’ottica, √® paradigmatica.

All’inizio tutto √® bello e a Carrie sembra di stare in un sogno. Tutti l’ammirano veramente per la prima volta nella sua vita. Per un attimo si illude di aver finalmente raggiunto la grazia (nel senso di grazia divina ma anche di grazia femminile) semplicemente mettendo da parte il suo potere e trovando il riscatto nella normalit√†. Ma al momento del crudele scherzo del sangue di maiale Carrie si consapevolizza in maniera definitiva della sua natura, dell’ineluttabilit√† del suo potere e dell’origine malvagia delle sue pulsioni. Anche il suo sguardo cambia, a questo punto, non √® pi√Ļ smarrito ma diviene folle, allucinato. La natura distruttiva di Carrie non pu√≤ pi√Ļ essere trattenuta ma colpir√† tutto e tutti senza scampo. E l’epilogo con la mano di Carrie che spunta dalla terra ad afferrare Sue √® il pi√Ļ chiaro simbolo della discesa agli inferi della ragazza, dell’angelo caduto per aver osato credersi simile a Dio.

Concludo con un’ultima osservazione sulla scena iniziale del film, la scena delle docce e dell’arrivo delle prime mestruazioni di Carrie. La descrizione fatta da King gi√† si presta a sviluppare fantasie sessuali ma la scena di De Palma √® addirittura¬†softcore¬†con i primi piani di Sissy Spacek che si insapona sotto la doccia¬†molto arditi per il 1976, anno in cui il film √® stato girato. E a proposito della Spacek ci tengo a sottolineare quanto¬†la sua interpretazione sia intensa e convincente, sia quando √® timida e smarrita, quasi fragile, sia quando sviluppa tutta la sua furia distruttiva. Come Jack Torrance in Shining avr√† sempre, nella mia memoria, il volto allucinato di Jack Nicholson anche Carrie White avr√† sempre il volto turbato di Sissy Spacek.

Una giornata nel Lot

Una giornata nel Lot √® quella descritta in uno dei capitoli pi√Ļ belli ed efficaci di Le notti di Salem. King utilizza l’espediente letterario del raccontarci una giornata intera nella cittadina del New England scandendo i diversi paragrafi con i diversi orari in cui avvengono i vari episodi descritti. In questo modo lo zio Stevie ci presenta tutti i personaggi che avranno un ruolo nella storia che ci sta raccontando entrando direttamente in medias res all’interno delle loro vite. E questo mi fa riflettere anche sul modo con cui King ritrae i suoi protagonisti, quel modo cos√¨ personale e caratteristico che ogni lettore del Re ben conosce. Stephen King introduce sempre i personaggi designandoli per nome e per cognome, come se fossero persone reali che, uscendo, potresti incontrare per strada. E’ come se i protagonisti delle sue storie fossero i suoi vicini di casa, o i suoi colleghi o, perfino, i suoi amici. E’ di questa gente comune che le pagine dei romanzi dello scrittore del Maine sono piene ed √® di questa gente comune che il lettore kinghiano si innamora, a questa che si appassiona, perch√© √® consapevole che sono esattamente gli stessi di cui √® circondato e che, se potesse spiare le loro vite e i loro pensieri, li troverebbe esattamente identici a quelli che lo scrittore descrive.

Un’altra osservazione che mi sorge spontanea, arrivata ormai intorno a pagina 200 del romanzo, riguarda la traduzione. Quella di Carlo Brera √®, evidentemente, una traduzione datata. Probabilmente nel 1987 (data di pubblicazione dell’edizione che sto leggendo) la nostra societ√† non era ancora cos√¨ americanizzata come √® adesso che la globalizzazione ha fatto la sua comparsa. Pensate che Brera si permette di tradurre le miglia in chilometri o New England come Nuova Inghilterra (lo so, non si pu√≤ proprio sentire…) o, ancora, utilizza il termine Comune per designare le citt√† limitrofe di Jerusalem’s Lot quando i Comuni sono una realt√† amministrativa prettamente italiana mentre negli USA il governo locale √® identificato con i municipi (municipality o¬†incorporated place).

Inoltre quello che pi√Ļ mi infastidisce di questa traduzione √® il ricorrente utilizzo di ‘sto al posto di questo. Trovo questa scelta fastidiosissima perch√© non serve a riprodurre lo slang americano (come credo fosse nelle intenzioni del traduttore) ma solo a far sembrare i personaggi dei burini romani! E questo lo fa anche Brunella Gasperini in Carrie, purtroppo.

Al di là di questi incidenti di percorso dovuti alla traduzione, però, fa piacere notare che ne Le notti di Salem lo stile di King è già perfettamente sviluppato. Ciò che in Carrie era ancora allo stato embrionale qui è già maturo. Lo scrittore al suo secondo romanzo è già consapevole delle sue capacità e padrone dei suoi mezzi espressivi. Insomma, King è già King!

Concludo con una curiosit√† questa prima analisi di Le notti di Salem. Uno dei personaggi descritti nel romanzo, Larry Crockett, ¬†l’agente immobiliare che vende casa Marsten a Straker, si √® arricchito con il commercio di roulotte utilizzate come abitazioni alla periferia di Salem e nelle cittadine contigue. Questo, inevitabilmente, fa pensare all’esperienza personale di King che ha passato i primi anni di matrimonio proprio in una roulotte, la stessa dove ha visto la luce Carrie.

38 anni e non sentirli

No, non sono i miei i 38 anni (ancora non li ho) ma quelli trascorsi da quando Stephen King scrisse Carrie, nel 1973. Le riflessioni che dovevo fare sul libro le ho già fatte qui, adesso non mi rimane che lasciarvi la breve recensione del romanzo.

Nel frattempo vi comunico che sono gi√† a buon punto della lettura de Le notti di Salem e che qui King si rivela gi√† per lo scrittore maturo che apprezziamo. Ma non vi anticipo nulla. In uno dei prossimi post far√≤ un’analisi un po’ pi√Ļ dettagliata.

Carrie di Stephen King 1974

La rilettura di Carrie √® stata estremamente soddisfacente. Non solo perch√© mi ha permesso di scoprire particolari che nella prima lettura mi erano sfuggiti o elementi che non avevo notato ma, ancora di pi√Ļ, perch√© mi ha permesso di assaporare lo stile del King esordiente.

Carrie √® stato il mio primo approccio all’opera di questo scrittore e lo lessi nell’adolescenza. In pratica ho esordito nella lettura di King parallelamente al momento in cui lui ha esordito nella scrittura. La rilettura mi ha fatto capire che lo stile particolare dello scrittore del Maine era gi√† presente agli albori della sua produzione, mancava solamente la consapevolezza dei suoi mezzi, per il resto era gi√† perfettamente formato.

Ma la vera sorpresa consiste nel constatare che questo romanzo √® invecchiato benissimo. Ancora riesce a spaventare e ad inorridire con certe descrizioni pur essendo passati quasi 40 anni e centinaia di film horror che hanno contribuito a cambiare l’immaginario collettivo e ci hanno abituati a ben maggiori efferatezze. E’ inutile dirlo, √® questo che distingue un grande scrittore da un fenomeno mediatico, questa capacit√† di penetrare nell’immaginario del lettore a tal punto da risvegliare in lui le emozioni pi√Ļ ataviche e primitive. E’ questo carattere di universalit√† che fa di Carrie inevitabilmente un classico.

E siamo al secondo…

Le notti di Salem

Come gi√† preannunciato ho finito Carrie. A breve ne pubblicher√≤ la recensione che, comunque non aggiunger√† molto alle riflessioni che abbiamo gi√† fatto. Adesso √® la volta di Le notti di Salem, secondo romanzo di King e primo confronto con l’horror puro per lo srittore del Maine.

Anche in questo caso vi riporto i dati dell’edizione che andr√≤ ad affrontare.

Paperback 441 Pagine

ISBN-10: 8845202291

ISBN-13: 9788845202292

Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 64)

Data di pubblicazione: Jan 01, 1987

Traduttore: Carlo Brera

Come per Carrie anche con questo romanzo mi accingo ad una rilettura. Non ricordo quasi nulla della trama (a parte le cose di base che tutti sappiamo) ma ricordo una scena particolarmente impressionante (che non vi anticipo) che me lo fece decretare, all’epoca, come il romanzo pi√Ļ pauroso del Re. Chiss√† se ancora oggi, quando ci arriver√≤, mi far√† lo stesso effetto? A breve lo scopriremo insieme.

E’ questa la curiosa domanda che ha dato lo spunto a Stephen King per elaborare la storia de Le notti di Salem.

La genesi dell’opera √® interessante e, tra l’altro, √® molto significativa in relazione al modo di scrivere e di raccontare di King, per cui vale la pena riportarla.

Il Re legge, per ¬†la prima volta, il romanzo di Bram Stoker da bambino e ne rimane subito entusiasta. Successivamente riprende in mano l’opera in occasione di un corso su Fantasy e Fantascienza tenuto durante il suo periodo di insegnamento. E’ in quest’occasione che riscopre la bellezza dell’opera e il fascino della figura del vampiro. Lo spunto per scrivere un’opera con un vampiro per protagonista, per√≤, gli viene da una conversazione tenutasi durante una cena con Tabitha e l’amico Chris Chesley durante la quale si apre una discussione sul mito del vampiro in relazione all’opera di Stoker. Ed √® in quel momento che uno dei commensali si domanda come si sarebbe comportato Dracula se fosse vissuto in America negli anni 70. La cosa parte come uno scherzo, tanto che King ipotizza che sarebbe stato sicuramente investito da un taxi newyorkese ma Tabby la prende molto sul serio e avanza l’ipotesi di una venuta di Dracula negli anni 70 in un paesino nelle campagne del Maine: la storia si sarebbe ripetuta uguale o sarebbe andata in un altro modo? Ed √® da questo momento che lo scrittore comincia a figurarsi la sua personalissima interpretazione del mito di Dracula.

Alla base del romanzo ci sono due racconti, entrambi inseriti nella raccolta A volte ritornano, Jerusalem’s Lot (che, in un primo momento, doveva anche essere il titolo del romanzo, poi abbreviato dalla casa editrice Dubleday in Salem’s Lot) e Il bicchiere della staffa. Non √® raro che King sviluppi lo spunto di un racconto fino a farlo diventare un romanzo, in fondo √® quello che √® accaduto anche con Carrie e che accadr√†, ad esempio, con L’ombra dello scorpione, il cui tema centrale era gi√† stato trattato in Risacca notturna (anche esso contenuto in A volte ritornano). Lo scrittore ha dichiarato in pi√Ļ occasioni che i suoi racconti ama definirli le sue storie della buonanotte perch√© le elabora la notte quando non riesce a prendere sonno e si rigira nel letto. A volte sono storie che non vale la pena portare avanti e vengono abbandonate non appena il sonno ha la meglio, altre volte continuano, si sviluppano, vogliono sopravvivere. E allora diventano racconti o, nel migliore dei casi, crescono fino a prendere la consistenza del romanzo. Questo mi fa venire in mente il compagno di studi di King, all’epoca in cui lo scrittore pubblicava articoli sul giornale della scuola. Questo ragazzo notava che lo zio Stevie era estremamente prolifico e riusciva a scrivere un articolo in dieci minuti prima che il giornale venisse mandato in stampa, ed asseriva che Stephen pareva portarsi le storie in testa come gli altri si portano gli spiccioli in tasca. E, probabilmente, √® proprio cos√¨ che avviene.

Ma torniamo a Le notti di Salem dato che la lettura incombe, in quanto alla fine di Carrie mi mancano solo una ventina di pagine. Oltre che da Dracula King viene influenzato da altri due romanzi, I peccati di Peyton Place di Marie Grace Metalious e Piccola citt√† di Thornton Wilder. Questi due spunti sono interessanti perch√© ci fanno capire che, in fondo, quello che effettivamente interessa indagare a King √® ci√≤ che si nasconde sotto la superficie di una piccola cittadina del Maine e dietro alla vita apparentemente tranquilla dei suoi abitanti. E questo √® un tema ricorrente nella bibliografia del Re del brivido che ritorna in molti dei suoi romanzi migliori (pensiamo a It, a Cose preziose, a Desperation e I vendicatori, tanto per citare i primi titoli che mi sono venuti in mente). L’elemento horror, pur essendo essenziale per lo sviluppo del racconto, √® il detonatore che fa scatenare le reazioni dei personaggi descritti nel romanzo. E sar√† sempre cos√¨. Perch√©, in definitiva, King non scrive romanzi horror, ma romanzi sulle reazioni delle persone comuni davanti ad eventi imprevisti, inspiegabili e paurosi (e, chiaramente, nella parola horror si riassume e si comprende tutto questo). E’ questo ci√≤ che interessa indagare allo zio Stevie, pi√Ļ di ogni altra cosa. Ma me ne guardo bene dal dire che Stephen King non √® uno scrittore di genere perch√© lui stesso ha dichiarato:

Mi piace il genere e anche se capita di allontanarsi √® sempre l√¨ che ritorno. […] Scrivo ci√≤ che mi sembra giusto, ci√≤ di cui sento la necessit√†.

E la necessit√†, per lui, √® l’orrore.

La scrittura dell’opera impegna il giovane Stephen per otto mesi di cui quattro per la prima stesura, altrettanti per la seconda e due per la stesura definitiva. ¬†Nonostante tutto questo lavoro di limatura la Dubleday interviene pesantemente sul manoscritto che, a loro avviso, contiene parti troppo cruente. All’epoca King non pu√≤ opporsi perch√© il suo potere contrattuale √® molto basso e, quindi, √® costretto ad accettare tagli e rimaneggiamenti. Tra l’altro non ho notizia di un’edizione integrale dell’opera con il reintegro delle parti tagliate come, successivamente, accadr√† invece con L’ombra dello scorpione che viene ripubblicato in versione integrale nel 1990.

Il secondo romanzo di King vender√† molto bene, anche in confronto al precedente risultato di Carrie che era gi√† ottimo per uno scrittore esordiente. La versione rilegata vende 19.000 copie mentre il paperback si attesta sui 3.000.000 di copie vendute. A questo punto lo scrittore √® ormai lanciato verso una promettente carriera che continua ancora da pi√Ļ di 35 anni con standard sempre molto alti, al di l√† del giudizio dei numerosi detrattori.

Dimenticavo. Un’ultima curiosit√†. King dedica il romanzo alla figlia, Naomi Rachel, con la frase “…promesse da mantenere”. E se pensiamo che all’epoca della pubblicazione de Le notti di Salem, nel 1975, Naomi aveva solo 4 anni le promesse da mantenere sarebbero state ancora tante.

Abbozzo di un’analisi

Attenzione! Contiene spoiler

Sto proseguendo con grande soddisfazione la lettura di Carrie. Con grande soddisfazione perch√©, sebbene allo stato embrionale, lo stile di King √® gi√† riconoscibile. Ancora non √® consapevole di quanto si possa spingere avanti nel sovvertire il modo di scrivere classico. Ancora non sa di poter fare molto pi√Ļ di cos√¨, di poter osare e creare quello stile cos√¨ personale a cui, negli anni, ha abituato i suoi lettori. Ma gli elementi ci sono tutti ed √® un piacere ritrovarli.

La prima considerazione che vorrei fare riguarda l’ambientazione del romanzo. E non tanto il luogo (Chamberlain nel Maine) di cui abbiamo gi√† parlato ma il tempo in cui si svolge la storia. Carrie √® ambientato nel 1979, quindi nel futuro. Nel futuro rispetto al momento in cui King lo scrive (il romanzo √® del 1973, del 1974 la pubblicazione). Ma non si tratta di un futuro remoto come avviene in molti romanzi di fantascienza ma di un futuro prossimo, addirittura imminente. La narrazione, in pratica, √® spostata in avanti di 6 anni rispetto al presente dello scrittore. Ecco, questa mi sembra una scelta molto particolare e difficile da interpretare. Perch√© King avr√† voluto posticipare gli eventi narrati? Non ho trovato una risposta a questo quesito. Fino ad adesso non ho neppure trovato nessuno che ne parli e, forse, non √® neppure cos√¨ importante, ma la cosa mi incuriosisce. L’unica spiegazione che mi sembra plausibile √® che lo scrittore abbia voluto allontanare da se stesso la distruttivit√† che deriva dalle vicende narrate nel romanzo, come se un allontanamento temporale potesse, in qualche modo, tenerlo al riparo dalla forza distruttrice generata dalla rabbia di Carrie. E’ un po’ come mettersi al sicuro sulla collina e guardare l’incendio che brucia in lontananza. Questa √®, chiaramente, solo un’idea che mi √® venuta per cercare di spiegare questo elemento cos√¨ particolare, non c’√® nulla di avvalorato da prove e testimonianze in ci√≤ che sto dicendo. Ma mi piace pensare che possa essere cos√¨. Quasi come se King stesso avesse paura della sua creatura, come se temesse che il terribile potere di Carrie potesse, in qualche modo, colpire anche lui.

Al di l√† di questa osservazione l’altro elemento che emerge dalla lettura del romanzo √® la scelta, da parte del Re, di rendere il lettore omniscente e di rivelare da subito la natura del potere latente in Carrie. Fin dalle prime pagine del romanzo ci parla di telecinesi e ne determina il significato medico/scientifico (lo fa attraverso l’inserzione di brani tratti da una relazione intitolata L’ombra che esplose che analizza i fatti di Chamberlain e il caso White) e associa le diverse manifestazioni del potere latente di Carrie a questo fenomeno. Devo ammettere che questa scelta non mi ha convinta completamente. L’omniscenza del lettore √®, sicuramente, azzeccata per quanto concerne l’evento centrale del romanzo ovvero il momento in cui Carrie compir√† la sua vendetta (il lettore sa che succeder√† qualcosa, qualcosa di brutto, ma, fino alle ultime pagine, non sa cosa e questo lo incuriosisce, lo spinge a d andare avanti nella lettura) mentre sarebbe stato bello se il lettore avesse potuto scoprire la natura del potere della protagonista insieme agli altri personaggi, mano a mano che gli episodi in cui si manifesta si verificano. King √® bravissimo nel seminare gli indizi di tale facolt√† nella prima parte del romanzo (un portacene che cade pur essendo troppo lontano dal bordo della scrivania, una lampadina che si fulmina senza apparente motivo, un bambino che cade di bicicletta pur avendo ancora le ruotine) ed il lettore, poco a poco, si rende conto di questi particolari. Solo che fa l’errore di dare gi√† la soluzione del mistero in mano a chi legge: Carrie √® telecinetica. Quanto sarebbe stato bello se tale parola fosse potuta balenare nella mente del lettore ancora prima di trovare conferma delle sue supposizioni vedendola scritta sulla carta!

L’ultima osservazione rilevante riguarda la decisione di interrompere la narrazione della vicenda di Carrie White disseminando il romanzo di (finti) articoli di giornale, atti processuali, relazioni, interviste, interrogatori e molte altre fonti create ad hoc dallo zio Stevie. Sappiamo che King lo fece, in parte, per allungare il racconto che costituir√† la base dell’attuale romanzo ma, sicuramente, non fu una scelta casuale (avrebbe potuto benissimo inserire altri episodi narrativi, come sappiamo la fantasia non gli difetta, da questo punto di vista!). La presenza di queste fonti d√† alla storia narrata un sapore di verit√†, contribuisce a rendere pi√Ļ reale una storia che ha elementi molto forti di fantasia. E’ come se King ribadisse (come poi far√† spesso in seguito) che quello che il lettore sta leggendo potrebbe essere accaduto. E’ il famoso verosimile di cui abbiamo gi√† parlato. Ma, nonostante l’intento sia chiaro, come notato gi√† da molti altri prima di me, non si pu√≤ fare a meno di osservare che questi inserti contribuiscono a frammentare troppo la struttura narrativa ed a spezzare la linearit√† di una storia che, altrimenti, sarebbe stato un crescendo mirabile di orrore fino al liberatorio e crudele finale. La tensione del racconto √® sicuramente penalizzata in questo modo e questa struttura non permette al lettore di assaporare veramente l’abilit√† dello scrittore di imbastire¬†una perfetta partitura letteraria.

Concludo con tre curiosit√†. Uno degli insegnanti delle medie di Carrie (non a caso quello di letteratura) si chiama Edwin King (!) mentre uno dei pub di Chamberlain (che ritorna pi√Ļ volte nel romanzo) si chiama Cavalier, proprio come la rivista per uomini su cui il giovane King pubblic√≤ alcuni dei suoi racconti. E’ come se lo scrittore avesse voluto ringraziare, in questo modo, chi, per primo, aveva creduto in lui. Ah, dimenticavo, Carrie White √® nata il 21 settembre. Non √® che, per caso, questo vi ricorda qualcosa?

Che l’impresa abbia inizio!

Carrie

Ci siamo. Oggi √® il 23 settembre 2011. Si¬†comincia. Negli ultimi tempi non vedevo l’ora che venisse questo momento. A forza di leggere e di parlare di Stephen King avevo la sensazione di perdere il contatto con il King scrittore, con il piacere che deriva dalla lettura delle sue opere, che poi √® il motivo principale per il quale mi sono dedicata a questa impresa. Ma, a questo punto, credo che recuperer√≤ in fretta questo piacere.

Ma veniamo a Carrie. Del libro ho gi√† parlato e non voglio ripetermi, basta che andiate a rileggervi questo¬†post. Mi rimane da parlare dell’edizione che legger√≤. Si tratta dell’ultima edizione di Bompiani, comprata per l’occasione. Di seguito vi riporto i dettagli:

Brossura 174 Pagine

ISBN-10: 8845246086

ISBN-13: 9788845246081

Editore: Bompiani

Data di pubblicazione: Jan 01, 2000

Traduttore: Brunella Gasperini

Carrie √® anche il primo libro di King che ho letto in vita mia. Non ricordo a che et√† ma sicuramente durante i primi anni di Liceo. Quindi, per essere precisi, l’attuale √® una rilettura. Beh, non mi resta altro da dire, per il momento. Lasciatemi andare a principiare…

Al cinema con zio Stevie

Vorrei fare alcune riflessioni sulla filmografia derivata di libri di Stephen King. Innanzitutto vale la pena di notare che sono moltissimi gli adattamenti cinematografici dalle sue opere. E questo non è dovuto solamente alla sua prolificità di scrittore ma anche al fatto che il suo stile di scrittura è, di per sé, estremamente cinematografico. Leggendo molti dei suoi romanzi o racconti viene spontaneo immaginarsi i personaggi o gli episodi narrati. Il talento visivo di King è innegabile.

Molte pellicole cinematografiche tratte dalle sue opere, dicevamo. In realt√† ce ne sono altrettante ispirate alle sue opere senza che ne siano tratte in nessun modo e altre che riportano solo lo stesso titolo offrendoci uno sviluppo completamente diverso (una su tutti, come ho gi√† ricordato,¬†Il tagliaerbe di Brett Leonard che all’epoca della sua uscita fece indignare enormemente il Re costringendolo a fare causa alla New Line, la casa produttrice). Al di l√† del discorso dello sfruttamento del nome a fini pubblicitari mi interessa il fatto che questa vicenda testimonia, inequivocabilmente, che il nome di King attiri e venda, soprattutto al cinema. Se mi soffermo a pensarci sono tantissime le produzioni cinematografiche che devono molto alle sue storie ed alle sue atmosfere. Per citarne solo alcune mi vengono in mente il bellissimo Frailty, convincentissimo esordio alla regia di Bill Paxton, ¬†un film ingiustamente poco conosciuto che racconta delle conseguenze che avr√† sui figli l’ossessione religiosa di un padre solo (i rimandi a Carrie sono innegabili), oppure il suggestivo (anche se non del tutto riuscito) Premonition di Mennan Yapo, in cui una donna si muove avanti e indietro nei giorni che preludono alla morte del marito per tentare di impedire l’incidente in cui verr√† coinvolto (la trama √® fortemente suggestionata da La zona morta, anche se lo sviluppo √® completamente diverso), o, infine, lo spagnolo Rec di¬†Jaume Balaguer√≥, un horror claustrofobico ed inquietante che si svolge tutto in una notte all’interno di un palazzo sigillato dal quale √® impossibile uscire (un po’ come l’Overlook Hotel di Shining dopo la caduta della neve). Ci potrebbero essere ancora tantissimi esempi del genere, questi sono i pi√Ļ significativi che mi sono venuti in mente ma tutto l’horror cinematografico contemporaneo si pu√≤ dire che sia figlio di Stephen King.

Ma per tornare alla filmografia in oggetto si nota subito che il regista che ha curato il numero maggiore di realizzazioni dalle opere di King √® Frank Darabont che ha cominciato girando un cortometraggio tratto dal racconto La donna nella stanza per poi passare ai lungometraggi con Le ali della libert√†, Il miglio verde e l’irrisolto The mist. Pare che il sodalizio Darabont e King sia uno di quelli destinati a durare, pur non essendoci attualmente notizie di una loro futura collaborazione, ma il regista resta, sicuramente, uno degli interpreti migliori delle atmosfere e delle suggestioni dello scrittore del Maine. A mio avviso, per√≤, i migliori film tratti dalle opere di king sono quelli girati da Rob Reiner, regista che personalmente apprezzo moltissimo. Le riduzioni cinematografiche de Il corpo e di Misery sono due film stupendi, con una loro dignit√† artistica indipendente dall’opera da cui sono tratti pur rimanendone particolarmente fedeli.

Per concludere vale la pena osservare che i film girati dai nomi pi√Ļ altisonanti e celebri tra quelli che si sono cimentati nell’opera del Re sono, forse, i meno riusciti. E non perch√© non siano dei bellissimi film ma perch√© questi registi hanno messo molte delle loro ossessioni nella riduzione dell’opera kinghiana, tradendo, chi pi√Ļ chi meno, l’idea originale del romanzo o del racconto da cui sono state tratte le rispettive pellicole. E, infatti, sono proprio queste opere quelle che non hanno del tutto convinto lo zio Stevie. Ma √® innegabile che la potenza visiva di¬†Carrie ‚Äď Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, di Shining di Stanley Kubrick o de La zona morta di David Cronenberg restano impressi e, spesso, proprio per la loro forte personalit√†, rischiano di mettere in ombra anche il romanzo dal quale sono stati tratti. Sfido chiunque a leggere Shining senza pensare al sorriso mefistofelico di Jack Nicholson. Anche quello, come i migliori romanzi del Re, contribuir√† ad alimentare i nostri incubi per molte notti a venire…

Aggiornamento

Per un confronto con quanto detto nel post date un’occhiata anche a questa classifica stilata da CineFatti.¬†√ą utile per farsi un’idea ulteriore del rapporto tra zio Stevie e il cinema.