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Chi ha paura dei Vampiri?

Con un po’ di ritardo sulla lettura del romanzo sono riuscita a recuperare anche la visione del film di Le notti di Salem diretto da Tobe Hooper (Il regista di Non aprite quella porta, non so se rendo…). Recentemente ne è stata tratta anche una miniserie tv (2004) che ancora non ho visto ma di cui non si sente parlare molto bene (degno di nota solo il cast che vanta, tra le altre, la presenza di Rob Lowe, Donald Sutherland e Rutger Hauer).

Le notti di Salem (1979)

[Salem’s Lot: the Movie, USA 1979, Horror, durata 112′]   Regia di Tobe Hooper
Con David Soul, James Mason, Bonnie Bedelia

Attenzione! Contiene spoiler

Il film di Hooper, al di là delle buone intenzioni del regista, appare subito piuttosto datato nella realizzazione. La fortuna è che Hooper non ha voluto abbondare in effetti speciali che si rivelano la parte più debole della pellicola. La resa del romanzo dello zio Stevie è abbastanza fedele (escludendo i necessari tagli alla sceneggiatura dovuti alla durata del film) ma non si capisce proprio perché siano stati variati quasi tutti i nomi dei personaggi (per lo meno nella versione italiana che è quella che ho visto io); mi sfugge proprio la logica di una scelta del genere. Sono presenti, inoltre, delle ellissi di sceneggiatura abbastanza brusche che portano alla scomparsa di alcuni protagonisti senza che sia fornita alcuna spiegazione (come nel caso del professor Burke che scompare nel nulla dopo l’incontro con Mike o, ancora peggio, Susan che, dopo essere penetrata a casa Marsten con Mark sparisce e nessuno la cerca salvo un’allusione nel finale da parte di Ben nel momento in cui la casa sta bruciando), ma credo che questo lo noti soprattutto chi ha letto il libro e conosce le sorti dei vari personaggi del romanzo.

Sgombrato il campo ai difetti veniamo ai pregi della pellicola che, indubbiamente, ci sono. Hooper sceglie di concentrare la sua attenzione sul senso di estraneità che prova lo spettatore che assiste al suo film. I vampiri di Hooper sono degli esseri malvagi e freddi, privi di coscienza e di legami con l’umanità di cui non fanno più parte. Davanti a loro si prova una sensazione di straniamento notevole perché la loro apparenza umana contrasta con la malvagità che emana alla loro vista. Hooper abbandona la componente fisica e splatter con cui ci aveva deliziato in Non aprite quella porta a favore di una realizzazione quasi metafisica, se mi passate il termine, ultraterrena. Quello che maggiormente inquieta nei vampiri de Le notti di Salem è la freddezza con cui ti guardano negli occhi. Una delle scene migliori del film è quella in cui il professor Burke trova Mike il becchino sulla sedia a dondolo in camera.
La scena è tutta impostata su campo e controcampo di Burke e Mike in piani sempre più ravvicinati fino a che quest’ultimo non spalanca gli occhi improvvisamente bianchi e vuoti. Ed è proprio attraverso lo sguardo che i vampiri di Salem riescono ad impossessarsi della mente delle loro vittime e a convincerle a farli entrare in casa o a lasciarli avvicinare.

Un’attenzione particolare merita rivolgerla alla figura di Barlow che è disegnato sul modello del Nosferatu di Murnau (calvo, con lunghi artigli e colorito terreo)  dimostrando scarsa originalità nel creare un diverso tipo di icona che si distaccasse da quello che possiamo a tutti gli effetti considerare l’archetipo del vampiro. Ma il Barlow di Hooper è privo del fascino che emana dal personaggio incarnato da Max Schreck il quale era capace di ispirare, oltre che l’orrore, anche una sorta di malinconia e compassione per la sua natura non umana. Qui, invece, il vampiro è effettivamente solo un mostro apparentemente privo di volontà ma dotato solamente di istinto animale (è sempre Straker a parlare al suo posto e ad esprimere i voleri del suo padrone) e, anche per questo motivo, non riesce a farci appassionare al suo personaggio né a spaventare mai fino in fondo.

In conclusione il difetto maggiore del film è che i vampiri di Hooper destabilizzano lo spettatore ma non riescono a spaventarlo veramente. Alla fine tutto più o meno si risolve con un paletto piantato nel cuore senza troppi problemi. Hooper non riesce a trasmettere quel clima malsano che trasuda dalle pagine di King per il quale i vampiri non sono altro che la personificazione di un male che scorre sotterraneo a Salem, come se la città stessa fosse maledetta e destinata, inevitabilmente, ad essere sacrificata. Perché nel libro del Re è proprio la città la vera protagonista e non i vampiri. Hooper rende i vampiri i protagonisti della sua pellicola ma commette l’imperdonabile errore di non farli diventare né personaggi romantici né esseri spaventosi.

Il male ha il volto di un innocente

E così ho concluso anche la lettura de Le notti di Salem. Sono molto felice di aver riscoperto un capolavoro con maggiore consapevolezza della prima volta che lo lessi. Adesso sono più consapevole non soltanto dell’evoluzione dello stile di King ma anche dello scrivere in genere, avendo letto, banalmente, molti più libri di quando avevo 16 anni. E, nonostante questo, sono consapevole di aver letto un capolavoro, un libro che ha rivoluzionato un genere senza scardinarne i presupposti.

Le notti di Salem di Stephen King (1975)

I vampiri di King sono i più pericolosi che tu possa immaginare.

Perché sono tua madre, tuo padre, il tuo fratellino o hanno il volto di quel ragazzo che conosci da poco ma che già ti piace da morire.

Ma non sono loro.

Sono involucri privi della loro anima. Ma non c’è verso di ricordarselo quando stai per conficcargli un paletto nel cuore. Pensi che, in fondo, qualcosa di loro in quel mostro che ti trovi davanti potrebbe essere rimasto. Esiti. E loro vincono.
I vampiri di King sono spesso bambini.

Hanno una risata infernale e ti supplicano di farli entrare. E difficilmente riesci a dire di no. E, quando li fai entrare, è ormai troppo tardi.
Gli unici che si salvano sono coloro che vivono soli, che non conoscono nessuno, che non hanno parenti né amici.

La solitudine è l’unica arma contro i vampiri di King. Perché i primi da cui tornano sono quelli che più li amano.

E’ con l’amore che ti sconfiggono, i vampiri di King.

3. Shining

Ci siamo. Complice un freddo sabato pomeriggio di fine ottobre ho terminato Le notti di Salem! Nei prossimi giorni posterò la recensione ma, per adesso, volevo rimarcare la bellezza di questo libro. Se non lo avete letto correte a farlo, se lo avete già letto vi assicuro che la rilettura dà ancora più soddisfazione della scoperta di questo romanzo.

Ma lasciamo da parte Le notti di Salem.

E’ il momento di buttarsi a capofitto in Shining, sperando che i prossimi giorni mi lascino un po’ più di tempo libero per dedicarmi alla lettura. Nel caso di Shinig, come ho già avuto modo di dire, si tratta per me della prima volta.
Ho visto spesso il bellissimo film di Kubrick ma non avevo mai sentito la necessità di leggere il libro da cui è tratto. Anche perché in molti non lo amano particolarmente e anche questo, forse, mi aveva tolto la voglia di leggerlo. Adesso, invece, sono contentissima di farlo e sono proprio curiosa di vedere tutte le differenze col film (che si dice siano numerose) ma, soprattutto, sono curiosa di conoscere il personaggio di Jack così come lo ha tratteggiato lo zio Stevie.

Come al solito di seguito trovate i dati relativi all’edizione che leggerò:

Brossura 429 Pagine

ISBN-10: 8845215598

ISBN-13: 9788845215599

Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 132)

Data di pubblicazione: Jan 01, 1990

Traduzione: Adriana Dell’Orto

E ora scusate ma ho un impegno. Con Jack

Ingiustizie

Attenzione! Contiene sfogo assolutamente gratuito

Ma vi sembra giusto che io debba scoprire solo oggi, dopo essere giunta praticamente alla fine della rilettura di Le notti di Salem, che è uscita da pochi mesi una riedizione proprio di questo libro ad opera della Sperling & Kupfer e che, per di più, tale edizione contiene le parti eliminate dalla Doubleday di cui parlavo, per l’appunto, qui? E non è tutto c’è pure un’introduzione che aiuta alla comprensione del romanzo e ben due (e sottolineo due!) racconti inediti! E, tanto per non farsi mancare nulla, è pure illustrata! Il mondo è profondamente ingiusto. Ecco.

Jack Torrance il licantropo

Ormai ho superato abbondantemente la metà de Le notti di Salem ed è il momento di prendere in considerazione il terzo romanzo pubblicato da Stephen King, Shining. Probabilmente è il suo titolo più famoso anche se la fama non è strettamente legata all’opera letteraria quanto, piuttosto, al film che ne trarrà Stanley Kubrick qualche anno dopo. E la fama del film (che è, effettivamente, un capolavoro, senza entrare nella discussione su quanto Kubrick abbia alterato e reinterpretato l’opera del Re) ha finito per offuscare l’opera letteraria su cui è basato tanto che quasi tutti hanno visto il film mentre ben pochi hanno letto il libro (me compresa e ne faccio un mea culpa!).

L’ispirazione principale del romanzo viene a King durante una breve vacanza che lui e Tabitha si concedono nell’autunno del 1974 dopo il successo della pubblicazione di Carrie. Da poco la famiglia King si è trasferita a Boulder in Colorado, potendosi, finalmente, permettere di abbandonare la roulotte nella quale vivevano e prendersi un piccolo appartamento.

Quell’autunno i King decidono di passare una notte allo Stanley Hotel di Estes Park (Colorado) che darà allo zio Stevie l’ispirazione per l’Overlook Hotel di Shining. L’albergo sta per chiudere per l’inverno e i King sono gli unici ospiti. Lo scrittore rimane affascinato dalla costruzione ma, soprattutto, dall’atmosfera dell’albergo e comincia a concepire una storia di fantasmi ambientata in un vecchio albergo isolato.

Tornato a casa King comincerà a scrivere di getto il romanzo buttando giù la prima stesura in poco più di tre mesi. Nel raccontare la vicenda di questo padre alcolizzato e violento lo scrittore ha raccontato molto del se stesso dell’epoca (quando era un forte bevitore e faceva uso di droghe) ma pare che non se ne sia reso conto subito ma solo a distanza di tempo.

King vede Jack Torrance sostanzialmente come una persona buona ma debole. Un uomo ossessionato dalle violenze subite in passato a causa del padre e talmente fragile da aver paura perfino delle proprie reazioni nei confronti del figlio. Il termine licantropo che ho utilizzato nel titolo del post deriva da una felice definizione di Ciro Ascione che parla del licantropo come uno dei cinque archetipi della letteratura horror e che descrive come una creatura mostruosa non responsabile delle proprie azioni in quanto in lui avviene una metamorfosi (non  necessariamente fisica come nel topos classico del licantropo quanto, soprattutto, psichica come nel caso di Mister Hyde, altro esempio famoso di personaggio-licantropo) che lo porta a soddisfare i suoi più bassi istinti senza esserne pienamente cosciente.

E il personaggio di Jack è proprio questo: un uomo, in fondo buono, che cerca una possibilità di riscatto con tutte le sue forze ma che è troppo debole per dominare i suoi lati oscuri dovuti, in parte, all’educazione violenta impartitagli dal padre e, in parte, da una sorta di possessione che subisce durante il soggiorno all’Overlook da parte del vecchio custode dell’albergo Grady (che si era reso responsabile dello sterminio della propria famiglia).

King dà all’opera un’impostazione teatrale tanto da dividere la prima stesura in cinque atti invece che in capitoli (l’ispirazione è allo shakespeariano Re Lear) ma questa impostazione sarà modificata nella stesura successiva così come, per volere della Doubleday, saranno rimossi prologo ed epilogo, considerati inutili ed eccessivamente prolissi dall’editore (il prologo, che conteneva una ricostruzione storica delle vicende avvenute nell’Overlook Hotel prima dell’arrivo dei Torrance sarà poi pubblicato a parte sulla rivista Whispers nel 1982). Sempre la Doubleday si rende responsabile del rifiuto del titolo originale attribuito da King al romanzo: The Shine (ispirato alla canzone Istant Karma di John Lennon). Il motivo del rifiuto è che il termine shine viene utilizzato, in maniera dispregiativa, per indicare la gente di colore mentre il termine shining, scelto come titolo definitivo del romanzo, non dà adito a fraintendimenti di sorta. E sempre a proposito di titoli è curioso notare che il titolo italiano con cui è stato pubblicato il romanzo nel 1978 è Una splendida festa di morte (sicuramente molto più evocativo del titolo attuale) a cui subentrerà il titolo con cui tutti noi lo conosciamo solo dopo l’uscita del film di Kubrick nel 1980.

A proposito, ormai saprete tutti che King sta scrivendo proprio il seguito di Shining in cui racconterà la storia del piccolo Danny ormai cresciuto. Come è nel suo stile zio Stevie ha presentato a sorpresa il libro durante una festa universitaria a cui non era stato neppure invitato e dove, invece, è salito sul palco e ha letto, ai fortunati presenti, un estratto del primo capitolo del manoscritto in corso di completamento. Davvero una bella iniziativa.

Una giornata nel Lot

Una giornata nel Lot è quella descritta in uno dei capitoli più belli ed efficaci di Le notti di Salem. King utilizza l’espediente letterario del raccontarci una giornata intera nella cittadina del New England scandendo i diversi paragrafi con i diversi orari in cui avvengono i vari episodi descritti. In questo modo lo zio Stevie ci presenta tutti i personaggi che avranno un ruolo nella storia che ci sta raccontando entrando direttamente in medias res all’interno delle loro vite. E questo mi fa riflettere anche sul modo con cui King ritrae i suoi protagonisti, quel modo così personale e caratteristico che ogni lettore del Re ben conosce. Stephen King introduce sempre i personaggi designandoli per nome e per cognome, come se fossero persone reali che, uscendo, potresti incontrare per strada. E’ come se i protagonisti delle sue storie fossero i suoi vicini di casa, o i suoi colleghi o, perfino, i suoi amici. E’ di questa gente comune che le pagine dei romanzi dello scrittore del Maine sono piene ed è di questa gente comune che il lettore kinghiano si innamora, a questa che si appassiona, perché è consapevole che sono esattamente gli stessi di cui è circondato e che, se potesse spiare le loro vite e i loro pensieri, li troverebbe esattamente identici a quelli che lo scrittore descrive.

Un’altra osservazione che mi sorge spontanea, arrivata ormai intorno a pagina 200 del romanzo, riguarda la traduzione. Quella di Carlo Brera è, evidentemente, una traduzione datata. Probabilmente nel 1987 (data di pubblicazione dell’edizione che sto leggendo) la nostra società non era ancora così americanizzata come è adesso che la globalizzazione ha fatto la sua comparsa. Pensate che Brera si permette di tradurre le miglia in chilometri o New England come Nuova Inghilterra (lo so, non si può proprio sentire…) o, ancora, utilizza il termine Comune per designare le città limitrofe di Jerusalem’s Lot quando i Comuni sono una realtà amministrativa prettamente italiana mentre negli USA il governo locale è identificato con i municipi (municipalityincorporated place).

Inoltre quello che più mi infastidisce di questa traduzione è il ricorrente utilizzo di ‘sto al posto di questo. Trovo questa scelta fastidiosissima perché non serve a riprodurre lo slang americano (come credo fosse nelle intenzioni del traduttore) ma solo a far sembrare i personaggi dei burini romani! E questo lo fa anche Brunella Gasperini in Carrie, purtroppo.

Al di là di questi incidenti di percorso dovuti alla traduzione, però, fa piacere notare che ne Le notti di Salem lo stile di King è già perfettamente sviluppato. Ciò che in Carrie era ancora allo stato embrionale qui è già maturo. Lo scrittore al suo secondo romanzo è già consapevole delle sue capacità e padrone dei suoi mezzi espressivi. Insomma, King è già King!

Concludo con una curiosità questa prima analisi di Le notti di Salem. Uno dei personaggi descritti nel romanzo, Larry Crockett,  l’agente immobiliare che vende casa Marsten a Straker, si è arricchito con il commercio di roulotte utilizzate come abitazioni alla periferia di Salem e nelle cittadine contigue. Questo, inevitabilmente, fa pensare all’esperienza personale di King che ha passato i primi anni di matrimonio proprio in una roulotte, la stessa dove ha visto la luce Carrie.

Essi muoiono

E’ molto triste. Lo so. Chiunque abbia letto King e lo ami sa benissimo che le sue opere ne sono piene. Parlo di quei personaggi, delineati in maniera perfetta, ma che muoiono presto, troppo presto, prestissimo.

E allora ho pensato di stilare una lista di questi personaggi accompagnandola con la trascrizione del brano in cui la morte è descritta. Tutto questo preceduto dal titolo del libro in cui è presente il personaggio e la pagina in cui se ne racconta la fine.

Detto questo siete avvertiti: se non avete letto i romanzi di riferimento forse è meglio che non leggiate neppure la descrizione che seguono (Per zoe sono costretta a dire che contiene spoiler, lei sa perché).

Naturalmente tale lista sarà aggiornata man mano che proseguirò nelle letture. Per cui questo post lo inserirò anche in una pagina del blog in modo che lo possiate consultare a più riprese e facilmente quando vorrete  (Gli aggiornamenti li troverete nella pagina mentre il post non subirà modifiche).

  1. Il piccolo Ralphie Glick in Le notti di Salem (p. 89)

    “Ora ti do una spinta! Ora ti do una spinta e ti faccio cadere dentro!” gridò minaccioso il piccolo Ralphie alle sue spalle.
    “Provaci e ti butto nelle sabbie mobili, stronzino!” rispose Danny.
    Raggiunsero l’altra riva. “Non ci sono le sabbie mobili qui attorno,” disse Ralphie, avvicinandosi al fratello.
    “Ah sì?” ribatté Danny spietato. “Un bambino ci è morto anni fa. Ne ho sentito parlare dai vecchi giù al negozio.”
    “No, veramente?” domandò Ralphie, con gli occhi sbarrati.
    “Tseh!” fece Danny. “E’ affondato urlando e scalciando finché le sabbie mobili gli sono entrate in bocca e addio. Aiuto! Aiuto! Aiuglub-glub-glub.”
    “Ma dai, di’ la verità!” Ralphie era rimasto impressionato dal racconto. Ormai era già buio, e il bosco era pieno di ombre che si muovevano. “Andiamocene presto via di qua.”
    Cominciarono ad arrampicarsi sulla riva, scivolando un po’ sugli aghi dipino. Il ragazzo di cui Danny aveva sentito parlare al negozio era Jerry Kingfield, scomparso a dieci anni. Poteva anche darsi che fosse affondato nelle sabbie mobili, urlando e dibattendosi, ma, certo, non l’aveva visto nessuno. Era semplicemente sparito nelle paludi delle Marshes, dove era andato a pescare, sei anni prima. Come aveva sentito dire Danny, alcuni pensavano che fosse finito nelle sabbie mobili, altri che fosse stato ammazzato da un “maniocco” sessuale. Di questi maniocchi a quanto pareva ce n’erano dappertutto.
    “Dicono che il suo spirito si aggira ancora in questi boschi,” affermò solennemente Danny, tralasciando volutamente di informare Ralphie che le Marshes erano a cinque chilometri di distanza.
    “Dai, non fare così, Danny!” mormorò Ralphie, impaurito. “Dai che c’è buio!”
    Il bosco che li circondava era pieno di strani rumori. L’usignolo aveva smesso di cantare. Un ramo si ruppe all’improvviso alle loro spalle, seccamente. La luce del giorno era quasi del tutto svanita.
    “Di tanto in tanto,” continuò Danny con voce suggestiva, “quando qualche stronzino d’un bambino piccolo che fa la spia esce dopo il tramonto, lo spirito balza fuori dal bosco e gli appare, con la faccia tutta putrefatta e coperta di fango…”
    “Danny, per piacere…”
    La voce del fratellino era veramente implorante, e Danny la piantò. Era quasi impaurito anche lui… gli alberi erano oscuri, una presenza opprimente, si muovevano piano nella brezza notturna, scricchiolavano, stormivano.
    Un altro ramo si spezzò alla loro sinistra.
    Danny si trovò improvvisamente a desiderare d’aver scelto l’altra strada.
    Un altro ramo si ruppe.
    “Danny, ho paura,” sussurrò Ralphie.
    “Non fare lo stupido. Cammina!” disse Danny.
    Si rimisero in moto. I loro passi facevano scricchiolare gli aghi di pino. Danny cercò di convincersi di non aver sentito spezzarsi nessun ramo, chegli unici rumori erano quelli prodotti da loro. Sentivano il sangue pulsarerombando alle tempie, avevano le mani fredde. Conta i passi, si disse Danny. Ancora duecento passi e sbucheremo sulla Jointner Avenue. E alritorno faremo la strada, così Ralph non si spaventerà. Fra un minuto almassimo vedremo i lampioni e ci sentiremo molto stupidi, ma sarà bellosentirsi stupidi, così va’ avanti e conta i passi. Uno… due… tre…
    D’un tratto Ralphie gridò: “Lo vedo! Vedo lo spettro! Lo vedo!”
    Il terrore balzò come ferro rovente nel petto di Danny. Dei fili d’acciaio parvero attorcigliarglisi alle gambe. Se la sarebbe volentieri squagliata di corsa, ma c’era Ralphie…
    “Dove?” bisbigliò, dimenticando di essersi inventato lui la storia dello spettro. “Dove?” Scrutò il bosco, temendo ciò che poteva vedere, ma non vide che tenebre.
    “Ora se n’è andato, però l’ho visto… Occhi. Ho visto degli occhi. Oh, Danny…” Tremava.
    “Stupido! Non c’è nessuno spirito. Dai, vieni.”
    Danny prese per mano il fratello minore e ripresero a camminare. Gli sembrava che le sue gambe fossero fatte di migliaia di gomme da cancellare. Gli tremavano le ginocchia. Ralphie si era aggrappato a lui, spingendolo quasi fuori dal sentiero.
    “Ci sta spiando,” sussurrò Ralphie.
    “Senti, non ho nessuna intenzione di…”
    “No Danny, dico davvero. Non lo senti?”
    Danny si fermò. E, come accade ai bambini, avvertì veramente qualcosa e seppe che non erano più soli. Un grande silenzio era caduto sul bosco; un silenzio malefico. Ombre, spinte dal vento, si torcevano languidamente attorno a loro.
    E Danny avvertì un odore selvaggio, ma non col naso.
    Gli spiriti non esistevano, però i maniocchi sì. Fermi in macchine nere ti
    offrivano dolci, o ti aspettavano dietro gli angoli, o… o… ti seguivano nei boschi…
    E poi…
    Oh, poi ti…
    “Corri!” ordinò con voce strozzata.
    Ma, dietro di lui, Ralphie tremava paralizzato dal terrore. La sua stretta
    alla mano di Danny era spasmodica. Il suo sguardo era fisso nel bosco: i suoi occhi erano sbarrati.
    “Danny?”
    Un ramo si spezzò.
    Danny si voltò e guardò dove guardava suo fratello.
    Le tenebre li inghiottirono.

    King non lo racconta subito (lo fa raccontare da altri nel capitolo successivo in modo da aumentare ancora di più la suspance) ma Ralph non sopravvive alle tenebre.

    (work in progress)

38 anni e non sentirli

No, non sono i miei i 38 anni (ancora non li ho) ma quelli trascorsi da quando Stephen King scrisse Carrie, nel 1973. Le riflessioni che dovevo fare sul libro le ho già fatte qui, adesso non mi rimane che lasciarvi la breve recensione del romanzo.

Nel frattempo vi comunico che sono già a buon punto della lettura de Le notti di Salem e che qui King si rivela già per lo scrittore maturo che apprezziamo. Ma non vi anticipo nulla. In uno dei prossimi post farò un’analisi un po’ più dettagliata.

Carrie di Stephen King 1974

La rilettura di Carrie è stata estremamente soddisfacente. Non solo perché mi ha permesso di scoprire particolari che nella prima lettura mi erano sfuggiti o elementi che non avevo notato ma, ancora di più, perché mi ha permesso di assaporare lo stile del King esordiente.

Carrie è stato il mio primo approccio all’opera di questo scrittore e lo lessi nell’adolescenza. In pratica ho esordito nella lettura di King parallelamente al momento in cui lui ha esordito nella scrittura. La rilettura mi ha fatto capire che lo stile particolare dello scrittore del Maine era già presente agli albori della sua produzione, mancava solamente la consapevolezza dei suoi mezzi, per il resto era già perfettamente formato.

Ma la vera sorpresa consiste nel constatare che questo romanzo è invecchiato benissimo. Ancora riesce a spaventare e ad inorridire con certe descrizioni pur essendo passati quasi 40 anni e centinaia di film horror che hanno contribuito a cambiare l’immaginario collettivo e ci hanno abituati a ben maggiori efferatezze. E’ inutile dirlo, è questo che distingue un grande scrittore da un fenomeno mediatico, questa capacità di penetrare nell’immaginario del lettore a tal punto da risvegliare in lui le emozioni più ataviche e primitive. E’ questo carattere di universalità che fa di Carrie inevitabilmente un classico.

E siamo al secondo…

Le notti di Salem

Come già preannunciato ho finito Carrie. A breve ne pubblicherò la recensione che, comunque non aggiungerà molto alle riflessioni che abbiamo già fatto. Adesso è la volta di Le notti di Salem, secondo romanzo di King e primo confronto con l’horror puro per lo srittore del Maine.

Anche in questo caso vi riporto i dati dell’edizione che andrò ad affrontare.

Paperback 441 Pagine

ISBN-10: 8845202291

ISBN-13: 9788845202292

Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 64)

Data di pubblicazione: Jan 01, 1987

Traduttore: Carlo Brera

Come per Carrie anche con questo romanzo mi accingo ad una rilettura. Non ricordo quasi nulla della trama (a parte le cose di base che tutti sappiamo) ma ricordo una scena particolarmente impressionante (che non vi anticipo) che me lo fece decretare, all’epoca, come il romanzo più pauroso del Re. Chissà se ancora oggi, quando ci arriverò, mi farà lo stesso effetto? A breve lo scopriremo insieme.

E’ questa la curiosa domanda che ha dato lo spunto a Stephen King per elaborare la storia de Le notti di Salem.

La genesi dell’opera è interessante e, tra l’altro, è molto significativa in relazione al modo di scrivere e di raccontare di King, per cui vale la pena riportarla.

Il Re legge, per  la prima volta, il romanzo di Bram Stoker da bambino e ne rimane subito entusiasta. Successivamente riprende in mano l’opera in occasione di un corso su Fantasy e Fantascienza tenuto durante il suo periodo di insegnamento. E’ in quest’occasione che riscopre la bellezza dell’opera e il fascino della figura del vampiro. Lo spunto per scrivere un’opera con un vampiro per protagonista, però, gli viene da una conversazione tenutasi durante una cena con Tabitha e l’amico Chris Chesley durante la quale si apre una discussione sul mito del vampiro in relazione all’opera di Stoker. Ed è in quel momento che uno dei commensali si domanda come si sarebbe comportato Dracula se fosse vissuto in America negli anni 70. La cosa parte come uno scherzo, tanto che King ipotizza che sarebbe stato sicuramente investito da un taxi newyorkese ma Tabby la prende molto sul serio e avanza l’ipotesi di una venuta di Dracula negli anni 70 in un paesino nelle campagne del Maine: la storia si sarebbe ripetuta uguale o sarebbe andata in un altro modo? Ed è da questo momento che lo scrittore comincia a figurarsi la sua personalissima interpretazione del mito di Dracula.

Alla base del romanzo ci sono due racconti, entrambi inseriti nella raccolta A volte ritornano, Jerusalem’s Lot (che, in un primo momento, doveva anche essere il titolo del romanzo, poi abbreviato dalla casa editrice Dubleday in Salem’s Lot) e Il bicchiere della staffa. Non è raro che King sviluppi lo spunto di un racconto fino a farlo diventare un romanzo, in fondo è quello che è accaduto anche con Carrie e che accadrà, ad esempio, con L’ombra dello scorpione, il cui tema centrale era già stato trattato in Risacca notturna (anche esso contenuto in A volte ritornano). Lo scrittore ha dichiarato in più occasioni che i suoi racconti ama definirli le sue storie della buonanotte perché le elabora la notte quando non riesce a prendere sonno e si rigira nel letto. A volte sono storie che non vale la pena portare avanti e vengono abbandonate non appena il sonno ha la meglio, altre volte continuano, si sviluppano, vogliono sopravvivere. E allora diventano racconti o, nel migliore dei casi, crescono fino a prendere la consistenza del romanzo. Questo mi fa venire in mente il compagno di studi di King, all’epoca in cui lo scrittore pubblicava articoli sul giornale della scuola. Questo ragazzo notava che lo zio Stevie era estremamente prolifico e riusciva a scrivere un articolo in dieci minuti prima che il giornale venisse mandato in stampa, ed asseriva che Stephen pareva portarsi le storie in testa come gli altri si portano gli spiccioli in tasca. E, probabilmente, è proprio così che avviene.

Ma torniamo a Le notti di Salem dato che la lettura incombe, in quanto alla fine di Carrie mi mancano solo una ventina di pagine. Oltre che da Dracula King viene influenzato da altri due romanzi, I peccati di Peyton Place di Marie Grace Metalious e Piccola città di Thornton Wilder. Questi due spunti sono interessanti perché ci fanno capire che, in fondo, quello che effettivamente interessa indagare a King è ciò che si nasconde sotto la superficie di una piccola cittadina del Maine e dietro alla vita apparentemente tranquilla dei suoi abitanti. E questo è un tema ricorrente nella bibliografia del Re del brivido che ritorna in molti dei suoi romanzi migliori (pensiamo a It, a Cose preziose, a Desperation e I vendicatori, tanto per citare i primi titoli che mi sono venuti in mente). L’elemento horror, pur essendo essenziale per lo sviluppo del racconto, è il detonatore che fa scatenare le reazioni dei personaggi descritti nel romanzo. E sarà sempre così. Perché, in definitiva, King non scrive romanzi horror, ma romanzi sulle reazioni delle persone comuni davanti ad eventi imprevisti, inspiegabili e paurosi (e, chiaramente, nella parola horror si riassume e si comprende tutto questo). E’ questo ciò che interessa indagare allo zio Stevie, più di ogni altra cosa. Ma me ne guardo bene dal dire che Stephen King non è uno scrittore di genere perché lui stesso ha dichiarato:

Mi piace il genere e anche se capita di allontanarsi è sempre lì che ritorno. […] Scrivo ciò che mi sembra giusto, ciò di cui sento la necessità.

E la necessità, per lui, è l’orrore.

La scrittura dell’opera impegna il giovane Stephen per otto mesi di cui quattro per la prima stesura, altrettanti per la seconda e due per la stesura definitiva.  Nonostante tutto questo lavoro di limatura la Dubleday interviene pesantemente sul manoscritto che, a loro avviso, contiene parti troppo cruente. All’epoca King non può opporsi perché il suo potere contrattuale è molto basso e, quindi, è costretto ad accettare tagli e rimaneggiamenti. Tra l’altro non ho notizia di un’edizione integrale dell’opera con il reintegro delle parti tagliate come, successivamente, accadrà invece con L’ombra dello scorpione che viene ripubblicato in versione integrale nel 1990.

Il secondo romanzo di King venderà molto bene, anche in confronto al precedente risultato di Carrie che era già ottimo per uno scrittore esordiente. La versione rilegata vende 19.000 copie mentre il paperback si attesta sui 3.000.000 di copie vendute. A questo punto lo scrittore è ormai lanciato verso una promettente carriera che continua ancora da più di 35 anni con standard sempre molto alti, al di là del giudizio dei numerosi detrattori.

Dimenticavo. Un’ultima curiosità. King dedica il romanzo alla figlia, Naomi Rachel, con la frase “…promesse da mantenere”. E se pensiamo che all’epoca della pubblicazione de Le notti di Salem, nel 1975, Naomi aveva solo 4 anni le promesse da mantenere sarebbero state ancora tante.