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Donnine putride

Perché, a volte, ciò che minaccio lo realizzo. Purtroppo

Come si può facilmente evincere dal titolo il tema di questo post sono i personaggi femminili ormai annegati da un po’ di tempo che decidono di ripresentarsi anche se nessuno li ha invitati. Nel cinema, ma questo non si poteva evincere.

Il personaggio, da me personalmente ribattezzato donnina putrida (perché fa simpatia), non è dei più frequenti e non credo che possa assurgere a topos cinematografico a tutti gli effetti come il vampiro, lo zombi o il licantropo ma si è ritagliato comunque un suo ruolo di nicchia piuttosto interessante.

Non credo che ci sia un archetipo codificato e riconosciuto ma mi pare abbastanza evidente che il tutto possa essere fatto risalire ad Ofelia. La vicenda di Ofelia è abbastanza nota in quanto uno dei personaggi più belli dell’Amleto di Shakespeare. Ne riassumo brevemente la storia. La giovane Ofelia, figlia del consigliere del re di Danimarca, è innamorata ricambiata di Amleto, principe di Danimarca. I due giovani si sono promessi amore eterno e fedeltà ma le cose non andranno come entrambi auspicavano. Amleto finge la pazzia per vendicare la morte del padre e la sua messinscena comporta anche di tenere all’oscuro Ofelia del suo piano. La ragazza, inizialmente, non si rassegna al cambiamento avvenuto nell’innamorato e non si arrende di fronte al suo atteggiamento ostile né di fronte ai suoi rifiuti che la costringono ad allontanarsi, ma dovrà ricredersi quando Amleto ucciderà suo padre scambiandolo per l’assassino del re. A questo punto Ofelia impazzisce e comincia a vagare per il palazzo come un fantasma, perdendosi in un mondo di fantasie costruite dalla sua mente ormai vacillante. Ed è proprio un uno dei suoi vagabondaggi, mentre raccoglie dei fiori sulla riva del fiume, che la ragazza incontra la morte. Sarà una morte dolce che la vedrà sprofondare nell’acqua avvolta dai fiori senza che lei neppure se ne renda conto (e, infatti, se ne andrà sussurrando canzoni a mezza voce) fino a quando i suoi abiti, ormai zuppi, non la trascineranno a fondo.

Il personaggio di Ofelia risulta amatissimo anche nell’ambito delle arti figurative, soprattutto dai Preraffaeliti e, in generale, nella pittura vittoriana. Ed è facile anche capirne il motivo perché è una figura che simboleggia l’innocenza e la purezza, caratteristiche idolatrate da questi pittori. Inoltre, per quanto riguarda in particolare i Preraffaeliti, l’elemento naturalistico dei fiori di cui è cosparsa la fanciulla mentre annega e l’effetto dell’acqua sulle vesti bagnate sono due elementi ulteriori che hanno contribuito alla diffusione di questo soggetto nella loro produzione. Va detto che anche l’arte contemporanea non ha disdegnato il soggetto spesso attualizzandolo inserendolo in un contesto di vita quotidiana (come nel caso di Karin Andersen che sostituisce al fiume la vasca da bagno come luogo dell’annegamento della fanciulla) e traghettandolo direttamente al contesto cinematografico.

Ed è proprio al cinema che volevo arrivare.

Attenzione! Contiene spoiler

1. Shining di Stanley Kubrick

Ne abbiamo già parlato a lungo e non credo che ci sia bisogno di tornare sull’argomento. In questo contesto mi interessa solo dare un’occhiata alla donnina putrida della stanza 237 (non me ne faccio una ragione del fatto che Kubrick abbia voluto cambiare il numero della stanza rispetto al romanzo di King…). L’efficacia di questa figura, al di là della realizzazione in termini di trucco ed effetti speciali, è dovuta al fatto che Kubrick ce la presenta inizialmente come una bellissima e giovane donna che attrae Jack all’interno della stanza lusingandolo con chiare profferte sessuali salvo poi rivelarsi per quello che è nel momento in cui l’uomo si troverà avvinghiato a lei. Il contrasto tra il corpo perfetto della giovane donna che esce dalla vasca da bagno e si offre impudica a Jack e il corpo corroso dal tempo e dall’umidità della vecchia è la carta vincente di questa scena e Kubrick riesce, in questo modo, a disgustare e spaventare lo spettatore in maniera eccelsa. E fa riflettere che ancora una volta una delle scene più riuscite del film non sia affatto presente nel libro di King. Ma questa è un’altra storia.

2. Le verità nascoste di Robert Zemeckis

Anche uno dei più innocui registi hollywoodiani ha riesumato (!) il personaggio della donnina putrida, inserendolo in uno dei suoi film migliori che risulta essere anche uno di quelli più atipici della sua produzione. Vien fatto di ricordare Robert Zemeckis per la serie di Ritorno al futuro, per la riuscitissima commistione di animazione ed attori in carne ed ossa di Chi ha incastrato Roger Rabbit? o per la favola ingenua e commovente di Forrest Gump ma si tende a dimenticare questa pellicola del 2001 che, pur non essendo originalissima, riesce a trasmettere la giusta dose di tensione nello spettatore.

La trama ci offre una classica storia di fantasmi che cominciano a manifestarsi in una casa al lago dove una coppia di coniugi passa le proprie vacanze. Queste presenze si cominciano ad avvertire con rumori improvvisi ed immotivati (il lavoro del dipartimento fonico è veramente eccezionale), con lo spostamento di oggetti ma, soprattutto, quando i protagonisti si trovano in prossimità della vasca da bagno. Ben presto si capisce che questa presenza misteriosa (chiunque essa sia) è indissolubilmente legata all’acqua. Qui l’apparizione della donnina putrida è abbastanza fugace e neppure tanto impressionante. Molto più interessante è il meccanismo psicologico dell’attesa messo in scena da Zemeckis che porta lo spettatore a prefigurare la scoperta del cadavere annegato tenendo sempre alta la tensione.

3. Dark Water di Hideo Nakata

Hideo Nakata è noto ai più come regista di The Ring (la versione originale giapponese del 1998 e non l’omonimo remake americano con Naomi Watts, per intenderci) e basterebbe questo particolare per concludere che le donnine putride devono essere proprio una delle sue ossessioni. Dark Water (anche questo con un remake americano dignitoso datato 2005 che vede protagonista Jennifer Connelly) è un horror genuino di quelli che spaventano davvero e ti si insinuano nella mente tanto che non puoi fare a meno di pensarci anche giorni dopo la visione. La donnina putrida che ne è protagonista è, in realtà, una bambina e questo porta lo spettatore ad immedesimarsi con la terribile storia della sua vita e della sua morte a mano a mano che questa viene fuori. Ma è un errore imperdonabile perché come quasi tutte le donnine putride che si rispettino neppure lei cerca la pace dell’eterno riposo ma, semplicemente, è in cerca di una mamma che le faccia compagnia nel buio in cui vive. E anche se si finisce per provare pena per lei non si può fare a meno di volerla vedere definitivamente annegata nella cisterna dal quale è emersa.

4. The Ring di Gore Verbinski

Con questa pellicola il topos della donnina putrida entra direttamente nell’immaginario collettivo. Samara è veramente un personaggio a tutto tondo e non un semplice espediente orrorifico messo lì per spaventare lo spettatore. Dietro questa donnina putrida c’è una storia ed è di quelle che non possono lasciare indifferenti. E’ di quelle che spaventano e commuovono allo stesso tempo. Samara si impossessa delle persone attraverso un video allucinato in cui, tra le altre immagini, la si vede uscire dal pozzo (il ring del titolo è proprio l’anello del pozzo) in cui è stata scaraventata ad annegare. Samara entra così nel mondo reale facendo letteralmente morire di paura chiunque entri in contatto con lei. Anche dietro la terribile furia di Samara, come in Dark Water, c’è una terribile storia di abbandono ma quasi mai si riesce a provare pena per lei nonostante tutto. Nella versione di Verbinski (che prediligo rispetto a quella di Nakata) sono magnifici i colori lividi e freddi che accomunano i palazzi e la natura così come i volti delle persone tanto da dare l’impressione che l’intera pellicola sia girata proprio sott’acqua, in un mondo sommerso distante dal reale benché fatto a sua immagine e somiglianza.

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Un incubo geometrico

Ad imperitura memoria di una serata a tre di condivisione a distanza del film di Kubrick

E veniamo a parlare di quello che è considerato da molti un capolavoro. Me compresa, sia chiaro. L’ho ribadito più volte su queste pagine e mi preme sottolinearlo nuovamente. Benché il film e il libro differiscano sotto molti punti di vista alla fine lo Shining di Kubrick è un capolavoro mentre quello di King è un buon romanzo ma con qualche riserva, come abbiamo già visto.

Shining

[The Shining, USA, Gran Bretagna 1980, Horror, durata 119′]   Regia di Stanley Kubrick Con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers

Attenzione! Contiene spoiler.

In questa recensione non vorrei stare a spulciare le differenze tra film e romanzo, in parte l’ho già fatto e, comunque, è un’operazione che mi interessa relativamente. Come ho già avuto occasione di dire quanto più forte è la personalità del regista che dirige tanto maggiore è l’apporto che questo darà alla storia che sta raccontando. E in Shining delle ossessioni personali di Kubrick se ne trovano parecchie.

1. La geometria

Kubrick adorava la matematica e tutto ciò che ad essa è collegato come, ad esempio, la musica. O la geometria, che altro non è che la traduzione in immagini di principi matematici (perdonate la mancanza di scientificità di tale definizione ma mi serve per esprimere il concetto). Semplificando la geometria è la matematica del regista, che utilizza lo sguardo come tramite per esprimere i concetti che vuole trasmettere allo spettatore. E Shining è pieno zeppo di geometrie. E’ decorata da disegni geometrici la moquette dell’Overlook Hotel, specialmente i corridoi su cui si affacciano le camere dove con bellissimi dolly che si allontanano Kubrick evidenzia la presenza di esagoni sui toni del rosso e del marrone. E’ necessariamente geometrico il labirinto adiacente all’albergo in cui si svolge l’inseguimento finale tra la neve. E tale geometria è sottolineata da Kubrick da splendidi movimenti di macchina come quello con cui riprende Jack che contempla il modellino del labirinto da diverse angolature (salvo poi farci capire che il labirinto osservato da Jack è, in realtà, quello vero quando, riprendendolo dall’alto, vediamo Wendy e Danny che lo percorrono) oppure quello in cui pedina madre e figlio mentre passeggiano per il labirinto inquadrandoli a distanza ravvicinata e ad altezza d’uomo. Sono geometriche le due bambine che appaiono a Danny che si muovono sempre come se fossero due metà speculari di un unico corpo. E, ancora, sono geometrici i bagni degli uomini dove Jack e Grady si confrontano sulla necessità di sterminare la famiglia, come sottolinea l’alternarsi di elementi rossi e bianchi e la ripetitività degli arredi.

2. La musica

Come ricordato prima la musica è un’altra delle fissazione di Kubrick e in Shining è utilizzata in maniera extradiegetica per sottolineare i momenti di suspance e di orrore. La musica in Shining ha esattamente la funzione dell’architettura: riflette gli stati d’animo degli attori. Come tutta la scenografia dell’Overlook diventa personaggio del film, in quanto interagisce direttamente con i personaggi stessi influenzando i loro comportamenti (e questo è ciò che avviene esattamente anche nel romanzo dove l’Overlook diventa anche esso protagonista), così anche la musica si sostituisce al pensiero dei personaggi sottolineando il mutare dei loro stati d’animo (memorabile la scena in cui Jack Nicholson in piedi a lato della sua scrivania fissa lo sguardo davanti a sé e viene posseduto dall’albergo e dai suoi fantasmi attraverso un bellissimo commento musicale capace di produrre ansia in chi lo osserva).

Tutte le visioni di Danny e di Jack all’Overlook sono sempre accompagnate da un commento musicale che contribuisce ad aumentare la tensione e ad incanalare lo sguardo dello spettatore su quello che il regista vuole mostrargli.

3. La filosofia (o, meglio, la psicologia in questo caso)

Questo è l’elemento più complesso da analizzare anche se è immancabile nelle pellicole del regista. L’universo cinematografico di Kubrick è costellato di simboli, metafore e rimandi che possono essere colti a più livelli di penetrazione a seconda della propria sensibilità e preparazione. I film di Kubrick, oltre che visti, vanno anche un po’ studiati per poterne cogliere la complessità. Nel caso di Shining è evidente che ciò che gli interessa è riflettere sul meccanismo della paura e su come questa si impossessa dei suoi personaggi e, nello stesso tempo, su come trasmetterla allo spettatore. Uno degli espedienti utilizzati per ottenere questo effetto è quello della musica, come già accennato. Un altro espediente è la scelta delle inquadrature. Kubrick quasi sempre pedina i suoi personaggi (l’esempio più evidente sono le corse in triciclo di Danny per i corridoi dell’Overlook), li inquadra ad altezza d’uomo e a distanza ravvicinata in modo da coinvolgere lo spettatore completamente ed immergerlo dentro ciò che sta per accadere creando quell’aspettativa necessaria all’imminente manifestazione dell’orrore. Una delle scene più belle, da questo punto di vista, è il piano lungo con cui il regista riprende Danny sul triciclo che corre per i corridoi dell’albergo fino a quando non si ferma improvvisamente all’apparizione delle bambine che gli chiedo “Vieni a giocare con noi?”. Stacco ed inquadratura delle stesse bambine trucidate nel medesimo corridoio. Altro stacco ed una serie di inquadrature alternate del primo piano terrorizzato di Danny, delle bambine in piedi nel corridoio riprese a distanza sempre più ravvicinata e delle stesse bambine morte ricoperte di sangue. E’ una scena ad effetto costruita in maniera perfetta che ha il potere di inquietare e terrorizzare al tempo stesso. L’orrore, in questo caso, ma anche in quasi tutti gli altri momenti del film, è generato anche da un senso di spaesamento che coglie lo spettatore che si trova costretto a collocare fisicamente personaggi in luoghi dove non dovrebbero essere. Le presenze che dimorano nell’Overlook spaventano proprio perché sono fuori posto (meccanismo ricorrente un po’ in tutti gli horror ma portato da Kubrick alla sua massima potenzialità espressiva) perché non sai spiegarti il motivo per cui si trovano dove il regista te le sta mostrando.

Da quanto detto fino ad adesso non ci si capacita delle ragioni per cui Stephen King abbia sempre osteggiato il film di Kubrick; non l’ha apprezzato al momento dell’uscita nelle sale e non ha mai mostrato di aver cambiato idea successivamente. In realtà la ragione è abbastanza evidente (e ne abbiamo già parlato): dalla pellicola di Kubrick vengono eliminati completamente tutti gli elementi di approfondimento psicologico tanto centrali nel libro di King. Il posto è lasciato alle ossessioni personali del regista ed alla sua necessità di indagare nei meccanismi dell’orrore. E questo proprio non poteva piacere al Re che ha scritto un romanzo imperfetto ma molto genuino dal punto di vista dei sentimenti raccontati. La freddezza intellettuale di Kubrick è quanto di più lontano si possa immaginare rispetto al modo di approcciarsi allo stesso tema da parte dello zio Stevie. E questa divergenza è, necessariamente, incolmabile.

A questo punto sono curiosa di vedere la realizzazione di Shining curata dallo stesso King nel 1997 e capire quanto del suo romanzo è invece presente lì e, parallelamente, quanta parte dell’immaginario creato dalla pellicola di Kubrick abbia influenzato la realizzazione kinghiana.

P. s. Per stemperare l’apparente serietà di questa analisi vi consiglio caldamente la visione dei due doppiaggi del Nido del Cuculo tratti da due scene del film che trovate di seguito. E poi fatemi sapere se riuscirete ancora a guardare Shining seriamente la prossima volta 😉

I padri di King

La lettura di Shining prosegue inesorabile. Il libro è di quelli che prende e spinge ad andare avanti nonostante il poco tempo e il sonno che si fa sentire la sera. Lo credevo impossibile ma mi sono dimenticata subito del film di Kubrick. Perché il romanzo è tutta un’altra cosa. L’avevo letto ovunque ma solo la lettura effettiva del libro mi sta portando a consapevolizzarmi veramente di questo. Kubrick ha scelto di rappresentare, nel suo film, solo la superficie di un romanzo che è estremamente stratificato e complesso. Ed è per questo che King non ha mai amato il film. Perché nel film manca tutto ciò che rende il libro degno di essere letto.

Ma vorrei fugare subito tutti i dubbi. Il romanzo non è un capolavoro. Non sono neppure convinta che sia un romanzo riuscito, ma per dichiararlo devo almeno terminare la lettura. La struttura dell’opera è debole e King cede in più occasioni ad un eccesso di descrizioni che nuocciono alla storia. La trama, di per sé, non è equilibrata e non riesce completamente a mantenere alta la tensione. Anche l’incertezza di chi ne sia il vero protagonista nuoce allo sviluppo. E’ Danny il protagonista, come sembra alludere il titolo? O è Jack, come sembra preferire King (e io, oh, anche io parteggio inevitabilmente per quest’uomo rabbioso e fragile!)? O è l’Overlook Hotel il vero protagonista, personaggio a tutto tondo che è, evidentemente, vivo? Per adesso non è dato saperlo e, probabilmente, una scelta definitiva King non la farà mai.

Altro aspetto che nuoce alla vicenda, a mio parere, è la scelta di identità di tempo e di luogo secondo i dettami della tragedia classica che fa sì che la storia sia ambientata in un albergo tagliato fuori dal resto del mondo da un inverno rigido. Questo porta a concentrare l’attenzione solo sui tre componenti della famiglia Torrance e a scavare solo dentro le loro paure e il loro passato. E sebbene la cosa sia condotta dal Re egregiamente manca totalmente quella coralità che è il segno caratteristico delle storie kinghiane. Lo scrittore del Maine dà il meglio di sé nelle storie collettive, nel raccontare di piccole comunità ricche di personaggi mai banali. Il dramma da camera, se mi passate la definizione, non gli si addice.

Ma tutto ciò che ho detto sopra non mi impedisce di affermare, con la medesima convinzione, che sia descritto in questo romanzo uno dei personaggi più felici usciti dalla penna dello zio Stevie. E’ chiaro, da tutto ciò che ho detto precedentemente, che si tratta di Jack Torrance. Qui dichiaro tutto il mio amore per un uomo capace di grandi slanci nel bene e nel male. Un uomo che non nasconde la sua fragilità ma cerca in ogni modo di sconfiggerla per il profondo amore che nutre per il figlio. Un padre perfetto che riversa sul figlio tutte le sue speranze e le sue tenerezze. Un uomo che non riesce a controllare la sua rabbia e la osserva impotente deflagrare e distruggere ciò che più ama. Un uomo posseduto, prima di tutto, dal fantasma di suo padre che adora e odia nello stesso momento senza riuscire mai ad elaborare veramente il male subito.  Un uomo fallito incapace di accettare la portata del suo fallimento. Un alcolizzato che pensa che basti smettere di bere per non esserlo più. Tutto questo è descritto da King in maniera così profonda e felice da risultare commovente. E rimane impossibile non pensare che ci debba essere qualcosa di autobiografico in tutto ciò, anche se sono sempre restia a facili psicologismi.

Un’ultima osservazione per concludere questo abbozzo di analisi. Il libro approfondisce molto il rapporto tra genitori e figli. Questo sia per quanto riguarda Jack e Danny ma anche Danny e Wendy e quello dei due adulti nei confronti dei rispettivi genitori. E’ come se il leitmotiv della storia fosse la decostruzione della felicità familiare. Nessuna delle famiglie descritte nel romanzo è mai stata veramente felice. Certo Wendy e Jack si amano, nonostante tutto. Ma non riescono ad instaurare un rapporto di fiducia reciproca e, soprattutto, non riescono a dare sicurezza a Danny che vive con angoscia la possibilità che i suoi genitori divorzino. La famiglia di origine di Jack è stata distrutta da un padre violento e alcolizzato (!) che il piccolo Jack adorava ma che non è mai riuscito a tenere a freno né ad impedire che si sfogasse sui figli ma, soprattutto, sulla moglie. Da parte sua Wendy, ancora da adulta, deve fare i conti con l’ingombrante figura della madre che la considera una buona a nulla e non perde occasione per ricordarglielo.

Il sogno della famiglia quale rifugio e luogo di crescita serena si rompe definitivamente. E, in questo contesto catastrofico, l’infanzia non può essere felice. E Danny, infatti, è un bambino già adulto, sia per il potere che possiede sia, a maggior ragione, perché è costretto a vivere cose che nessun bambino dovrebbe vivere. E questo King sembra saperlo molto bene.

3. Shining

Ci siamo. Complice un freddo sabato pomeriggio di fine ottobre ho terminato Le notti di Salem! Nei prossimi giorni posterò la recensione ma, per adesso, volevo rimarcare la bellezza di questo libro. Se non lo avete letto correte a farlo, se lo avete già letto vi assicuro che la rilettura dà ancora più soddisfazione della scoperta di questo romanzo.

Ma lasciamo da parte Le notti di Salem.

E’ il momento di buttarsi a capofitto in Shining, sperando che i prossimi giorni mi lascino un po’ più di tempo libero per dedicarmi alla lettura. Nel caso di Shinig, come ho già avuto modo di dire, si tratta per me della prima volta.
Ho visto spesso il bellissimo film di Kubrick ma non avevo mai sentito la necessità di leggere il libro da cui è tratto. Anche perché in molti non lo amano particolarmente e anche questo, forse, mi aveva tolto la voglia di leggerlo. Adesso, invece, sono contentissima di farlo e sono proprio curiosa di vedere tutte le differenze col film (che si dice siano numerose) ma, soprattutto, sono curiosa di conoscere il personaggio di Jack così come lo ha tratteggiato lo zio Stevie.

Come al solito di seguito trovate i dati relativi all’edizione che leggerò:

Brossura 429 Pagine

ISBN-10: 8845215598

ISBN-13: 9788845215599

Editore: Bompiani (I grandi tascabili, 132)

Data di pubblicazione: Jan 01, 1990

Traduzione: Adriana Dell’Orto

E ora scusate ma ho un impegno. Con Jack

Jack Torrance il licantropo

Ormai ho superato abbondantemente la metà de Le notti di Salem ed è il momento di prendere in considerazione il terzo romanzo pubblicato da Stephen King, Shining. Probabilmente è il suo titolo più famoso anche se la fama non è strettamente legata all’opera letteraria quanto, piuttosto, al film che ne trarrà Stanley Kubrick qualche anno dopo. E la fama del film (che è, effettivamente, un capolavoro, senza entrare nella discussione su quanto Kubrick abbia alterato e reinterpretato l’opera del Re) ha finito per offuscare l’opera letteraria su cui è basato tanto che quasi tutti hanno visto il film mentre ben pochi hanno letto il libro (me compresa e ne faccio un mea culpa!).

L’ispirazione principale del romanzo viene a King durante una breve vacanza che lui e Tabitha si concedono nell’autunno del 1974 dopo il successo della pubblicazione di Carrie. Da poco la famiglia King si è trasferita a Boulder in Colorado, potendosi, finalmente, permettere di abbandonare la roulotte nella quale vivevano e prendersi un piccolo appartamento.

Quell’autunno i King decidono di passare una notte allo Stanley Hotel di Estes Park (Colorado) che darà allo zio Stevie l’ispirazione per l’Overlook Hotel di Shining. L’albergo sta per chiudere per l’inverno e i King sono gli unici ospiti. Lo scrittore rimane affascinato dalla costruzione ma, soprattutto, dall’atmosfera dell’albergo e comincia a concepire una storia di fantasmi ambientata in un vecchio albergo isolato.

Tornato a casa King comincerà a scrivere di getto il romanzo buttando giù la prima stesura in poco più di tre mesi. Nel raccontare la vicenda di questo padre alcolizzato e violento lo scrittore ha raccontato molto del se stesso dell’epoca (quando era un forte bevitore e faceva uso di droghe) ma pare che non se ne sia reso conto subito ma solo a distanza di tempo.

King vede Jack Torrance sostanzialmente come una persona buona ma debole. Un uomo ossessionato dalle violenze subite in passato a causa del padre e talmente fragile da aver paura perfino delle proprie reazioni nei confronti del figlio. Il termine licantropo che ho utilizzato nel titolo del post deriva da una felice definizione di Ciro Ascione che parla del licantropo come uno dei cinque archetipi della letteratura horror e che descrive come una creatura mostruosa non responsabile delle proprie azioni in quanto in lui avviene una metamorfosi (non  necessariamente fisica come nel topos classico del licantropo quanto, soprattutto, psichica come nel caso di Mister Hyde, altro esempio famoso di personaggio-licantropo) che lo porta a soddisfare i suoi più bassi istinti senza esserne pienamente cosciente.

E il personaggio di Jack è proprio questo: un uomo, in fondo buono, che cerca una possibilità di riscatto con tutte le sue forze ma che è troppo debole per dominare i suoi lati oscuri dovuti, in parte, all’educazione violenta impartitagli dal padre e, in parte, da una sorta di possessione che subisce durante il soggiorno all’Overlook da parte del vecchio custode dell’albergo Grady (che si era reso responsabile dello sterminio della propria famiglia).

King dà all’opera un’impostazione teatrale tanto da dividere la prima stesura in cinque atti invece che in capitoli (l’ispirazione è allo shakespeariano Re Lear) ma questa impostazione sarà modificata nella stesura successiva così come, per volere della Doubleday, saranno rimossi prologo ed epilogo, considerati inutili ed eccessivamente prolissi dall’editore (il prologo, che conteneva una ricostruzione storica delle vicende avvenute nell’Overlook Hotel prima dell’arrivo dei Torrance sarà poi pubblicato a parte sulla rivista Whispers nel 1982). Sempre la Doubleday si rende responsabile del rifiuto del titolo originale attribuito da King al romanzo: The Shine (ispirato alla canzone Istant Karma di John Lennon). Il motivo del rifiuto è che il termine shine viene utilizzato, in maniera dispregiativa, per indicare la gente di colore mentre il termine shining, scelto come titolo definitivo del romanzo, non dà adito a fraintendimenti di sorta. E sempre a proposito di titoli è curioso notare che il titolo italiano con cui è stato pubblicato il romanzo nel 1978 è Una splendida festa di morte (sicuramente molto più evocativo del titolo attuale) a cui subentrerà il titolo con cui tutti noi lo conosciamo solo dopo l’uscita del film di Kubrick nel 1980.

A proposito, ormai saprete tutti che King sta scrivendo proprio il seguito di Shining in cui racconterà la storia del piccolo Danny ormai cresciuto. Come è nel suo stile zio Stevie ha presentato a sorpresa il libro durante una festa universitaria a cui non era stato neppure invitato e dove, invece, è salito sul palco e ha letto, ai fortunati presenti, un estratto del primo capitolo del manoscritto in corso di completamento. Davvero una bella iniziativa.

Al cinema con zio Stevie

Vorrei fare alcune riflessioni sulla filmografia derivata di libri di Stephen King. Innanzitutto vale la pena di notare che sono moltissimi gli adattamenti cinematografici dalle sue opere. E questo non è dovuto solamente alla sua prolificità di scrittore ma anche al fatto che il suo stile di scrittura è, di per sé, estremamente cinematografico. Leggendo molti dei suoi romanzi o racconti viene spontaneo immaginarsi i personaggi o gli episodi narrati. Il talento visivo di King è innegabile.

Molte pellicole cinematografiche tratte dalle sue opere, dicevamo. In realtà ce ne sono altrettante ispirate alle sue opere senza che ne siano tratte in nessun modo e altre che riportano solo lo stesso titolo offrendoci uno sviluppo completamente diverso (una su tutti, come ho già ricordatoIl tagliaerbe di Brett Leonard che all’epoca della sua uscita fece indignare enormemente il Re costringendolo a fare causa alla New Line, la casa produttrice). Al di là del discorso dello sfruttamento del nome a fini pubblicitari mi interessa il fatto che questa vicenda testimonia, inequivocabilmente, che il nome di King attiri e venda, soprattutto al cinema. Se mi soffermo a pensarci sono tantissime le produzioni cinematografiche che devono molto alle sue storie ed alle sue atmosfere. Per citarne solo alcune mi vengono in mente il bellissimo Frailty, convincentissimo esordio alla regia di Bill Paxton,  un film ingiustamente poco conosciuto che racconta delle conseguenze che avrà sui figli l’ossessione religiosa di un padre solo (i rimandi a Carrie sono innegabili), oppure il suggestivo (anche se non del tutto riuscito) Premonition di Mennan Yapo, in cui una donna si muove avanti e indietro nei giorni che preludono alla morte del marito per tentare di impedire l’incidente in cui verrà coinvolto (la trama è fortemente suggestionata da La zona morta, anche se lo sviluppo è completamente diverso), o, infine, lo spagnolo Rec di Jaume Balagueró, un horror claustrofobico ed inquietante che si svolge tutto in una notte all’interno di un palazzo sigillato dal quale è impossibile uscire (un po’ come l’Overlook Hotel di Shining dopo la caduta della neve). Ci potrebbero essere ancora tantissimi esempi del genere, questi sono i più significativi che mi sono venuti in mente ma tutto l’horror cinematografico contemporaneo si può dire che sia figlio di Stephen King.

Ma per tornare alla filmografia in oggetto si nota subito che il regista che ha curato il numero maggiore di realizzazioni dalle opere di King è Frank Darabont che ha cominciato girando un cortometraggio tratto dal racconto La donna nella stanza per poi passare ai lungometraggi con Le ali della libertà, Il miglio verde e l’irrisolto The mist. Pare che il sodalizio Darabont e King sia uno di quelli destinati a durare, pur non essendoci attualmente notizie di una loro futura collaborazione, ma il regista resta, sicuramente, uno degli interpreti migliori delle atmosfere e delle suggestioni dello scrittore del Maine. A mio avviso, però, i migliori film tratti dalle opere di king sono quelli girati da Rob Reiner, regista che personalmente apprezzo moltissimo. Le riduzioni cinematografiche de Il corpo e di Misery sono due film stupendi, con una loro dignità artistica indipendente dall’opera da cui sono tratti pur rimanendone particolarmente fedeli.

Per concludere vale la pena osservare che i film girati dai nomi più altisonanti e celebri tra quelli che si sono cimentati nell’opera del Re sono, forse, i meno riusciti. E non perché non siano dei bellissimi film ma perché questi registi hanno messo molte delle loro ossessioni nella riduzione dell’opera kinghiana, tradendo, chi più chi meno, l’idea originale del romanzo o del racconto da cui sono state tratte le rispettive pellicole. E, infatti, sono proprio queste opere quelle che non hanno del tutto convinto lo zio Stevie. Ma è innegabile che la potenza visiva di Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma, di Shining di Stanley Kubrick o de La zona morta di David Cronenberg restano impressi e, spesso, proprio per la loro forte personalità, rischiano di mettere in ombra anche il romanzo dal quale sono stati tratti. Sfido chiunque a leggere Shining senza pensare al sorriso mefistofelico di Jack Nicholson. Anche quello, come i migliori romanzi del Re, contribuirà ad alimentare i nostri incubi per molte notti a venire…

Aggiornamento

Per un confronto con quanto detto nel post date un’occhiata anche a questa classifica stilata da CineFatti. È utile per farsi un’idea ulteriore del rapporto tra zio Stevie e il cinema.