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Un libro, a volte, diventa il libro

Questo post non può che essere dedicato a Pietro che mi ha detto di leggerlo senza dirmi di leggerlo. Così siamo uno ad uno. E lui sa perché.

Ormai, da tempo, mi sono abituata a valutare la bellezza di un libro dal numero di brani che mi viene voglia di ricopiare. Sono sempre stata un’accanita collezionista di brani di libri. Mi piace annotarmi frasi ed interi periodi che mi sono piaciuti e mi piace rileggerli per riscoprire le medesime sensazioni della prima volta. Un tempo riempivo quaderni così. Poi sono passata ai file sul pc. Adesso, nell’era dei social, trovo molto più comodo utilizzare un Tumblr (questo).

Il medico di corte di Per Olov Enquist 2001

Questa premessa per dire che de Il medico di corte di Per Olov Enquist avrei ricopiato l’intero romanzo.

Quante volte capita di trovare un libro perfetto? Dove neppure una frase o una parola sono fuori posto? Dove tutto scorre come deve scorrere e da cui non ti staccheresti neppure un attimo? Pochissime. Che io ricordi, recentemente, mi è successo con La tredicesima storia di Diane Setterfield e con l’assoluto Moby Dick di Melville. Sono pochi i libri del genere ma quando li incontri non puoi dimenticarli. Vorresti rileggerli appena chiusi e non faresti altro che consigliarli a chiunque capiti, anche a chi ti passa accanto per strada. Che poi non sai neppure esprimere bene il perché e stenti a capirlo persino tu.

Ma se provi a definirlo parti sempre dal modo di scrivere che è imprescindibile per designare un semplice libro come capolavoro (anche se ti periti sempre un po’ ad usare questa parola e, se lo fai, di solito, la sussurri). Ed Enquist scrive da Dio. Punto. Non c’è altro da aggiungere. Sa essere diretto, ironico, romantico, sensuale, coinvolgente, stimolante, sa creare suspense ed attesa. Il passaggio continuo dal passato al futuro degli avvenimenti che racconta è un espediente perfetto per tenere alta la tensione, per stimolarti ad andare avanti con la lettura, per farti partecipare della sorte dei personaggi.

I personaggi, appunto. Altro elemento fondamentale per amare alla follia un romanzo è quello di trovare dei personaggi che ti facciano venire voglia di conoscerli di persona, che sia per conversare con loro sorseggiando una tazza di tè o per innamorartene perdutamente o, semplicemente, per abbracciarli stretti perché comprendi perfettamente tutte le loro debolezze e fragilità. I personaggi di questo romanzo sono così. Perché io mi sono perdutamente innamorata di Struensee e della sua caparbietà e ho sofferto in maniera indicibile osservando re Cristiano VII, la sua viva intelligenza repressa, la sua dolcezza, la sua fragilità trasformata, a suon di punizioni corporali, in follia. E ho amato Caroline Mathilde, la regina, con la sua consapevolezza di essere donna ma, allo stesso tempo, con la sua sfrontatezza che diventa sfida nei confronti di chi utilizza il potere per reprimere ogni anelito di umanità. Tutti i personaggi che Enquist mette in campo sono estremamente veri, con qualità e debolezze di ogni uomo e, proprio per questo, impossibili da dimenticare.

Infine la storia. Un romanzo per appassionarti deve narrare una bella storia. Non che sia necessario, ci sono bellissimi romanzi che non raccontano assolutamente nulla ma… volete mettere una bella storia? Una di quelle che hai voglia di raccontare a qualcuno e che hai voglia di sapere come va a finire (ve lo dico subito: in questo caso malissimo! Uno dei finali più strazianti che romanzo possa avere…). E Il medico di corte è così: racconta una bella storia. Perché è la storia di un sogno, di un’utopia, destinata a scontrarsi con una realtà che fa di tutto per annientarla e, apparentemente, ci riesce. Ma si possono annientare le idee? E’ possibile farle morire come si fa morire un uomo? La risposta è tutta lì, nelle poco più di 400 pagine di questo meraviglioso libro.

Assolutamente da leggere.

Raramente capita di uscire dal cinema e di avere la consapevolezza di aver appena visto un capolavoro. L’ultima volta mi era accaduto con Drive di Nicolas Winding Refn e ancora prima con La donna che canta di Denis Villeneuve. Recentemente mi è accaduto di nuovo per merito di Come pietra paziente di Atiq Rahimi.

Come pietra paziente (2012)

[Syngue sabour, Francia, Germania, Afghanistan 2012, Drammatico, durata 98′]   Regia di Atiq Rahimi
Con Golshifteh Farahani, Hamid Djavdan, Hassina Burgan, Massi Mrowat
Una stanza. Un uomo ridotto in stato vegetativo da un proiettile conficcato nel collo. Una donna che, per la prima volta nella sua vita, si sente libera di raccontarsi. Fuori una guerra che dura da troppo tempo.
Non serve altro. Non serve altro né per raccontare la trama di questo film né per dirigere una pellicola che non può lasciare indifferenti.
Sono dovuta tornare a vedere il film di Rahimi perché la prima visione mi aveva lasciata abbacinata dalla bellezza delle immagini e dalla forza delle parole che, come un fiume in piena, sgorgano dalle labbra della magnifica protagonista. Parole represse a lungo da una cultura che considera la donna alla stregua di un oggetto, incapace di decidere della sua vita e, spesso, merce di scambio per gli affari dell’altra metà della società, quella maschile. Una società, a detta della stessa protagonista, capace solamente di fare la guerra per nascondere l’incapacità di amare. Uomini che non possono permettersi di farsi vedere deboli, o fragili, o inesperti, anche quando non riescono a nasconderlo. Uomini che non esitano a punire, umiliare, prevaricare perché, appunto, incapaci di amare, di dimostrare amore.
E’ un film estremamente femminile quello di Rahimi, tanto che, durante la visione, ero convintissima che il regista o, almeno, il soggetto fosse di una donna. Invece no. E questo colpisce ancora di più perché, alla fine della visione, non si può non rimanere disgustati da ciò che gli uomini sono capaci di fare.
E’ un film coraggioso Come pietra paziente. Perché ha il coraggio di scegliere la luce e le parole come linguaggio predominante. Il lunghissimo racconto della protagonista riempie tutta la pellicola e sarebbe stato molto facile suscitare noia nello spettatore. Invece non succede mai. Perché è evidente la forza delle parole pronunciate dalla donna; è evidente la verità che viene fuori in tutta la sua forza dirompente perché non può essere ignorata. Perché quando si ha il coraggio di tirarla fuori la verità non può più essere nascosta.

Mestierante di pregio

Questo conferma di essere Scott Derrickson: un pregevole mestierante. E lo dico senza nessunissima accezione negativa perché di gente che sappia fare il suo mestiere ce n’è sempre più bisogno in ogni campo. D’altra parte non tutti possono fregiarsi dell’appellativo di geni e, molti, sono convinta, neppure aspirino ad esserlo.

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Ma gente come Derrickson conosce il proprio lavoro e tutti gli strumenti che gli mette a disposizione.

Sinister (2012)

[Sinister, USA 2012, Horror, durata 110′]   Regia di Scott Derrickson
Con Ethan Hawke, Vincent D’Onofrio, James Ransone, Fred Dalton Thompson, Clare Foley, Cameron Ocasio, Victoria Leigh, Juliet Rylance, Michael Hall D’Addario, Blake Mizrahi

Un film come Sinister (e, prima di questo, The Exorcism of Emily Rose) dimostra che ancora oggi è possibile girare un buon horror nel pieno rispetto di tutte le regole classiche del genere senza pretendere di rinnovare alcunché ma mirando a fare un prodotto di qualità, con grande rispetto per lo spettatore. Spettatore che si siede sulla poltroncina del cinema sapendo esattamente cosa aspettarsi e trovando, alla fine, esattamente cosa si era aspettato. Punto. Vi pare poco? A me no perché, come ci tengo a sottolineare, Derrickson ha, prima di tutto, grande rispetto per lo spettatore e fa la scelta ben precisa di non ingannarlo con trucchetti dozzinali ed effetti inutili ma gira con rigore ed impegno, scena dopo scena, un film curato e ben confezionato ma mai vuoto. Perché in Sinister c’è pure una trama, non particolarmente originale, ma ben costruita ed orchestrata. Ci sono personaggi, anch’essi non originali, ma ben scritti e recitati con convinzione (davvero in parte Ethan Hawke, la cui recitazione, in altre occasioni, ha lasciato un po’ a desiderare). Ci si spaventa anche con Sinister, soprattutto in certe scene che hanno il potere di inquietare non poco chi le osserva. E, alla fine, si torna a casa soddisfatti.

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Per quanto mi riguarda l’unica cosa che trovo veramente fastidiosa nella produzione horror di questo regista è l’uso del sonoro sempre invadente e grossolano, in netto contrasto con tutto il resto che è comunque misurato ed efficace. Ma, a parte questo piccolo particolare, ritengo Sinister un film davvero ben riuscito e Derrickson un regista da tenere d’occhio perché ti dà esattamente ciò che promette. E non è poco.

Imprescindibile

Esistono film che non è possibile recensire. Perché quando li guardi non riesci in nessun modo a percepirli come un film. Non vedi la regia. Non vedi la fotografia. Non senti la musica. E non ti accorgi neppure di come recitano gli attori. Perché c’è qualcosa di più importante che non riesci proprio ad ignorare, anche se vorresti. Vorresti con tutto il cuore non aver visto, non dover sapere. Ma non puoi.

Forse è difficile comprendere tutto questo senza l’imprescindibile visione di Diaz, l’ultimo film di Daniele Vicari. Partiamo da questo assunto: Diaz è un film che va visto. Mai come in questo caso si può parlare di film necessario. E questa necessità non ha niente a che vedere con il cinema. Perché, come dicevo sopra, non lo so se Diaz è un bel film. Non ne ho assolutamente idea perché mi mancano totalmente gli elementi che mi consentirebbero di giudicarlo dal punto di vista cinematografico. Nella visione della pellicola non ho notato nessuna di quelle cose che, normalmente, mi permettono di valutare la riuscita o meno di un film. Ero troppo occupata a piangere e tremare, ve lo giuro. E non solo io. Ho già detto da un’altra parte che adoro vedere i film al cinema per l’atmosfera che si respira nella sala cinematografica, per la comunione della visione con estranei. Per la prima volta nella vita ho sentito applaudire in sala al di fuori di un evento festivaliero. Perché le emozioni che scatena questa visione, alla fine, devono in qualche modo esplodere e deflagare e un applauso liberatorio, spesso, è il modo migliore per farlo.

Devo riuscire a spiegare perché è necessario vedere questo film. Non sarà facile. Ci provo.

Vedere sullo schermo una mattanza gratuita ed immotivata come quella della scuola Diaz e realizzare che non stai guardando un film o, meglio, che non stai guardando solo un film, ma che quello che ti stanno raccontando è successo davvero qui, nel nostro Paese che si suppone civile e democratico, poco più di dieci anni fa (ieri, in termini storici), è insostenibile. Vedere la manifestazione chiara della violenza insita nella natura umana ed accorgersi di essere impotenti di fronte al suo propagarsi è terribile. Fa piangere e tremare, appunto. Come piangono e tremano i ragazzi del film totalmente increduli di fronte a ciò che sta succedendo loro. Perché non ci si può capacitare di una cosa del genere. Perché accettare una cosa del genere significa perdere irrimediabilmente la propria umanità.

E non è un fatto di buoni o cattivi. Ci tengo a precisarlo. Né di schieramenti politici. Perché in Diaz, per fortuna, di politico non c’è nulla. E in questo vedo veramente una scelta registica. C’è chi ha visto in questa caratteristica un difetto. Chi avrebbe voluto un film più politico. Per me non è così. Diaz è un film sulla natura umana ed in questo risiede la sua forza. Ogni altro elemento avrebbe distratto da questo messaggio.

Diaz andrebbe proiettato nelle scuole. Perché è la nostra storia.

Perché quando hai 20 anni e ancora credi in qualcosa così tanto da voler manifestare, da voler esprimere il tuo punto di vista, da credere davvero che questo potrà ancora portare a dei cambiamenti non puoi venire massacrato ed umiliato senza ragione.

A questo proposito ancora più male del massacro della Diaz fa assistere alle violenze e alle umiliazioni consumate nella caserma Bolzaneto. Perché se è comprensibile (assolutamente non giustificabile) che, in una perquisizione con centinaia di persone coinvolte e con la tensione accumulata nei giorni del G8 ed in seguito all’assassino di Carlo Giuliani, si possa arrivare a perpetrare quel genere di violenze gratuite contro persone indifese resta però incomprensibile (oltre che disumano) che in una caserma si possa arrivare a ledere i diritti umani fino all’umiliazione e alla tortura, fisica e verbale. E non in Afghanistan o in Cina. Qui. Dietro casa nostra. Di questo non si può riuscire a capacitarsi in nessun modo.

Guardatelo. E poi provate a dimenticarlo, se ci riuscite.

La leggerezza della malattia

Ho guardato la data del mio ultimo post e mi sono stupita che sia passato quasi un mese. Alcune volte la vita va veramente troppo veloce perché io riesca a starle dietro!

Non ho scritto ma, in compenso, mi sono guardata un sacco di film, ho letto un mucchio (no, non libi, purtroppo…) ma, soprattutto, ho fatto un sacco di cose. Adesso vediamo se riesco un po’ a rallentare per poterne anche parlare in questo piccolo spazio che, comunque, si sta allargando sempre di più (almeno come numero di visite, a giudicare dalle statistiche di WordPress…).

50 e 50

[50/50, USA 2011, Commedia, durata 99′]   Regia di Jonathan Levine
Con Joseph Gordon-Levitt, Seth Rogen, Anna Kendrick, Bryce Dallas Howard, Anjelica Huston, Julia Benson, Jessica Parker Kennedy, Beatrice King, Marie Avgeropoulos, Philip Baker Hall

Attenzione! Contiene spoiler

50 e 50 - Locandina

50 e 50 è esattamente la misura di quanto questo film mi abbia convinta. Infatti se, da una parte, si fa apprezzare la scelta coraggiosa di affrontare un tema così serio come il cancro utilizzando i toni della commedia, dall’altra bisogna ammettere che la pellicola sfiora, in più di un’occasione, la noia.

50 e 50 - Anna Kendrick e Joseph Gordon-Levitt

Questo non significa che non abbia ravvisato spunti interessanti in questo film indipendente che, dopo aver ricevuto il premio del pubblico al Torino Film Festival dello scorso anno, ha convinto, più o meno unanimemente, sia pubblico che critica. Il tocco lieve della commedia riesce nell’intento di alleggerire una sceneggiatura drammatica che porta a confrontarsi con una malattia che lascia il 50 percento di probabilità di sopravvivere (a questo allude il titolo italiano, per una volta identico a quello originale e certamente più accattivante di quello provvisorio che faceva diretto riferimento alla malattia) e certi momenti del film fanno sorridere e, nello stesso tempo, riflettere. Ma c’è qualcosa che evidentemente non funziona in tutto il meccanismo e quello che viene fuori, alla fine, è un film che rischia molto presto di finire nel dimenticatoio.

50 e 50 - Seth Rogen, Anna Kendrick, Anjelica Huston e Serge Houde

Quello che sicuramente salva la pellicola è la presenza di Seth Rogen (qui anche nelle vesti di sceneggiatore e produttore per un progetto molto personale e fortemente voluto). L’attore statunitense, ormai osannato oltreoceano ma ancora poco apprezzato da noi, costruisce un personaggio sopra le righe, sfrontato, infantile, casinista ma anche capace di infinita tenerezza ed insolita profondità, come si vede soprattutto in una delle ultime e più riuscite scene del film nella quale si presta a medicare la cicatrice dell’amico con evidente riluttanza.

E tutto il film è, in qualche modo, un’esaltazione dell’amicizia tra questi giovani uomini apparentemente così diversi ma, in realtà, estremamente affini. Il personaggio interpretato da Joseph Gordon-Levitt (una faccia così particolare che non può non rimanere impressa. Io non la dimentico dai tempi del bellissimo Mysterious Skin di Gregg Araki, pellicola cupa ed inquietante che affronta il difficilissimo tema della violenza sui bambini) è quello di un individuo mite e passivo, che pare vivere la sua vita come se non lo riguardasse fino al momento della scoperta della malattia, si contrappone a quello interpretato da Seth Rogen, apparentemente privo di profondità ma, in realtà, capace di forti slanci quando si tratta di difendere l’amico con le unghie e con i denti dall’insensibile fidanzata (una Bryce Dallas Howard cinica e superficiale) e dalla stessa malattia (delicatissima la scena in cui Adam trova nel bagno dell’amico un libro che spiega come affrontare il cancro).

50 e 50 - Bryce Dallas Howard e Joseph Gordon-Levitt

Infine un ulteriore nodo focale del film è costituito dal rapporto di Adam con la famiglia di origine costituita da una madre invadente ed apprensiva (un’Anjelica Huston invecchiata e poco espressiva sebbene incensata un po’ da tutta la critica per questo ruolo) ed un padre colpito da Alzheimer che non si rende conto di ciò che sta accadendo. Centrale, a questo proposito, ciò che dice la psicoterapeuta che guida Adam nell’affrontare la malattia e che finirà per innamorarsene (Anna Kendrick, sempre più deliziosa dopo la convincente interpretazione della gradevole commedia di Reitman Tra le nuvole): prima di giudicare tua madre pensa a come deve essere per lei la vita con un figlio che a stento le parla e un marito che quasi non la riconosce. Da questo momento il protagonista farà un percorso che lo porterà anche a vivere in modo diverso il rapporto con i propri genitori.

E alla fine della visione e nonostante il lieto fine risulta difficile non commuoversi neppure un po’ di fronte all’evidente paura della morte che prende il protagonista nel momento in cui sta per affrontare l’operazione che ne decreterà la guarigione o la prematura scomparsa. A questo punto ti aspetti il lieto fine ma hai il dubbio e la paura che possa non arrivare.

Mimesi totale

Ci sono due categorie ben distinte di film. Quelli che ti colpiscono subito, che ti coinvolgono e che ti affascinano dal primo istante e quelli che hanno bisogno di sedimentare. Sono quei film per i quali non sei in grado di esprimere subito un giudizio ma che hai bisogno di rielaborare, di assimilare. È anche per questo che preferisco sempre andare da sola al cinema per evitare che, subito dopo la visione, mi si chieda “Ti è piaciuto?” E se poi non so rispondere?

Tutto questo per dire che The Iron Lady fa parte della prima categoria. Mi ha conquistata subito.

The Iron Lady (2011)

[The Iron Lady, Gran Bretagna 2011, Biografico, durata 105′]   Regia di Phyllida Lloyd
Con Meryl Streep, Jim Broadbent, Anthony Head, Richard E. Grant, Roger Allam, Olivia Colman, Alexandra Roach, Harry Lloyd, Nick Dunning, Julian Wadham

The Iron Lady - Locandina

Fughiamo immediatamente ogni dubbio: The Iron Lady non è necessariamente un buon film. Non lo è perché è una lettura assolutamente personale di un personaggio storico controverso. Una lettura che privilegia il lato intimistico e la vita privata della Thatcher piuttosto che ritrarre la sua figura pubblica. Oltretutto la pellicola è ambientata, per la maggior parte ai giorni nostri, dopo l’abbandono della carriera politica che è, invece, tutta descritta da flashback.

Ma questo, a mio parere, è proprio il punto di forza della pellicola. Il film racconta la vecchiaia e la perdita (quella del marito che continua ad apparire alla protagonista quasi come fosse un fantasma con cui lei continua a parlare e confrontarsi pur essendo consapevole del fatto che lui è morto da ben 8 anni). La centralità data dal rapporto tra Margaret e il signor Thatcher è una scelta coraggiosa e particolarmente felice perché ci fa capire che non è un biopic quello a cui stiamo assistendo. E forse è proprio questo ciò che ha tratto in inganno molti spettatori e ha contribuito alle molte stroncature del film. Ma questo è anche l’aspetto che personalmente ho più apprezzato. E devo dire che è molto evidente un punto di vista prettamente femminile nel trattare gli argomenti sopra citati. Forse anche questo ne fa un film molto personale e diverso da quelli a cui siamo abituati. Forse è privo di un linguaggio universale. Un po’ come il cinema italiano che non si fa apprezzare all’estero perché troppo provinciale.

The Iron Lady - Meryl Streep

E poi c’è lei. Meryl Streep. Colei che riesce a regalarci una Thatcher più reale di quella vera. Colei che attraverso mille sfumature riesce a portare sullo schermo più che un’interpretazione, un personaggio in carne ed ossa. Non si può che restare affascinati da una tale bravura. E poco importa se tale bravura è totalizzante, debordante ed assoluta tanto da non lasciar spazio ad altro. Secondo me non c’è bisogno d’altro. Perché vedere la vecchia Margaret lavare una tazza in cucina, illuminata dalla fredda luce di un mattino inglese vale mille volte il prezzo del biglietto. Sfido chiunque a non commuoversi per come è reso dalla Streep ogni gesto di questa scena dove fragilità (del corpo) e dignità (dello spirito) vanno di pari passo.

The Iron Lady - Meryl Streep

Per un’opinione completamente diversa su questo film vi segnalo l’ottimo post di Kelvin che, tra l’altro, fa riflettere anche su altri aspetti della carriera di Meryl Streep. Traete da soli le vostre conclusioni. Magari dopo aver visto il film 😉

C’è patinato e patinato

Capita che ti trovi di fronte a film come questo di cui non riesci a comprendere la ragione. Di solito sono pellicole osannate da pubblico e critica ma che ti lasciano indifferente, a volte perplessa, altre volte schifata. E ti chiedi il motivo. Sei tu che non hai li strumenti per capire o sono questi film che non hanno nulla da dire e tutti hanno preso un abbaglio collettivo e molti, poi, non hanno il coraggio di ammetterlo?

Shame (2011)

[Shame, Gran Bretagna 2011, Drammatico, durata 99′]   Regia di Steve McQueen (II)
Con Michael Fassbender, Carey Mulligan, James Badge Dale, Nicole Beharie, Hannah Ware, Elizabeth Masucci, Jake Richard Siciliano, Robert Montano, Anna Rose Hopkins, Alexandra Vino

Shame - Locandina

Dalla visione di questo film sto ancora cercando di capire cosa mi spinga a decretarne la totale stroncatura e, nello stesso tempo, cosa possano averci trovato coloro che lo esaltano. E non sono riuscita a trovare una risposta soddisfacente a nessuna delle due domande. Ho qualche ipotesi ma nessuna risposta. Mi viene da pensare anche che, forse, non dovrei scriverne senza quelle risposte ma poi credo che non arriveranno mai per cui tanto vale accantonare l’argomento.

No, aspettate, c’è un’altra cosa che non capisco. La Coppa Volpi a Fassbender? Ma siamo impazziti? Già non mi era piaciuto in A Dangerous Method di Cronenberg dove, per lo meno, recitava ma qui dove passa la maggior parte del film a fare sesso con qualcuno o ad andarsene in giro nudo con la telecamera che lo pedina ad altezza… insomma, avete capito a che altezza, no, qui proprio non lo capisco.

Shame - Michael Fassbender

A me Fassbender sembra assolutamente inespressivo. E non credo che dipenda dal personaggio che interpreta perché mi sembrava tale anche nel film di Cronenberg. E poi, se proprio vogliamo fare un confronto, c’è modo e modo di interpretare un personaggio freddo, algido, apparentemente distaccato. Basta confrontare il Brandon di Fassbender con il protagonista di Drive interpretato da Ryan Gosling. Adesso io sarò pure fissata con il film di Winding Refn ma volete mettere l’interpretazione di Gosling con quella di Fassbender? Sono agli antipodi eppure i due personaggi hanno più di un punto in comune.

Liquidato il protagonista resta il film. Sono qui che mi chiedo cosa c’è che non va in questo film, e non può essere solo il fatto che, ad un certo punto, mi sono pure addormentata (va bene il sonno e la stanchezza accumulata ma erano le sei del pomeriggio!) il motivo è da ricercare nella narrazione.

Shame - Michael Fassbender

Al di là della sceneggiatura che mi è sembrata eccessivamente allungata e sfilacciata come se per esprimere un unico concetto ci fosse bisogno di usare un sacco di parole per far durare il tutto il tempo di un film, c’è che lo sviluppo degli eventi è totalmente prevedibile, senza tensione né sorprese. È una discesa agli inferi programmata che non ha niente da aggiungere a ciò che lo spettatore già si aspetta. E questo, inevitabilmente, non coinvolge. Perché non ci si preoccupa neppure di inserire altro, vale a dire una messa in scena inusuale o una fotografia particolare. No, tutto sa di già visto nella pellicola di McQueen. Niente riesce né a stupire né ad affascinare.

In molte recensioni ho sentito usare i termini di elegante e patinato in riferimento a questo film, ed usarli in senso positivo come a sottolinearne la qualità intrinseca. Ma se io penso a queste due parole per definire una pellicola non posso fare a meno di richiamare alla mente il bellissimo A Single Man di Tom Ford (non per niente il regista è uno stilista) dove ogni inquadratura ed ogni dettaglio trasmettono eleganza e creano un’atmosfera da rivista di moda perfetta. Ma nella pellicola di Ford tutto questo è al servizio di un contenuto forte ed importante e non può fare a meno di trasudare passione e coinvolgimento pur utilizzando strumenti espressivi apparentemente distanti da tutto questo.

Nel film di McQueen, invece, tutto appare vuoto, privo di valore e di passione. E non diventa neppure esercizio di stile perché di stile, a mio parere, ce n’è veramente poco in questo film.

Tra gli altri aggettivi utilizzati per questa pellicola ho riscontrato spesso il termine provocante. Come se, ancora oggi, ci si dovesse sentire provocati da ripetute scene di sesso o dal primo piano di genitali maschili. Non credo che ci sia ormai più niente di provocante in tutto ciò. A meno che la proiezione non avvenga in un cinema parrocchiale, sia chiaro.

Pietas

Mi è capitato di rileggere questo libro perché è un perfetto libro da borsa e io ne ero alla disperata ricerca dopo aver finito Allegro occidentale. Come? Cos’è un libro da borsa? Ma mi pare ovvio! Un libro di dimensioni e peso relativi e non troppo complesso nella trama. Un libro che ci si possa portare dietro (in borsa, appunto) e leggere nelle più disparate occasioni (in fila alla posta, nella sala d’aspetto del dottore, al cinema prima dell’inizio del film, bloccati nel traffico etc…). Ebbene, nel cercare nella mia libreria un libro da borsa mi sono imbattuta ne La metamorfosi letto ormai diversi anni fa. Lo ricordavo con piacere e ho valutato che una rilettura non mi sarebbe dispiaciuta.

La metamorfosi

di Franz Kafka

Attenzione! Contiene spoiler.

Sebbene ricordassi abbastanza bene la trama di questo romanzo breve di Kafka non ricordavo affatto la sensazione che lascia assistere, come lettore, alla disavventura di Gregor Samsa. O, forse, stavolta ho provato sensazioni che non ho provato durante la mia prima lettura dell’opera. Non lo so. Fatto sta che la vicenda narrata mi ha profondamente scossa, colpita e commossa. Non ricordavo assolutamente le reazioni dei familiari di fronte alla metamorfosi avvenuta nel protagonista. Avevo completamente rimosso le sensazioni di disgusto e di terrore descritte così minuziosamente da Kafka e suscitate dalla vista dell’enorme insetto in cui Gregor si è trasformato nottetempo. Non ricordavo la sofferenza che Gregor prova nel non vedersi riconosciuto da coloro che, sopra a tutti, dovrebbero amarlo. Non ricordavo neanche che i familiari avessero provato un vero e proprio sollievo nell’apprendere la morte del disgustoso insetto che, ormai, per loro non era più né figlio né fratello. E, infine, non ricordavo neppure il particolare della mela conficcata nella corazza che ricopre la schiena di Gregor e lasciata lì, lentamente, a marcire, per giorni (ma questo particolare, adesso, credo che lo ricorderò per sempre!).

Si prova una pena infinita per il protagonista leggendo le poche pagine che dalla metamorfosi lo conducono alla morte. Ci si commuove per l’inutilità dei suoi sforzi e si piange la sua triste sorte ancor prima che si consumi. Perché, da subito, si capisce che la morte di Gregor è l’unica soluzione possibile, che non ci può essere altra conclusione che un ritorno alla normalità fingendo che lui non sia mai esistito.

Gregor muore in solitudine pur se circondato dai suoi familiari. E la sua morte è, per tutti, una liberazione. Per i genitori e la sorella che potranno tornare alla loro vita normale senza il fardello di questo segreto da nascondere. Ma anche per Gregor che, ormai, ha capito di non avere più un posto nel suo mondo, nella realtà che credeva di conoscere così bene.

E Kafka, con la sua scrittura precisa e partecipe, riesce a far accettare al lettore una vicenda impossibile come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se chiunque di noi, svegliandosi domattina, potesse ritrovarsi trasformato in uno scarafaggio gigante.

Ma la cosa più bella della scrittura di Kafka è che l’autore riesce a commuovere non tanto nel descrivere i pensieri del suo protagonista o le sensazioni che prova, quanto piuttosto nel farcelo immaginare visivamente, nel farci figurare il divario tra l’aspetto assunto da Gregor dopo la metamorfosi e la normalità del mondo che lo circonda. Sono le immagini che lo scrittore è così abile a descrivere che fanno male ancora di più delle parole.

Un film carino

Di solito amo il cinema francese. Che si tratti di commedie leggere o di solidi film drammatici apprezzo quel modo di fare cinema che ha caratteristiche così peculiari e ben definite. Nel caso di questo film, uscito proprio sotto Natale, le cose non sono andate proprio come avrebbero dovuto…

Emotivi anonimi (2010)

[Les émotifs anonymes, Francia, Belgio 2010, Commedia, durata 80′]   Regia di Jean-Pierre Améris
Con Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud, Pierre Niney,Stéphan Wojtowicz, Jacques Boudet, Alice Pol, Céline Duhamel

Emotivi anonimi - Locandina

Sarà per la presenza della cioccolata ma questo film a me ha fatto pensare immediatamente a Chocolat di Lasse Hallström e forse proprio questo ingiusto confronto non me l’ha fatto apprezzare completamente. Laddove il film di Hallström riesce a tratteggiare personaggi perfetti ed un’ambientazione deliziosa il film di Jean-Pierre Améris si perde, tutto concentrato nello strappare il sorriso per gli impacciati tentativi di relazionarsi dei due protagonisti. Va detto, per dovere di cronaca, che in sala tutti morivano dal ridere mentre a me, al limite, certe scene facevano sorridere. Quindi, probabilmente, sono io che non riesco ad apprezzare fino in fondo il genere di comicità di film come questo (per inciso ecco perché adoro vedere i film al cinema! Proprio perché hai modo di toccare con mano le reazioni delle persone, e non solo di quelle che hai vicino e conosci e di cui, magari, sai i gusti. No, puoi valutare le reazioni degli sconosciuti. E questo solo la visione collettiva al buio di una sala cinematografica te lo dà. Ed è impagabile).

Per quanto riguarda gli attori non mi hanno colpito neppure loro. Ho trovato entrambi i protagonisti poco convincenti nei rispettivi ruoli sebbene abbiano il merito di non esagerare certi comportamenti e di rimanere sempre piuttosto sobri e trattenuti. Quello che manca è una caratterizzazione meno superficiale dei personaggi che eviti di trasformarli in meri cliché come, invece, avviene in questo caso.

Ma quello che è maggiormente assente in questa pellicola è l’accurata caratterizzazione dei comprimari che risultano piuttosto scialbi, scoloriti. Sarebbe bastato costruire dei personaggi collaterali più particolari per far assumere al film un andamento completamente diverso. In fondo cosa sarebbe Notting Hill senza il personaggio di Rhys Ifans (il coinquilino strambo di Hugh Grant) o Roger Frost (nel ruolo del cliente difficile)? Ben poco, in effetti. Spesso, in film del genere, sono proprio i comprimari a risolvere la pellicola e a trasformare una storiella banale in un film riuscito. Questo Améris deve ancora impararlo ma, in fondo,  non si può pretendere molto di più da un esordiente.

Emotivi anonimi - Benoit Poelvoorde e Isabelle Carré

La sceneggiatura funziona ma non riesce né a sorprendere né a far appassionare alle vicende che si svolgono sullo schermo con una prevedibilità che invece di dare sicurezza (come avviene spesso in casi analoghi) tende ad annoiare.

Detto questo non è un film totalmente da buttare ma sicuramente una di quelle pellicole leggere, giusta per passare un’ora e mezzo senza pensare, ma che si dimentica subito dopo la visione. Niente di male -per carità- servono anche pellicole del genere e non si pretende di vedere un capolavoro ogni volta che si va al cinema, soprattutto se questo avviene molto spesso, come nel mio caso.

Fragile ambizione

Stavolta devo dirlo subito: la colpa è negli occhi di chi guarda. In pratica è colpa mia. È solo responsabilità mia se non sono riuscita ad apprezzare fino in fondo questo film. Dipende solo da me. Non c’entra Di Caprio, non c’entra Eastwood. Il fatto è che non riesco proprio ad apprezzare i film il cui protagonista è un personaggio del tutto negativo. È più forte di me.

J. Edgar (2011)

[J. Edgar, USA 2011, Biografico, durata 136′]   Regia di Clint Eastwood
Con Leonardo DiCaprio, Naomi Watts, Josh Lucas, Lea Thompson, Ed Westwick, Armie Hammer,Dermot Mulroney, Judi Dench, Jeffrey Donovan, Stephen Root

J. Edgar – Locandina

Pochi post fa, parlando del film di Clooney, dicevo che Eastwood è il rappresentante di un modo di fare cinema epico e dolente. E questo J. Edgar ne è la dimostrazione assoluta. C’è nella vicenda di questo uomo arrogante, egocentrico, opportunista una grandiosità intrinseca che Eastwood ha colto in tutta la sua dimensione distruttiva senza rinunciare a descrivere il contrasto tra vita pubblica e privata dove l’essere umano Edgar (come ama essere chiamato invece che John dato che Edgar è il nome che usa la madre) emerge in tutta la sua meschinità e debolezza.

J. Edgar – Naomi Watts

Penso davvero che Eastwood sia un maestro nel tratteggiare questo tipo di personaggi apparentemente duri ma che nascondono una fragilità procurata, spesso, da ferite del passato. Penso a tutti i protagonisti di Mystic River (per me il suo capolavoro) che nascondono ferite profonde ed insopportabili e in modo particolare al personaggio di Sean Penn che è un uomo spietato, violento, vendicativo ma questo non gli impedisce di essere distrutto dalla morte della figlia che amava sopra ogni cosa. O, ancora, penso allo stesso Clint in Million Dollar Baby o in Gran Torino. In entrambi i casi interpreta personaggi rancorosi, misantropi, che sanno rendersi odiosi ma che mascherano cicatrici che non si sono mai rimarginate. Non fa eccezione John Edgar Hoover in questa carrellata di personaggi in quanto anche lui appare arrogante ed egocentrico per non far trapelare la sua fragilità dovuta, soprattutto, al rapporto soffocante con la madre (un’algida Judi Dench) che gli impedisce di accettare le proprie debolezze (la balbuzie, l’omosessualità, la paura degli altri). Hoover riesce, grazie alle sue innegabili capacità, a concepire e a creare il Federal Bureau of Investigation e a farlo diventare lo strumento di difesa della democrazia americana.

J. Edgar – Arnie Hammer

Hoover costruisce una realtà capace di influenzare e condizionare il corso della giustizia per perseguire un obiettivo, incurante del fatto che per fare questo si debbano ledere dei diritti fondamentali dell’uomo, si debbano inquinare prove, si debbano alterare, in qualche modo, i fatti. Nulla importa a quest’uomo ambizioso che, in fondo, lotta semplicemente per un ideale (il fatto che sia un ideale a mio parere sbagliato ha poca importanza) e decide di ottenerlo con qualsiasi mezzo.

Inutile dire (ma non mi stanco mai di ripeterlo) che Di Caprio eccelle nell’interpretazione del protagonista. Ormai credo che il suo talento sia noto a tutti ma ad ogni nuova apparizione riesce ad aggiungere qualcosa, ad essere ancora più convincente. Ed è incredibile la trasformazione anche fisica grazie alla quale diventa in tutto e per tutto Hoover. Una trasformazione data non dal trucco (che, in certi casi, risulta anche troppo invasivo) ma dalla mimica facciale, dall’espressività estrema dell’attore.

J. Edgar – Leonardo Di Caprio

Oltre a Di Caprio risultano convincenti tutti gli altri attori, sopratutto Naomi Watts e Judi Dench che interpretano i loro personaggi con grande sensibilità.

Ma è la regia di Eastwood ciò che fa la differenza. È lui che permette alla pellicola di trascendere dalla funzione storica e documentaristica, che l’avrebbero caratterizzata nelle mani di qualsiasi altro regista, per assumere i toni del dramma e dell’epica. Eastwood fa grande cinema anche se non è un cinema spettacolare ma riesce sempre ad elevare le storie raccontate ad un livello superiore ed universale, riesce a raccontarle con un linguaggio alto ma rimanendo sempre ancorato saldamente ai contenuti che vuole trasmettere. È un cinema impegnato quello di Eastwood ma non dal punto di vista politico piuttosto da quello della trasmissione delle idee. Sa cosa dire e sa come dirlo. E mantiene una forza che non ci si aspetterebbe da uno della sua generazione e che molti giovani non hanno neppure mai avuto. E, quindi, lunga vita a Clint!