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Fragile ambizione

Stavolta devo dirlo subito: la colpa è negli occhi di chi guarda. In pratica è colpa mia. È solo responsabilità mia se non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo questo film. Dipende solo da me. Non c’entra Di Caprio, non c’entra Eastwood. Il fatto è che non riesco proprio ad apprezzare i film il cui protagonista è un personaggio del tutto negativo. È più forte di me.

J. Edgar (2011)

[J. Edgar, USA 2011, Biografico, durata 136′]   Regia di Clint Eastwood
Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Josh Lucas, Lea Thompson, Ed Westwick, Armie Hammer,Dermot Mulroney, Judi Dench, Jeffrey Donovan, Stephen Root

J. Edgar – Locandina

Pochi post fa, parlando del film di Clooney, dicevo che Eastwood è il rappresentante di un modo di fare cinema epico e dolente. E questo J. Edgar ne è la dimostrazione assoluta. C’è nella vicenda di questo uomo arrogante, egocentrico, opportunista una grandiosità intrinseca che Eastwood ha colto in tutta la sua dimensione distruttiva senza rinunciare a descrivere il contrasto tra vita pubblica e privata dove l’essere umano Edgar (come ama essere chiamato invece che John dato che Edgar è il nome che usa la madre) emerge in tutta la sua meschinità e debolezza.

J. Edgar – Naomi Watts

Penso davvero che Eastwood sia un maestro nel tratteggiare questo tipo di personaggi apparentemente duri ma che nascondono una fragilità procurata, spesso, da ferite del passato. Penso a tutti i protagonisti di Mystic River (per me il suo capolavoro) che nascondono ferite profonde ed insopportabili e in modo particolare al personaggio di Sean Penn che è un uomo spietato, violento, vendicativo ma questo non gli impedisce di essere distrutto dalla morte della figlia che amava sopra ogni cosa. O, ancora, penso allo stesso Clint in Million Dollar Baby o in Gran Torino. In entrambi i casi interpreta personaggi rancorosi, misantropi, che sanno rendersi odiosi ma che mascherano cicatrici che non si sono mai rimarginate. Non fa eccezione John Edgar Hoover in questa carrellata di personaggi in quanto anche lui appare arrogante ed egocentrico per non far trapelare la sua fragilità dovuta, soprattutto, al rapporto soffocante con la madre (un’algida Judi Dench) che gli impedisce di accettare le proprie debolezze (la balbuzie, l’omosessualità, la paura degli altri). Hoover riesce, grazie alle sue innegabili capacità, a concepire e a creare il Federal Bureau of Investigation e a farlo diventare lo strumento di difesa della democrazia americana.

J. Edgar – Arnie Hammer

Hoover costruisce una realtà capace di influenzare e condizionare il corso della giustizia per perseguire un obiettivo, incurante del fatto che per fare questo si debbano ledere dei diritti fondamentali dell’uomo, si debbano inquinare prove, si debbano alterare, in qualche modo, i fatti. Nulla importa a quest’uomo ambizioso che, in fondo, lotta semplicemente per un ideale (il fatto che sia un ideale a mio parere sbagliato ha poca importanza) e decide di ottenerlo con qualsiasi mezzo.

Inutile dire (ma non mi stanco mai di ripeterlo) che Di Caprio eccelle nell’interpretazione del protagonista. Ormai credo che il suo talento sia noto a tutti ma ad ogni nuova apparizione riesce ad aggiungere qualcosa, ad essere ancora più convincente. Ed è incredibile la trasformazione anche fisica grazie alla quale diventa in tutto e per tutto Hoover. Una trasformazione data non dal trucco (che, in certi casi, risulta anche troppo invasivo) ma dalla mimica facciale, dall’espressività estrema dell’attore.

J. Edgar – Leonardo Di Caprio

Oltre a Di Caprio risultano convincenti tutti gli altri attori, sopratutto Naomi Watts e Judi Dench che interpretano i loro personaggi con grande sensibilità.

Ma è la regia di Eastwood ciò che fa la differenza. È lui che permette alla pellicola di trascendere dalla funzione storica e documentaristica, che l’avrebbero caratterizzata nelle mani di qualsiasi altro regista, per assumere i toni del dramma e dell’epica. Eastwood fa grande cinema anche se non è un cinema spettacolare ma riesce sempre ad elevare le storie raccontate ad un livello superiore ed universale, riesce a raccontarle con un linguaggio alto ma rimanendo sempre ancorato saldamente ai contenuti che vuole trasmettere. È un cinema impegnato quello di Eastwood ma non dal punto di vista politico piuttosto da quello della trasmissione delle idee. Sa cosa dire e sa come dirlo. E mantiene una forza che non ci si aspetterebbe da uno della sua generazione e che molti giovani non hanno neppure mai avuto. E, quindi, lunga vita a Clint!

Un solido film americano

Le Idi di Marzo - George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Ryan Gosling

Avevo già espresso tutta la mia stima ed ammirazione per Ryan Gosling ma l’ultimo film di Clooney è la conferma definitiva del suo talento. Gosling è uno di quegli attori che, inizialmente, non amavo, non so perché. Era più una sensazione a pelle che una reale valutazione delle sue doti recitative. Fatto sta che dopo Drive mi è penetrato nel cuore e non credo che lo abbandonerà tanto facilmente.

Le Idi di Marzo (2011)

[The Ides of March, USA 2011, Drammatico, durata 98′]   Regia di George Clooney

Con Ryan Gosling, George Clooney, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Paul Giamatti, Philip Seymour Hoffman, Max Minghella, Jeffrey Wright, Danny Mooney, Lauren Mae Shafer

Le Idi di Marzo - Locandina

Alla sua quarta regia Clooney si attesta ormai come un solido rappresentante di un certo modo di fare cinema che potremmo definire classico ma di un classicismo molto diverso da quello, ad esempio, di un Eastwood. Eastwood è il rappresentante di un cinema più dolente, intriso di epica mentre Clooney riesce a fare un cinema solido, fortemente improntato sull’impegno civile. L’apice di questa concezione di cinema resta Good Night, and Good Luck (merito anche dello strepitoso David Strathairn) che rimane, ad oggi, il suo film più riuscito. Ma anche Le Idi di Marzo è una pellicola con innegabili qualità.

Innanzitutto una sceneggiatura estremamente curata e coerente che non lascia nulla al caso ma guida gli attori in un percorso ben preciso lasciando poco spazio all’improvvisazione ma permettendo di tirare fuori le loro doti interpretative. E anche da questo punto di vista Clooney non rischia nulla affidandosi ad un cast di tutto rispetto dove l’unico elemento debole potrebbe essere Evan Rachel Wood che, comunque, se la cava con una recitazione piuttosto scolastica. Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman fanno a gara per rubarsi la scena senza mai strafare ma restando sempre fedeli ai personaggi che rappresentano. Clooney, dal canto suo, interpreta il personaggio di Morris con convinzione aiutato da un physique du rôle che ben si adatta al carattere che porta sullo schermo.

Le Idi di Marzo - Philip Seymour Hoffman, Marisa Tomei, Ryan Gosling

Per il resto la pellicola è dominata dal personaggio di Ryan Gosling che riesce a regalarci il ritratto di un uomo idealista e combattivo che si trova ad affrontare un qualcosa che non comprende fino in fondo ma che decide comunque di rimanere in gioco e di cambiare le regole del gioco stesso a suo vantaggio. Inutile dire che Gosling è perfettamente a suo agio nell’interpretare un personaggio combattuto, calpestato, vendicativo ma, in fondo, giusto e lo fa da par suo anche in questo caso.

Per il resto l’impostazione della pellicola è impeccabile e la regia invisibile e mai invadente di Clooney riesce nell’intento di raccontare una storia attuale e, nello stesso tempo, eterna.

Solo una Parigi da cartolina

Pensavo di non aver nulla da dire su questo film e se Ralph non me lo avesse chiesto, probabilmente, questo post non lo avrei scritto. Quindi prendetevela con lui.

Fughiamo subito ogni dubbio: non sono una fan di Allen. Dirò di più, non sono mai riuscita ad apprezzarlo veramente, neppure nelle vecchie pellicole, nei suoi classici. Questo non significa che mi accosti al suo cinema prevenuta (come, ammetto, mi accade con altri autori) ma ogni volta che scelgo di andare a vedere un suo film lo faccio con tutte le migliori intenzioni. Soprattutto da quando ha cominciato a fare solamente il regista. Perché, lo devo ammettere, è anche la sua presenza che un po’ mi infastidisce in un film. Non riesco a trovarlo simpatico e vederlo sullo schermo mi suscita sempre un certo fastidio. Per fortuna negli ultimi tempi si limita quasi esclusivamente alla regia. E’ un po’ la stessa cosa che mi succede con Clint Eastwood. Lo giudico uno dei migliori registi che ci siano in circolazione ma come attore… ecco, come attore, è un’altra storia. E purtroppo lui non ha la saggezza di Allen e compare un po’ troppo spesso, per i miei gusti, nelle sue pellicole.

Midnight in Paris (2011)

[Midnight in Paris, Spagna, USA 2011, Commedia, durata 100′]   Regia di Woody Allen
Con Rachel McAdams, Marion Cotillard, Michael Sheen, Owen Wilson, Kathy Bates, Alison Pill, Adrien Brody, Tom Hiddleston, Léa Seydoux, Kurt Fuller, Mimi Kennedy, Carla Bruni, Nina Arianda, Corey Stoll

Attenzione! Contiene spoiler

Lo ammetto. Mi basta vedere Parigi per essere subito ben disposta. E una pellicola che ha Parigi nel titolo e un pezzo di Parigi quasi in ogni inquadratura non può proprio lasciarmi indifferente. E va detto anche che Allen è bravissimo a cogliere la magia ed il romanticismo di questa città. Un po’ meno bravo a costruirci una storia intorno.

Perché penso che sia questo il difetto principale del film. Se Allen fosse stato un pittore ne sarebbe venuto fuori un quadro meraviglioso, affascinante e travolgente. O un musicista. Sarebbe stato capace di tirare fuori una sinfonia magnifica e romantica da quelle strade e da quei palazzi. Ma come regista pare che si sia sentito quasi costretto a raccontare qualcosa (e non è affatto un assunto implicito del mestiere di regista. Assolutamente. Si può benissimo dirigere un capolavoro senza raccontare nulla, o quasi. Ma non è da tutti riuscire a farlo) ed è proprio questo che rende debole il film.

Al di là dell’innesto del fantastico sul reale che avviene senza fornire nessuna spiegazione allo spettatore, cosa che può, legittimamente, destabilizzare, il problema della pellicola è quanto questo elemento fantastico sia condivisibile con chi lo guarda. E, lasciatemelo dire, Woody Allen in questo è stato piuttosto snob. Lungi da me pensare che si debbano a tutti i costi soddisfare i gusti, spesso beceri, degli spettatori o creare solo aspettative che si sia in grado di soddisfare, ma neppure si può pensare che promettere un film leggero e romantico ad un pubblico pagante e propinargli una galleria dei propri personali miti letterari, artistici e musicali di inizio Novecento possa essere sufficiente a soddisfarli. Finisce, inevitabilmente, con uno scollamento tra tu che racconti la storia e lo spettatore che la subisce. Perché penso che chiunque abbia fatto fatica ad identificare tutti i fantasmi che Allen riesuma nel corso della pellicola, soprattutto quelli secondari e, alla fine, la fuga dalla realtà del protagonista del film finisce per diventare un bel giochino citazionistico di miti del passato e niente più.

Pure il protagonista, uno scrittore frustrato costretto a scrivere sceneggiature invece di romanzi, perennemente tirannizzato da una futura moglie anaffettiva, finisce per sembrare ridicolo e posticcio e a stento si capisce come possa aver affascinato la dolcissima Marion Cotillard (lei sì la vera rivelazione del film).

Cosa resta dunque dalla visione di questa pellicola? Delle bellissime immagini di Parigi, descritta davvero bene nelle atmosfere, e lo stimolo ad una riflessione non banale come potrebbe sembrare: saremmo veramente più felici in un altro tempo, in un’altra epoca, se davvero avessimo potuto scegliere quando vivere la nostra vita? Il protagonista del film pensa, evidentemente, di no.
Ritiene che l’esperienza notturna a Parigi sia un qualcosa che può migliorare il suo presente e spingerlo a fare delle scelte diverse per la sua vita (e, infatti, lascia la fidanzata e decide di trasferirsi proprio a Parigi dove ricominciare a lavorare al suo romanzo a tempo pieno).
Il personaggio interpretato da Marion Cotillard, invece, sceglie di perdersi in un’epoca passata con la quale ritiene di sentirsi più in sintonia, dove può essere finalmente se stessa e non più, semplicemente, l’amante di qualcuno.

Si tratta di scelte, in fondo. Ma la cosa più interessante del film è proprio il fatto che uno, alla fine, si ponga questa domanda.