Tag Archive: It


E’ questa la curiosa domanda che ha dato lo spunto a Stephen King per elaborare la storia de Le notti di Salem.

La genesi dell’opera è interessante e, tra l’altro, è molto significativa in relazione al modo di scrivere e di raccontare di King, per cui vale la pena riportarla.

Il Re legge, per  la prima volta, il romanzo di Bram Stoker da bambino e ne rimane subito entusiasta. Successivamente riprende in mano l’opera in occasione di un corso su Fantasy e Fantascienza tenuto durante il suo periodo di insegnamento. E’ in quest’occasione che riscopre la bellezza dell’opera e il fascino della figura del vampiro. Lo spunto per scrivere un’opera con un vampiro per protagonista, però, gli viene da una conversazione tenutasi durante una cena con Tabitha e l’amico Chris Chesley durante la quale si apre una discussione sul mito del vampiro in relazione all’opera di Stoker. Ed è in quel momento che uno dei commensali si domanda come si sarebbe comportato Dracula se fosse vissuto in America negli anni 70. La cosa parte come uno scherzo, tanto che King ipotizza che sarebbe stato sicuramente investito da un taxi newyorkese ma Tabby la prende molto sul serio e avanza l’ipotesi di una venuta di Dracula negli anni 70 in un paesino nelle campagne del Maine: la storia si sarebbe ripetuta uguale o sarebbe andata in un altro modo? Ed è da questo momento che lo scrittore comincia a figurarsi la sua personalissima interpretazione del mito di Dracula.

Alla base del romanzo ci sono due racconti, entrambi inseriti nella raccolta A volte ritornano, Jerusalem’s Lot (che, in un primo momento, doveva anche essere il titolo del romanzo, poi abbreviato dalla casa editrice Dubleday in Salem’s Lot) e Il bicchiere della staffa. Non è raro che King sviluppi lo spunto di un racconto fino a farlo diventare un romanzo, in fondo è quello che è accaduto anche con Carrie e che accadrà, ad esempio, con L’ombra dello scorpione, il cui tema centrale era già stato trattato in Risacca notturna (anche esso contenuto in A volte ritornano). Lo scrittore ha dichiarato in più occasioni che i suoi racconti ama definirli le sue storie della buonanotte perché le elabora la notte quando non riesce a prendere sonno e si rigira nel letto. A volte sono storie che non vale la pena portare avanti e vengono abbandonate non appena il sonno ha la meglio, altre volte continuano, si sviluppano, vogliono sopravvivere. E allora diventano racconti o, nel migliore dei casi, crescono fino a prendere la consistenza del romanzo. Questo mi fa venire in mente il compagno di studi di King, all’epoca in cui lo scrittore pubblicava articoli sul giornale della scuola. Questo ragazzo notava che lo zio Stevie era estremamente prolifico e riusciva a scrivere un articolo in dieci minuti prima che il giornale venisse mandato in stampa, ed asseriva che Stephen pareva portarsi le storie in testa come gli altri si portano gli spiccioli in tasca. E, probabilmente, è proprio così che avviene.

Ma torniamo a Le notti di Salem dato che la lettura incombe, in quanto alla fine di Carrie mi mancano solo una ventina di pagine. Oltre che da Dracula King viene influenzato da altri due romanzi, I peccati di Peyton Place di Marie Grace Metalious e Piccola città di Thornton Wilder. Questi due spunti sono interessanti perché ci fanno capire che, in fondo, quello che effettivamente interessa indagare a King è ciò che si nasconde sotto la superficie di una piccola cittadina del Maine e dietro alla vita apparentemente tranquilla dei suoi abitanti. E questo è un tema ricorrente nella bibliografia del Re del brivido che ritorna in molti dei suoi romanzi migliori (pensiamo a It, a Cose preziose, a Desperation e I vendicatori, tanto per citare i primi titoli che mi sono venuti in mente). L’elemento horror, pur essendo essenziale per lo sviluppo del racconto, è il detonatore che fa scatenare le reazioni dei personaggi descritti nel romanzo. E sarà sempre così. Perché, in definitiva, King non scrive romanzi horror, ma romanzi sulle reazioni delle persone comuni davanti ad eventi imprevisti, inspiegabili e paurosi (e, chiaramente, nella parola horror si riassume e si comprende tutto questo). E’ questo ciò che interessa indagare allo zio Stevie, più di ogni altra cosa. Ma me ne guardo bene dal dire che Stephen King non è uno scrittore di genere perché lui stesso ha dichiarato:

Mi piace il genere e anche se capita di allontanarsi è sempre lì che ritorno. […] Scrivo ciò che mi sembra giusto, ciò di cui sento la necessità.

E la necessità, per lui, è l’orrore.

La scrittura dell’opera impegna il giovane Stephen per otto mesi di cui quattro per la prima stesura, altrettanti per la seconda e due per la stesura definitiva.  Nonostante tutto questo lavoro di limatura la Dubleday interviene pesantemente sul manoscritto che, a loro avviso, contiene parti troppo cruente. All’epoca King non può opporsi perché il suo potere contrattuale è molto basso e, quindi, è costretto ad accettare tagli e rimaneggiamenti. Tra l’altro non ho notizia di un’edizione integrale dell’opera con il reintegro delle parti tagliate come, successivamente, accadrà invece con L’ombra dello scorpione che viene ripubblicato in versione integrale nel 1990.

Il secondo romanzo di King venderà molto bene, anche in confronto al precedente risultato di Carrie che era già ottimo per uno scrittore esordiente. La versione rilegata vende 19.000 copie mentre il paperback si attesta sui 3.000.000 di copie vendute. A questo punto lo scrittore è ormai lanciato verso una promettente carriera che continua ancora da più di 35 anni con standard sempre molto alti, al di là del giudizio dei numerosi detrattori.

Dimenticavo. Un’ultima curiosità. King dedica il romanzo alla figlia, Naomi Rachel, con la frase “…promesse da mantenere”. E se pensiamo che all’epoca della pubblicazione de Le notti di Salem, nel 1975, Naomi aveva solo 4 anni le promesse da mantenere sarebbero state ancora tante.

Annunci

La notizia della collaborazione tra King e Spielberg per la realizzazione di un progetto tratto da The Dome è di qualche giorno fa. Ma non è nuovo l’interesse del regista americano nei confronti delle storie dello scrittore del Maine.

Spielberg, infatti, aveva già acquistato i diritti de Il Talismano con l’intenzione di trarne prima un film e poi una serie tv. Aveva già iniziato anche a lavorare al progetto ma i costi troppo elevati hanno fatto naufragare tutta l’operazione.

Altri sono i progetti falliti che i due avevano intenzione di realizzare insieme come, ad esempio, una pellicola sulle case infestate per la quale lo zio Stevie aveva già scritto la sceneggiatura ma che Spielberg giudicò troppo morbosa e disturbante. Il progetto sarà poi portato avanti dal solo King che, nel 2002, realizzerà Rose Red, miniserie per il canale televisivo ABC.

In pratica l’unica cosa che riusciranno a realizzare insieme è un episodio della serie Ai confini della realtà dove Spielberg è in veste di produttore e King in quella di sceneggiatore.

Ma perché questa volontà da parte di entrambi di collaborare insieme fin dall’inizio delle rispettive carriere? Perché due artisti, apparentemente così diversi, provano una tale attrazione reciproca? Questa domanda mi ha portata ad una riflessione molto personale su alcuni aspetti del cinema di Spielberg e su quelli che possono essere elementi in comune con i romanzi di King.

Prendiamo E.T. L’extraterrestre di Spielberg, ad esempio. Il film racconta in forma di favola il percorso di crescita di un bambino alle prese con un incontro che sconvolgerebbe qualsiasi adulto. Tale percorso di crescita lo porterà a scoprire il valore della vera amicizia e ad affrontare la propria vita in un modo diverso, con coraggio e consapevolezza, anche rispetto a temi importanti come la morte o l’assenza della figura paterna. Non vi ricorda qualcosa tutto questo? Elliot, il protagonista di ET non è altro che uno dei tanti bambini protagonisti dei libri del Re. La descrizione della famiglia americana degli anni ’80, retta da una madre sola, che vive in un quartiere residenziale di una tipica città statunitense è degna di molti dei romanzi di King così come la contrapposizione tra il mondo dell’infanzia (visto come periodo della vita in cui è ancora possibile credere ai sogni e a sentimenti potenti come l’amicizia) e quello degli adulti (che non sono più disposti a ‘credere’ ma solo intenzionati a ‘capire’ anche laddove questa comprensione significhi sacrificare qualcosa di grande ed importante come un rapporto affettivo o la vita stessa). Ed è così che seguire Elliot che pedala in bicicletta non può non richiamare le spedizioni dei ragazzi de Il corpo o lo smarrirsi de La bambina che amava Tom Gordon o, ancora, l’impresa che devono affrontare i Perdenti in It.

Elementi in comune con l’immaginario di King si ritrovano anche in altri film di Spielberg. Penso, ad esempio, a Duel, con la tensione palpabile che deriva dalla paura nei confronti di qualcosa che non si riesce a comprendere (e qui Spielberg si avvale della sceneggiatura di Richard Matheson che, non a caso, è uno degli scrittori più amati dal Re) o a Lo squalo, dove la vita di una tranquilla cittadina balneare della provincia americana è sconvolta dall’arrivo del più feroce predatore dei mari (e un uomo comune, per difendere la famiglia e la realtà quotidiana che ama, è costretto ad improvvisarsi eroe. E Roy Scheider -permettetemi di sottolinearlo- ci regala forse la più bella e misurata interpretazione della sua carriera) o, infine, Il colore viola, storia di una donna a lungo sottomessa ad uomini violenti e prevaricatori (come non pensare a Dolores Claiborne? Anche se la protagonista del film di Spielberg non ha certo lo stesso coraggio dell’eroina kinghiana).

Insomma, i parallelismi potrebbero continuare a lungo ma non voglio annoiarvi ulteriormente con un inutile elenco. Mi premeva sottolineare una serie di elementi in comune che possono servire a capire come due personalità apparentemente così distanti tra loro abbiano, in realtà, non pochi legami.

Detto questo spero proprio che il progetto The Dome vada avanti (anche se lo preferirei in forma di film per il cinema piuttosto che come serie per la televisione): sono proprio curiosa di vedere cosa potrà tirare fuori uno dei miei registi preferiti (pur con i suoi risultati discontinui e, ultimamente, piuttosto scadenti) da uno dei romanzi di King più riusciti (a mio parere).

Gioco di ruolo

Molto spesso leggendo i libri di Stephen King mi capita di fare paragoni con altre forme d’arte come cinema, musica e pittura. Quando leggo mi viene automatico percepire determinate influenze perché ognuno di noi è lo specchio del mondo che lo circonda ed echi di ciò che ama e ammira si riflettono, inevitabilmente, in ciò che fa.

Ci sono diverse dichiarazioni di King medesimo riguardo ai suoi gusti musicali o cinematografici ma vorrei ignorarle, per il momento. In questo post mi interessa di più approfondire quella che è la mia personale percezione delle passioni del Re.

Musica → A mio parere la musica che più si avvicina al modo di scrivere di King, ai suoi personaggi, alle sue descrizioni è il folk, principalmente nell’interpretazione che ne dà Leonard Cohen.

Lo scrittore ha dichiarato, in più occasioni, il suo amore per il rock ma io lo associo molto più volentieri al folk di Cohen. La voce roca e la musica estremamente lirica ed incalzante mi fanno pensare ai personaggi di King, costretti ad agire in una quotidianità stravolta e ad affrontare i loro limiti e le loro paure.

Non posso fare a meno di associare Waiting for a Miracle a Il miglio verde. Sicuramente per il tema trattato (parlano entrambi della pena di morte) ma, soprattutto, per l’atmosfera che creano.

Pensandoci bene il rock è più affine al lato horror di King (che, paradossalmente, è quello che amo di meno pur adorandolo) mentre il folk mi sembra più affine al suo lato umano, se mi passate la definizione.

Arte → A livello di arti figurative, invece, l’associazione che mi viene più spontanea pensando alla scrittura di Stephen King e al suo modo di raccontare è con Hieronymus Bosch. Il pittore olandese de Il giardino delle delizie

Hieronymus Bosch Trittico del Giardino delle delizie, 1480-1490 circa, olio su tavola, 220x195 cm, Madrid, Museo del Prado

e de Le tentazioni di Sant’Antonio

Hieronymus Bosch Tentazioni di Sant'Antonio, 1500-1525 circa, olio su tavola, 70x51 cm, Madrid, Museo del Prado

con il suo mondo immaginifico popolato di personaggi fantastici e, talvolta, raccapriccianti mi ricorda molto il lato horror di King e le descrizioni degli incubi dei suoi personaggi (Penso ad Insomnia, Cose preziose o Duma Key). Il lato fantastico dello scrittore del Maine ben si sposa con la miriade di personaggi curiosi ed inquietanti che animano i bellissimi quadri di Bosch.

Ecco, nel caso dell’arte è proprio il lato horror quello che prevale, se ci penso. Se dovessi associarlo ad un pittore per le atmosfere di provincia che descrive tanto bene, invece, farei subito il parallelo con Grant Wood, soprattutto per il suo celeberrimo Gotico Americano

Grant Wood Gotico Americano 1930

ma anche per quadri come Il maglione scozzese

Grant Wood Il maglione scozzese 1931

, così ieratici nella loro immobilità ma che paiono nascondere sotto la superficie inquietanti segreti (come la Derry di It…).

Cinema → Sarebbe banale ricondurre il modo di scrivere di King al cinema horror. E’ indubbio che horror e fantascienza sono dei generi cinematografici che lo hanno influenzato fin dall’infanzia (e basta leggere un po’ della sua biografia per questo) ma questa non è l’associazione immediata che viene a me pensando ai suoi libri e a ciò che trasmettono.

Se penso alle atmosfere create da King nei suoi romanzi non posso far altro che collegarle a Una storia vera di David Lynch. Se non lo avete visto ve lo consiglio vivamente perché è un film che ti porta a scoprire personaggi della realtà di provincia americana così simili a tanti che si trovano nei libri del Re. Il Maine, tanto ben caratterizzato nelle descrizioni dei suoi romanzi, potrebbe essere benissimo il paese che Alvin Straight attraversa a bordo del suo tagliaerba. Il film di Lynch è un elogio alla lentezza e alla scoperta delle cose genuine della vita. E’ anche la riscoperta della centralità della persona perché è un film costellato di persone semplici e buone che imparano a conoscersi e, in qualche caso, a ritrovarsi.

E’ questa l’America vera e genuina che King celebra con i suoi personaggi la cui psicologia è sempre così ben descritta da farti capire immediatamente che lui, quella gente, la conosce da vicino.

Ecco, questo è ciò a cui mi fanno pensare i romanzi ed i racconti del Re. Queste sono le immagini ed i suoni che mi accompagnano spesso durante la lettura delle sue pagine.