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Un incubo geometrico

Ad imperitura memoria di una serata a tre di condivisione a distanza del film di Kubrick

E veniamo a parlare di quello che è considerato da molti un capolavoro. Me compresa, sia chiaro. L’ho ribadito più volte su queste pagine e mi preme sottolinearlo nuovamente. Benché il film e il libro differiscano sotto molti punti di vista alla fine lo Shining di Kubrick è un capolavoro mentre quello di King è un buon romanzo ma con qualche riserva, come abbiamo già visto.

Shining

[The Shining, USA, Gran Bretagna 1980, Horror, durata 119′]   Regia di Stanley Kubrick Con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers

Attenzione! Contiene spoiler.

In questa recensione non vorrei stare a spulciare le differenze tra film e romanzo, in parte l’ho già fatto e, comunque, è un’operazione che mi interessa relativamente. Come ho già avuto occasione di dire quanto più forte è la personalità del regista che dirige tanto maggiore è l’apporto che questo darà alla storia che sta raccontando. E in Shining delle ossessioni personali di Kubrick se ne trovano parecchie.

1. La geometria

Kubrick adorava la matematica e tutto ciò che ad essa è collegato come, ad esempio, la musica. O la geometria, che altro non è che la traduzione in immagini di principi matematici (perdonate la mancanza di scientificità di tale definizione ma mi serve per esprimere il concetto). Semplificando la geometria è la matematica del regista, che utilizza lo sguardo come tramite per esprimere i concetti che vuole trasmettere allo spettatore. E Shining è pieno zeppo di geometrie. E’ decorata da disegni geometrici la moquette dell’Overlook Hotel, specialmente i corridoi su cui si affacciano le camere dove con bellissimi dolly che si allontanano Kubrick evidenzia la presenza di esagoni sui toni del rosso e del marrone. E’ necessariamente geometrico il labirinto adiacente all’albergo in cui si svolge l’inseguimento finale tra la neve. E tale geometria è sottolineata da Kubrick da splendidi movimenti di macchina come quello con cui riprende Jack che contempla il modellino del labirinto da diverse angolature (salvo poi farci capire che il labirinto osservato da Jack è, in realtà, quello vero quando, riprendendolo dall’alto, vediamo Wendy e Danny che lo percorrono) oppure quello in cui pedina madre e figlio mentre passeggiano per il labirinto inquadrandoli a distanza ravvicinata e ad altezza d’uomo. Sono geometriche le due bambine che appaiono a Danny che si muovono sempre come se fossero due metà speculari di un unico corpo. E, ancora, sono geometrici i bagni degli uomini dove Jack e Grady si confrontano sulla necessità di sterminare la famiglia, come sottolinea l’alternarsi di elementi rossi e bianchi e la ripetitività degli arredi.

2. La musica

Come ricordato prima la musica è un’altra delle fissazione di Kubrick e in Shining è utilizzata in maniera extradiegetica per sottolineare i momenti di suspance e di orrore. La musica in Shining ha esattamente la funzione dell’architettura: riflette gli stati d’animo degli attori. Come tutta la scenografia dell’Overlook diventa personaggio del film, in quanto interagisce direttamente con i personaggi stessi influenzando i loro comportamenti (e questo è ciò che avviene esattamente anche nel romanzo dove l’Overlook diventa anche esso protagonista), così anche la musica si sostituisce al pensiero dei personaggi sottolineando il mutare dei loro stati d’animo (memorabile la scena in cui Jack Nicholson in piedi a lato della sua scrivania fissa lo sguardo davanti a sé e viene posseduto dall’albergo e dai suoi fantasmi attraverso un bellissimo commento musicale capace di produrre ansia in chi lo osserva).

Tutte le visioni di Danny e di Jack all’Overlook sono sempre accompagnate da un commento musicale che contribuisce ad aumentare la tensione e ad incanalare lo sguardo dello spettatore su quello che il regista vuole mostrargli.

3. La filosofia (o, meglio, la psicologia in questo caso)

Questo è l’elemento più complesso da analizzare anche se è immancabile nelle pellicole del regista. L’universo cinematografico di Kubrick è costellato di simboli, metafore e rimandi che possono essere colti a più livelli di penetrazione a seconda della propria sensibilità e preparazione. I film di Kubrick, oltre che visti, vanno anche un po’ studiati per poterne cogliere la complessità. Nel caso di Shining è evidente che ciò che gli interessa è riflettere sul meccanismo della paura e su come questa si impossessa dei suoi personaggi e, nello stesso tempo, su come trasmetterla allo spettatore. Uno degli espedienti utilizzati per ottenere questo effetto è quello della musica, come già accennato. Un altro espediente è la scelta delle inquadrature. Kubrick quasi sempre pedina i suoi personaggi (l’esempio più evidente sono le corse in triciclo di Danny per i corridoi dell’Overlook), li inquadra ad altezza d’uomo e a distanza ravvicinata in modo da coinvolgere lo spettatore completamente ed immergerlo dentro ciò che sta per accadere creando quell’aspettativa necessaria all’imminente manifestazione dell’orrore. Una delle scene più belle, da questo punto di vista, è il piano lungo con cui il regista riprende Danny sul triciclo che corre per i corridoi dell’albergo fino a quando non si ferma improvvisamente all’apparizione delle bambine che gli chiedo “Vieni a giocare con noi?”. Stacco ed inquadratura delle stesse bambine trucidate nel medesimo corridoio. Altro stacco ed una serie di inquadrature alternate del primo piano terrorizzato di Danny, delle bambine in piedi nel corridoio riprese a distanza sempre più ravvicinata e delle stesse bambine morte ricoperte di sangue. E’ una scena ad effetto costruita in maniera perfetta che ha il potere di inquietare e terrorizzare al tempo stesso. L’orrore, in questo caso, ma anche in quasi tutti gli altri momenti del film, è generato anche da un senso di spaesamento che coglie lo spettatore che si trova costretto a collocare fisicamente personaggi in luoghi dove non dovrebbero essere. Le presenze che dimorano nell’Overlook spaventano proprio perché sono fuori posto (meccanismo ricorrente un po’ in tutti gli horror ma portato da Kubrick alla sua massima potenzialità espressiva) perché non sai spiegarti il motivo per cui si trovano dove il regista te le sta mostrando.

Da quanto detto fino ad adesso non ci si capacita delle ragioni per cui Stephen King abbia sempre osteggiato il film di Kubrick; non l’ha apprezzato al momento dell’uscita nelle sale e non ha mai mostrato di aver cambiato idea successivamente. In realtà la ragione è abbastanza evidente (e ne abbiamo già parlato): dalla pellicola di Kubrick vengono eliminati completamente tutti gli elementi di approfondimento psicologico tanto centrali nel libro di King. Il posto è lasciato alle ossessioni personali del regista ed alla sua necessità di indagare nei meccanismi dell’orrore. E questo proprio non poteva piacere al Re che ha scritto un romanzo imperfetto ma molto genuino dal punto di vista dei sentimenti raccontati. La freddezza intellettuale di Kubrick è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto al modo di approcciarsi allo stesso tema da parte dello zio Stevie. E questa divergenza è, necessariamente, incolmabile.

A questo punto sono curiosa di vedere la realizzazione di Shining curata dallo stesso King nel 1997 e capire quanto del suo romanzo è invece presente lì e, parallelamente, quanta parte dell’immaginario creato dalla pellicola di Kubrick abbia influenzato la realizzazione kinghiana.

P. s. Per stemperare l’apparente serietà di questa analisi vi consiglio caldamente la visione dei due doppiaggi del Nido del Cuculo tratti da due scene del film che trovate di seguito. E poi fatemi sapere se riuscirete ancora a guardare Shining seriamente la prossima volta 😉

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Parliamo di Shining. Il libro, perché il film sarà oggetto di un post a parte.

Shining di Stephen King (1977)

Attenzione! Contiene spoiler

Il titolo di questo post è una frase tratta direttamente dal romanzo e mi ha colpita decisamente perché me la sono trovata davanti quando già da qualche giorno stavo elaborando un mio personalissimo confronto tra Shining e Alice nel Paese delle Meraviglie. Leggere quella frase mi ha fatto capire che l’idea che mi era venuta non era così campata in aria ma che, al contrario, era frutto di una scelta voluta dallo stesso King. Gli elementi di raffronto ci sono e alcuni sono anche abbastanza evidenti. Quando la famiglia Torrance si trasferisce all’Overlook per trascorrervi l’inverno entra decisamente in un mondo parallelo che, inizialmente, li affascina (la bellezza dell’edificio e degli arredi, la vastità del giardino e del parco, la perfezione del giardino figurato), quasi subito li inquieta (le prime visioni di Danny, il pericolo costituito dalla possibile esplosione della caldaia se non ne viene frequentemente monitorata la pressione, l’isolamento) ed, infine, li terrorizza (l’apparizione della donna nella camera 217, la comparsa dell’uomo-cane e degli altri personaggi della festa in maschera, il bambino nel tubo di cemento, le siepi a forma di animali che cominciano a muoversi). Questo mondo parallelo è una specie di Paese delle Meraviglie dove la malvagità è manifesta (mentre nel romanzo di Lewis Carroll prevale il lato estraniante su quello inquietante -che è, comunque, presente-  nel romanzo di King accade esattamente il contrario), dove tutti i sentimenti e le pulsioni positive si trasformano in negative e dove l’influenza del male che dimora nell’albergo, piano piano, ha la meglio sui suoi occupanti. Nel romanzo di King i personaggi assurdi che popolano il romanzo di Carroll (dal Brucaliffo al Gatto del Cheshire, dal Cappellaio matto al ghiro fino alla malvagia Regina di Cuori) sono rappresentati dai fantasmi che infestano l’albergo e che, in maniera più o meno intensa, vengono percepiti da tutti e tre i componenti della famiglia Torrance. Come nel romanzo di Carroll il Paese delle Meraviglie vuole Alice e cerca in tutti i modi di trattenerla, allo stesso modo l’Overlook vuole Danny ed agisce su di lui per farlo restare attraverso la figura di Jack.

Jack diviene uno strumento nelle mani dell’albergo, uno strumento da utilizzare per arrivare al figlio, attraverso false promesse di successo (l’Overlook fa credere a Jack che è lui il destinatario delle sue attenzioni, che è lui che vuole trattenere affinché diventi il direttore dell’albergo, un uomo di potere e di successo, aspirazione irrealizzata di tutta la sua vita personale e professionale) e facendo leva sulla sua rabbia che è il suo punto debole. L’arma che tenta di usare l’albergo contro Danny è, in pratica, l’amore profondo che il bambino nutre per la figura paterna e che King ci descrive in maniera perfetta.

Altro elemento che rimanda ad Alice nel Paese delle Meraviglie è il gioco del roque che appare come un fil rouge lungo tutto il romanzo con citazioni più o meno dirette. Il roque non è altro che la variazione americana del croquet inglese e proprio una partita a croquet è quella giocata dalla Regina di Cuori con Alice nella parte finale del romanzo di Carroll. L’Overlook Hotel possiede un bellissimo campo da roque e, fin dalle prime pagine del romanzo, si percepisce una sensazione inquietante riguardo a questo sport.

Danny sentirà spesso nella sua mente il rumore ritmico di una mazza da roque battuta sulle pareti dell’albergo e proprio la mazza da roque sarà l’arma imbracciata da Jack per eliminare la sua famiglia. E il contatto con le mazze da roque provocherà un attimo di smarrimento anche in Dick Halloran, il cuoco dell’Overlook dotato di poteri simili a quelli di Danny,  inducendogli la tentazione di far del male a Danny e a Wendy dopo che Jack perirà nell’incendio dell’albergo.

Infine l’ultimo elemento che ricorda Alice nel Paese delle Meraviglie è il giardino figurato con le siepi a forma di animali (non a caso una di queste rappresenta un coniglio!). Non è certamente una citazione diretta ma il giardino della Regina di Cuori dove si gioca la partita a croquet e dove le carte di fiori dipingono le rose della Regina è immaginabile come un giardino figurato (e nel film della Disney tratto dal libro di Carroll, infatti, la scena si svolge in un giardino-labirinto, cosa che collega Alice nel Paese delle Meraviglie anche alla versione cinematografica di Shining in cui il giardino-labirinto prende il posto del giardino figurato del romanzo).

Concludo l’analisi del libro argomentando il motivo per cui, secondo me, il romanzo non è del tutto riuscito. Come ho già accennato ritengo che la forza del libro sia l’approfondimento psicologico dei personaggi unito alla descrizione efficace dei rapporti genitori figli e, soprattutto, del legame d’amore tra Danny e Jack. La parte debole, a mio parere, è proprio la storia che risulta non molto incisiva perché King si sofferma spesso su descrizioni poco funzionali alla trama disperdendo la tensione e allentandola nel momento in cui sarebbe necessario intensificarla. La scrittura stessa non è bellissima ed è inferiore agli standard dello zio Stevie che, in altre occasioni, riesce ad essere poetico ed essenziale mentre in questo romanzo non sorprende mai il lettore ma lo accompagna con una narrazione piuttosto convenzionale.

P.s. I disegni che illustrano il post sono presi da qui e sono, a mio parere, bellissimi 🙂

4. Ossessione

Stanotte sono riuscita a terminare la lettura di Shining resistendo al sonno. Così sono pronta a cominciare Ossessione, il quarto libro pubblicato da King e il primo scritto con lo pseudonimo di Richard Bachman.

A Shining dedicherò, come al solito, un post nei prossimi giorni ma volevo anticipare che le impressioni già emerse durante la lettura sono state in gran parte confermate. Al di là della mia passione personale ed assolutamente soggettiva per il personaggio di Jack Torrance resta un libro debole dal punto di vista dell’intreccio e, anche, da quello della scrittura. Probabilmente, ci sono dentro troppe cose, troppi spunti e troppe idee non completamente risolte.
In quest’ottica l’idea di un seguito è piuttosto allettante. Perché, alla fine, viene davvero da chiedersi che cosa potrà mai riservare il futuro al piccolo Danny, costretto a crescere con il senso di colpa di aver provocato la morte del suo amato padre, anche se indirettamente. E chissà se il fantasma di Jack non continuerà a far visita al figlio adorato una volta cresciuto… Sarebbe sicuramente una delle tipiche cose da King che i suoi estimatori incondizionatamente amano (me compresa).

Ma basta parlare di Shining. Parliamo di Ossessione, invece. Nel caso del primo libro di Bachman si tratta per me di una rilettura e, se non ricordo male, è anche il primo libro di King che ho letto. Ma di questo non sono più tanto certa dato che sono passati parecchi anni. Di sicuro ricordo che è un libro che mi piacque tantissimo e che, da allora, non ho più avuto occasione di rileggere, per cui sono ansiosa di farlo oggi.

Come al solito vi riporto i dati dell’edizione che leggerò.

  • Traduttore: Tullio Dobner
  • Brossura 233 Pagine
  • ISBN-10: 8845215989
  • ISBN-13: 9788845215988
  • Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 140)
  • Data di pubblicazione: Jan 01, 1988

Dimenticavo, vale la pena sottolineare che è il primo libro di King tradotto da Tullio Dobner (il primo nell’ordine cronologico delle pubblicazioni kinghiane  ma non il primo in assoluto dato che in Italia è uscito solo nel 1988, dopo che l’alter ego di King fu svelato ai lettori) che per molti anni sarà il traduttore indiscusso del Re. Poi, di recente, è venuta l’epoca Wu Ming e le cose sono cambiate…

I padri di King

La lettura di Shining prosegue inesorabile. Il libro è di quelli che prende e spinge ad andare avanti nonostante il poco tempo e il sonno che si fa sentire la sera. Lo credevo impossibile ma mi sono dimenticata subito del film di Kubrick. Perché il romanzo è tutta un’altra cosa. L’avevo letto ovunque ma solo la lettura effettiva del libro mi sta portando a consapevolizzarmi veramente di questo. Kubrick ha scelto di rappresentare, nel suo film, solo la superficie di un romanzo che è estremamente stratificato e complesso. Ed è per questo che King non ha mai amato il film. Perché nel film manca tutto ciò che rende il libro degno di essere letto.

Ma vorrei fugare subito tutti i dubbi. Il romanzo non è un capolavoro. Non sono neppure convinta che sia un romanzo riuscito, ma per dichiararlo devo almeno terminare la lettura. La struttura dell’opera è debole e King cede in più occasioni ad un eccesso di descrizioni che nuocciono alla storia. La trama, di per sé, non è equilibrata e non riesce completamente a mantenere alta la tensione. Anche l’incertezza di chi ne sia il vero protagonista nuoce allo sviluppo. E’ Danny il protagonista, come sembra alludere il titolo? O è Jack, come sembra preferire King (e io, oh, anche io parteggio inevitabilmente per quest’uomo rabbioso e fragile!)? O è l’Overlook Hotel il vero protagonista, personaggio a tutto tondo che è, evidentemente, vivo? Per adesso non è dato saperlo e, probabilmente, una scelta definitiva King non la farà mai.

Altro aspetto che nuoce alla vicenda, a mio parere, è la scelta di identità di tempo e di luogo secondo i dettami della tragedia classica che fa sì che la storia sia ambientata in un albergo tagliato fuori dal resto del mondo da un inverno rigido. Questo porta a concentrare l’attenzione solo sui tre componenti della famiglia Torrance e a scavare solo dentro le loro paure e il loro passato. E sebbene la cosa sia condotta dal Re egregiamente manca totalmente quella coralità che è il segno caratteristico delle storie kinghiane. Lo scrittore del Maine dà il meglio di sé nelle storie collettive, nel raccontare di piccole comunità ricche di personaggi mai banali. Il dramma da camera, se mi passate la definizione, non gli si addice.

Ma tutto ciò che ho detto sopra non mi impedisce di affermare, con la medesima convinzione, che sia descritto in questo romanzo uno dei personaggi più felici usciti dalla penna dello zio Stevie. E’ chiaro, da tutto ciò che ho detto precedentemente, che si tratta di Jack Torrance. Qui dichiaro tutto il mio amore per un uomo capace di grandi slanci nel bene e nel male. Un uomo che non nasconde la sua fragilità ma cerca in ogni modo di sconfiggerla per il profondo amore che nutre per il figlio. Un padre perfetto che riversa sul figlio tutte le sue speranze e le sue tenerezze. Un uomo che non riesce a controllare la sua rabbia e la osserva impotente deflagrare e distruggere ciò che più ama. Un uomo posseduto, prima di tutto, dal fantasma di suo padre che adora e odia nello stesso momento senza riuscire mai ad elaborare veramente il male subito.  Un uomo fallito incapace di accettare la portata del suo fallimento. Un alcolizzato che pensa che basti smettere di bere per non esserlo più. Tutto questo è descritto da King in maniera così profonda e felice da risultare commovente. E rimane impossibile non pensare che ci debba essere qualcosa di autobiografico in tutto ciò, anche se sono sempre restia a facili psicologismi.

Un’ultima osservazione per concludere questo abbozzo di analisi. Il libro approfondisce molto il rapporto tra genitori e figli. Questo sia per quanto riguarda Jack e Danny ma anche Danny e Wendy e quello dei due adulti nei confronti dei rispettivi genitori. E’ come se il leitmotiv della storia fosse la decostruzione della felicità familiare. Nessuna delle famiglie descritte nel romanzo è mai stata veramente felice. Certo Wendy e Jack si amano, nonostante tutto. Ma non riescono ad instaurare un rapporto di fiducia reciproca e, soprattutto, non riescono a dare sicurezza a Danny che vive con angoscia la possibilità che i suoi genitori divorzino. La famiglia di origine di Jack è stata distrutta da un padre violento e alcolizzato (!) che il piccolo Jack adorava ma che non è mai riuscito a tenere a freno né ad impedire che si sfogasse sui figli ma, soprattutto, sulla moglie. Da parte sua Wendy, ancora da adulta, deve fare i conti con l’ingombrante figura della madre che la considera una buona a nulla e non perde occasione per ricordarglielo.

Il sogno della famiglia quale rifugio e luogo di crescita serena si rompe definitivamente. E, in questo contesto catastrofico, l’infanzia non può essere felice. E Danny, infatti, è un bambino già adulto, sia per il potere che possiede sia, a maggior ragione, perché è costretto a vivere cose che nessun bambino dovrebbe vivere. E questo King sembra saperlo molto bene.

Anche su Shining ho superato il giro di boa di metà lettura (applausi!). E, come di consueto, dedico un post al prossimo libro da affrontare.

Si tratta di Ossessione, il primo romanzo di Richard Bachman, lo pseudonimo che il Re ha utilizzato, fin dagli esordi, per sperimentare un tipo di scrittura diverso da quello a cui ha abituato i suoi fan. Sicuramente vale la pena dedicare un post a Bachman e al suo stile ma ne riparleremo in maniera più approfondita quando mi sarò riletta un po’ dei suoi romanzi.

Accenno brevemente alla trama del romanzo perché è sicuramente uno dei meno noti del Re e alcuni di voi, forse, non lo conoscono. Il racconto narra di uno studente delle superiori che uccide due insegnanti e tiene in ostaggio i suoi compagni di classe costringendoli, in una specie di terapia di gruppo, a tirare fuori i lati più oscuri ed aberranti del loro carattere e a raccontare gli episodi della loro vita di cui più si vergognano. Naturalmente non vi rivelo il finale ma potete immaginare che non sarà certo positivo…

Ossessione è, a tutti gli effetti, il primo romanzo scritto da King attualmente pubblicato. La prima stesura, infatti, risale al 1966 e vede la luce, nella sua forma più o meno definitiva, nel 1968 quando lo sottopone, per un’esercitazione di scrittura creativa, al giudizio del suo insegnante, durante una lezione universitaria (per inciso il primo titolo dell’opera era Getting It on e l’insegnante lodò molto il lavoro di King spingendolo a proseguire sulla strada della scrittura). Ma è soltanto nel 1977 che il romanzo viene pubblicato, lo stesso anno in cui viene dato alle stampe Shining. La scelta di pubblicare il testo con lo pseudonimo di Richard Bachman (che accompagnerà la vita editoriale di King fino al 1984, anno in cui verrà smascherato da un lettore) è dovuta essenzialmente a due motivi, uno di natura stilistica e l’altro di immagine, se così possiamo dire.

Il romanzo è scritto in uno stile tagliente ed essenziale ed è quasi brutale nella scelta di non voler conquistare il lettore ma di volergli sbattere in faccia la violenza. Nelle opere di Bachman c’è molta meno psicologia rispetto alle opere di King. Bachman non tenta più di tanto di capire i suoi personaggi né di renderli accattivanti per i suoi lettori. I protagonisti dei romanzi dell’alter ego di King sono quasi tutti antipatici o, per lo meno, quasi mai suscitano empatia. Lo stesso non si può dire di King che, alla fine dei conti, ama sempre i suoi perdenti, i personaggi più deboli e, in qualche modo, cerca di far affezionare a loro anche il lettore.

Il secondo motivo che spinge King a creare Bachman è di natura essenzialmente psicologica. Lo scrittore del Maine è curioso di vedere se le sue opere vendono per motivi di qualità di scrittura o, almeno in parte, perché sono romanzi di Stephen King. E, in effetti, i libri di Bachman conosceranno veramente il successo solo quando l’alter ego del Re sarà rivelato. Fino a quel momento erano un oggetto di nicchia, amato da una fetta marginale di pubblico.

E’ interessante notare (ma ci ritorneremo) come i primi romanzi di King trattino spesso della rabbia e dell’incapacità di gestirla (Carrie compie la sua vendetta in preda all’ira, in Ossessione il movente di tutto il romanzo è la rabbia repressa che poi deflagra e anche in Shining, alla fine, il tema centrale è proprio l’incapacità di Jack Torrance di convivere con le sue pulsioni di rabbia)

Voglio concludere questa breve introduzione al libro citando un brano di un’intervista allo zio Stevie del 1999. Il testo integrale lo trovate qui, l’estratto che vi riporto è una mia libera traduzione dall’inglese quindi perdonate la forma non proprio oxfordiana 😉

Simpatizzo con i perdenti del mondo e, in qualche modo, comprendo la cieca rabbia adolescenziale e il panico da topo in trappola che caratterizza la scelta obbligata di crescere, fino al punto in cui la violenza sembra essere l’unica risposta possibile alla sofferenza. E anche se compatisco i ragazzi che hanno sparato a Columbine mi piace pensare che, se fossi stato nella posizione di farlo, li avrei uccisi io stesso, se non ci fosse stata scelta, che li avrei abbattuti come un animale selvatico che non si riesce a far smettere di mordere. Arriva un momento in cui gli Harris e i Klebold diventano impossibili da salvare, quando hanno superato quel confine invisibile e sono entrati in quella terra in cui ogni impulso violento è lasciato libero di sfogarsi. A questo punto le regole sociali non contano più e rimane solo il dovere di salvare quante più persone possibile da quello che mi sembra essere il male del secolo attuale, nel senso che questo termine assume nel Vecchio Testamento. E anche se esperti, politici e psicologi esitano ad utilizzare questa parola -e io stesso, in effetti, esito ad usarla- nessun’altra mi sembra più calzante per indicare queste azioni e le rovine che si lasciano alle spalle. E in presenza del male tutta la pietà o la compassione che possiamo provare deve essere messa da parte e conservata solo per le vittime.

E proprio in seguito agli episodi avvenuti nella scuola superiore di Columbine, dopo che altri fatti analoghi erano accaduti anche in altre scuole americane, che King decide di ritirare dal commercio Ossessione dichiarando che sebbene secondo lui non ci sia nessun collegamento diretto tra libri o film violenti e simili stragi è pur vero che un romanzo simile, in una mente già deviata, può provocare la scintilla che innescherà l’esplosione di violenza.

Resta da dire che non sono completamente d’accordo con il Re e con la sua teoria perché la trovo abbastanza esplicativa del modo di pensare americano che ritiene che, spesso, non ci siano alternative a punizioni esemplari e che preferisce, in molti casi, uccidere i suoi assassini con la pena di morte piuttosto che impedirgli di uccidere rendendogli meno facile l’accesso alle armi. Ma sarebbe una lunga discussione che andrebbe argomentata un po’ meglio di così e questo post non è il luogo adatto dato che l’ho scritto, semplicemente, per presentare uno dei migliori libri di King Bachman, almeno a mio parere.

3. Shining

Ci siamo. Complice un freddo sabato pomeriggio di fine ottobre ho terminato Le notti di Salem! Nei prossimi giorni posterò la recensione ma, per adesso, volevo rimarcare la bellezza di questo libro. Se non lo avete letto correte a farlo, se lo avete già letto vi assicuro che la rilettura dà ancora più soddisfazione della scoperta di questo romanzo.

Ma lasciamo da parte Le notti di Salem.

E’ il momento di buttarsi a capofitto in Shining, sperando che i prossimi giorni mi lascino un po’ più di tempo libero per dedicarmi alla lettura. Nel caso di Shinig, come ho già avuto modo di dire, si tratta per me della prima volta.
Ho visto spesso il bellissimo film di Kubrick ma non avevo mai sentito la necessità di leggere il libro da cui è tratto. Anche perché in molti non lo amano particolarmente e anche questo, forse, mi aveva tolto la voglia di leggerlo. Adesso, invece, sono contentissima di farlo e sono proprio curiosa di vedere tutte le differenze col film (che si dice siano numerose) ma, soprattutto, sono curiosa di conoscere il personaggio di Jack così come lo ha tratteggiato lo zio Stevie.

Come al solito di seguito trovate i dati relativi all’edizione che leggerò:

Brossura 429 Pagine

ISBN-10: 8845215598

ISBN-13: 9788845215599

Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 132)

Data di pubblicazione: Jan 01, 1990

Traduzione: Adriana Dell’Orto

E ora scusate ma ho un impegno. Con Jack

Jack Torrance il licantropo

Ormai ho superato abbondantemente la metà de Le notti di Salem ed è il momento di prendere in considerazione il terzo romanzo pubblicato da Stephen King, Shining. Probabilmente è il suo titolo più famoso anche se la fama non è strettamente legata all’opera letteraria quanto, piuttosto, al film che ne trarrà Stanley Kubrick qualche anno dopo. E la fama del film (che è, effettivamente, un capolavoro, senza entrare nella discussione su quanto Kubrick abbia alterato e reinterpretato l’opera del Re) ha finito per offuscare l’opera letteraria su cui è basato tanto che quasi tutti hanno visto il film mentre ben pochi hanno letto il libro (me compresa e ne faccio un mea culpa!).

L’ispirazione principale del romanzo viene a King durante una breve vacanza che lui e Tabitha si concedono nell’autunno del 1974 dopo il successo della pubblicazione di Carrie. Da poco la famiglia King si è trasferita a Boulder in Colorado, potendosi, finalmente, permettere di abbandonare la roulotte nella quale vivevano e prendersi un piccolo appartamento.

Quell’autunno i King decidono di passare una notte allo Stanley Hotel di Estes Park (Colorado) che darà allo zio Stevie l’ispirazione per l’Overlook Hotel di Shining. L’albergo sta per chiudere per l’inverno e i King sono gli unici ospiti. Lo scrittore rimane affascinato dalla costruzione ma, soprattutto, dall’atmosfera dell’albergo e comincia a concepire una storia di fantasmi ambientata in un vecchio albergo isolato.

Tornato a casa King comincerà a scrivere di getto il romanzo buttando giù la prima stesura in poco più di tre mesi. Nel raccontare la vicenda di questo padre alcolizzato e violento lo scrittore ha raccontato molto del se stesso dell’epoca (quando era un forte bevitore e faceva uso di droghe) ma pare che non se ne sia reso conto subito ma solo a distanza di tempo.

King vede Jack Torrance sostanzialmente come una persona buona ma debole. Un uomo ossessionato dalle violenze subite in passato a causa del padre e talmente fragile da aver paura perfino delle proprie reazioni nei confronti del figlio. Il termine licantropo che ho utilizzato nel titolo del post deriva da una felice definizione di Ciro Ascione che parla del licantropo come uno dei cinque archetipi della letteratura horror e che descrive come una creatura mostruosa non responsabile delle proprie azioni in quanto in lui avviene una metamorfosi (non  necessariamente fisica come nel topos classico del licantropo quanto, soprattutto, psichica come nel caso di Mister Hyde, altro esempio famoso di personaggio-licantropo) che lo porta a soddisfare i suoi più bassi istinti senza esserne pienamente cosciente.

E il personaggio di Jack è proprio questo: un uomo, in fondo buono, che cerca una possibilità di riscatto con tutte le sue forze ma che è troppo debole per dominare i suoi lati oscuri dovuti, in parte, all’educazione violenta impartitagli dal padre e, in parte, da una sorta di possessione che subisce durante il soggiorno all’Overlook da parte del vecchio custode dell’albergo Grady (che si era reso responsabile dello sterminio della propria famiglia).

King dà all’opera un’impostazione teatrale tanto da dividere la prima stesura in cinque atti invece che in capitoli (l’ispirazione è allo shakespeariano Re Lear) ma questa impostazione sarà modificata nella stesura successiva così come, per volere della Doubleday, saranno rimossi prologo ed epilogo, considerati inutili ed eccessivamente prolissi dall’editore (il prologo, che conteneva una ricostruzione storica delle vicende avvenute nell’Overlook Hotel prima dell’arrivo dei Torrance sarà poi pubblicato a parte sulla rivista Whispers nel 1982). Sempre la Doubleday si rende responsabile del rifiuto del titolo originale attribuito da King al romanzo: The Shine (ispirato alla canzone Istant Karma di John Lennon). Il motivo del rifiuto è che il termine shine viene utilizzato, in maniera dispregiativa, per indicare la gente di colore mentre il termine shining, scelto come titolo definitivo del romanzo, non dà adito a fraintendimenti di sorta. E sempre a proposito di titoli è curioso notare che il titolo italiano con cui è stato pubblicato il romanzo nel 1978 è Una splendida festa di morte (sicuramente molto più evocativo del titolo attuale) a cui subentrerà il titolo con cui tutti noi lo conosciamo solo dopo l’uscita del film di Kubrick nel 1980.

A proposito, ormai saprete tutti che King sta scrivendo proprio il seguito di Shining in cui racconterà la storia del piccolo Danny ormai cresciuto. Come è nel suo stile zio Stevie ha presentato a sorpresa il libro durante una festa universitaria a cui non era stato neppure invitato e dove, invece, è salito sul palco e ha letto, ai fortunati presenti, un estratto del primo capitolo del manoscritto in corso di completamento. Davvero una bella iniziativa.

Al cinema con zio Stevie

Vorrei fare alcune riflessioni sulla filmografia derivata di libri di Stephen King. Innanzitutto vale la pena di notare che sono moltissimi gli adattamenti cinematografici dalle sue opere. E questo non è dovuto solamente alla sua prolificità di scrittore ma anche al fatto che il suo stile di scrittura è, di per sé, estremamente cinematografico. Leggendo molti dei suoi romanzi o racconti viene spontaneo immaginarsi i personaggi o gli episodi narrati. Il talento visivo di King è innegabile.

Molte pellicole cinematografiche tratte dalle sue opere, dicevamo. In realtà ce ne sono altrettante ispirate alle sue opere senza che ne siano tratte in nessun modo e altre che riportano solo lo stesso titolo offrendoci uno sviluppo completamente diverso (una su tutti, come ho già ricordatoIl tagliaerbe di Brett Leonard che all’epoca della sua uscita fece indignare enormemente il Re costringendolo a fare causa alla New Line, la casa produttrice). Al di là del discorso dello sfruttamento del nome a fini pubblicitari mi interessa il fatto che questa vicenda testimonia, inequivocabilmente, che il nome di King attiri e venda, soprattutto al cinema. Se mi soffermo a pensarci sono tantissime le produzioni cinematografiche che devono molto alle sue storie ed alle sue atmosfere. Per citarne solo alcune mi vengono in mente il bellissimo Frailty, convincentissimo esordio alla regia di Bill Paxton,  un film ingiustamente poco conosciuto che racconta delle conseguenze che avrà sui figli l’ossessione religiosa di un padre solo (i rimandi a Carrie sono innegabili), oppure il suggestivo (anche se non del tutto riuscito) Premonition di Mennan Yapo, in cui una donna si muove avanti e indietro nei giorni che preludono alla morte del marito per tentare di impedire l’incidente in cui verrà coinvolto (la trama è fortemente suggestionata da La zona morta, anche se lo sviluppo è completamente diverso), o, infine, lo spagnolo Rec di Jaume Balagueró, un horror claustrofobico ed inquietante che si svolge tutto in una notte all’interno di un palazzo sigillato dal quale è impossibile uscire (un po’ come l’Overlook Hotel di Shining dopo la caduta della neve). Ci potrebbero essere ancora tantissimi esempi del genere, questi sono i più significativi che mi sono venuti in mente ma tutto l’horror cinematografico contemporaneo si può dire che sia figlio di Stephen King.

Ma per tornare alla filmografia in oggetto si nota subito che il regista che ha curato il numero maggiore di realizzazioni dalle opere di King è Frank Darabont che ha cominciato girando un cortometraggio tratto dal racconto La donna nella stanza per poi passare ai lungometraggi con Le ali della libertà, Il miglio verde e l’irrisolto The mist. Pare che il sodalizio Darabont e King sia uno di quelli destinati a durare, pur non essendoci attualmente notizie di una loro futura collaborazione, ma il regista resta, sicuramente, uno degli interpreti migliori delle atmosfere e delle suggestioni dello scrittore del Maine. A mio avviso, però, i migliori film tratti dalle opere di king sono quelli girati da Rob Reiner, regista che personalmente apprezzo moltissimo. Le riduzioni cinematografiche de Il corpo e di Misery sono due film stupendi, con una loro dignità artistica indipendente dall’opera da cui sono tratti pur rimanendone particolarmente fedeli.

Per concludere vale la pena osservare che i film girati dai nomi più altisonanti e celebri tra quelli che si sono cimentati nell’opera del Re sono, forse, i meno riusciti. E non perché non siano dei bellissimi film ma perché questi registi hanno messo molte delle loro ossessioni nella riduzione dell’opera kinghiana, tradendo, chi più chi meno, l’idea originale del romanzo o del racconto da cui sono state tratte le rispettive pellicole. E, infatti, sono proprio queste opere quelle che non hanno del tutto convinto lo zio Stevie. Ma è innegabile che la potenza visiva di Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, di Shining di Stanley Kubrick o de La zona morta di David Cronenberg restano impressi e, spesso, proprio per la loro forte personalità, rischiano di mettere in ombra anche il romanzo dal quale sono stati tratti. Sfido chiunque a leggere Shining senza pensare al sorriso mefistofelico di Jack Nicholson. Anche quello, come i migliori romanzi del Re, contribuirà ad alimentare i nostri incubi per molte notti a venire…

Aggiornamento

Per un confronto con quanto detto nel post date un’occhiata anche a questa classifica stilata da CineFatti. È utile per farsi un’idea ulteriore del rapporto tra zio Stevie e il cinema.