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Quando le parole non servono

Questo è Cinema. Quello che nel 2011 ti permette di non accorgerti che stai guardando un film muto (!).
Quello che non ha bisogno di parole per raccontare una storia universale (fama, successo, declino, disperazione e amore, un sacco di amore senza neppure un bacio, ed ecco un’altra rivoluzione!). Quello che ti riappacifica col mondo che ti circonda.

Questo è il vero film di Natale. Lasciate perdere tutto il resto ed andatevi a vedere questo sotto le feste! Sono sicura che non ve ne pentirete.

The Artist (2011)

[The Artist, Francia 2011, Drammatico, durata 100′, b/n]   Regia di Michel Hazanavicius
Con John Goodman, Missi Pyle, James Cromwell, Penelope Ann Miller, Beth Grant, Joel Murray, Beau Nelson, Jen Lilley, Jean Dujardin, Ben Kurlandx

Il nuovo film di Hazanavicius è un piccolo capolavoro. Uno di quei film che ti fa amare ancora di più il cinema.

Un film pieno di citazioni e riferimenti cinefili ma che possiede il tocco leggero della poesia. E’ una pellicola che riesce ad affascinare con la semplicità di una trama fin troppo prevedibile ma che sta in piedi grazie alle interpretazioni magnifiche di tutti gli attori coinvolti, in particolar modo i due protagonisti. Con la loro espressività riescono a caratterizzare i personaggi a cui danno vita senza bisogno di parlare. Neppure un istante si sente il bisogno di sapere che cosa dicano perché è sempre evidente dalle espressioni facciali e dai gesti che le accompagnano.

La regia è perfetta sotto tutti i punti di vista perché riesce ad essere invisibile quando è necessario non sopraffare il lavoro degli attori ed evidente nei momenti in cui se lo può permettere. Hazanavicius riesce ad adeguare il modo di fare cinema contemporaneo ad un tipo di cinema che non si fa più. Perché la sua, pur essendo un’operazione nostalgica, non è mero scimmiottamento degli stilemi del cinema muto ma una reinterpretazione di quegli stilemi con un linguaggio cinematografico contemporaneo. Quindi non di mimesi si tratta ma di interpretazione. Ed è una differenza non da poco.

Tra i molteplici omaggi cinematografici della pellicola e le molte citazioni non si può fare a meno di ricordare Giorni perduti di Wilder per la discesa del protagonista nel tunnel dell’alcoolismo. Soprattutto nel momento in cui, in preda al delirium tremens si vede attaccato da un se stesso formato mignon spalleggiato da un cospicuo numero di cannibali in assetto di guerra.

Ma  sono gli interpreti il vero punto di forza di questa pellicola.

Ci sono un po’ di Charlot e un po’ di Buster Keaton nella gestualità di Jean Dejardin, l’eccellente protagonista del film. E lo sguardo sornione alla Clark Gable di Via col vento (e pure le orecchie a sventola, a ben guardare!). Ma anche una sorta di romantica ostinazione che gli fa preferire la rovina annunciata piuttosto che piegarsi ad un modo di fare cinema che non sente appartenergli.

Vale la pena menzionare anche il sempre eccelso James Cromwell (l’ho già detto quanto mi piace questo attore? Mi sa di sì…) che si trova perfettamente a suo agio nel ruolo del fedele autista tuttofare del protagonista riuscendo ad infondere la sua grazia ad un personaggio che, altrimenti, sarebbe stato di mero contorno.

Ma la vera rivelazione è Bérénice Bejo, moglie del regista e attrice che, personalmente, non conoscevo. Con l’espressione del viso e la gestualità del corpo riesce ad essere sensuale e, allo stesso tempo, spensierata come una bambina. E con la caparbietà che contraddistingue il suo personaggio riesce, infine, a far innamorare il protagonista e a salvargli vita e carriera da una sicura rovina.

Dal punto di vista tecnico il film è impeccabile. La fotografia ci regala un bianco e nero saturo e corposo che è una delizia per gli occhi dello spettatore. La colonna sonora (essenziale in un film muto!) è forse l’unico elemento su cui si poteva osare un pochino di più in quanto appare assai prevedibile e non regala emozioni ulteriori.

Il vero Ben Mears

Alla fine, spinta soprattutto dalla curiosità per un cast che, mi pareva, di tutto rispetto, sono riuscita a recuperare la visione della miniserie del 2004 tratta da Le notti di Salem. E non me ne sono affatto dovuta pentire, anzi, è stata una bella sorpresa.

Salem’s Lot (2004)

[Salem’s Lot, USA 2004, Horror, durata 174′]   Regia di Mikael Salomon
Con Rob Lowe, Andre Braugher, Donald Sutherland, Samantha Mathis, Robert Mammone, Dan Byrd,Rutger Hauer, James Cromwell, Andy Anderson, Robert Grubb

Attenzione! Contiene spoiler

Partiamo subito dal presupposto che stiamo parlando di un tipico prodotto televisivo, intendendo l’accezione più deteriore del termine, vale a dire regia piatta e didascalica, priva di slanci di qualsivoglia tipo, eccessiva dilatazione dei tempi con conseguente perdita della tensione ed una certa attenzione per il politically correct che rifugge ogni intenzione di analisi sui meccanismi dell’orrore. Detto questo mi sono trovata di fronte un prodotto che non è assolutamente da buttare ma che, al contrario, presenta piacevoli sorprese.

Innanzitutto va detto che il cast è davvero il punto di forza di questa trasposizione perché gli attori non si limitano ad offrirci interpretazioni al minimo sindacale (come spesso avviene in questi casi) ma cercano di creare dei personaggi a tutto tondo che restino impressi nella memoria dello spettatore. E va anche detto che dopo aver visto Rob Lowe (che sia bello, va detto, aiuta…) nel ruolo di Ben Mears mi riesce difficile immaginarlo con un’altra faccia o un’altra espressività. In più Lowe riesce ad infondere al personaggio dello scrittore una dolcezza ed una fragilità che nelle pagine di King sono solamente accennate, e spicca per completezza. E fa subito dimenticare l’interpretazione di David Soul in Le notti di Salem di Hooper che torna ad essere solo Kenneth Hutchinson, come è giusto che sia, del resto (perché da bambina lo adoravo e posso tornare a provare questa passione senza confonderlo con Ben Mears che -ora è appurato- è un’altra cosa).

E poi c’è l’interpretazione di James Cromwell che è un altro attore poco sfruttato ma che è sempre convincente in tutti i ruoli che gli vengono affidati (come non ricordarlo in Babe maialino coraggioso? Il suo personaggio, silenzioso per buona parte del film, è bellissimo). Il suo è un Padre Callahan ombroso e sfiduciato che riesce ad accendersi di passione solo quando capisce di avere ancora una missione da compiere. E anche se, alla fine, perderà la lotta con il Male ne uscirà vittorioso perché, come vampiro, troverà una nuova spinta per vivere, poco importa se è quella sbagliata.

Anche Rutger Hauer, con il suo sorriso sornione e gli occhi di ghiaccio, se la cava egregiamente anche se non riesce a dare nuovo spessore al personaggio di Barlow che, del resto, non ha molto da dire neppure nel romanzo del Re.

Unica nota negativa, a livello recitativo, un Donald Sutherland che si limita ad interpretare un Babbo Natale mefistofelico, più ridicolo che pauroso, assolutamente non in linea con il personaggio di Straker sia del romanzo che della precedente trasposizione di Hooper dove, invece, acquistava un certo spessore dato, soprattutto, dall’ambiguità che riesce a trasmettergli James Mason.

Altra nota di merito del film è da attribuirsi all’impostazione scelta che mette in risalto, proprio come il romanzo, l’ambiguità di Jerusalem’s Lot e dei suoi abitanti, con i segreti che conservano e si premuniscono di nascondere, e la sensazione di malvagità che permea le case, le strade e i volti dei cittadini. Peccato che tutto questo sia stato relegato alla voce off di Ben Mears che, a lungo andare, risulta un po’ troppo didascalica, per cui fastidiosa.

E veniamo ai difetti, oltre a quello, già segnalato, della regia di stampo prettamente televisivo. Il difetto principale di questo film è che non riesce a spaventare. E non è un difetto da poco, visto anche che Le notti di Salem è uno dei romanzi più spaventosi di Stephen King. Qui i vampiri non riescono mai a fare veramente paura né ad inquietare. L’unica scena riuscita, da questo punto di vista, è quella dello scuolabus nel quale bambini-vampiro spuntano ovunque. La scena è molto fedele a quella descritta da King e ne conserva tutta la forza, bisogna ammetterlo. Ma, a parte questo, non c’è molto altro. I vampiri rappresentati da Salomon sono uomini con gli occhi bianchi e dei canini che si allungano a comando. Niente più di questo. Nessuna inquietudine. Nessuno spavento.

Alla fine restano molto più sotto pelle le visioni dell’impresa di Ben da ragazzino quando entra per la prima volta a Casa Marsten e trova i cadaveri di Hubie Marsten, della moglie e del figlioletto. Tra l’altro è interessante la scelta di fotografia che vira sui toni del rosso tutti i ricordi. Quelle visioni, in termini di paura, sono sicuramente le più riuscite del film.