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L’amore reale

C’è un momento particolarmente felice, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, in cui sono stati prodotti alcuni film che, forse, sono significativi solo per me ma, probabilmente, diranno qualcosa anche ad altri. Credo che, in parte, certe cose si leghino indissolubilmente ad un momento particolare della nostra vita, assumendo significati più o meno pregnanti proprio in base alle nostre esperienze, al di là del valore intrinseco che hanno.

Ma indipendentemente da quale possa essere il motivo ritengo che proprio in quegli anni siano usciti due film che hanno la capacità di raccontare l’amore in una maniera estremamente realistica e di dire su di esso delle verità che vanno al di là della finzione filmica o del romanticismo con cui ci piace (e molto!) veder narrato questo sentimento e che trovo attualissimi ancora oggi (perché uomini e donne sono sempre gli stessi, nonostante i progressi e i regressi sociali).

Perché al cinema andiamo, indiscutibilmente, per sognare, per uscire dalla nostra realtà, per vivere più vite, come se questo servisse ad amplificare la nostra, ma al cinema andiamo anche per vederci riflessi. A volte ci può piacere, altre molto meno (quando ci raccontano lo sporco e il marcio che abbiamo dentro) ma è quell’effetto catartico di cui abbiamo un gran bisogno e di cui ci ha dato definizione Aristotele nella sua Poetica in riferimento alla tragedia classica. Ne riflettevamo altrove e, spesso, tendiamo a sottovalutare questo secondo aspetto dell’esperienza filmica che io ritengo altrettanto importante rispetto al primo. Migliaia di volte ho sentito persone chiedere consigli su film dicendo esplicitamente di voler vedere qualcosa di leggero, disimpegnato e continuo a non comprendere come si possa fare questa distinzione, decidere di spegnere il cervello per lo spazio di un paio d’ore ma, probabilmente se non sicuramente, sono io quella strana. Io, di solito, l’unica distinzione che faccio è tra film belli e film brutti e stop.

Ma sto andando fuori tema. Torniamo all’amore. Una storia d’amore al cinema, in un modo o nell’altro, riescono a ficcarcela sempre, perfino nei film più improbabili. Ma parlare davvero dell’amore, in maniera credibile e realistica, è una delle cose più difficili che ci sia. Perché è facilissimo cadere nella retorica e altrettanto facile lasciarsi trasportare dall’idea romantica che ne abbiamo perché, spesso, è molto più bello l’amore sognato ed immaginato di quello reale e quotidiano a cui tocca fare i conti con la vita che non è sempre così facile da portare avanti.

I due film a cui mi riferisco sono Harry ti presento Sally di Rob Reiner e Paura d’amare di Garry Marshall. Due film, apparentemente, molto diversi tra loro per trama e genere ma, in realtà, accomunati dalla stessa voglia di approfondire e scandagliare il sentimento amoroso.

Do per scontato che tutti conosciate i film in questione e che li abbiate ben presenti (in caso contrario dovete recuperarli e vederli perché è un peccato mortale non farlo!) io personalmente li conosco praticamente a memoria da quante volte li ho visti. Harry ti presento Sally credo che contenga alcuni dei migliori dialoghi mai scritti. Ne cito solo qualcuno, altrimenti rischio di esaurire tutto il post esclusivamente per questo!

  • Se uno ti accompagna all’aeroporto è chiaro che è all’inizio di una relazione, ecco perché io non accompagno nessuno all’aeroporto all’inizio di una relazione. Perché alla fine le cose cambiano, e tu non l’accompagni più all’aeroporto, e io non voglio sentirmi dire: “Come mai non mi accompagni più all’aeroporto?” (Harry)
  • Harry: Ti rendi conto, vero, che non potremo mai essere amici.
    Sally: Perché no?
    Harry: Beh, ecco… e guarda che non ci sto provando in nessunissimo modo. Uomini e donne non possono essere amici, perché il sesso ci si mette sempre di mezzo.
    Sally: No, non è vero, io ho tantissimi amici maschi e il sesso non c’entra per niente.
    Harry: Non è così.
    Sally: Sì, invece.
    Harry: No, invece.
    Sally: Sì, invece!
    Harry: Tu credi che sia così.
    Sally: Stai dicendo che io ci vado a letto senza accorgermene?
    Harry: No, sto dicendo che loro vogliono venire a letto con te.
    Sally: Non è vero.
    Harry: È vero.
    Sally: Non è vero!.
    Harry: È vero.
    Sally: E come lo sai?
    Harry: Perché nessun uomo può essere amico di una donna che trova attraente, vuole sempre portarsela a letto.
    Sally: Allora stai dicendo che un uomo riesce ad essere amico solo di una donna che non è attraente?
    Harry: No, di norma vuole farsi anche quella.
    Sally: Ma se lei non vuole venire a letto con te?
    Harry: Non importa, perché il click del sesso è già scattato, quindi l’amicizia è ormai compromessa e la storia finisce li.
    Sally: Credo che non saremo amici, allora.
    Harry: Credo di no.
    Sally: Ah, è un peccato. Eri l’unica persona che conoscevo a New York
  • No, no no no no, non l’ho mai detto! … Sì, hai ragione, non possono essere amici. Cioè, se tutti e due stanno con qualcun altro allora sì, è l’unico emendamento alla regola d’oro: “Se due persone stanno con altri la possibilità di un coinvolgimento diminuisce”. E non funziona lo stesso, perché allora la persona con cui stai non capisce perché devi essere amico della persona di cui sei solo amico, come se mancasse qualcosa al rapporto e dovessi andare a cercartelo fuori. E quando dici “no, no, no, non è vero, non manca niente al rapporto”, la persona con cui stai ti accusa di essere segretamente attratto dalla persona di cui sei solo amico, il che probabilmente è vero. Insomma parliamoci chiaro, vale la regola d’oro, si abolisce l’emendamento: uomini e donne non possono essere amici. Vieni a cena con me? (Harry)
  • Ti amo quando hai freddo e fuori ci sono 30 gradi. Ti amo quando ci metti un’ora a ordinare un sandwich. Amo la ruga che ti viene qui quando mi guardi come se fossi pazzo. Mi piace che dopo una giornata passata con te sento ancora il tuo profumo sui miei golf, e sono felice che tu sia l’ultima persona con cui chiacchiero prima di addormentarmi la sera. E non è perché mi sento solo, e non è perché è la notte di capodanno. Sono venuto stasera perché quando ti accorgi che vuoi passare il resto della vita con qualcuno, vuoi che il resto della vita cominci il più presto possibile. (Harry)
  • Jess: Un matrimonio non finisce mai solo per un’infedeltà: quello è un sintomo che qualcos’altro non va.
    Harry: Ah, sì? Beh, quel sintomo si scopa mia moglie
  • Sto dicendo che l’uomo giusto per te forse è lì che ti aspetta: e se non lo acchiappi tu lo farà qualcun’altra, e passerai il resto della tua vita sapendo che un’altra donna ha sposato tuo marito (Marie)

A parte essere completamente d’accordo sul fatto che uomini e donne non possano essere amici (teoria peraltro quotidianamente confutata dal piccolo particolare che, nella realtà, di amici maschi ne ho un sacco…) ritengo che questo film, pur adottando il tono della commedia, riesca ad analizzare perfettamente le dinamiche dei rapporti uomo donna, da come nascono a come si sviluppano, arrivando a rappresentare in maniera estremamente realistica le differenti reazioni dei due sessi. E proprio su questo si basa la scena fondamentale del film dopo che Harry e Sally, finalmente, vanno a letto insieme. Entrambi si accorgono che questo evento cambia tutto tra loro e mette le cose su un altro piano e, a questo punto, che succede? Sally accetta la cosa ed è pronta a viverla mettendosi in gioco mentre Harry pensa bene di fuggire. E’ chiaro che queste sono reazioni istintive infatti, alla fine, è Harry il primo che si accorge di essere veramente innamorato di Sally e fa di tutto per conquistarla. Però, secondo me, questa primissima reazione è esemplare proprio perché non è filtrata dal ragionamento e rispecchia tantissimo quello che succede nella realtà. Ed è estremamente realistico anche il successivo comportamento di Sally che, ferita dall’atteggiamento di Harry e sentendosi rifiutata, chiude completamente qualsiasi possibilità, non riesce a perdonare né a prendere in considerazione il fatto che la reazione dell’uomo non abbia a che fare con un rifiuto di una relazione tra loro ma, semplicemente, dallo sconcerto per quello che è accaduto che non era assolutamente premeditato. Harry si accorge subito dell’errore ma Sally non perdona. Anche questo è un atteggiamento tipico femminile perché una donna ferita va subito in difesa e si chiude (poi una, se ne è consapevole, può uscire da questo meccanismo ma è insito veramente nella natura femminile e resta inconscio nella maggior parte dei casi) lasciando ben poche possibilità di recupero al malcapitato. Ma, alla fine, proprio perché si innesca questo meccanismo, Harry ci regala una delle più belle dichiarazioni d’amore cinematografiche che è quella riportata anche sopra, tra le citazioni (insieme a questa, altrettanto bella e, non a caso, contenuta in un altro splendido film di Reiner, Storia di noi due che andrebbe anche questo citato quando si parla d’amore ma che sarebbe fuori tema qua perché racconta i meccanismi che portano alla fine di una storia).

Paura d’amare, invece, è un film di un genere completamente diverso. E’ sempre classificabile come commedia anche se il tono è certamente amaro e malinconico. In questo caso la cosa più interessante è il comportamento femminile. Frankie passa quasi tutto il film a rifiutare Johnny e non perché non sia attratta da lui ma perché ha troppa paura di lasciarsi andare. E per una volta il titolo italiano è molto migliore di quello originale, che si limita a riportare i nomi dei due protagonisti Frankie & Johnny e ad alludere alla canzone, perché sottolinea il tema del film che racconta quanto, le esperienze pregresse, rendano difficile abbandonarsi ad un sentimento che dovrebbe essere tutto meno che riflessione (ed è proprio perché, in molti casi, ci riflettiamo troppo che ci precludiamo tante occasioni. Poi, c’è da dire, che è perché riflettiamo poco che accettiamo tante unioni sbagliate, ma questo è un altro discorso…). Anche in questo caso assistiamo ad un uomo innamorato che tenta in tutti i modi di conquistare una donna che lo rifiuta e lo fa con una costanza ed una caparbietà ammirevoli. Ma quello che deve scardinare per permettere a Frankie di lasciarsi andare è pesante perché lei esce da un passato di violenza che rimuovere è impossibile (ed è toccante il momento in cui lui dice a lei che cancellerà quel passato e lei, in lacrime, gli dice che nessuno può farlo. Allora Johnny ci regala una battuta stupenda affermando che è vero che nessuno può farlo ma è altrettanto vero che lui ci sarà per affrontare insieme a lei ogni dolore futuro). Ma basta molto meno di questo per accettare di abbandonarsi ad una persona, per mettersi a nudo, per decidere di farsi conoscere fino in fondo. Ed in questo credo proprio che uomini e donne siano simili e che non sia una questione di genere ma solamente di esperienze. Più esperienze negative si sono avute e più difficilmente riusciremo ad ignorarle e a concedere fiducia, convinti che tanto le cose andranno sempre allo stesso modo, che non ci sarà possibilità di riscatto. E questo è, sicuramente, anche legato all’età. Più ci abituiamo a stare soli e più riteniamo che debba essere la nostra condizione naturale. E, infatti, anche nel film l’età dei protagonisti è estremamente importante e viene sottolineata più volte (36 lei e 45 lui).

E questa paura, più di tutte, credo che sia ciò che oggi riesce a rovinare quasi tutti i rapporti, che ci spinge a diffidare gli uni degli altri, che ci impedisce di conoscerci e di lasciarci conoscere. Lo dico ovunque e lo dirò sempre perché ne sono profondamente convinta: ogni volta che riusciamo a mettere da parte tutto questo allora riusciamo a vivere pienamente, a dare il giusto valore agli altri e i rapporti che ne derivano sono quelli che più ci arricchiscono e ci segnano.

E Paura d’amare ha il grande merito di descrivere questa paura, di renderla evidente, di contestualizzarla e di mostrarci un qualcosa in cui non abbiamo difficoltà a riconoscerci, sempre che possediamo l’onestà intellettuale di ammetterlo.

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Al cinema con zio Stevie

Vorrei fare alcune riflessioni sulla filmografia derivata di libri di Stephen King. Innanzitutto vale la pena di notare che sono moltissimi gli adattamenti cinematografici dalle sue opere. E questo non è dovuto solamente alla sua prolificità di scrittore ma anche al fatto che il suo stile di scrittura è, di per sé, estremamente cinematografico. Leggendo molti dei suoi romanzi o racconti viene spontaneo immaginarsi i personaggi o gli episodi narrati. Il talento visivo di King è innegabile.

Molte pellicole cinematografiche tratte dalle sue opere, dicevamo. In realtà ce ne sono altrettante ispirate alle sue opere senza che ne siano tratte in nessun modo e altre che riportano solo lo stesso titolo offrendoci uno sviluppo completamente diverso (una su tutti, come ho già ricordatoIl tagliaerbe di Brett Leonard che all’epoca della sua uscita fece indignare enormemente il Re costringendolo a fare causa alla New Line, la casa produttrice). Al di là del discorso dello sfruttamento del nome a fini pubblicitari mi interessa il fatto che questa vicenda testimonia, inequivocabilmente, che il nome di King attiri e venda, soprattutto al cinema. Se mi soffermo a pensarci sono tantissime le produzioni cinematografiche che devono molto alle sue storie ed alle sue atmosfere. Per citarne solo alcune mi vengono in mente il bellissimo Frailty, convincentissimo esordio alla regia di Bill Paxton,  un film ingiustamente poco conosciuto che racconta delle conseguenze che avrà sui figli l’ossessione religiosa di un padre solo (i rimandi a Carrie sono innegabili), oppure il suggestivo (anche se non del tutto riuscito) Premonition di Mennan Yapo, in cui una donna si muove avanti e indietro nei giorni che preludono alla morte del marito per tentare di impedire l’incidente in cui verrà coinvolto (la trama è fortemente suggestionata da La zona morta, anche se lo sviluppo è completamente diverso), o, infine, lo spagnolo Rec di Jaume Balagueró, un horror claustrofobico ed inquietante che si svolge tutto in una notte all’interno di un palazzo sigillato dal quale è impossibile uscire (un po’ come l’Overlook Hotel di Shining dopo la caduta della neve). Ci potrebbero essere ancora tantissimi esempi del genere, questi sono i più significativi che mi sono venuti in mente ma tutto l’horror cinematografico contemporaneo si può dire che sia figlio di Stephen King.

Ma per tornare alla filmografia in oggetto si nota subito che il regista che ha curato il numero maggiore di realizzazioni dalle opere di King è Frank Darabont che ha cominciato girando un cortometraggio tratto dal racconto La donna nella stanza per poi passare ai lungometraggi con Le ali della libertà, Il miglio verde e l’irrisolto The mist. Pare che il sodalizio Darabont e King sia uno di quelli destinati a durare, pur non essendoci attualmente notizie di una loro futura collaborazione, ma il regista resta, sicuramente, uno degli interpreti migliori delle atmosfere e delle suggestioni dello scrittore del Maine. A mio avviso, però, i migliori film tratti dalle opere di king sono quelli girati da Rob Reiner, regista che personalmente apprezzo moltissimo. Le riduzioni cinematografiche de Il corpo e di Misery sono due film stupendi, con una loro dignità artistica indipendente dall’opera da cui sono tratti pur rimanendone particolarmente fedeli.

Per concludere vale la pena osservare che i film girati dai nomi più altisonanti e celebri tra quelli che si sono cimentati nell’opera del Re sono, forse, i meno riusciti. E non perché non siano dei bellissimi film ma perché questi registi hanno messo molte delle loro ossessioni nella riduzione dell’opera kinghiana, tradendo, chi più chi meno, l’idea originale del romanzo o del racconto da cui sono state tratte le rispettive pellicole. E, infatti, sono proprio queste opere quelle che non hanno del tutto convinto lo zio Stevie. Ma è innegabile che la potenza visiva di Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, di Shining di Stanley Kubrick o de La zona morta di David Cronenberg restano impressi e, spesso, proprio per la loro forte personalità, rischiano di mettere in ombra anche il romanzo dal quale sono stati tratti. Sfido chiunque a leggere Shining senza pensare al sorriso mefistofelico di Jack Nicholson. Anche quello, come i migliori romanzi del Re, contribuirà ad alimentare i nostri incubi per molte notti a venire…

Aggiornamento

Per un confronto con quanto detto nel post date un’occhiata anche a questa classifica stilata da CineFatti. È utile per farsi un’idea ulteriore del rapporto tra zio Stevie e il cinema.