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A chi non credeva potessi esserne capace…

Ossessione di Richard Bachman (1978)

Attenzione! Contiene spoiler

E dunque ho potuto riporre sullo scaffale della libreria anche il primo romanzo scritto da Richard Bachman. Nel farlo ho pensato, inevitabilmente, a quanto sarà sempre più difficile leggere questo romanzo per chi non ha la fortuna di possederne già una copia. E questo perché, come già ricordato, King stesso ha deciso di toglierlo dal commercio in seguito alla diffusione delle stragi nelle scuole degli Stati Uniti. È una decisione che mi ha dato molto da pensare perché, istintivamente, non l’ho trovata giusta, mi è sembrata una specie di ammissione di colpa.

Non avete idea di quante volte mi sia trovata a discutere sul collegamento tra libri, film, fumetti horror e stragi e omicidi. E mi sono sempre schierata dalla parte di chi pensa che non ci siano collegamenti diretti tra le due cose. E anche se sono d’accordo con chi dice che in una mente deviata basta una scintilla per far scattare la violenza ritengo che eliminare quella scintilla non sia possibile. Sarebbe come dire di tenere i bambini chiusi in casa perché la fuori c’è un mondo di pedofili pronti a ghermirli. È vero, ci sono persone così, persone apparentemente innocue (ma anche su questo avrei da ridire perché non credo affatto nella pazzia improvvisa ma ritengo che il male sia un qualcosa che scava dentro le persone poco a poco e progressivamente e anche se la manifestazione è, apparentemente, immotivata non è quasi mai così, in realtà) a cui verrebbe impedito di fare del male se si allontanasse da loro il pretesto per farlo ma credo che non sia in potere di nessuno allontanare questo pretesto per sempre. Prima o poi l’imprevisto ci mette lo zampino e in meno di un secondo fa deflagrare quello che noi, con tanti sforzi, ci siamo premuniti di allontanare.

Proprio perché la penso così ci sono rimasta un po’ male quando ho saputo che lo zio Stevie aveva deciso di ritirare Ossessione dal commercio, come se, nel farlo, avesse voluto ammettere, almeno in parte, la responsabilità del romanzo (e, per esteso, del genere) nei tristi fatti di cronaca noti a tutti. La mia perplessità è durata tutta (l’interminabile) lettura del romanzo. Perché volevo capire quale fosse questo potere eversivo di un libro del genere. E, alla fine, ho dovuto concludere che non ne ha. Perché, in fondo, la trama di Ossessione racconta ben altro che la pazzia di un ragazzo che, stanco dei soprusi degli adulti, uccide delle persone. Ossessione racconta quanto tutti noi siamo quel ragazzo. In ognuno di noi c’è un po’ di Charlie Decker. Perché non esiste al mondo persona che non si sia sentita ingabbiata in una vita e in un ruolo che non gli appartiene, che non abbia sognato, almeno una volta, di mollare tutto e di fuggire da queste costrizioni. Quello che fa Charlie nel romanzo è proprio questo, spinge i suoi compagni a guardarsi dentro e a tirare fuori le loro angosce, le loro paure, le loro insicurezze. E non è avventato il paragone che avevo fatto con il confessionale de Il Grande Fratello perché, in fondo, è proprio quello che la gente crede di trovare all’interno della Casa: la vita, le passioni e i problemi delle persone comuni. E poco importa se sono costruiti ad arte da degli sceneggiatori. L’importante è che siano verosimili. Ciò che spinge noi lettori di Ossessione ad assistere alle confessioni reciproche dei compagni di scuola di Charlie e gli spettatori del famoso reality ad osservare i loro beniamini nel confessionale è esattamente lo stesso tipo di pulsione. Tutto questo purché si resti nel verosimile. Ed è proprio questo il motivo per cui le ultime edizioni del Grande Fratello stanno perdendo grosse fette di pubblico, proprio perché si è voluto spingere troppo su un copione evidentemente scritto a tavolino ed esagerato, tanto che di verosimiglianza non ce n’è neppure l’ombra. Il pubblico non riesce più ad identificarsi con i personaggi sullo schermo e li abbandona. Sono finiti i tempi in cui le ragazze si dividevano equamente tra chi amava Cristina e tifava per la storia con Pietro e chi, invece, non la sopportava e la considerava noiosa. Allora i personaggi del reality erano archetipi facilmente riconducibili alla realtà quotidiana degli spettatori, adesso sono solamente macchiette, espressioni di ciò che qualcuno, a tavolino,  pensa che gli italiani siano, ma non è così. Non è più così. E questo darebbe il la ad un mucchio di altre considerazioni ma questo non è né il momento né il luogo adatto per farlo.

È osservando le diverse reazioni dei compagni di scuola di Charlie che ritroviamo anche un po’ delle nostre reazioni di fronte alla messa a nudo dei nostri sentimenti. Charlie, in fondo, non è il risultato degli omicidi che compie ma è il motore delle reazioni dei suoi compagni.

Mi spiego meglio. Quello che interessa a King osservare è proprio come ognuno si pone di fronte al gesto estremo compiuto da Charlie e non tanto, o non solamente, descrivere quello che Charlie fa.  E questo si capisce chiaramente dall’impostazione del romanzo in quanto tutto si compie all’inizio della storia mentre per la maggior parte del libro non succede nulla di concreto, nessuna azione. Neppure nel finale succede nulla e la storia si conclude quasi per inerzia, all’opposto di come era iniziata. In pratica tutto il libro è un’aspettativa delusa. Visto quello che King ci mostra all’inizio (il sequestro, gli omicidi) ti aspetti che non ci possa essere lieto fine e che o Charlie o qualcuno dei suoi compagni debba necessariamente morire. Ma questo non succede. Ed è questa la vera forza del romanzo. È questo che sembra dire Bachman/King al lettore: ti aspetti che quello che ti ho mostrato sia solo l’inizio di una catastrofe? E invece no. La vera catastrofe si è già consumata. Il resto è quello che ognuno di noi può trarre da questi avvenimenti. Il resto sono le nostre reazioni di fronte alla violenza, repressa o meno, poco importa.

Nel confessionale

Man mano che vado avanti nella lettura di Ossessione mi sembra sempre più incredibile che un libro del genere sia stato scritto da un King uscito da poco dall’adolescenza. Perché implica una visione lucida e distaccata di una fase della vita e di un sistema di relazioni che è difficile avere a così poca distanza temporale.

E si nota bene, fin da questa sua prima opera, quale sia lo stile di Richard Bachman e quanto sia distante da quello di Stephen King. Bachman non lascia spazio alla comprensione e all’empatia, in nessun modo. Il suo stile è freddo e distaccato e penetra dentro come una lama affilata. Non capita mai che si identifichi con i suoi personaggi e ti aspetti che, da un momento all’altro, possa decidere di farli fuori e di liberarsene senza nessuna giustificazione apparente. Bachman è un magnifico architetto della tensione. Riesce a tenere il lettore col fiato sospeso, pronto a tutto quello che potrebbe accadere. Non si dilunga mai su descrizioni inutili e non gli interessa approfondire le motivazioni dei personaggi. Bachman è uno scienziato che osserva le sue creature letterarie al microscopio senza partecipare della loro vita più di quanto non lo farebbe un tecnico di laboratorio che osservi un mucchietto di globuli rossi su un vetrino.

Si resta allibiti a pensare che in realtà è lo stesso autore che ama i suoi personaggi e che partecipa delle loro sofferenze in tanti bellissimi romanzi. King non è mai distaccato dalle sue creature ma è coinvolto emotivamente in tutte le loro gioie e i loro dolori. Ed è proprio quello che, in definitiva, rende le sue creature letterarie così belle e vere.

In Ossessione si ha l’impressione di stare nel confessionale del Grande Fratello, laddove un pubblico di voyeurs se ne sta a guardare persone che mettono in piazza i loro sentimenti e i loro segreti più intimi. È proprio questo che fa Charlie Decker, il protagonista del romanzo, spinge i suoi compagni di classe a tirare fuori ciò che di più nascosto ed intimo hanno dentro. E genera, in questo modo, un gioco al massacro che contribuisce a rendere tutti vulnerabili. E la cosa pazzesca è che sembra che i compagni di Decker coinvolti nella vicenda desiderino che questo accada, che non aspettino altro. È come se ci fosse qualcosa troppo a lungo trattenuto che finisce per esplodere e così le confessioni si susseguono come un fiume in piena, portando a galla segreti sempre più intimi ed inconfessabili. Tutto il racconto precipita, inevitabilmente, verso un finale che sai già non potrà essere edificante perché è come se Bachman ti sussurrasse che non ci può essere riscatto se non quello apparente, e che ognuno di noi vive per precipitare nell’abisso, in un modo o nell’altro.

Questo pessimismo cosmico che trapela dalle pagine di Ossessione ha un potenziale distruttivo notevole e si capisce che King stesso ne sia rimasto spaventato, facendo, infine, ritirare il libro dal commercio. Perché questo suo lato duro e cattivo, nonostante tutto, affascina ed attrae.

4. Ossessione

Stanotte sono riuscita a terminare la lettura di Shining resistendo al sonno. Così sono pronta a cominciare Ossessione, il quarto libro pubblicato da King e il primo scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman.

A Shining dedicherò, come al solito, un post nei prossimi giorni ma volevo anticipare che le impressioni già emerse durante la lettura sono state in gran parte confermate. Al di là della mia passione personale ed assolutamente soggettiva per il personaggio di Jack Torrance resta un libro debole dal punto di vista dell’intreccio e, anche, da quello della scrittura. Probabilmente, ci sono dentro troppe cose, troppi spunti e troppe idee non completamente risolte.
In quest’ottica l’idea di un seguito è piuttosto allettante. Perché, alla fine, viene davvero da chiedersi che cosa potrà mai riservare il futuro al piccolo Danny, costretto a crescere con il senso di colpa di aver provocato la morte del suo amato padre, anche se indirettamente. E chissà se il fantasma di Jack non continuerà a far visita al figlio adorato una volta cresciuto… Sarebbe sicuramente una delle tipiche cose da King che i suoi estimatori incondizionatamente amano (me compresa).

Ma basta parlare di Shining. Parliamo di Ossessione, invece. Nel caso del primo libro di Bachman si tratta per me di una rilettura e, se non ricordo male, è anche il primo libro di King che ho letto. Ma di questo non sono più tanto certa dato che sono passati parecchi anni. Di sicuro ricordo che è un libro che mi piacque tantissimo e che, da allora, non ho più avuto occasione di rileggere, per cui sono ansiosa di farlo oggi.

Come al solito vi riporto i dati dell’edizione che leggerò.

  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Brossura 233 Pagine
  • ISBN-10: 8845215989
  • ISBN-13: 9788845215988
  • Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 140)
  • Data di pubblicazione: Jan 01, 1988

Dimenticavo, vale la pena sottolineare che è il primo libro di King tradotto da Tullio Dobner (il primo nell’ordine cronologico delle pubblicazioni kinghiane  ma non il primo in assoluto dato che in Italia è uscito solo nel 1988, dopo che l’alter ego di King fu svelato ai lettori) che per molti anni sarà il traduttore indiscusso del Re. Poi, di recente, è venuta l’epoca Wu Ming e le cose sono cambiate…

Anche su Shining ho superato il giro di boa di metà lettura (applausi!). E, come di consueto, dedico un post al prossimo libro da affrontare.

Si tratta di Ossessione, il primo romanzo di Richard Bachman, lo pseudonimo che il Re ha utilizzato, fin dagli esordi, per sperimentare un tipo di scrittura diverso da quello a cui ha abituato i suoi fan. Sicuramente vale la pena dedicare un post a Bachman e al suo stile ma ne riparleremo in maniera più approfondita quando mi sarò riletta un po’ dei suoi romanzi.

Accenno brevemente alla trama del romanzo perché è sicuramente uno dei meno noti del Re e alcuni di voi, forse, non lo conoscono. Il racconto narra di uno studente delle superiori che uccide due insegnanti e tiene in ostaggio i suoi compagni di classe costringendoli, in una specie di terapia di gruppo, a tirare fuori i lati più oscuri ed aberranti del loro carattere e a raccontare gli episodi della loro vita di cui più si vergognano. Naturalmente non vi rivelo il finale ma potete immaginare che non sarà certo positivo…

Ossessione è, a tutti gli effetti, il primo romanzo scritto da King attualmente pubblicato. La prima stesura, infatti, risale al 1966 e vede la luce, nella sua forma più o meno definitiva, nel 1968 quando lo sottopone, per un’esercitazione di scrittura creativa, al giudizio del suo insegnante, durante una lezione universitaria (per inciso il primo titolo dell’opera era Getting It on e l’insegnante lodò molto il lavoro di King spingendolo a proseguire sulla strada della scrittura). Ma è soltanto nel 1977 che il romanzo viene pubblicato, lo stesso anno in cui viene dato alle stampe Shining. La scelta di pubblicare il testo con lo pseudonimo di Richard Bachman (che accompagnerà la vita editoriale di King fino al 1984, anno in cui verrà smascherato da un lettore) è dovuta essenzialmente a due motivi, uno di natura stilistica e l’altro di immagine, se così possiamo dire.

Il romanzo è scritto in uno stile tagliente ed essenziale ed è quasi brutale nella scelta di non voler conquistare il lettore ma di volergli sbattere in faccia la violenza. Nelle opere di Bachman c’è molta meno psicologia rispetto alle opere di King. Bachman non tenta più di tanto di capire i suoi personaggi né di renderli accattivanti per i suoi lettori. I protagonisti dei romanzi dell’alter ego di King sono quasi tutti antipatici o, per lo meno, quasi mai suscitano empatia. Lo stesso non si può dire di King che, alla fine dei conti, ama sempre i suoi perdenti, i personaggi più deboli e, in qualche modo, cerca di far affezionare a loro anche il lettore.

Il secondo motivo che spinge King a creare Bachman è di natura essenzialmente psicologica. Lo scrittore del Maine è curioso di vedere se le sue opere vendono per motivi di qualità di scrittura o, almeno in parte, perché sono romanzi di Stephen King. E, in effetti, i libri di Bachman conosceranno veramente il successo solo quando l’alter ego del Re sarà rivelato. Fino a quel momento erano un oggetto di nicchia, amato da una fetta marginale di pubblico.

E’ interessante notare (ma ci ritorneremo) come i primi romanzi di King trattino spesso della rabbia e dell’incapacità di gestirla (Carrie compie la sua vendetta in preda all’ira, in Ossessione il movente di tutto il romanzo è la rabbia repressa che poi deflagra e anche in Shining, alla fine, il tema centrale è proprio l’incapacità di Jack Torrance di convivere con le sue pulsioni di rabbia)

Voglio concludere questa breve introduzione al libro citando un brano di un’intervista allo zio Stevie del 1999. Il testo integrale lo trovate qui, l’estratto che vi riporto è una mia libera traduzione dall’inglese quindi perdonate la forma non proprio oxfordiana 😉

Simpatizzo con i perdenti del mondo e, in qualche modo, comprendo la cieca rabbia adolescenziale e il panico da topo in trappola che caratterizza la scelta obbligata di crescere, fino al punto in cui la violenza sembra essere l’unica risposta possibile alla sofferenza. E anche se compatisco i ragazzi che hanno sparato a Columbine mi piace pensare che, se fossi stato nella posizione di farlo, li avrei uccisi io stesso, se non ci fosse stata scelta, che li avrei abbattuti come un animale selvatico che non si riesce a far smettere di mordere. Arriva un momento in cui gli Harris e i Klebold diventano impossibili da salvare, quando hanno superato quel confine invisibile e sono entrati in quella terra in cui ogni impulso violento è lasciato libero di sfogarsi. A questo punto le regole sociali non contano più e rimane solo il dovere di salvare quante più persone possibile da quello che mi sembra essere il male del secolo attuale, nel senso che questo termine assume nel Vecchio Testamento. E anche se esperti, politici e psicologi esitano ad utilizzare questa parola -e io stesso, in effetti, esito ad usarla- nessun’altra mi sembra più calzante per indicare queste azioni e le rovine che si lasciano alle spalle. E in presenza del male tutta la pietà o la compassione che possiamo provare deve essere messa da parte e conservata solo per le vittime.

E proprio in seguito agli episodi avvenuti nella scuola superiore di Columbine, dopo che altri fatti analoghi erano accaduti anche in altre scuole americane, che King decide di ritirare dal commercio Ossessione dichiarando che sebbene secondo lui non ci sia nessun collegamento diretto tra libri o film violenti e simili stragi è pur vero che un romanzo simile, in una mente già deviata, può provocare la scintilla che innescherà l’esplosione di violenza.

Resta da dire che non sono completamente d’accordo con il Re e con la sua teoria perché la trovo abbastanza esplicativa del modo di pensare americano che ritiene che, spesso, non ci siano alternative a punizioni esemplari e che preferisce, in molti casi, uccidere i suoi assassini con la pena di morte piuttosto che impedirgli di uccidere rendendogli meno facile l’accesso alle armi. Ma sarebbe una lunga discussione che andrebbe argomentata un po’ meglio di così e questo post non è il luogo adatto dato che l’ho scritto, semplicemente, per presentare uno dei migliori libri di King Bachman, almeno a mio parere.