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4. Centro urbano di San Donato

Dopo non so più neppure quanto tempo vorrei riprendere un attimo il controllo del blog ritornando alle due imprese per le quali sarebbe nato. Ogni tanto mi impongo un po’ di ordine nel caos che, di solito, riesco a generare così, senza neppure rendermene conto 😉

E siccome con l’impresa 1 sono ferma al palo avendo abbandonato (diciamo sospeso va’… è un po’ più rassicurante) la lettura de L’ombra dello scorpione sul più bello (e, del resto, adesso che mi sono immersa del caro vecchio Hugo non posso certo tornare indietro!) credo che non mi resti altro che buttarmi sull’impresa 2.

Era da un po’ di tempo, in effetti, che avrei voluto parlare del nuovo centro urbano di San Donato, sorto recentemente proprio vicino a dove abito e che si prospetta (o, almeno, così è pubblicizzato) come il nuovo centro della città. Mi tratteneva solo il fatto che ancora il progetto non è stato completato e che, per come è strutturato ad oggi, non è facile intuire quale sarà l’impatto finale che avrà sul quartiere e sulla città. Ma ormai, con l’apertura del centro commerciale, è diventato una realtà già molto frequentata dai fiorentini e un’idea della percezione che se ne può avere, tutto sommato, me la sono fatta.

Come sempre parto da un po’ di dati ed informazioni che ho raccolto principalmente in rete.

Il progetto del nuovo centro urbano risale al 2000 e si pone come ambiziosa riqualificazione di un’enorme area dismessa precedentemente occupata dallo stabilimento della Fiat realizzato negli anni Trenta dello scorso secolo (di questo rimane un unico edificio affacciato su via di Novoli che sarà recuperato in un’ottica di archeologia industriale). Come dicevo l’area era abbandonata da tempo ed è rientrata in un progetto di riqualificazione delle aree urbane ad opera del Comune di Firenze. Il progetto si pone da subito come ambizioso comprendendo al suo interno un nuovo polo universitario (vi verrà spostata la Facoltà di Scienze Sociali), il nuovo Palazzo di Giustizia, un parco urbano, un centro commerciale e numerosi edifici abitativi e commerciali.

La realizzazione degli edifici viene affidata a più architetti con idee e stili diversi in modo da ottenere un’area variegata nella quale confluiranno varie tendenze dell’architettura contemporanea. L’unica eccezione all’interno del progetto è costituita dal Palazzo di Giustizia, edificato secondo un disegno risalente addirittura agli anni Settanta del Novecento ad opera dell’architetto Leonardo Ricci. E su questo punto vorrei aprire una piccola parentesi. L’edificio può piacere o meno (lo dico chiaramente: a me non piace) ma trovo assurdo, in ogni caso, che si vada a ripescare un progetto vecchio di trent’anni per quanto potesse essere futuristico all’epoca. Nel frattempo una nuova estetica e nuovi principi hanno interessato lo sviluppo dell’architettura italiana ed internazionale e riprendere un progetto così datato significa semplicemente ignorarli, deliberatamente. In Italia abbiamo alcuni dei migliori architetti del mondo ma se ci soffermiamo a pensarci ci rendiamo conto che i loro progetti migliori si realizzano tutti al di fuori dai confini nazionali. Non voglio partire con la solita lamentatio ma penso che l’essere una nazione così ricca di storia e arte troppo spesso ci impedisca di progredire in tutti i sensi.

Per tornare al progetto di San Donato e alle architetture che lo connaturano vale la pena segnalare alcuni dei nomi principali impegnati nella realizzazione degli edifici. I nomi italiani più importanti sono quelli di Aimaro Isola e Adolfo Natalini, oltre al già citato Ricci. A Natalini si deve la realizzazione degli edifici del Polo Universitario caratterizzati da una spiccata geometria e dall’alternanza nell’utilizzo di materiali diversi, per caratteristiche e per colore. Allo studio Aimaro Isola, invece, si devono le strutture residenziali realizzate fino a questo momento. Tali edifici sono caratterizzati da un’omogeneità di fondo dovuta essenzialmente alle scelte cromatiche (la presenza di elementi verde acqua alternati alle superfici crema e ai mattoni a vista) pur distinguendosi tra loro per altezza, forma e dimensioni. Altra caratteristica comune è la presenza di logge e terrazze che insieme a delle torrette terminali sono presenti in tutte le strutture. Sempre allo studio Aimaro Isola si deve la realizzazione del centro commerciale, imponente struttura ellittica con cortile centrale di cui avrò modo di parlare ampiamente nel post dedicato alla visita (ma anticipo che è proprio questo l’edificio che costituisce la pietra della discordia tra due modi opposti di concepire l’architettura e che, secondo me, mette bene in evidenza le caratteristiche di arretratezza tipiche del nostro sguardo su ogni cosa che si pone come elemento di rottura con il passato).

Altri architetti internazionali si affiancheranno nei prossimi anni a quelli appena citati realizzando gli edifici che completeranno la lottizzazione dell’area al di là del parco di San Donato, nella zona contigua al nuovo Palazzo di Giustizia. Zaha Hadid realizzerà un edificio residenziale che si affaccerà sul parco e affiancherà quello progettato da Odile Decq. All’estremità più lontana da via di Novoli sorgerà l’edificio progettato dall’architetto spagnolo Carme Pinos.

Come punto centrale di tutto il progetto si pone il parco di San Donato, un vasto polmone verde che si sviluppa in una delle zone più urbanizzate della città. Il parco è concepito come luogo di svago con diversi viali in cui passeggiare alternati a laghi e cascate artificiali.

E’ necessario citare, infine, anche il nuovo Centro Direzionale della Cassa di Risparmio di Firenze adiacente al Palazzo di Giustizia, realizzato su progetto di Giorgio Grassi e concepito in maniera da non creare una rottura con le caratteristiche architettoniche della città rinascimentale ma riprendendo in chiave contemporanea alcuni dei principi costruttivi di Leon Battista Alberti, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo orizzontale dell’edificio e la scelta dei materiali impiegati.

Visite al nuovo centro urbano ne ho fatte già molte ma ho intenzione di tornare e fotografare per poter documentare in maniera più puntuale quello che è il più ambizioso progetto architettonico concepito a Firenze da decenni e destinato a cambiare il volto della città. Inoltre mi preme soffermarmi proprio sul discorso della rottura con il passato e della ricerca di una nuova dimensione architettonica che, a mio parere, non può che essere positiva.

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Non c’è solo il David

La visita alla Galleria dell’Accademia è stata, per molti aspetti, una cocente delusione ma ha riservato anche delle gradite sorprese. La prima delusione la voglio affrontare subito perché è una di quelle cose che mi fa adirare enormemente. Si tratta del manifesto ingannevole della mostra di Lorenzo Bartolini nel quale è raffigurata chiaramente la statua marmorea della Fiducia in Dio. Ma della Fiducia in Dio non c’era traccia in mostra! Era esposto solamente il gesso preparatorio per la statua che, evidentemente, se n’è rimasta bel bella al Poldi Pezzoli di Milano, dove è conservata! Volevo protestare col povero custode per l’inganno perpetrato nei confronti dell’ignaro visitatore della mostra ma ho desistito pensando che lui, di certo, non ne era responsabile. Mi adiro, invece, con i curatori dell’esposizione perché questo tipo di pubblicità ingannevole è davvero disonesta. Per fortuna che ho già avuto occasione di vedere la statua al Museo Poldi Pezzoli, altrimenti sarebbe stato davvero frustrante aspettarsela e non trovarla!

La Galleria dell’Accademia

Il quartiere di San Giovanni

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Non voglio fare una descrizione dettagliata né della Galleria né della mostra di Bartolini. Intanto perché mi ci vorrebbero pagine e pagine (di noia per voi che leggete e di fatica per me che scrivo) e poi perché preferisco porre l’accento sulle cose che mi hanno colpito e cercare di trasmettere anche a voi il motivo.

Innanzitutto un’accenno all’esposizione delle opere. In generale l’allestimento è ben curato tranne che per quanto riguarda la prima sala, quella della pittura fiorentina del Cinquecento in cui l’illuminazione è pessima e produce non pochi riflessi sui quadri. inoltre le opere sono poste su più altezze per tutte le pareti e quelle più in alto sono davvero poco visibili. Altro scandalo espositivo riguarda la raccolta delle icone russe (ricordate che avevamo detto che era una raccolta unica nel suo genere per entità?) che sono distribuite in teche di vetro… per le scale di accesso al primo piano! Come dire che uno le dovrebbe guardare passando perché non c’è lo spazio per fermarsi. Inoltre non sono accompagnate da didascalie né da cartellini ma solamente da un pannello esplicativo che riporta dei numeri d’inventario che non sono visibili sulle opere e, quindi, è impossibile capire a quali ci si riferisca. Anche questo è davvero uno scandalo soprattutto perché il visitatore impreparato non ha assolutamente la possibilità di accorgersi del valore e dell’importanza di queste tavole.

Ma ci tengo a sottolineare una cosa positiva riguardo all’esposizione, vale a dire la presenza di notizie in merito al restauro dei quadri esposti nella sala del David. Sono riportate sinteticamente sui cartellini accenni al lavoro di restauro eseguito e foto che testimoniano lo stato dell’opera durante il restauro stesso. Inoltre sono indicati anche i nomi dei restauratori! E questa è una cosa più unica per rara e degna di essere sottolineata dato che il lavoro di restauro avviene troppo spesso dietro le quinte, senza che venga quasi mai riconosciuto e neppure apprezzato come si dovrebbe. Peccato che questa cosa sia presente solo ed esclusivamente in questa sala e non in tutta la Galleria. Ma ci accontentiamo.

Ma arriviamo alle opere di cui mi preme parlare perché sono quelle che più mi colpiscono.

Il San Matteo di Michelangelo

1506, marmo

Il San Matteo è una scultura imponente che riesce a trasmettere all’osservatore una fisicità prepotente e che lo obbliga a confrontarsi con la sensazione di inferiorità provocata dalla visione. In questa scultura il non-finito michelangiolesco acquisisce, secondo me, il suo apice. È soprattutto la posa, con il ginocchio sinistro che emerge dal marmo e la spalla sinistra arretrata, ancora imprigionata nel blocco di pietra che danno questa sensazione. Ancora più che i Prigioni è il San Matteo che si fa portatore di un significato ben preciso. Sul non-finito michelangiolesco ci sarebbe molto da dire, soprattutto in relazione a quanto esso sia voluto dall’artista e, quindi, abbia un preciso intento espressivo, piuttosto che solamente un incidente di percorso che ha portato all’incompiutezza di molte sue opere scultoree (ma non succede così con la sua pittura, e questo dovrebbe far riflettere). Ma non è questo il luogo per approfondire questo concetto. Vorrei solo riportare uno dei sonetti di Michelangelo (la sua attività poetica procede di pari passo a quella artistica e, sebbene le sia stata riconosciuta una certa dignità solo di recente, è una componente imprescindibile per capire il Michelangelo uomo ed artista) che, secondo me, spiega bene cosa egli intenda per non-finito.

Se ’l mie rozzo martello i duri sassi
forma d’uman aspetto or questo or quello,
dal ministro che ’l guida, iscorge e tiello,
prendendo il moto, va con gli altrui passi.
Ma quel divin che in cielo alberga e stassi,
altri, e sé più, col propio andar fa bello;
e se nessun martel senza martello
si può far, da quel vivo ogni altro fassi.
E perché ’l colpo è di valor più pieno
quant’alza più se stesso alla fucina,
sopra ’l mie questo al ciel n’è gito a volo.
Onde a me non finito verrà meno,
s’or non gli dà la fabbrica divina
aiuto a farlo, c’al mondo era solo.

L’Annunciazione di Alessandro Allori

 1603, olio su tela

Ammetto di non aver mai amato la pittura della Controriforma. La seconda metà del Cinquecento mi è sempre apparsa confusa e buia dal punto di vista artistico. Detto questo ho sempre sostenuto che se qualcosa non mi piace il motivo è che, fondamentalmente, non riesco a capirla fino in fondo. In effetti studiando certe correnti artistiche che ho sempre giudicate lontane dal mio gusto ho imparato ad apprezzarle e, col tempo, ad amarle. Ritengo che spesso sia l’ignoranza a tenerci lontani da cose (o anche persone, perché no?) molto diverse da noi.

Poi mi capitano le folgorazioni. Mi è successo nei confronti della pittura di Rubens che trovavo assolutamente ridondante ed eccessiva, totalmente lontana da me. Poi vidi la Leda col cigno alla Gemäldegalerie di Dresda e ne rimasi folgorata. Non so perché. Sono quelle cose che accadono senza una spiegazione logica. Probabilmente i tempi sono maturi perché tu possa innamorarti di un determinato quadro e basta. Da quel momento Rubens è salito prepotentemente nelle prime posizioni della mia personale classifica artistica e credo che adesso difficilmente potrà essere sradicato da chicchessia!

E quindi ho visto l’Allori alla Galleria dell’Accademia. Come molte altre volte prima di adesso. Ma stavolta è stato diverso perché quelle linee e quei colori mi hanno colpita e attratta in maniera irresistibile. Un buon quarto d’ora l’ho passato in contemplazione de L’Annunciazione (vi avverto, non venite mai in un museo con me perché potrei trascorrerci ore senza neppure accorgermene…).

Allori è allievo del Bronzino. E si vede. Benché in lui il Manierismo sia stemperato da nuove esigenze espressive derivate soprattutto dal clima austero della Controriforma i colori metallici ed il disegno definito hanno molto in comune con la pittura del suo maestro. Ma in questa tela la cosa che mi ha colpito maggiormente è il gesto della Madonna, con le braccia aperte a sottolineare quel “sia fatta la tua volontà” rivolto all’Angelo annunciante. E lo sguardo basso, timoroso, umile. L’insieme di questa figura ha una forza ed una dolcezza indicibili che per me sono strettamente associate alla figura di Maria e al suo ruolo all’interno del Vangelo. C’è tanta dolcezza in questo quadro e mi sono stupita di non essermene mai accorta prima d’ora. Tra l’altro nella Galleria dell’Accademia c’è una cospicua collezione di opere dell’Allori ed è molto interessante vederle ravvicinate e poterle confrontare tra loro.

La Musica Sacra di Luigi Mussini

1841, olio su tela

E qui sono costretta ad aprire un capitolo a parte, pur rendendomi conti di quanto mi sto dilungando con questo post (eh, lo so… abbiate pazienza…). Luigi Mussini è uno di quegli artisti ingiustamente sconosciuti ai più, come la maggior parte delle correnti del nostro Ottocento, escludendo poche illustri eccezioni. Mussini è uno dei maggiori rappresentanti del cosiddetto Purismo, corrente artistica che cominciò ad affermarsi negli anni 30 dell’Ottocento. Il principio ispiratore di questo movimento si inserisce nella scia di una sorta di ritorno all’antico, alle origini della pittura prima della decadenza delle arti e prima che questa fosse piegata alle necessità commerciali. Tale clima è comune a molti movimenti ottocenteschi in Italia ma anche nel resto dell’Europa. L’apice di questa concezione artistica si ha nella pittura preraffaellita che esalterà e diffonderà gli stilemi dell’arte del primo Quattrocento prima della rivoluzione pittorica operata da Raffaello (considerato già parte della decadenza dell’arte). Vi rimando a Wikipedia per ulteriori dettagli dato che la scheda è fatta abbastanza bene per una prima infarinatura sul movimento.

Dicevamo di Mussini. Ecco, semplicemente lo adoro. Diciamo che la mia tesi parlava anche di lui, pure se marginalmente. La Musica Sacra è l’opera più nota di Mussini e a ragione, secondo me, dato che è quella che esprime in maniera più completa il suo modo di concepire la pittura e il legame con i maestri antichi ai quali si ispira. C’è soprattutto il Perugino in questa tela. L’omaggio al maestro umbro è evidente nel volto della figura ma anche nella postura della figura stessa e nel perfetto inserimento all’interno dello sfondo architettonico (un semplice arco a sesto acuto in pietra serena). Il richiamo alla pittura quattrocentesca si ritrova anche nella religiosità semplice ed appassionata che traspare dal volto, nello sguardo rivolto al cielo e nell’essenzialità dell’ambiente circostante. Per me questo quadro è l’essenza stessa di uno spirito religioso puro e incontaminato così difficile da trovare oggi dove tutto diventa strumentale. Guardando quest’opera, invece, quello spirito si respira ancora e non può altro che fare bene 🙂

Cristo in Pietà di Giovanni da Milano

1365, tempera su tavola

Giovanni da Milano è uno di quei pittori trecenteschi che mi è sempre stato un po’ indifferente. Sì, lo so, ha sviluppato l’umanità della figura iniziata con Giotto tentando di dare risalto anche alla materia oltre che ai volumi ma vuoi mettere i Lorenzetti? Boh… cento volte meglio, per dire. Ma in questa pala dell’Accademia una cosa mi ha colpita particolarmente:  l’assembramento delle teste nella parte alta del quadro, ognuna contornata dalla sua bella aureola dorata. A prima vista sembra quasi che il pittore abbia calcolato male lo spazio e abbia forzato i personaggi a rientrare in una composizione preordinata. Poi ti accorgi che questa scelta spaziale accentua  il pathos della scena. Quei volti tutti insieme che si sfiorano, che si bagnano a vicenda di identiche lacrime partecipano del medesimo dolore. Te ne rendi conto bene. E te ne rendi conto proprio perché i volti sono costretti in questo spazio angusto e si confondono e, quasi, si fondono tra loro.

Concludo con una panoramica delle sale in cui sono raccolti e conservati gli strumenti musicali che, in effetti, sono la vera novità di questa mia visita perché le ho viste per la prima volta. La raccolta proviene dall’attiguo conservatorio Cherubini e comprende una serie di strumenti di diverso tipo e provenienza. Sono conservati anche un paio di pregevoli Stradivari ma la vera attrazione è il primo pianoforte verticale costruito da Domenico Del Mele nel 1739. La cosa curiosa è che si tratta, praticamente, di un pianoforte a coda ribaltato in verticale per motivi di spazio. Una soluzione curiosa ma  anche, in un certo senso, geniale. Completano la raccolta alcune postazioni dove è possibile ascoltare su pc i suoni degli strumenti esposti. Un’idea molto carina, in effetti.

P.s. Questo post si candida sicuramente come il più noioso che ho mai pubblicato e quello dalla più lunga gestazione, dal momento che nelle revisions mi segnala come data di prima stesura il 22 gennaio 2012! Non male vero?

3. La Galleria dell’Accademia

Ancora una volta la scelta di questa terza visita è obbligata da un evento ben preciso: l’imminente conclusione della mostra monografica dedicata allo scultore Lorenzo Bartolini che si tiene alla Galleria dell’Accademia fino al 8 gennaio.

Bartolini è uno dei miei artisti preferiti e non mi volevo lasciar sfuggire l’opportunità di vedere raccolte insieme 70 delle sue opere, alcune delle quali non ho mai visto dal vivo.

La scelta di esporre queste opere proprio alla Galleria dell’Accademia non è casuale in quanto proprio all’interno della Galleria è ospitata la Gipsoteca Bartolini, vale a dire la raccolta dei gessi originali da cui sono state tratte le opere dello scultore. Ma andiamo con ordine.

La Galleria dell’Accademia viene istituita nel 1784 da Pietro Leopoldo come atelier di formazione per gli allievi dell’adiacente Accademia delle Belle Arti. Nelle intenzioni del suo fondatore doveva esporre esempi illustri di pittura e scultura sui quale gli allievi potessero esercitare le proprie capacità artistiche ed allenare lo sguardo. Proprio per questo motivo la scelta viene limitata alla scuola fiorentina dal 1300 al 1500 in quanto, all’epoca, veniva ritenuta l’arte migliore possibile, la più pura e meno inquinata dalla degenerazione dei secoli successivi.

Ma la data più importante è il 1873, anno in cui il David di Michelangelo viene rimosso dalla sua collocazione di fronte a Palazzo Vecchio, per motivi conservativi, e collocato all’interno della Galleria dell’Accademia. Da questo momento in poi la scultura michelangiolesca monopolizzerà l’attenzione dei turisti che, in effetti, si recano alla Galleria quasi esclusivamente per vedere il David ed il nucleo di sculture di Michelangelo, ignorando del tutto le altre collezioni presenti. Ed è anche per questo che ogni giorno davanti all’ingresso c’è una fila che non finisce più (purtroppo o per fortuna, dipende dai punti di vista).

Non fraintendetemi. Non è che io non ami Michelangelo (si può non amare Michelangelo? No, non credo) o che non ammiri il David (in realtà lo adoro!) ma considero la Galleria dell’Accademia uno dei più bei musei fiorentini per il patrimonio di opere conservate e per l’estrema varietà delle sue collezioni e l’innegabile centralità del David un po’ mi infastidisce, ecco.

Proprio per accogliere la scultura di Michelangelo nel 1882 viene costruita un’apposita tribuna da Emilio De Fabris che costituisce una specie di quinta architettonica che valorizza la scultura permettendo anche al visitatore di girarci intorno per ammirarla nella sua interezza.

Oltre al David la Galleria espone altre sculture di Michelangelo tra cui i quattro Prigioni (insieme ai due conservati al Louvre avrebbero dovuto costituire la base del grande mausoleo funebre di Giulio II) e il San Matteo (commissionato dall’Opera del Duomo di Firenze per essere collocato nei contrafforti esterni della Cattedrale di Santa Maria del Fiore) oltre a diversi calchi in gesso di opere michelangiolesche conservate in altre città d’Italia.

Alle sculture michelangiolesche fa da contraltare la raccolta di gessi ottocenteschi che costituiscono la cosiddetta Gipsoteca Bartolini dove, come già segnalato, sono conservati i gessi originali dello scultore ma anche un nucleo importante di gessi di Luigi Pampaloni, allievo di Bartolini e a sua volta insegnante nell’adiacente Accademia delle Belle Arti.

Ma come dicevo poco fa la Galleria dell’Accademia è particolare proprio per l’eterogeneità delle sue collezioni. Accanto a questi due importanti nuclei scultorei, molto diversi tra loro, ospita una vasta raccolta di pitture, anche queste molto distanti tra loro per genere. Al piano terra sono ospitate le sale della pittura fiorentina e quelle bizantine. Le prime raccolgono esempi di pittura fiorentina del Quattrocento, in genere pittori considerati minori come Alessio Baldovinetti, Cosimo Rosselli o lo Scheggia ma conservano anche opere di Perugino, Botticelli e Paolo Uccello (per citarne solo alcune). In pratica offrono una panoramica di ciò che si produceva a Firenze in quel periodo spaziando dall’eccellenza all’opera di bottega. E’ chiaro che non bisogna aspettarsi le grandi opere conosciute da tutti che sono esposte agli Uffizi ma se uno ama l’arte di questo periodo non può che rimanere incantato davanti a questi quadri. Le Sale Bizantine, se possibile, sono ancora più interessanti perché ci offrono una raccolta non indifferente di pittura pregiottesca che, forse, è superiore anche a quella degli Uffizi (ma non la ricordo benissimo, ne riparleremo dopo la visita).  Ora lo so che la pittura pregiottesca non incontra il favore di molti (un po’ come l’arte contemporanea, invisa ai più) forse perché è una pittura distante da quella che siamo abituati a considerare bella ma è un pregiudizio. Giotto è stato un rivoluzionario. Dopo di lui la pittura è cambiata completamente. Ma Giotto è nato da questo tipo di pittura, da queste tavole fatte di particolari preziosi, da queste Madonne rigide ed inespressive, da questi paesaggi privi di profondità. Questo era ciò che Giotto vedeva intorno a sé e che, in qualche modo, gli ha permesso di creare la pittura che lo ha reso famoso. E io amo queste pitture che mi ricordano tanto le favole. In qualche modo è come se raccontassero l’infanzia dell’arte e proprio per questo mi piacciono così tanto.

Infine il piano superiore. Le sale del primo piano ospitano la pittura fiorentina del Tre e Quattrocento ma conservano anche una pregevole e curiosa collezione di icone russe. Apparentemente fuori luogo qui (ma nelle eterogenee collezioni della Galleria dell’Accademia niente è veramente fuori luogo 😉 ) queste icone sono la testimonianza dello spirito collezionista dei Lorena e costituiscono una raccolta unica in Italia anche se di qualità non omogenea. Inoltre tra le opere esposte al primo  piano spicca il nucleo di opere di Lorenzo Monaco che permette di valutare cronologicamente i progressi di questo pittore ma anche un cospicuo numero di tavole ascrivibili al cosiddetto Gotico Internazionale, dove alla linearità del disegno fiorentino si unisce una ricercatezza materica e coloristica particolare.

Da una ricerca su internet ho anche scoperto che la Galleria, di recente, ha accolto nelle sue collezioni anche una serie di strumenti musicali precedentemente conservata nell’adiacente Conservatorio Cherubini. E questo avvalora ancora di più la vocazione alla varietà di questo museo che, in effetti, si distingue proprio per questo dalle altre gallerie fiorentine che, in genere, hanno un’impostazione molto più definita e circoscritta. Ma ne riparliamo dopo la visita. Promesso.

Sviluppo (nella sua duplice accezione)

E così il primo buon proposito per l’anno nuovo appena cominciato sono riuscita a realizzarlo. Ho visto la mostra di Ahae e ho depennato dalla lista delle cose da vedere per l’impresa 2 anche il MNAF.

Museo Nazionale Alinari della Fotografia

Il quartiere di Santa Maria Novella

Avvertenza. Dovete ancora avere pazienza per la qualità delle foto, quella benedetta fotocamera nuova non so proprio quando arriverà! In questo caso ho potuto fare solo foto dell’esterno (no, non è vero, ne ho rubate un paio anche della mostra di Ahae anche se sono venute pessime dato che dovevo stare attenta a non farmi sgamare 😉 ). Le altre foto della slideshow sono prese da internet.

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L’edificio delle Leopoldine in cui ha sede il MNAF è effettivamente un solido esempio di architettura rinascimentale nello sviluppo della sua linearità ed è ben inserito nel contesto di piazza Santa Maria Novella sposandosi perfettamente con la struttura della chiesa progettata da Leon Battista Alberti che si erge dalla parte opposta della piazza. Attualmente l’edificio è parzialmente in restauro (ad esempio la lunetta con l’incontro di San Domenico e San Francesco purtroppo non è visibile perché coperta da un telo in quanto posta in prossimità del cantiere) e ciò non permette di ammirarlo in maniera completa.

Purtroppo alla bellezza dell’edificio esterno corrisponde, internamente, una struttura del tutto inadatta a ricoprire la funzione di spazio espositivo. Gli spazi angusti e l’allestimento poco funzionale rendono scomoda la visita, soprattutto in presenza di molte persone che non riescono a muoversi agevolmente negli stretti corridoi ricavati dalla suddivisione degli ambienti. A questo si somma anche la pessima illuminazione delle opere esposte che costringe il visitatore a porsi esclusivamente in posizione frontale rispetto all’oggetto che intende osservare per evitare il riflesso delle luci. E ultimo difetto, anche se non da meno, i cartellini con l’identificazione dell’opera sono posti ad un altezza assolutamente… impopolare. Ora non è che io sia alta chissà quanto (ed ero anche senza tacchi… quando si dice che un tacco dodici ti risolve la vita forse si intende proprio questo!) ma non sono neppure una nana, diciamo che rientro nella media e non sono riuscita a leggere una cippalippa di nulla (perdonatemi il termine che è un semplice rafforzativo e non chissà che parola come potrebbe sembrare 😉 )! Inoltre il percorso espositivo risulta piuttosto confuso, non si capisce bene quali siano le sale da visitare per prime senza l’aiuto della piantina e si è costretti a passare di nuovo dalle stesse sale per continuare il percorso che non si sviluppa in maniera circolare.

Ma veniamo alle opere esposte. La collezione è sicuramente notevole e sufficiente a delineare uno sviluppo (una delle sue accezioni del titolo) della storia e della tecnica della fotografia dai primi esperimenti fino al XX secolo. Mancano completamente però gli esiti più recenti con l’avvento del digitale che non è praticamente rappresentato.

Quello che colpisce di più (o, almeno, quello che ha colpito di più me) è il passaggio da una fotografia che è mera descrizione, rappresentazione e documentazione della realtà in quanto tale ad una fotografia che si fa, progressivamente, arte, veicolo di un contenuto, di un pensiero che si vuole comunicare all’osservatore. E’ un passaggio che sembra banale ma che è, invece, essenziale. E questo si nota soprattutto nei ritratti (da quelli di personaggi famosi come quelli bellissimi di Marilyn Monroe, James Dean ed Edzra Pound a quelli di gente comune) che ad un certo punto cominciano a mostrare qualcosa che va al di là del volto del personaggio rappresentato ma descrivono un modo di essere, si portano dietro una storia. Non è facile spiegare questo passaggio ma basta osservare la fotografia di Edzra Pound che ho messo nella slideshow per rendersi conto che non ci troviamo di fronte ad una foto che si limita a descrivere un volto ma di fronte ad un’immagine che si prefigge di raccontare qualcosa della persona raffigurata.

Infine il museo presenta una collezione di macchine fotografiche notevole ma anche album delle più svariate fogge ed anni e tutto ciò che ha a che fare con la fotografia come pubblicità, biglietti da visita, oggetti decorati etc.

Ma è stata la mostra di Ahae a valere veramente tutta la visita al MNAF.

Le foto di Ahae offrono uno sguardo su un pezzo di mondo incontaminato, quasi incantato, più vicino ad una favola di Esopo che ad un reportage del National Geografic. Perché quello che appare nelle fotografie di Ahae è una natura quasi umanizzata, una natura elevata a portatrice di significato. Il fotografo lancia all’osservatore un messaggio ben preciso. Gli animali ritratti (per la maggior parte volatili di diverse specie) appaiono quasi animali parlanti e sembrano interagire con noi che li osserviamo. E lo stesso i paesaggi che è come se volessero raccontarci una storia, farci immaginare il trascorrere del tempo, delle ore e delle stagioni, il soffiare leggero del vento o il tepore di un raggio di sole.

Ma c’è una foto che vale tutta la mostra. E’ quella dell’uccellino con la testa arancione che trovate anche nella slideshow e che è… tondo! Non mi viene altra parola per definirlo ma è così deliziosamente tondo! E non è possibile non innamorarsene 🙂

Concludo dicendo che se si viene a Firenze per poco tempo sicuramente non è indispensabile vedere questo museo. Ce ne sono di migliori e anche il rapporto qualità prezzo non è il massimo (il prezzo del biglietto è 9 €; non lo definirei proprio popolare…). Ma se c’è una mostra interessante allora conviene approfittarne e vedere anche il museo la cui visita non comporta più di 45 minuti.

Finalmente per la seconda tappa dell’impresa 2 sono riuscita a fare le cose per bene. Sono riuscita a documentarmi prima di andare a vedere ciò che ho scelto e pure a fare questo post prima della visita.

La scelta di visitare il MNAF non è del tutto casuale ma l’ho fatta per riuscire a recuperare anche una mostra a cui tenevo molto ma che, fino ad ora non sono riuscita a vedere (e dato che si conclude l’8 gennaio non c’è più molto tempo). Si tratta della mostra Through My Window. Fotografie di Ahae, esposizione itinerante per la prima volta in Italia ma che sta toccando varie città del mondo; ma ne parleremo tra un istante.

Concentriamoci, prima di tutto, sul Museo nazionale Alinari della fotografia.

Il MNAF viene istituito nel 1985 inizialmente con sede in Palazzo Rucellai, poco distante dall’attuale collocazione. È intitolato alla prestigiosa famiglia fiorentina degli Alinariche dal 1852 si occupa di fotografia. Il Museo, al quale sono collegati anche una Fondazione che opera nel campo della storia e della conservazione della fotografia ed una Biblioteca specializzata in testi di storia della fotografia, offre un percorso espositivo completo per comprendere l’arte fotografica da diversi punti di vista. Infatti, oltre ad esporre una vasta collezione di fotografie di fotografi italiani ed internazionali dalle origini ai giorni nostri, offre anche una cospicua collezione di strumenti fotografici e tutto ciò che concerne il mondo della fotografia (pellicole, accessori, cornici, album etc.).

Attualmente il MNAF è ospitato nei locali dell’edificio delle Scuole Leopoldine, sul lato sud di piazza Santa Maria Novella. L’edificio in cui ha sede viene costruito nel XIII secolo e nasce come convento e ricovero di pellegrini. Ma già dal 1208 viene adibito ad ospedale ed intitolato a San Paolo. Nel 1403 il Comune di Firenze affida la gestione dell’ospedale all’Arte dei Giudici e dei Notai, cancellando, di fatto la gestione religiosa della struttura. In questo periodo cominciano i lavori di ampliamento e di rifacimento che conferiranno all’edificio pressappoco la struttura attuale. Tali lavori sono attribuiti a Michelozzo che progetta il loggiato esterno e la sistemazione interna con la creazione del chiostro e del giardino tra il 1451 e il 1495. Per secoli l’opera è stata attribuita a Brunelleschi per via della struttura del portico antistante l’ingresso che si presenta molto simile a quella brunelleschiana dello Spedale degli Innocenti.

Il loggiato è costituito da dieci arcate sostenute da nove colonne e due pilastri e decorate nei punti di congiunzione da medaglioni in terracotta di Andrea Della Robbia e da due mezzi tondi raffiguranti Benino Benini, direttore dell’ospedale dal 1451. Andrea Della Robbia esegue le opere tra il 1489 e il 1496. Sempre a questi anni risale anche la lunetta in terracotta invetriata sovrastante l’ingresso alla chiesa del complesso collocato all’estremità occidentale del loggiato. La lunetta raffigura quello che, leggendariamente, è considerato il primo incontro tra San Francesco e San Domenico che si sarebbe svolto proprio all’interno dei locali dell’Ospedale di San Paolo.

Nei secoli successivi le modifiche architettoniche all’edificio sono trascurabili mentre è importante ricordare che nel 1780 l’ospedale viene soppresso e il complesso diventa la sede delle Scuole Leopoldine.

E veniamo adesso alla mostra che è il vero motivo per cui ho optato per questa come seconda tappa dell’impresa 2.

La mostra è dedicata al fotografo coreano Ahae che per ben due anni si è dedicato completamente a catturare scatti della natura osservata attraverso la finestra del proprio studio coreano (e da lì il titolo Trough My Window). Ahae, classe 1941, è un ecologista convinto fin dagli anni Settanta e questa mostra ben rappresenta la sua concezione di natura. Basti pensare che ha realizzato più di un milione di scatti esclusivamente dalla finestra di cui sopra (in media dai duemila ai quattromila al giorno, una media impressionante se ci pensate bene!) e lo ha fatto senza utilizzare ulteriori strumenti oltre al suo sguardo e alle sue macchine fotografiche digitali. Nessun ritocco in fase di sviluppo e nessuna illuminazione artificiale. Solo una finestra aperta e tanta pazienza. Le sue foto, quindi, sono una testimonianza diretta del trascorrere delle stagioni, dei cambiamenti di luce dall’alba al tramonto e delle diverse specie animali e vegetali dell’ambiente in cui il fotografo vive e lavora.

La mostra è curata da Keith H. Yoo, figlio di Ahae e raccoglie in tutto 40 scatti.

(Quasi) un miracolo di Natale

Il Natale si avvicina e non so se è il clima natalizio che mi porta a vedere le cose sotto una luce diversa oppure se quello che mi è capitato è davvero un colpo di fortuna più unico che raro (è che non ci sono abituata! Di solito sono molto più incline a comprovare la prima Legge di Murphy piuttosto che ad avvalorare l’esistenza della fortuna…).

Ma cominciamo dall’inizio. Quando ho iniziato a pensare all’impresa 2 e ho cominciato a guardarmi in giro per decidere quale sarebbe stato il primo luogo da visitare mi sono resa conto che i lavori di costruzione del Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze erano quasi ultimati. Cercando notizie in rete ho anche scoperto che l’inaugurazione si sarebbe tenuta il 21 dicembre e che il 22 (sì, proprio il giorno d’inizio dell’impresa 2!) si sarebbe tenuto lì il concerto del Trio Bollani. Siccome Bollani mi piace molto e nessuno dei suoi concerti a cui ho assistito mi ha mai deluso ho pensato di cogliere l’occasione al volo e di andare al suo concerto e, contestualmente, visitare anche il teatro. E così ho tentato di acquistare i biglietti on-line. Dico tentato perché non ci sono riuscita! Nel senso che, in un primo tempo, il sito dava problemi e non mi permetteva l’acquisto poi, quando la cosa si è sbloccata, non sono riuscita a comprarli perché mi dava un errore sconosciuto con la carta di credito. Per farla breve è andata a finire che i biglietti sono terminati e io sono rimasta con le cosiddette pive nel sacco.

Estrema delusione per il progetto andato a monte e piccolo lutto nel mio cuoricino per la rinuncia al concerto di Bollani. Ma me ne sono fatta una ragione sebbene non facessi salti di gioia. E poi cosa va a succedere? Il giorno stesso del concerto apprendo tramite amici di amici che erano disponibili due biglietti che due ragazzi avevano acquistato ma che, per un imprevisto, dovevano rinunciare ad utilizzare. Improvvisamente la giornata si è illuminata! E anche se ho dovuto scapicollarmi tra un regalo di Natale e l’altro, attraversare l’intera città per andare a prendere il biglietto, precipitarmi a teatro con lo stesso vestito che indossavo dalla mattina perché non sono riuscita a passare da casa, saltare a piè pari la cena sono riuscita ad andare e pure a tornare, sfatta ma viva per raccontarvelo!

Nuovo Teatro dell’Opera

I viali di circonvallazione e le espansioni ottocentesche

Avvertenza. Perdonate la scarsissima qualità delle foto ma mi sono dovuta arrangiare col cellulare perché la mia macchina fotografica mi ha definitivamente abbandonata e, fino a che non procederò all’acquisto della nuova, dovrò arrangiarmi alla meno peggio. Oltretutto ho dovuto fare le foto di notte senza che la fotocamera del cellulare fosse fornita di modalità notturna. Spero che, comunque, servano a rendere l’idea della struttura. Spero anche di poterci ritornare e poter sostituire queste foto con altre migliori.

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Partiamo col dire che non era mia intenzione organizzare così la condivisione dell’impresa 2 ma che non potevo lasciarmi sfuggire quest’occasione per cui, per questa volta, lasciamo correre. Nelle mie intenzioni c’è di documentarmi prima della visita e farla precedere da un post che spieghi ciò che sto per vedere e, solo in un secondo tempo, fare un altro post con quelle che sono le mie impressioni e le mie osservazioni, un po’ come per l’impresa 1 che è strutturata, grossomodo, in questi termini. In questo caso farò un mescolone delle due cose sperando che ci si capisca qualcosa.

Il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze è stato edificato in una vasta area in disuso da anni adiacente alla struttura della Stazione Leopolda (che, in realtà, non è più una stazione da secoli ma è stata trasformata in uno spazio espositivo molto bello alternativo rispetto alla Fortezza da Basso, area espositiva per eccellenza dove si tengono tutte le principali mostre mercato ed eventi di Firenze) ed esteso in profondità fino a penetrare l’area del Parco delle Cascine.

Il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze è solo il primo passo per la realizzazione del Parco della Musica e della Cultura, un ambizioso progetto che, sulla carta, dovrebbe diventare qualcosa di simile all’area dell’Auditorium Parco della Musica di Roma progettato da Renzo Piano. In realtà, al momento, i lavori non sono ancora completati e l’area si presenta attualmente come un cantiere in cui c’è ancora molto da fare.

Il progetto del teatro è stato affidato allo Studio ABDR (il nome è formato dalle iniziali dei quattro architetti che lo hanno fondato: Maria Arlotti, Michele Beccu, Paolo Desideri e Filippo Raimondo) molto attivo soprattutto a Roma. La filosofia che sta alla base dell’opera è descritta dallo studio nei seguenti termini:

L’ intervento è chiamato a dare risposta a un programma funzionale e simbolico complesso, applicato a una parte della città di Firenze, chiamata oggi ad ospitare importanti e prestigiose istituzioni pubbliche. L’area in cui è prevista la costruzione del Nuovo Auditorium gioca infatti un delicato ruolo di integrazione tra le diverse parti della città. A questo problema il progetto risponde con gli strumenti della progettazione urbana e della forma architettonica.
L’insieme degli spazi e dei luoghi espressamente dedicati alla musica descrive un luogo di grande valore urbano e paesaggistico, un sistema di terrazze e di spazi aperti schiettamente toscano, destinato a raccordarsi sul piano urbanistico, architettonico e visivo con l’immediato intorno costruito e con l’intera città di Firenze.

In effetti la prima impressione che si ha varcando i cancelli che permettono di accedere al teatro è quella di uno spazio lineare organizzato secondo i dettami prospettici rinascimentali, una specie di città ideale che sarebbe piaciuta a Piero della Francesca. La linearità dei piani è scandita da una serie di scalinate che affiancano il corpo principale del teatro dai due lati mitigando la pesantezza della mole della struttura principale che con la sua monumentale regolarità avrebbe rischiato di incombere sull’osservatore generando una sensazione di oppressione. In questo modo, invece, lo sguardo ha la possibilità di trovare delle vie di fuga laterali che gli permettono di spaziare e di percepire il teatro in maniera più armoniosa.

Attualmente l’accesso alle scalinate è precluso, da un certo punto in poi, di conseguenza non è possibile raggiungere né l’arena all’aperto né il corpo di fabbrica della seconda sala (quella più piccola che dovrebbe essere dedicata alla lirica  e permettere una capienza di un migliaio di spettatori) che, tuttavia, è visibile piuttosto bene sia da questo punto che dal Parco delle Cascine in quanto si presenta sopraelevato rispetto al livello della prima sala che sovrasta in altezza di parecchi metri.

E devo dire che questa seconda sala, per lo meno per quanto riguarda l’esterno, è la cosa più bella dell’intera costruzione. Si presenta come un cubo ricoperto di fessure di diverse dimensioni e distribuite in maniera longitudinale lungo tutto il perimetro esterno. Tali feritoie sono illuminate dall’interno e creano un suggestivo gioco di luci al quale fa da contraltare il riflesso dell’illuminazione  sul primo edificio che, invece, è punteggiato, internamente e lungo i muretti che lo separano dalle scalinate laterali, di innumerevoli piccole borchie metalliche che creano un effetto che ricorda le stelle.

L’interno del primo edificio è anche esso estremamente lineare e razionale; l’unica concessione al lusso è data dalle borchie metalliche già descritte e dal rivestimento dorato della parte esterna della platea che si presenta come un corpo convesso con una superficie di intonaco dorato scabro ed irregolare. Il contrasto tra questa superficie e le gradazioni di bianco e grigio di pavimento, pareti e soffitto producono una sensazione di lusso non ostentato che ben si addice alla funzione teatrale dell’edificio.

Il foyer e i corridoi sono estremamente scarni e lineari, in armonia con la razionalità della struttura architettonica. Purtroppo c’è da dire che il fatto che i lavori non siano ancora completamente terminati non giova alla visione d’insieme e, in certi casi, non si riesce a capire se alcuni elementi siano volutamente grezzi oppure se sia una situazione provvisoria.

Concludo con la sala vera e propria che, a mio parere, è l’elemento dolente dell’intera costruzione. Niente da dire dal punto di vista dell’acustica che ho trovato eccellente da vari punti di vista in quanto riesce a produrre un suono caldo ed avvolgente e perfettamente udibile da qualsiasi posizione. Ciò che non mi è piaciuto, invece, è il disegno della sala che è molto simile a quella del Teatro Comunale e non brilla, quindi, per innovazione. Anche in questo caso la provvisorietà della sistemazione non giova all’impressione generale. Il palco non ha ancora il corpo retrostante e questo rende difficile poterlo smontare per cui ieri sera, ad esempio, erano ancora presenti tutte le sedie che ospitavano l’orchestra di Mehta la sera dell’inaugurazione, relegando Bollani e gli altri due musicisti in uno spazio angusto del palco disperdendo così anche lo sguardo degli spettatori che viene distratto nonostante l’illuminazione tendesse ad evidenziare i componenti del Trio. Inoltre lungo tutto il perimetro della platea sono presenti fasci di cavi elettrici che, seppur messi in sicurezza, non si può dire che facciano una bella impressione. Per il resto la sala è completamente rivestita di pannelli di legno convesso sovrapposti mentre la parte della galleria è ricoperta di una specie di maglia metallica color bronzo lavorata in modo da dare l’idea di un tessuto drappeggiato. Il soffitto è l’unico elemento che non mi è dispiaciuto perché è disegnato in maniera molto simile alla superficie esterna del secondo edificio essendo ricoperto di fessure rettangolari disposte in maniera irregolare seppure parallele tra loro entro cui sono alloggiate le luci. Questo particolare è degno di nota perché crea una sorta di continuità ideale tra i due edifici, non immediatamente percepibile ma che rimane, comunque, come sensazione visiva senza che se ne debba necessariamente analizzare la funzione.

Una citazione a parte merita l’opinione di Vittorio Sgarbi, espressa durante la serata inaugurale. Il critico ha definito la struttura del Nuovo Teatro dell’Opera una scatola da scarpe. È evidente l’intento provocatorio di chi, come Sgarbi, è abituato al dibattito televisivo e prendere questa sua frase come un’affermazione con basi di critica artistica significherebbe trascenderne il senso. Ma la definizione adottata ha dei fondamenti reali perché la linearità che ho descritto e che si può trarre dalle foto può dare adito ad un paragone del genere. Detto questo è senz’altro riduttivo liquidare questa struttura con una definizione simile. Ma, si sa, se Sgarbi non provoca non è contento.

E il concerto, direte voi? Il concerto è stato davvero notevole. Ma Bollani non delude mai, come ho anticipato. Hanno suonato due ore piene coinvolgendo, appassionando e facendo divertire il pubblico presente. Bollani, a mio parere, ha una personalità esuberante ma mai invadente, lascia spazio a chi lo accompagna pur riuscendo, inevitabilmente, ad accentrare l’attenzione su di sé. Il repertorio eseguito (tutto jazz di diverse origini tra cui anche pezzi di Bollani stesso ed altri tradizionali di diversi Paesi) non era eccelso come qualità, secondo me, ma il virtuosismo esecutivo dei tre musicisti ha fatto in modo da rendere la cosa praticamente indifferente.

La porti un bacione a Firenze

Avvertenza. Post noiosissimo ma necessario ad alto contenuto nozionistico. Insomma, per me potete pure evitare di leggerlo tanto è piuttosto inutile, ma una premessa a come intendo affrontare l’impresa 2 andava pur fatta e meglio di così proprio non c’era verso di esporla. O, almeno, io non ci sono riuscita 😉 Ma prometto che poi non ci sarà niente di così noioso nell’impresa vera e propria. Parola di lupetto!

Mi rendo conto in questi giorni che il periodo per affrontare l’impresa 2 non è proprio dei migliori per me. Il periodo natalizio con le mille cose da fare, la fine dell’anno che è sempre un po’ destabilizzante, il lavoro che di questi tempi si intensifica e, infine, una stanchezza che rischia di diventare cronica poco si coniugano con la voglia di concentrarsi su una nuova impresa. Ma senza fatica non avrebbe neppure senso definirla impresa per cui mi sono rimboccata le maniche e ho cominciato (finalmente!) a studiare come affrontare l’organizzazione di questa nuova avventura.

Partiamo dal presupposto che da anni esiste una guida che è imprescindibile per chiunque voglia imparare a conoscere una città in maniera approfondita e critica. Si tratta della cosiddetta Guida Rossa del Touring Club Italiano (per il colore della copertina e per distinguerla dalla Guida Verde, pubblicata sempre dal Touring Club ma molto più sintetica e meno approfondita per quanto riguarda la trattazione del patrimonio artistico). Ho dichiarato che è imprescindibile proprio perché è lo strumento più completo per chi voglia conoscere la storia, le tradizioni e l’arte di una determinata città italiana. E’ chiaro che siamo ben lontani da un approfondimento critico che può essere fatto solo con l’utilizzo di testi specifici ma è uno strumento utilissimo per un approccio turistico alla città che si sta visitando.

Questo noioso preambolo per dire che proprio dalla Guida Rossa di Firenze e provincia ho deciso di riprendere la suddivisione degli itinerari che affronterò nel corso dell’impresa 2. È un modo sistematico che, secondo me, risulterà molto utile per farsi un’idea della struttura della città e della collocazione di ciò che vale la pena di vedere.

Di seguito l’elenco della suddivisione delle zone di Firenze. Anche in questo caso, come nel caso della bibliografia e della filmografia per l’impresa 1, si tratta di un work in progress, nel senso che mano a mano che porterò avanti l’impresa modificherò questa tabella inserendo le specifiche delle cose che ho visto in modo che, alla fine, questo post verrà a costituire una specie di indice di tutto ciò che avrò visto e condiviso con voi. Quindi non fatevi ingannare dall’aspetto scarno che ha oggi; conto di rimpinguarlo nel minor tempo possibile!

Firenze

Il centro religioso
La zona di Piazza della Signoria
Gli Uffizi
La zona di piazza della Repubblica
Il quartiere di Santa Maria Novella  MNAF
Il quartiere di San Giovanni Galleria dell’Accademia
Il quartiere di Santa Croce
I lungarni
L’Oltrarno
I viali di circonvallazione e le espansioni ottocentesche Nuovo Teatro dell’Opera
La città oltre le mura Centro urbano di San Donato

E tanto per rendere un’idea della topografia della città vi aggiungo anche la mappa che comprende tutte le zone riportate nella tabella precedente. Nei vari post sull’impresa 2 inserirò anche delle mappe più dettagliate dato che questa visione aerea serve solo a dare un’idea approssimativa della struttura della città e della conformazione del territorio.

Detto questo non rimane che partire e cominciare a guardarsi in giro alla ricerca del bello o, semplicemente, di ciò che ha da raccontare una storia che vale la pena stare ad ascoltare.

E vai con la 2!

Eh lo so che è prematuro. Sono consapevole di aver or ora iniziato l’impresa 1 e già sono qui a rendere pubblica quella che sarà l’impresa 2, e allora? Come si dice in questi casi il blog è mio e me lo gestisco io ;-). Tornando per un attimo seri è tanto che ho pensato anche a questa seconda impresa (del resto la prima l’avevo pensata già a metà luglio con l’idea di cominciarla il 23 settembre… fate un po’ voi il conto!) che comincerà il 22 dicembre 2011, giorno del solstizio d’inverno (ormai avrete capito quali sono le date cruciali…).

L’impresa 2 sarà di tutt’altro genere rispetto all’impresa 1. Avevo pensato ancora una volta ad un’impresa letteraria ma poi ho ritenuto più giusto rimandarla per non farla accavallare troppo con la lettura di King. Alla fine mi sono buttata su un’impresa artistica. L’idea mi è venuta riflettendo sul fatto che spesso ci spostiamo per chilometri per visitare posti lontani ed esotici, in giro per l’Europa o ancora più in là, e, magari, non ci rendiamo neppure conto delle bellezze e delle ricchezze che abbiamo sotto casa. Nel mio caso in maniera particolare dato che abito a Firenze, una delle città più ricche d’arte e di storia del mondo. Ma quanto posso dire di conoscerla veramente? Quante persone vengono quotidianamente a visitarla, magari dall’altro capo del mondo, e vedono cose che io, pur vivendoci tutti i giorni, non ho mai visto? E allora ho deciso che non sarà più così. Ho deciso che l’impresa 2 consisterà nel visitare e conoscere ogni metro quadrato di questa bellissima città. Visiterò ogni piazza, ogni strada, ogni museo, dal più famoso al più sconosciuto.

Come nel caso dei libri di King che avevo, in gran parte, letto, anche in questo caso molte delle visite che programmerò le ho già fatte, ma questo vorrà dire, semplicemente, che avrò l’occasione di vedere di nuovo cose che conosco con occhi diversi.

E anche in questo caso condividerò questa esperienza, raccontando passo passo quello che vedrò. Nei prossimi giorni posterò la lista dei luoghi e dei monumenti da visitare. In questo caso non seguirò nessun ordine, né cronologico né di altro genere. In parte perché le stratificazioni storiche rendono difficile seguire un ordine preciso che non comporti contaminazioni e sovrapposizioni, in parte perché ho intenzione di seguire l’ispirazione del momento. Vedremo cosa ne verrà fuori.