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Il vero Ben Mears

Alla fine, spinta soprattutto dalla curiosità per un cast che, mi pareva, di tutto rispetto, sono riuscita a recuperare la visione della miniserie del 2004 tratta da Le notti di Salem. E non me ne sono affatto dovuta pentire, anzi, è stata una bella sorpresa.

Salem’s Lot (2004)

[Salem’s Lot, USA 2004, Horror, durata 174′]   Regia di Mikael Salomon
Con Rob Lowe, Andre Braugher, Donald Sutherland, Samantha Mathis, Robert Mammone, Dan Byrd,Rutger Hauer, James Cromwell, Andy Anderson, Robert Grubb

Attenzione! Contiene spoiler

Partiamo subito dal presupposto che stiamo parlando di un tipico prodotto televisivo, intendendo l’accezione più deteriore del termine, vale a dire regia piatta e didascalica, priva di slanci di qualsivoglia tipo, eccessiva dilatazione dei tempi con conseguente perdita della tensione ed una certa attenzione per il politically correct che rifugge ogni intenzione di analisi sui meccanismi dell’orrore. Detto questo mi sono trovata di fronte un prodotto che non è assolutamente da buttare ma che, al contrario, presenta piacevoli sorprese.

Innanzitutto va detto che il cast è davvero il punto di forza di questa trasposizione perché gli attori non si limitano ad offrirci interpretazioni al minimo sindacale (come spesso avviene in questi casi) ma cercano di creare dei personaggi a tutto tondo che restino impressi nella memoria dello spettatore. E va anche detto che dopo aver visto Rob Lowe (che sia bello, va detto, aiuta…) nel ruolo di Ben Mears mi riesce difficile immaginarlo con un’altra faccia o un’altra espressività. In più Lowe riesce ad infondere al personaggio dello scrittore una dolcezza ed una fragilità che nelle pagine di King sono solamente accennate, e spicca per completezza. E fa subito dimenticare l’interpretazione di David Soul in Le notti di Salem di Hooper che torna ad essere solo Kenneth Hutchinson, come è giusto che sia, del resto (perché da bambina lo adoravo e posso tornare a provare questa passione senza confonderlo con Ben Mears che -ora è appurato- è un’altra cosa).

E poi c’è l’interpretazione di James Cromwell che è un altro attore poco sfruttato ma che è sempre convincente in tutti i ruoli che gli vengono affidati (come non ricordarlo in Babe maialino coraggioso? Il suo personaggio, silenzioso per buona parte del film, è bellissimo). Il suo è un Padre Callahan ombroso e sfiduciato che riesce ad accendersi di passione solo quando capisce di avere ancora una missione da compiere. E anche se, alla fine, perderà la lotta con il Male ne uscirà vittorioso perché, come vampiro, troverà una nuova spinta per vivere, poco importa se è quella sbagliata.

Anche Rutger Hauer, con il suo sorriso sornione e gli occhi di ghiaccio, se la cava egregiamente anche se non riesce a dare nuovo spessore al personaggio di Barlow che, del resto, non ha molto da dire neppure nel romanzo del Re.

Unica nota negativa, a livello recitativo, un Donald Sutherland che si limita ad interpretare un Babbo Natale mefistofelico, più ridicolo che pauroso, assolutamente non in linea con il personaggio di Straker sia del romanzo che della precedente trasposizione di Hooper dove, invece, acquistava un certo spessore dato, soprattutto, dall’ambiguità che riesce a trasmettergli James Mason.

Altra nota di merito del film è da attribuirsi all’impostazione scelta che mette in risalto, proprio come il romanzo, l’ambiguità di Jerusalem’s Lot e dei suoi abitanti, con i segreti che conservano e si premuniscono di nascondere, e la sensazione di malvagità che permea le case, le strade e i volti dei cittadini. Peccato che tutto questo sia stato relegato alla voce off di Ben Mears che, a lungo andare, risulta un po’ troppo didascalica, per cui fastidiosa.

E veniamo ai difetti, oltre a quello, già segnalato, della regia di stampo prettamente televisivo. Il difetto principale di questo film è che non riesce a spaventare. E non è un difetto da poco, visto anche che Le notti di Salem è uno dei romanzi più spaventosi di Stephen King. Qui i vampiri non riescono mai a fare veramente paura né ad inquietare. L’unica scena riuscita, da questo punto di vista, è quella dello scuolabus nel quale bambini-vampiro spuntano ovunque. La scena è molto fedele a quella descritta da King e ne conserva tutta la forza, bisogna ammetterlo. Ma, a parte questo, non c’è molto altro. I vampiri rappresentati da Salomon sono uomini con gli occhi bianchi e dei canini che si allungano a comando. Niente più di questo. Nessuna inquietudine. Nessuno spavento.

Alla fine restano molto più sotto pelle le visioni dell’impresa di Ben da ragazzino quando entra per la prima volta a Casa Marsten e trova i cadaveri di Hubie Marsten, della moglie e del figlioletto. Tra l’altro è interessante la scelta di fotografia che vira sui toni del rosso tutti i ricordi. Quelle visioni, in termini di paura, sono sicuramente le più riuscite del film.

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Chi ha paura dei Vampiri?

Con un po’ di ritardo sulla lettura del romanzo sono riuscita a recuperare anche la visione del film di Le notti di Salem diretto da Tobe Hooper (Il regista di Non aprite quella porta, non so se rendo…). Recentemente ne è stata tratta anche una miniserie tv (2004) che ancora non ho visto ma di cui non si sente parlare molto bene (degno di nota solo il cast che vanta, tra le altre, la presenza di Rob Lowe, Donald Sutherland e Rutger Hauer).

Le notti di Salem (1979)

[Salem’s Lot: the Movie, USA 1979, Horror, durata 112′]   Regia di Tobe Hooper
Con David Soul, James Mason, Bonnie Bedelia

Attenzione! Contiene spoiler

Il film di Hooper, al di là delle buone intenzioni del regista, appare subito piuttosto datato nella realizzazione. La fortuna è che Hooper non ha voluto abbondare in effetti speciali che si rivelano la parte più debole della pellicola. La resa del romanzo dello zio Stevie è abbastanza fedele (escludendo i necessari tagli alla sceneggiatura dovuti alla durata del film) ma non si capisce proprio perché siano stati variati quasi tutti i nomi dei personaggi (per lo meno nella versione italiana che è quella che ho visto io); mi sfugge proprio la logica di una scelta del genere. Sono presenti, inoltre, delle ellissi di sceneggiatura abbastanza brusche che portano alla scomparsa di alcuni protagonisti senza che sia fornita alcuna spiegazione (come nel caso del professor Burke che scompare nel nulla dopo l’incontro con Mike o, ancora peggio, Susan che, dopo essere penetrata a casa Marsten con Mark sparisce e nessuno la cerca salvo un’allusione nel finale da parte di Ben nel momento in cui la casa sta bruciando), ma credo che questo lo noti soprattutto chi ha letto il libro e conosce le sorti dei vari personaggi del romanzo.

Sgombrato il campo ai difetti veniamo ai pregi della pellicola che, indubbiamente, ci sono. Hooper sceglie di concentrare la sua attenzione sul senso di estraneità che prova lo spettatore che assiste al suo film. I vampiri di Hooper sono degli esseri malvagi e freddi, privi di coscienza e di legami con l’umanità di cui non fanno più parte. Davanti a loro si prova una sensazione di straniamento notevole perché la loro apparenza umana contrasta con la malvagità che emana alla loro vista. Hooper abbandona la componente fisica e splatter con cui ci aveva deliziato in Non aprite quella porta a favore di una realizzazione quasi metafisica, se mi passate il termine, ultraterrena. Quello che maggiormente inquieta nei vampiri de Le notti di Salem è la freddezza con cui ti guardano negli occhi. Una delle scene migliori del film è quella in cui il professor Burke trova Mike il becchino sulla sedia a dondolo in camera.
La scena è tutta impostata su campo e controcampo di Burke e Mike in piani sempre più ravvicinati fino a che quest’ultimo non spalanca gli occhi improvvisamente bianchi e vuoti. Ed è proprio attraverso lo sguardo che i vampiri di Salem riescono ad impossessarsi della mente delle loro vittime e a convincerle a farli entrare in casa o a lasciarli avvicinare.

Un’attenzione particolare merita rivolgerla alla figura di Barlow che è disegnato sul modello del Nosferatu di Murnau (calvo, con lunghi artigli e colorito terreo)  dimostrando scarsa originalità nel creare un diverso tipo di icona che si distaccasse da quello che possiamo a tutti gli effetti considerare l’archetipo del vampiro. Ma il Barlow di Hooper è privo del fascino che emana dal personaggio incarnato da Max Schreck il quale era capace di ispirare, oltre che l’orrore, anche una sorta di malinconia e compassione per la sua natura non umana. Qui, invece, il vampiro è effettivamente solo un mostro apparentemente privo di volontà ma dotato solamente di istinto animale (è sempre Straker a parlare al suo posto e ad esprimere i voleri del suo padrone) e, anche per questo motivo, non riesce a farci appassionare al suo personaggio né a spaventare mai fino in fondo.

In conclusione il difetto maggiore del film è che i vampiri di Hooper destabilizzano lo spettatore ma non riescono a spaventarlo veramente. Alla fine tutto più o meno si risolve con un paletto piantato nel cuore senza troppi problemi. Hooper non riesce a trasmettere quel clima malsano che trasuda dalle pagine di King per il quale i vampiri non sono altro che la personificazione di un male che scorre sotterraneo a Salem, come se la città stessa fosse maledetta e destinata, inevitabilmente, ad essere sacrificata. Perché nel libro del Re è proprio la città la vera protagonista e non i vampiri. Hooper rende i vampiri i protagonisti della sua pellicola ma commette l’imperdonabile errore di non farli diventare né personaggi romantici né esseri spaventosi.