Come anticipato nel post precedente mi sono riletta un po’ della biografia di Stephen King. Non mi metterò a riportare in questo post notizie biografiche reperibili a chiunque navighi in rete, vi segnalo solamente un link al sito che, a mio parere, tratta in maniera più completa la vita e le opere del Re del brivido, quello de Il Corriere della Sera.

La frase che dà il titolo al post è attribuita, a seconda delle fonti, alla madre o a King stesso. E’ comunque esplicativa di quella che deve essere stata l’infanzia dello scrittore dopo l’abbandono da parte del padre, quando la famiglia poteva contare solamente sui lavori saltuari svolti dalla madre. La figura paterna è, a mio parere, una specie di ossessione che accompagna King per tutta la vita così come l’amore e l’attenzione per l’infanzia. Se ne leggiamo la biografia e si conoscono un po’ i suoi romanzi non si può fare a meno di notare dei parallelismi abbastanza evidenti tra il suo vissuto e quello che racconta. Il padre di King uscì di casa quando lo scrittore aveva solo due anni e non fece mai ritorno. Questo abbandono apparentemente improvviso ed immotivato (o, almeno, percepito così da un bambino di appena due anni) deve aver generato nell’autore tante domande senza risposta anche negli anni successivi. Non sono riuscita a trovare da nessuna parte notizie sul padre né a capire se King abbia mai provato, in seguito, a cercarlo. Intorno a questa figura pare esserci una comprensibile reticenza, sintomatica di un trauma non risolto (anche senza fare facili psicologismi…).

Spesso, leggendo i suoi romanzi, mi sono fermata ad immaginare quello che deve aver rappresentato per lui l’infanzia. In effetti ben pochi scrittori sono riusciti a descrivere questo periodo della vita in maniera così sincera (senza tralasciare i suoi aspetti più crudeli e sgradevoli) e partecipata come Stephen King. Da cosa viene questa empatia con l’infanzia?  Lo stesso scrittore ha affermato di aver analizzato nuovamente la sua infanzia con la nascita dei suoi figli. Diventare padre per lui non ha significato perpetuare la sua specie ma chiudere un cerchio, rivivere un passato in parte rimosso e ricollocare le esperienze al loro giusto posto. Ristabilire il giusto ordine delle cose, insomma.  In maniera più colorita affermerà che “vomitare il passato quando il presente è ancora peggiore fa sembrare certo vomito quasi succulento“. Del resto dalla sua biografia si apprende anche che lo scrittore ha dovuto affrontare la dipendenza da alcool e droghe e anche questo è un elemento non trascurabile se collegato ad un’infanzia non priva di ombre.

Sembrerà fuori luogo ma dato che l’ho pensato non ha senso tenerlo per me. Il paragone immediato che mi viene in mente se penso al modo di descrivere l’infanzia di King è Niccolò Ammaniti. Anche se sono due scrittori e due personalità molto diverse nel loro modo di descrivere i bambini hanno non pochi punti in comune. E oserò di più paragonando Il corpo di Stephen King (racconto da cui è tratto il film Stand by Me di Rob Reiner e, forse, più noto proprio col titolo del film) a Io non ho paura di Niccolò Ammaniti. Sono entrambi due racconti lunghi che trattano di bambini messi alla prova in situazioni che spaventerebbero anche un adulto ma che riescono, grazie proprio al coraggio o, se vogliamo, all’incoscienza tipiche dell’infanzia ad affrontare i propri mostri.

Sarebbe interessante fare un’analisi comparata ed approfondita dei due testi. E non è escluso che non mi venga l’idea di farla quando nella mia impresa arriverò ad affrontare la lettura della raccolta di Stagioni diverse in cui è contenuto appunto Il corpo.

(to be continued…)